Tiziano Terzani, il diario fotografico di un viaggiatore errante dell’Asia

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di Mariano Colla


Sono trascorsi sette anni dalla morte di Tiziano Terzani, e lentamente riaffiorano iniziative che ne ricordano la  intensa vita di cronista e viaggiatore, la sofferenza  e il suo pacato e dolce congedo. E’ di prossima programmazione un film dal titolo “La fine è il mio inizio” con Bruno Ganz ed è anche in corso a  Palazzo Incontro una mostra autobiografica, organizzata dal figlio Folco, dal titolo “Clic! 30 anni d’Asia”, rassegna che raccoglie alcune delle più belle istantanee del Terzani corrispondente di guerra, attento cronista ed acuto osservatore di un Oriente in rapida trasformazione, o involuzione forse, secondo la sua più recente lettura. Una mostra che include riflessioni del Terzani viaggiatore, dell’uomo sensibile e intelligente, testimone della tragica e avvincente  storia di un Oriente in ebollizione. Nel 2004 la figura di Terzani si imponeva sui media nazionali per il profondo senso di equilibrio che scaturiva dalle sue dichiarazioni, frutto di un percorso interiore segnato dalla malattia. Tale malattia ne minava il fisico, ma non lo spirito, che, non curante degli orpelli della sofferenza incombente, andava oltre e riconosceva nella mortalità dell’uomo la possibilità più propria dell’esserci, come, peraltro, sosteneva anche Heidegger, contro cui ogni farmaco o cura rappresentava un illusorio tentativo di sovvertirne l’inevitabile applicazione.

Riscontravo, allora, una emozione quasi collettiva, quasi si fosse trattato di un novello profeta. Oggi, a distanza di sette anni, rivedendo le fotografie in mostra, rileggendo alcuni dei suoi pensieri di contorno e riguardando il filmato della sua ultima intervista tenutasi ad Orsigna, suo paese natale e rifugio ultimo di una irripetibile esperienza di  vita, ho avvertito i segni del tempo che, lentamente, tutto fagocita nell’oblio, ho percepito  una nostalgia come memoria delle emozioni, ho avvertito la violenza di un mondo che tutto sgretola e nulla trattiene, ho ancora sentito la voce di un uomo dai grandi ideali, miseramente naufragati nella dimensione utilitaristica di una umanità che degli accorati messaggi di Terzani, ben poco sembra aver assorbito.

Sette anni fa Terzani  faceva tendenza, nel senso più ricco e nobile del termine. Oggi ci viene riproposto, con voce e presenza  più flebili, con il dubbio che la dimensione  commerciale faccia in qualche modo capolino. Fa male rileggere, in alcune sue frasi, la carica di idealismo alla base delle sue scelte giovanili e la successiva, progressiva disillusione determinatasi a contatto con le testimonianze di vita  vissute nei paesi del socialismo reale. Nel  1975, al termine dei suoi reportage dal tormentato Vietnam, Terzani scriveva: sono venuto qui per capire la rivoluzione, i contrasti di una società apparentemente docile. Il Vietnam era loro e ne avevano ogni diritto al grido di Giai Phong, Giai Phong (liberazione, liberazione). Erano le 12,10 e il Vietrnam era finalmente libero. Si era fatta la storia e piansi.” Un Terzani giovane ed aitante alza il pugno chiuso al cielo, convinto dei valori del comunismo. Le immagini di un Vietnam in festa testimoniano la lettura gioiosa ed ottimistica di una nuova avventura politica. Lettura che doveva infrangersi, alcuni anni dopo, nel corso della esperienza cinese. La militanza ideologica di Terzani, priva di retorici dogmatismi, non va a scapito  del suo  senso critico, peraltro necessario per svolgere con obiettività il lavoro di giornalista. Terzani definiva inizialmente la Cina: “ come il più grande esperimento di ingegneria sociale che l’umanità avesse mai tentato, ossia la ricerca di una società più giusta e più umana. Mi fu subito chiaro che la realtà era meno affascinante dei sogni”.

L’ampia selezione di fotografie in bianco e nero propone immagini di un mondo che non esiste più. I tratti di un popolo ai margini della povertà, le contraddizioni della rivoluzione culturale, volti segnati dalla fatica e dalla sofferenza, giovani con ancora dipinte sul viso espressioni di speranza, miste a stupore. Nell’84 le autorità cinesi arrestano Terzani, colpevole, ai loro occhi, di essere un testimone troppo ingombrante del modello di vita cinese, un osservatore troppo acuto  che non ha voluto essere straniero tra i cinesi, ma ha deciso di raccontare le loro storie, i loro drammi, i loro problemi e ha svelato al mondo  una Cina sconosciuta e mai fotografata. E’ la prima grande delusione e la  prima presa di coscienza  del  fallimento di una ideologia.

Tiziano Terzani sull'Himalaya

Con il Giappone Terzani prende contatto con la modernità asiatica e l’impatto è violento, tale da inquietarlo. Scrive“ il Giappone moderno rende tutto piatto. Noto un modo di vivere spaventoso, i ritmi della vita sono devastanti. Vidi in tutto questo  la maledizione  che aspettava il mondo. Solo nella morte sentivi la grandezza. Nel tempio di Yasakuni, nei musei delle spade,  senti la cultura della morte, della bella morte”. E’ un appunto che mi ricorda il bellissimo film  “Departures, apprezzare la vita vivendo a contatto con la morte”, del regista Yojiro Takita, in cui viene narrata, con una delicatezza e una poesia a noi estranea, la storia del violoncellista Daigo che decide di ritornare nel suo paesino natale dopo che l’orchestra per cui suonava si è sciolta. Qui, a causa di un equivoco, trova lavoro come tanatoesteta (colui che trucca e abbellisce i volti dei cadaveri prima della sepoltura). Il Giappone di Terzani ci viene proposto attraverso istantanee di volti seri e impassibili, di catene di montaggio,  di antichi templi sommersi da grattacieli e tecnologia.

E poi il Tibet, con le suggestive immagini del Potala e con la convinzione che chi  arriva a lambire il tetto del mondo resta vittima del suo incanto. E’ un Tibet ancora parzialmente autentico, dove  la sistematica aggressione  cinese è ancora agli inizi. Il Mustang, remoto e isolato, e la ricerca di se stessi tra picchi innevati e aridi deserti. Nella piazzetta di Lo Montang, improvvisata capitale della ragione, una bambina tiene in mano una bambola dai capelli biondi e gli occhi azzurri. Segno inequivocabile dell’occidente che avanza e Terzani si chiede : “sono anch’io un veicolo della modernità?”.

Segui la puzza dei cadaveri e ti troverai in Cambogia, mi ha detto un soldato” afferma Terzani.  Fotografie impressionanti di uno sterminio epocale: cadaveri gonfi e putrefatti, fosse comuni, scheletri, cumuli di teschi, attorniati da soldataglie ridenti. Le foto di Terzani non sono mai impersonali. Nella bellezza e nella tragedia colgono sempre il gesto dell’uomo, il sentimento insito nell’atto, nella pausa, nella gioia e nella sofferenza, nel bene e nel male. A margine di alcune suggestive immagini scattate sul fiume Mekong Terzani scrive:  “confine tra Laos e Thailandia: da un lato villaggi e capanne immerse nella foresta, barche ormeggiate all’ombra di palme, bagliori teneri delle lucine a olio nel silenzio del fiume che scorre. Dall’altro  i frastuoni e le luci della Thailandia, fagocitata da un modernismo indotto da un perverso abbraccio con l’occidente, ultima barriera ai confini del mondo comunista. Da una parte il passato, dall’altro il futuro. Su quale sponda la felicità?

In questa frase ritrovo le emozioni del viaggiatore oltre che del cronista. La testimonianza di un mondo che lentamente scompare per fare posto a un altro mondo che Terzani non sente suo e che subisce nelle sue travolgenti pulsioni. La mostra raccoglie anche immagini dell’India, dove, dice Terzani, Dio ha ancora mille indirizzi, espone bacheche con reperti di viaggio, passaporti scaduti, foto di famiglia in giro per il mondo, telex, fax, testimonianze relativamente recenti ma che già profumano d’antico.

Dall’Unione Sovietica, ormai ex , con foto che testimoniano un paese a pezzi, proviene un commento conclusivo: “la rivoluzione vietnamita prima, la rivoluzione cinese poi. Poi l’eroismo diventa la quotidianità, diventa l’orrore, la fila per il pane. Grande delusione il socialismo, grande delusione. Direi che l’islam fondamentalista ha preso il posto del marxismo leninismo”.  Come sette anni fa le immagini di Terzani nel suo ashram nell’Himalaya e a Orsigna ci fanno vedere un uomo che si congeda con nobiltà dalla vita quotidiana, relativizzando le cose del  mondo, ricercando nel conforto dello spirito la pace, ritenendo una cosa bellissima disfarsi nella vita del cosmo ed essere parte di tutto.

Il curatore della mostra, il figlio di Terzani, Folco, durante la presentazione della mostra:

Per informazioni:

“Tiziano Terzani. Clic! 30 anni d’Asia. La mostra”, fino al 29 maggio 2011.

Palazzo Incontro, via dei Prefetti, 22 (accesso dalla biblioteca, piano primo).

Orari: tutti i giorni dalle 10 alle 19. Chiuso il lunedì.

Ingresso: biglietto intero 6 euro, ridotto 4 euro.

tel. 06.32810

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

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