Libia: i delicati equilibri di un paese da ricostruire

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Di Paolo Cappelli


Dopo che una sempre più ampia fetta della popolazione libica sembra credere all’inevitabile capitolazione di Muhammar al-Gheddafi, il mondo continua a interrogarsi sul futuro di una nazione che dovrà ricostruire dalle fondamenta una società squassata da un regime invasivo e pervasivo per decenni. In Libia, oggi, non esistono istituzioni formali legittime né una società civile nel senso proprio del termine.

Alcuni manifestanti a Bengasi

L’era che si affaccia all’orizzonte, quella di una Libia priva del suo dittatore, vedrà probabilmente gruppi interni emergere e lottare per la supremazia in quella che, c’è da scommetterlo, sarà una scena politica a dir poco caotica. Per quarant’anni, la Libia è stata un luogo in cui l’ego del suo leader e una burocrazia spinta all’estremo hanno bloccato qualsiasi anelito di sviluppo. Nel prossimo futuro, anche nel dopo-Gheddafi, il Paese potrebbe continuare a oscillare tra coloro che vogliono una Libia libera e lo zoccolo duro del regime. Saranno in particolare i figli del dittatore, Saif al-Islam, Khamis, Al-Saadi, e Mutassim e le relative milizie a resistere maggiormente al tramonto di un mondo ormai destinato all’oblio. La lotta per togliere la scena a questi protagonisti potrebbe essere lunga e violenta. Saif al-Islam, che per anni è stato noto all’occidente come riformista, ha gettato la maschera, mostrando il volto di un reazionario che, nel promettere un “bagno di sangue” durante un recente comizio televisivo, è apparso deciso come e forse più di suo padre. Nelle strade, molti degli attacchi ai danni dei dimostranti e dei loro simpatizzanti sono stati ordinati dal Capitano Khamis al-Gheddafi, comandante della 32ª Brigata, l’unità meglio addestrata e meglio equipaggiata al servizio del regime. Al diffondersi dei primi disordini, Al-Saadi, Brigadier Generale delle Forze Speciali, è stato incaricato di placare e successivamente reprimere la rivolta in corso a Bengasi il 16 febbraio scorso. Non ultimo, Mutassim, consigliere per la sicurezza nazionale, ha forti legami con diversi estremisti.

Contro la discendenza del dittatore sono schierati i membri dell’establishment militare. A partire dagli anni ’90, Gheddafi ha volutamente indebolito la categoria degli Ufficiali in seguito a ripetuti tentativi di colpo di stato da parte di esponenti (militari) delle tribù al-Warfalla e al-Magariha – sempre più isolate dalla tribù al-Qaddadfa, quella di Gheddafi stesso – motivati dal risentimento per la disastrosa guerra contro il Chat nei primi anni ’80. Per questo Gheddafi ha sempre più razionato le risorse ai militari, destinandole quasi esclusivamente all’addestramento delle unità tribali alleate della tribù al-Qaddadfa, poi assegnate ai propri figli.

Negli anni, l’ambiente libico della difesa si è velocemente impoverito e il suo bilancio è divenuto così scarso che i generali e i colonnelli indossavano abiti civili per non consumare le uniformi. Alcuni degli Ufficiali più anziani, tra cui quelli che furono al fianco di Gheddafi durante il colpo di stato del 1969, sono stati messi forzatamente a riposo dopo lo scoppio delle rivolte in Egitto e Tunisia per impedire che potessero guidare movimenti di opposizione. Ciò nonostante gli Ufficiali, per deboli che siano, potrebbero diventare l’unica istituzione formale capace di rappresentare in maniera imparziale gli interessi libici una volta che Gheddafi fosse uscito di scena, soprattutto evitando che si scateni un’ondata di violenza vendicativa.

Le tribù libiche saranno molto importanti anche negli sforzi per la governance e la riconciliazione. Il colpo di stato con cui Gheddafi salì al potere rovesciò la tradizionale dominazione delle tribù costiere orientali della Cirenaica, favorendo quelle occidentali e interne. Nonostante il regime di Gheddafi fosse, almeno in teoria, contro l’identità tribale, la sua longevità si deve in ampia parte a una coalizione incerta tra tre tribù principali, segnatamente al-Qaddadfa, al-Magariha, e al-Warfalla. Nel 1993 Gheddafi volle sfruttare il potere delle tribù per creare i “comitati per il potere socialpopolare”, responsabili del mantenimento dell’ordine locale. Egli ammetteva così, tacitamente, non solo l’importanza delle tribù e delle elite tradizionali delle politica libica, ma anche che gli strumenti storici del regime, ovvero i disprezzati comitati rivoluzionari, erano divenuti troppo corrotti e sclerotici per controllare la popolazione.

Nell’era post-Gheddafi, saranno proprio le tribù defezionarie al-Magariha e al-Warfalla a giocare un ruolo fondamentale nella legittimazione del nuovo governo.

Il peso tribale, tuttavia, è attenuato da altri fattori come una forte classe media e un afflato religioso sempre più sentito. Tra gli islamisti libici, il Gruppo combattente islamico libico ha da tempo guadagnato l’attenzione dell’occidente a causa dei suoi legami con al-Qaeda. Ma dopo Gheddafi, le reti non salafite, come le confraternite Sufi e i Fratelli Musulmani, avranno un peso maggiore. Nonostante l’opposizione di lunga data al sufismo, quale minaccia potenziale alla sua autorità, Gheddafi stesso aveva avviato una politica di sostegno alle reti sociali Sufi, in quanto fattore attenuante del Salafismo radicale. Dal canto suo, la Fratellanza Musulmana potrebbe riemergere potentemente: è stata infatti tra le prime organizzazioni libiche a supportare il nuovo corso in Egitto.

Tutte queste spinte sono sostenute dalla divisione storica tra Tripoli e la provincia orientale della Cirenaica, bastione storico della monarchia Sanussi. Le due regioni sono divise da differenze culturali e linguistiche, oltre che da una zona desertica di discrete dimensioni. L’Oriente del Paese ha legami tribali con l’Egitto e la Penisola Arabica, piuttosto che con il Magreb. Dopo aver rovesciato la monarchia, Gheddafi concentrò il potere politico e le risorse economiche a Tripoli, accrescendo ancor di più le divisioni.

In una Libia senza Gheddafi, la Cirenaica potrebbe essere tentata di recuperare la propria posizione di preminenza. Per chi non ne fosse a conoscenza, è proprio qui che si concentra la ricchezza petrolifera del Paese e sempre qui sono nati ben due movimenti di resistenza: la guerriglia anti-italiana guidata dal leader Sufi Omar al-Mukhtar e il “Giorno della rabbia”, ribattezzato dai suoi organizzatori, e non per caso, “Rivoluzione di Mukhtar”.

La periferia meridionale, scarsamente popolata e mal governata, cercherà anch’essa di conquistare una fetta delle risorse e del potere disponibili nel nuovo Stato. I gruppi etnici non arabi, come i Berberi, i Tuareg e i Tubou, sono stati repressi sotto Gheddafi e cercheranno quindi di ribilanciare l’ingiustizia facendo sentire le proprie ragioni. Prima ancora che scoppiasse la rivolta a Bengasi, l’attivismo tra i berberi è stato la prima causa di preoccupazione per Gheddafi. I Tuareg hanno portato avanti una lunga ribellione che ha proiettato i suoi effetti in Algeria, Niger e Mali, mentre i Toubou hanno scatenato disordini periodici nelle città del sud.

In futuro, sarà essenziale poter disporre di una governance equa ma forte per ricondurre sotto lo stesso tetto questi gruppi e impedire, nel contempo, che al-Quaeda possa trovare nuovo spazio di manovra nel Magreb islamico, sfruttando ingiustizie di lunga data. La nuova Libia avrà bisogno di istituzioni pluraliste, di una costituzione e di meccanismi per la condivisione delle risorse affinché non si gettino alle ortiche i risultati conseguiti finora a causa della rivalità tra la Tripolitania e la Cirenaica, degli eccessivi poteri tribali e delle ingiustizie etniche. In questo senso, la Costituzione del 1951 è un buon punto di partenza: essa prevede una struttura federale che ha garantito una certa autonomia provinciale e l’alternanza della sede della capitale tra Bengasi e Tripoli (misura poi emendata nel 1963 a favore di un sistema maggiormente centralizzato), nonché un sistema bicamerale.

I leader del nuovo stato dovranno anche guardare con occhi benevoli alla vecchia burocrazia. La Società Petrolifera Nazionale, la Società Arabo-libica per gli Investimenti Esteri e i diversi comitati popolari potranno essere stati i tentacoli dello stato retto da Gheddafi, ma sono anche un serbatoio di esperienza tecnica, amministrativa ed economica. Probabilmente anche la monarchia Sanussi, in esilio da quando Gheddafi salì al potere nel 1969, rientrerà in gioco, pur con un sostegno molto affievolito a causa della lunga assenza dal Paese.

Più importante di tutti, però, è il ruolo che avranno gli apparati militare e di sicurezza: dovranno sviluppare una propria identità che rispetta e stempera i fattori tribali e geografici. Entrambi dovranno estendere il mandato del governo post Gheddafi alle parti più interne del Paese e renderne sicuri i confini. Ancor più significativa, forse, è la ricostruzione dall’interno delle istituzioni per la sicurezza del Paese, di modo che siano subordinate, senza condizioni, all’autorità civile dello Stato. Ma si dovrà garantire, più di tutto, che il militarismo e i privilegi degli Ufficiali, due dei motivi alla base dell’incubo Gheddafi, non possano emergere mai più.

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

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