Il discorso del Re: sfida intellettuale, lotta di classe e la taumaturgia dell’Allegretto

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di Luca Telese

Il discorso del Re (The King's Speech) di Tom Hooper

Diamo per scontato che la trama de “Il Discorso del Re” la conosciate già, perché ormai, dopo l’oscar, la sanno anche i sassi: il fratello del Re dissoluto sarebbe un perfetto sovrano, se solo sapesse parlare. Per poter diventare Re, dunque, dopo aver fallito mille orribili cure di ciarlatani blasonati, deve abbassarsi ad accettare le cure di un medico che pare un ciarlatano, che non possiede araldi e titoli, ma che si è fatto le ossa curando i reduci di guerra, che non millanta, ma fa. Il tutto si risolve in un rapporto lungo dieci anni e in un doppio colpo di scena finale.

Ho parlato con un caro amico che fa lo psicologo. Mi ha detto: “Hai visto che meraviglia che è? Non ho mai visto un film così bello sul rapporto tra paziente e medico”. Vero, verissimo. Ero in sala, al Roxy, con Fiorella Mannoia, che all’uscita mi dice: “Hai visto che cosa fantastica il rapporto dei personaggi con la musica? E’ la musica che vince la balbuzie, ed è la musica di Beethoven fantastica, che permette al re di pronunciare il suo discorso”. Vero, verissimo. Poi ho parlato con il mio amico Giordano, che fa l’economista fuori dai confini nazionali, e lui invece mi ha detto: “Luca, vattelo a vedere in lingua originale, se puoi. Quello che riesce a fare Colin Firth è sublime”. Vero, verissimo. Anche se io mi sono portato dentro per giorni, e ancora adesso, anche gli sguardi sornioni e luminosi di Geoffrey Rush. Hanno ragione tutti e tre, ovviamente, ma forse anche io che ci ho visto altro.

Perchè, se vi devo dire che cosa ha colpito me, ancora una volta, è questo meraviglioso incastro di “lotta di classe” e sfida intellettuale che unisce i due personaggi e da sangue a tutta la storia. E’ vero che c’è la psicanalisi, nel percorso di cura, che è un asse portante della sceneggiatura. Ma se non si abbassassero le barriere di censo (cosa che all’inizio non riesce) non ci sarebbe nessuna terapia. E’ vero che la musica è la chiave di tutto: ma se non ci fosse la pari dignità non si potrebbe cantare insieme. E’ vero che è una mostruosa prova di recitazione di due attori di formazione scespiriana, il film. Ma se non ci fossero il duello e l’amicizia tra i due uomini, la trama non avrebbe senso.

Insomma, la scena chiave de Il Discorso, per me, è il litigio che spezza il primo rapporto fra sua maestà e “Il figlio del birraio australiano”. Quello in cui il principe lo respinge e lo umilia rinfacciandogli di aver osato troppo, e di essersi dimenticato le sue umili origini, facendosi invadente e presuntuoso. Se non c’è pari dignità, non esiste dialogo, quindi non può esistere progresso, né nel rapporto, né nella terapia. Se non c’è intimità non c’è possibilità di confessarsi, e quindi di sanare i traumi priscologici che hanno prodotto il difetto.

Siccome il mio pallino è che in questo paese le barriere di censo siano nuovamente altissime, anche se sono dissimulate dai bagliori della società dello spettacolo, non mi è sembrato un film che parla dell’Inghilterra del 1944, ma un racconto che mi emozionava, e mi parlava anche di questi nostri tempi sbandati. Il primo incontro tra il futuro re e il terapeuta è segnato da un meccanismo di gioco che all’inizio non decolla perché l’erede non accetta. Per poter essere visitato, infatti, Colin Firth dovrebbe pagare uno scellino. Ma siccome non è un comune mortale, anche se è ricchissimo, al primo appuntamento non può pagarlo perché gira senza soldi. Dal secondo in poi non vuole, perché quello è un dazio simbolico che non vuole accettare. Ecco, lo scellino di Rush non è un vezzo, ma “una regola”. Un passo che bisogna fare per entrare nel gioco. Ecco, in questo tempo feroce, c’è bisogno di gente che si metta in gioco e di gente che voglia pagare lo scellino, se non altro perché una regola lo esige. Invece siamo il paese in cui nessuno si mette in gioco, nessuno paga dazio, e nessuno vuole sottoporsi alle regole. E c’è bisogno – invece – di tornare a contaminare i talenti ed abbattere le nuove, invisibili, ma potentissime barriere di classe che imprigionano la caserma Italia. Devo dirvi che quando si arriva all’acme di tutto il film il discorso resistenziale che il nuovo Re appena incoronato (il fratello pazzo e dissoluto finalmente abdica) pronuncia sulle note dell’Allegretto non sono riuscito a trattenere le lacrime. Anzi, a costo di farvi sorridere. ho pianto ininterrottamente, lacrime salate, per nove minuti. L’Allegretto della settima sinfonia di Beethoven è un capolavoro che il cinema ha saccheggiato in mille salse e in mille occasioni (per esempio in versione “tecno”, per il fantascientifico “Zardoz”, oppure per “l’Amico ritrovato”), uno dei più potenti crescendo della letteratura sinfonica inseime al Bolero di Ravel. Ma questa volta la citazione è perfetta, non solo una colonna sonora. L’Allegretto è un piccolo mistero della produzione beethoveniana: per qualcuno è una marcia funebre camuffata. Per altri è un inno alla vita. Probabilmente è entrambe le cose. E pur essendo musicalmente un profano, mi sono divertito a collezionare almeno una decina di versioni, ai cui estremi ci sono quella di Karajan e quella di Furtwangler (e più vicino a quest’ultima, forse, quella di Abbado). Ebbene, il maestro neoclassico, Herbert il perfetto, fa durare tutto l’allegretto sei minuti scarsi, lo esegue con il rigore di un metronomo, prova a farti pensare che non si debba indulgere in nulla, e che di quella resurrezione in crescendo vada assaporato in una sorta di algido furore. Mentre il neoromantico Furtwangler dilata la meravigliosa cantata della Settima fino a nove minuti, la fa respirare come un grande romanzo, la trasforma in una preghiera epica e corale. E’ assolutamente casuale che Karajan fu uno dei giovani profeti del nazismo e Furtwangler non aderì mai al regime. Ma è assolutamente appropriato, invece, che l’allegretto diventi la colonna sonora perfetta di quel momento storico che Il Discorso del Re racconta, quando nel film si uniscono la grande e la piccola storia.

Alla fine Colin Firth riesce a pronunciare il suo primo vero discorso perché sta parlando nel chiuso di una stanza al suo terapeuta amico. E’ questa la forza che riesce a rompere la maledizione della balbuzie. Ma quello stesso discorso entra nella storia perché – come diceva suo padre – il sovrano si è fatto suo malgrado mediatore democratico, perché è entrato sulle navi, nelle case, nelle province più lontane dell’impero attraverso la radio. E perché la parola d’ordine della lotta al terzo Reich è la parola di civiltà che deve essere pronunciata in quel tempo, e che da troppo mancava, dopo le catastrofi prodotte dalle polemiche di appeacement di Chamberlain e le simpatie filo-hitleriane di suo fratello. Ecco, sarebbe bello uscire dalla sala, tornare a casa, mettere su la versione più romantica e struggente dell’allegretto, e immaginare che sulle note cantate di questo mondo di tiranni che si sgretola sulla lunghezza d’onda di un acuto, anche l’Italia riesca ad entrare nel nuovo tempo, senza vecchi babbioni, senza autocrati, e senza tiranni.

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

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