I temi caldi della politica secondo Chiara Colosimo

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di Mario Masi

Chiara Colosimo nel 2010 diventa il consigliere più giovane della Regione Lazio dove ricopre la carica di Vicepresidente Commissione Lavori pubblici e politica della casa ed è membro della Commissione Scuola, diritto allo studio, formazione professionale e università. La politica è per lei una missione e quel che rimane di tempo libero lo dedica al pugilato, alla lettura e alla musica. Amante del sigaro e della sua vespa, che ogni giorno la accompagna in giro per Roma.

Affrontiamo con lei i temi più accesi, dalla guerra in Libia, ai disagi giovanili, passando per il sovraffollamento nella carceri e energia nucleare.

Gli ultimi dieci anni sono state combattute cinque guerre sotto l’ombrello della Nato:  Iraq 1990, Serbia 1999,Afghanistan 2001, Iraq 2003 e, ora, la Libia, come spiega che la comunità internazionale non interviene in paesi come la Cina o l’Iran, dove i diritti più elementari sono calpestati quotidianamente?

Come prima domanda non c’è male! Credo che in politica estera si debba valutare caso per caso, analizzare il contesto, la collocazione geografica, culturale, sociale economica e soprattutto la storia di quel paese. Nelle controversie internazionali quindi non ci sono ricette da utilizzare per ogni situazione. I casi ad esempio citati nella domanda sono molto differenti tra di loro. Oggi nel mondo sono decine le nazioni in cui non vengono rispettati i diritti umani. Spesso ci si chiede quanto possa essere esportabile il concetto di democrazia e se questo concetto per come lo viviamo noi in occidente sia adattabile a culture molto diverse da quella europea o nord americana. Ma Cina, Cuba e Iran , i tre esempi forse più eclatanti, il problema non si riduce a forme di governo dittatoriali o sistemi elettorali fasulli. La questione riguarda il fatto che in questi paesi si viene imprigionati, torturati e uccisi se si cerca di ribellarsi a governi sanguinari e oppressivi. Sulla Cina in particolare come movimento giovanile da sempre ci siamo battuti affinché la comunità internazionale prenda posizioni forti e decise, ma non è facile. Visto che parliamo di una potenza mondiale, che siede permanentemente nel consiglio di sicurezza dell’Onu, che ha interessi economici ormai in tutto il mondo e viceversa. L’assegnazione delle Olimpiadi nel 2008 proprio alla Cina potevano essere l’occasione giusta per affrontare determinate questioni, magari partendo anche dalla possibilità di non concedere al governo di Pechino l’organizzazione dei giochi. In Iran abbiamo una situazione gravissima sul piano dei diritti umani, inoltre la situazione si aggrava considerando la situazione di instabilità continua dell’area mediorientale. Permettetemi di chiudere con una provocazione, una mozione Onu ha deliberato un referendum popolare per fermare il conflitto tra Sahara Occidentale e Marocco nel 1990…il popolo Saharawi attende un’azione francese  per poterlo svolgere.

Il 12 e il 13 giugno i cittadini si dovranno esprimere sui quesiti referendari relativi alla privatizzazione delle risorse idriche e ritorno al nucleare. Qual è la sua posizione?

Chiarisco subito una cosa. In questi mesi ho avuto l’occasione di affrontare la questione nucleare per quanto riguarda il Lazio. Ed ho espresso i miei dubbi e la mia contrarietà all’ipotesi di centrali sul territorio regionale. Questa regione ha dato e continua a dare molto sul piano energetico, inoltre risulta essere autosufficiente. Gli investimenti si dovrebbero quindi indirizzare verso fonti di energia alternative. Sul piano nazionale invece, credo che una questione così importante per il futuro dell’Italia non si possa risolvere partendo da basi  ideologiche. La politica comporta delle scelte, e oggi siamo chiamati a scegliere se investire in una tecnologia nucleare che altri paese come Germania e Francia stanno dismettendo o provare per una volta ad essere avanguardia. Nella prima ipotesi ci ritroveremmo in un ritardo imperdonabile, con centrali non sicure al 100% e superate. Sono convinta che di nucleare se ne deve comunque parlare, anzi tutti gli sforzi devono essere fatti nella direzione della ricerca, per un nucleare di quarta generazione, che magari tra 50 anni possa permettere di produrre energia pulita e a costi bassi.

In Italia le carceri scoppiano e il 50% dei detenuti è in custodia cautelare. A questo dramma si aggiunge quello dei bambini costretti a passare i primi anni della vita dietro le sbarre per non separarsi dalle proprie madri. Come si può intervenire?

Il primo problema del carcere è quello del sovraffollamento e, per porre rimedio a questa situazione, ritengo che le uniche strade percorribili siano la modifica della ex Cirielli, l’attuazione di pene alternative e soprattutto il reinserimento del detenuto nella società attraverso il lavoro. Dall’inizio del mio mandato ho preso molto a cuore questa tematica organizzando visite negli istituti romani e laziali e ho attenzionato la situazione attuale ai miei colleghi, ma anche ai cittadini che spesso per mancanza di informazione non possono neppure immaginare in che stato sono le carceri, i detenuti ma anche gli agenti di polizia penitenziaria. Ai problemi economici e strutturali si aggiungono quelli di carattere sociale. Misurare il livello di civiltà di un paese inizia proprio nel valutare il modo in cui quel paese tratta chi ha sbagliato nei confronti della legge e della società. Per fare degli esempi basti pensare alla condizione del carcere di Regina Coeli che oggi raggiunge le 1125 unità, a fronte di una capienza regolamentare di 950,in cui i detenuti devono fare i conti con la mancanza di acqua calda nei mesi invernali. Come regione Lazio, un passo in avanti è stato fatto con la proposta di legge di cui sono firmataria per l’istituzione dell’ ICAM, istituti di custodia attenuata per le madri detenute in cui potranno risiedere insieme ai loro bambini. Una situazione quindi più vicina a quella di una casa famiglia che a quella di un istituto penitenziario con tutto quello che comporta.

I disturbi alimentari non sono più un problema di genere, ma di identità. Gli adolescenti oggi devono fare i conti con ciò che viene universalmente definita come una assenza di desiderio. Questa è l’epoca delle passioni tristi, della scomparsa dell’aspettativa. Qual è il suo impegno per arginare questa nuova piaga sociale?

La mia generazione è costretta a vivere una situazione devastante, la precarietà lavorativa crea di conseguenza un forte senso di sconforto. Ma davanti a questo non posso personalmente accettare uno spirito di rassegnazione. Ho 24 anni e ho iniziato a fare politica quando ne avevo 16, e ho iniziato proprio perché ero stanca di aspettare che qualcuno facesse le cose al posto mio, anche nella mia piccola scuola, volevo scendere in campo, volevo combattere. Senza un forte senso di coraggio e ribellione, quello che oggi forse contraddistingue quelle giovani coppie che decidono nonostante tutto di gettare il loro cuore oltre l’ostacolo e creare un famiglia mentre il mondo le avversa, non si può immaginare un cambiamento. In particolare quest’anno in cui la nostra Italia compie 150 anni, abbiamo cercato in ogni modo di ricordare aI cuori dei giovani italiani che se oggi possiamo sentirci appartenenti ad una Nazione, non è grazie ai giochi di potere, ma grazie a quei folli ventenni che 150 anni fa scelsero di credere in una pazza idea chiamata Italia

Non trova che oggi si parla molto di politica ma pochi la fanno sul serio?

Aggiungerei che purtroppo c’è pure chi ne parla e ne parla male. Qualcuno ha provato a inculcare in noi giovani il concetto dell’antipolitica. Si tende a generalizzare, a vedere la politica e la classe che la rappresenta come una casta con cui fare i conti. Marci sono i politici, la politica è  la splendida arte del fare il bene comune. Di politica, quella vera se ne deve parlare, ma tra la gente, non può essere autoreferenziale, chiusa dentro le istituzioni o nei convegni spot. La si deve fare seriamente, dai municipi al parlamento. Non mi va di dilungarmi in parole che potrebbero sembrare bella ma vuote e già sentite. Per me la politica è una missione. Ma soprattutto un’assunzione di responsabilità nei confronti dei cittadini, di tutti non solo quelli della mia parte.

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

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