Dopo trent’anni ritorna in Italia la Venere di Morgantina

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di Valentino Salvatore

E’ tornata finalmente in Italia la Venere di Morgantina, dopo trent’anni di esilio. Datata alla fine del quinto secolo a.C., la scultura fu scolpita probabilmente da un allievo del maestro greco Fidia. Una imponente statua alta più di due metri, le cui parti del corpo visibili sono scolpite in pregiato marmo bianco dell’isola greca di Paros. Di tufo calcareo, proveniente dalla zona del fiume Irminio non lontano da Ragusa, è invece la veste finemente drappeggiata e mossa dal vento. Questa opera, capolavoro che per stile e tecnica è paragonabile alle metope del tempio di Selinunte e all’Afrodite dell’Agorà di Atene, ha una storia avventurosa. Viene da Morgantina, antica città multietnica abitata da siculi e coloni greci, dove fu riportata alla luce negli anni Settanta dopo secoli di oblio. Ma venne tranciata in tre parti e trafugata dal ticinese Renzo Canavesi, ricettatore che la vendette alla società Robin Symes Ltd. Come ricostruito poi dagli inquirenti, al prezzo di 400mila dollari, che ben presto lievitarono nella transazione successive. La statua venne infatti messa all’asta a Londra, dove se la accaparrò il Paul Getty Museum al prezzo record di 28 miliardi di lire. La statua venne quindi esposta nel museo Getty di Malibu, nelle Hawaii. Divenne tra i pezzi più rinomati e fu identificata come probably Afrodite. Ma diversi studiosi propendono piuttosto per Kore, oppure Demetra, anche perché ritrovata nella zona di un santuario dedicato a divinità della terra. Intorno alla statua nacque una controversia internazionale, trascinatasi per parecchi anni. Col Getty restio a riconsegnare la scultura, i vari governi italiani che si sono succeduti a tentare la strada della mediazione, senza però tralasciare quella giudiziaria. Nel 2001 il tribunale di Enna condannò il trafficante Canavesi a pagare ben 40 miliardi di lire e a scontare 2 anni di carcere. Per la prima volta una condanna così dura colpiva un ricettatore di opere d’arte.

Continuò a nicchiare però il Paul Getty Museum, che tra l’altro detiene ancora diverse opere italiane tra cui il mai restituito Atleta di Fano, attribuito allo scultore greco Lisippo. Nonostante una perizia sul tufo utilizzato per confezionare la veste della Venere di Morgantina ne avesse accertato l’origine siciliana. I rapporti tra Italia e Getty si fecero ancora più tesi negli anni Novanta, quando venne scoperto e smantellato un giro clandestino di opere d’arte trafugate, il cui traffico era gestito da Giacomo Medici in Svizzera. Coinvolta anche l’ex curatrice dello stesso museo, Marion True, con l’accusa di aver acquistato diversi pezzi rubati in Italia. Travolta dallo scandalo, la donna si dimise dal suo incarico nel 2005 perché finì sotto processo a Roma per esportazione clandestina di reperti archeologici e associazione a delinquere. Proprio lei avrebbe comprato per il Getty Museum reperti di dubbia provenienza per un valore totale di 30 milioni di dollari. Ma tutto si risolse in un nulla di fatto, con l’incalzare della prescrizione. Intanto si lavorava, con un’opera sotterranea e paziente di diplomazia culturale. Da un lato, per ottenere la riconsegna delle opere trafugate, dall’altra per concordare l’eventuale prestito di reperti da esporre come compensazione al Getty. Lo stesso museo, ormai in pesante crisi di immagine, decise di far tornare nel nostro Paese diverso materiale ottenuto più o meno illecitamente. Come una grande coppa attica rossa con scene della guerra di Troia, un’epigrafe da Selinunte, un cratere del pittore di Paestum Asteas, un candeliere bronzeo di provenienza etrusca, nonché migliaia di reperti da Francavilla Marittima (vicino l’antica Sibari).

Solo dal 2007, grazie ad un accordo tra il museo Getty, l’assessorato ai Beni Culturali della Regione Sicilia e il ministero dei Beni Culturali, è stata disposta la restituzione della Venere di Morgantina e di un’altra quarantina di reperti all’Italia. E proprio il 17 marzo – giornata in cui si sono festeggiati i 150 anni dall’Unità d’Italia – la statua è tornata. Restituita dal Getty Museum, è volata prima all’aeroporto di Roma Fiumicino divisa in sette casse. Poi è stata riportata in Sicilia, sbarcando a Palermo da una nave proveniente da Civitavecchia. Quindi, scortata dai carabinieri per la tutela del patrimonio culturale, è arrivata con tanto di basamento antisismico nella cittadina di Aidone (vicino Enna) per essere custodita nel locale museo archeologico. Dove è già esposto il famoso Tesoro di Morgantina, restituito l’anno scorso dal Metropolitan Museum di New York. Le operazioni per ricomporre la statua divisa in pezzi iniziate lunedì, si sono concluse giovedì. Ma per l’inaugurazione ufficiale e l’esposizione al pubblico bisognerà attendere la fine di aprile.

Nel suo tour in Sicilia per giungere ad Aidone, la Venere di Morgatina è stata accolta come una persona cara e famosa lontana da tempo. Salutata con calore tra gli applausi della gente del posto, nella speranza che abbia ritrovato finalmente la sua antica casa. Sperando che, visto il suo rango, sia accolta degnamente. Altrimenti, tanto valeva che rimanesse nel sontuoso e attrezzatissimo museo di Malibu, costruito su modello della famosa Villa dei Papiri di Ercolano.

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

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