Ian Curtis, un genio in fuga

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Di David Spiegelman

Ian Curtis non è riuscito a raggiungere la spensieratezza della gioventù, da trent’anni è un vecchio ragazzo che ha visto ventitré primavere appena, decidendo d’un tratto che gli sarebbero bastate, tanto sapeva già come sarebbe andata a finire. Forse in tutto questo tempo non vissuto, oppure attraversato al modo dei dybbuk, ha avuto occasione di volare fino alla città morta di Staglieno, in riva al greto di un fiume secco quasi per tutto l’anno salvo infuriarsi a settembre. Qui, nella necropoli monumentale che la Genova ottocentesca volle dedicarsi, secondando nell’urbanistica il classismo governato dalla borghesia mercantile del tempo, impolverata dal tempo e dalla fuliggine di calderine difettose e motori a nafta mal registrati, sta la casa di sassi che la famiglia Appiani volle costruirsi, per sopravvivere nella disperanza alla corrosione dell’oblio. Ritratta da Bernard Wolff, un fotografo parigino specializzato in marmoree memorie, quella tomba di famiglia divenne l’icona della vita assente di Curtis.
Quando uscì “Closer”, secondo e ultimo disco della band, Curtis aveva già attraversato lo specchio, strappando il sipario che presumiamo divida questa vita dalla sua contraddizione. Se n’era andato per sua decisione il 18 maggio 1980, l’album arrivò nei negozi in estate, i suoi compagni di strada avrebbero speso nel rinnegarsi gli spiccioli del residuo talento.
Ascoltare oggi la sua musica, la sua voce, significa compiere un viaggio a ritroso nel tempo, per arrivare a una caricatura del presente più vera della realtà. L’Inghilterra esasperata e lisergica della fine degli anni Settanta, plumbei nel Continente e inconcludenti sull’Isola, bruciava gli ultimi talenti del punk preparando la restaurazione neoromantica: i Genesis sarebbero finiti nelle mani di Collins, in quelle di Gilmour i Pink Floyd, solo Clapton se ne sarebbe andato per conto suo, dove non si sa. Ma se Johnny Rotten, Sid Vicious e i Clash tracciavano una strada comprensibile nella loro valenza provocatoria e autoreferenziale, il percorso di Curtis è quello di una stella nera, estranea al processo termodinamico di combustione dell’elio, fondata piuttosto sulla fase successiva, quella dell’implosione e della negazione di energia. Quello che Robert Smith avrebbe sublimato – come Echo & the Bunnymen, Siouxsie e i Bauhaus – nei modi di un barocco rinunciatario e al tempo stesso sfacciato, i Joy Division avevano soltanto accennato. «No Future» era il grido di battaglia del punk, Curtis invece credeva che questo futuro ci fosse, eccome, solo che non gli andava, perché ne aveva già capito contorni, sostanza e desolazione: intese pertanto sfuggirgli, giocando d’anticipo secondo regole autonome.
Quando si uccise, attorno a lui scattò il meccanismo della pastorizzazione immediata del significato del suo gesto. Il suicidio è un atto irragionevole e quindi per essere spiegato va radicalmente negato. Così Morrison non voleva morire e comunque non è morto, si nasconde in qualche tenda nel deserto, mentre Tenco è stato vittima di un complotto innominato. Di Curtis si disse che era malato, come se una malattia latente non allignasse metodica dentro ognuno di noi, una variante dell’herpes zoster che, presente comunque, suole scatenarsi in condizioni di generale debilitazione. Ebbe in sorte la fortuna di non sopravvivere alla consunzione del proprio talento, come accadde a Syd Barrett, rimasto per decenni prigioniero di un corpo e di un cervello inadeguati prima di potersi finalmente ricongiungere con se stesso, nel diamante che brilla sulla faccia nascosta della luna.
Curtis credeva che l’amore fosse l’unica forma di salvazione dal nulla e al tempo stesso l’inevitabile scorciatoia al dissolversi. Ha cercato di cantarlo, nel suo straziante tono baritonale che squarcia i versi come nei Fontana il rasoio la tela. Poi se n’è andato. E noi, da trent’anni, stiamo ad aspettare che ritorni per non spiegarci un’altra volta nulla. Oppure che venga l’occasione di farsi raggiungere dal suo genio in fuga.

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Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

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