Centrali nucleari in Italia: di chi dovremmo avere fiducia?

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di Mariano Colla

I siti individuati dal Governo per la costruzione di centrali nucleari sul territorio italiano

Nella immane tragedia che ha colpito il Giappone tanti sono stati i servizi televisivi che ci hanno trasmesso il dolore di un popolo tradito dalla natura nelle sue speranze, aspettative, illusioni, onesta e laboriosa quotidianità. Nella compostezza di questo popolo, paziente e fiero, non mi sono tuttavia sfuggiti i contenuti di alcune interviste effettuate a comuni cittadini giapponesi dalle quali emergono messaggi di sfiducia  nei confronti del proprio governo. Le critiche non si riferiscono al terremoto e allo tsunami, di per sé poco prevedibili, quanto  alla gravità, a lungo mascherata, sull’evoluzione del problema delle centrali atomiche  e su ciò che il governo non  ha fatto e poteva fare per contenere i danni del dramma nucleare.

Critica giusta, ma che, in parte, mi stupisce, conoscendo le peculiarità del Giappone, paese organizzato, tecnologicamente avanzato, capace di reggere tragedie universali e di rialzarsi. Ebbene, se i giapponesi, su una materia così seria come il nucleare, nutrono perplessità sull’affidabilità del governo in merito alla gestione degli impianti, mi sono chiesto che cosa dovremmo  pensare noi, in Italia, sul presunto programma di installazione di nuove centrali atomiche nel nostro paese.

Negli ultimi anni l’Italia  è stata oggetto di una incredibile continuità di scandali economici e infrastrutturali, tant’è che non passa mese senza che  emerga qualche forma di corruzione o di programmazione deformata da interessi politici. Non è necessario fare discorsi di parte per riflettere sulle storture del nostro paese. Cito alcuni esempi, anche se lunga potrebbe essere la lista, che dovrebbero essere motivo di riflessione per tutti noi: Napoli è stracolma di immondizia, basta un po’ di pioggia per causare frane, smottamenti ed esondazioni di ogni tipo, le case crollano per un impietoso sfruttamento del territorio, il ponte sullo stretto di Messina rimane uno slogan, l’autostrada Salerno – Reggio Calabria è sinonimo della  fabbrica di San Pietro, il G8 è occasione di intrallazzi in Sardegna, l’Aquila è ancora allo sbando, gli ospedali cadono a pezzi, la mafia incombe ovunque, l’alta velocità è una macchina mangia soldi, i cervelli se ne vanno   e la ricerca sta spremendo le ultime gocce di risorse a disposizione.

Ora mi chiedo e vi chiedo, indipendentemente dal fatto che si sia o no  favorevoli al nucleare, quali garanzie di serietà politica e imprenditoriale abbiamo, in uno scenario di questo tipo, sulla realizzazione di centrali nucleari sul nostro territorio, dove è richiesta la massima serietà e responsabilità, dove anche ogni piccolo errore può avere conseguenze devastanti?

L'esplosione della centrale nucleare di Fukushima

Quando, negli anni 60’, anche l’Italia ha  iniziato l’esperienza  del nucleare,  e ricordo qui Felice Ippolito direttore del CNEN, i valori di riferimento della politica, della scienza e dell’imprenditoria del nostro paese  erano ben diversi. Tempi in cui eravamo all’avanguardia in molti campi industriali, dall’edilizia civile, con i grandi progetti autostradali, alla nautica, all’elettronica, all’industria pesante, alla chimica, per citare alcuni settori, ma ora tutto si è imbastardito e inquinato in una pastoia di interessi e di intrallazzi che, a mio avviso, non danno più garanzia sufficienti per imprese industriali di alto profilo. Installare e, soprattutto, gestire un impianto nucleare richiede una preparazione e una serietà che non abbiamo più, non tanto perché le nostre maestranze ne sono prive, quanto perché la pluriennale diffusione di modelli comportamentali basati sulla furbizia più che sulla professionalità ha creato delle serie crepe sull’affidabilità della nostra classe dirigente. E se noi cittadini, a malincuore e con rabbia repressa,  sopportiamo con pazienza i danni della quotidianità, tale disponibilità non concede più credito quando sono in ballo gli  impianti nucleari, dove ogni errore ha effetti devastanti e irreversibili. Le centrali atomiche, anche di ultima generazione, sono costruite e gestite da uomini, e per quanto sia sofisticata la tecnologia, l’errore è sempre presente. L’entità degli investimenti è poi tale che non può non allarmarci il recente discordo del Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, il quale denuncia una presenza sempre più massiccia della mafia nelle grandi opere.  E tutto ciò senza tenere conto dei traffici poco limpidi sullo smaltimento delle scorie radioattive. L’argomento è serio e bisogna rifletterci, prima di lanciarci nell’avventura del nucleare.

Sono problemi  che, almeno formalmente, nessuno osa porsi, alla luce di un ottimismo panacea di tutti i mali. Qui non è in discussione l’italico genio che, indomito, è ancora vivo  in molti campi, l’industria aerospaziale, tanto per citarne uno,  non è in discussione la capacità italiana di essere seri e affidabili, quanto è in discussione il contesto socio-politico  che ha mortificato le eccellenze del nostro paese, contesto frutto di una drammatica commistione tra consistenti frange di un potere politico con orizzonti programmatici  estremamente limitati e una massa sempre più fragile, per reddito, per occupazione, per disillusione, per aspettative inevase che tale potere politico per lustri ha alimentato, allo  scopo di trarne benefici immediati. Tutto il contrario di quello che servirebbe per attuare un piano di sviluppo del nucleare credibile.

Tale mancanza di credibilità  e fiducia emerge dalla volontà di tutte le regioni di trasferire in quella  vicina l’eventuale impianto nucleare. Nella confusione gioca, infine, un ruolo primario  la mancanza di informazione. Il contrasto  tra nuclearisti e anti nuclearisti  è feroce, ma mi permetto di rilevare che troppa ignoranza permea l’argomento e nessuno spiega, con chiarezza, come funzionano i modelli di successo negli altri paesi europei. L’informazione non lottizzata non risolve tutti i problemi ma aiuta. Sembra che la  tragedia giapponese abbia indotto i nostri governanti del momento a una pausa di riflessione. E’ certamente un bene, anche se, purtroppo, bisogna sempre incorrere in tragedie nostre o altrui per approfondire i pro e i contro di certe scelte strategiche. Pur tuttavia, per i motivi su esposti,  rimangono dei dubbi di credibilità su quelle che saranno le scelte future.

Non ci resta che sperare in “una vera pausa di riflessione”, perché, se da un lato è vero che bisogna risolvere il problema della dipendenza energetica del nostro paese,  dall’altro è altrettanto vero che non si fa ancora nulla di serio, e un’altra volta cito il termine serietà, per sfruttare al massimo le risorge energetiche che possiamo avere in forma gratuita, ossia l’energia solare e l’energia eolica, insomma quelle stesse energie che nel 2050, per citare un esempio virtuoso, in Germania soddisferanno oltre il 60% del fabbisogno energetico.

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

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