Habemus Papam, la ‘palombella vaticana’ di Nanni Moretti

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di David Spiegelman

Era il Bufalo Bill, con una effe, di De Gregori a uccidere «per essere il migliore». Talento e privilegio opprimono, hanno un risvolto nero vertiginoso da investigare. «Mi comporto come se fossi Dio? Devo pur avere un modello cui ispirarmi» diceva invece Allen. Non è la prima volta che Nanni Moretti affronta temi assoluti, volgendo in apparenza lo sguardo altrove da se stesso: continua invece a raccontare la propria storia ed è verosimile lo faccia anche con questo Habemus Papam, tenuto segreto nelle fasi progettuale e attuativa e solo adesso distillato nella desecretazione, alla vigilia dell’uscita nelle sale.

Da tempo era nota l’alberatura della pellicola, in cui il cineasta romano – che tornerà a Cannes, dieci anni dopo la controversa Palma d’oro nel sopravvalutato e per certi versi ricattatorio La stanza del figlio – interpreta uno psico-analista chiamato in Vaticano per contribuire a risolvere la questione dell’inettitudine del Papa eletto al ruolo appena assunto. Elementare in assoluto è il riferimento al precedente e ormai remoto La messa è finita, per analogia tematica e di contesto: in realtà il solo parametro di possibile parallelismo è la costante assoluta della poetica morettiana: la solitudine del talento. I personaggi di Moretti brillano di una desolazione ontologica, una diversità morale e antropologica meccanicamente collocata su un piano improprio da definirsi politico. Tutti i suoi film raccontano la solitudine, perfino quello costruito sulle vicende di uno sport che si vorrebbe di squadra: invece Michele Apicella è solo, davanti a Mario Scotti Galletta, nella piscina delle terme di Acireale quasi a notte fonda, per il tiro di rigore: stilizzata rarefazione di un confronto con se stesso.

L’esempio pare appropriato per affrontare la cifra di un lavoro che consolida la vocazione di Moretti a raccontare il silenzio, l’esilio e l’astuzia: cardini joyciani di ogni esistenza decente, nel senso più proprio del termine. Nessun uomo è più distante dal mondo di colui che sia chiamato per compito istituzionale a fare da tramite con l’Inattingibile: ecco che nella figura di un Pontefice, ineludibile riferimento dell’orizzonte culturale del romano Moretti, si assume il canone dell’impossibilità di un esercizio consapevole del potere. Infatti il Celestino VI di Michel Piccoli resta imprigionato dalla certezza dell’umana inadeguatezza a un ruolo strutturalmente impossibile, perché aggravato dalla natura stessa dell’essere vivente. L’originalità della sceneggiatura morettiana, per quel che ne è emerso dalle maglie strettissime del segreto, sta nel ricorso a una scienza spiazzante, almeno per i riferimenti vaticani: la psico-analisi, preferibile a declinarsi con tanto di trattino secondo la dizione sveviana, è infatti una disciplina mai accreditata di piena cittadinanza nell’orizzonte cattolico. La storia dei rapporti tra Chiesa e dottrina freudiana, infatti, è costellata di incomprensioni, anatemi, scomuniche, come d’altra parte è logico, nella prospettiva di una dottrina programmaticamente inconciliabile con il dogma dell’immortalità dell’anima. Padre Gemelli sconsigliava ai fedeli il trattamento in analisi, Pio XII sancì l’inconciliabilità tra psico-analisi e cattolicesimo esecrando in particolare il “pansessualismo” freudiano, né i successori – compreso Roncalli e a dispetto dello specifico moderatismo del Concilio – ebbero modo di rivedere tale ostilità. Perciò desta sorpresa e curiosità la visione morettiana di una Chiesa del dubbio, molto wojtyliana si direbbe, protesa alla ridiscussione delle proprie certezze fino al punto di accogliere oltre le Mura Leonine un discepolo del medico israelita viennese che adoperò i cardini della mitologia greca per fissare i punti del conoscibile nell’animo umano.

Il compito del professionista, definito con vezzo neotogliattiano il migliore («Dobbiamo fare qualcosa subito, perché lei è il più bravo»: così viene accolto in Vaticano Moretti, con la replica scontata «Che condanna, me lo dicono sempre…») è quello di indagare il dubbio del Pontefice designato, per rimediare al vuoto di potere e soprattutto per consentire alla Chiesa di non abdicare alla propria funzione di guida nel mondo, ma non per il mondo. Tra i primi e si direbbe i pochi a visionare in anticipo la sceneggiatura, un uomo di rara erudizione curiosamente accreditato di un possibile futuro proprio da Papa: il “ministro della cultura” pontificio Gianfranco Ravasi, creato cardinale nello scorso autunno da Benedetto XVI. Uomo di libri come di fede, già prefetto della Biblioteca Ambrosiana, Ravasi ha così descritto la prospettiva del film: «E’ la storia di un uomo che si sente incapace di essere all’altezza della missione che gli è stata data». Cioè quella di chiunque abbia sufficiente contezza di se stesso, per comprendere l’impossibilità di governarsi e quindi di estendere la funzione di tale dominio. E’ una ‘palombella vaticana’ quella che forse racconta Moretti, in un tempo in cui mai come prima Occidente e tramonto assumono un’identità semantica irredimibile.

Il trailer del film

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

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