Ecologia del vivere: Libia, i giovani e le loro rivoluzioni

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di Stefania Taruffi

Credevo che lotta politica e sociale, il dissenso gridato nelle piazze, la ribellione alle ingiustizie, fossero morti e sepolti da una superficiale accettazione dello status quo. Mi sbagliavo. Forse non è un sentimento propriamente italiano, dove le proteste sono ormai flebili e rare e si accetta passivamente ogni situazione con una sospirata rassegnazione. Tuttavia, laddove non vigono democrazia e diritti fondamentali, dove forse c’è più sofferenza, allora sì, il coraggio civile della lotta si trova. E sono soprattutto i giovani, la principale risorsa del futuro, l’anima creativa e propulsiva di ogni società, a trovare il coraggio di protestare, di uscire allo scoperto per tentare, anche a rischio della propria vita, di operare il ‘cambiamento’. E ogni cambiamento radicale necessita di una rivoluzione.

Mohammad Gheddafi

Negli ultimi mesi giovani tunisini o egiziani sono scesi coraggiosamente in campo gridando al mondo il valore della dignità umana e della libertà dall’oppressione. Di là dalle differenze religiose, spesso strumentalizzate per interesse politico, si scopre dunque una componente di globalità culturale che potrebbe rappresentare l’humus di futuri rapporti pacifici e fecondi tra le due sponde del Mediterraneo. Sentimenti e valori democratici e di tutela dei diritti, che si diffondono globalmente fra i giovani tramite internet, i social network, l’informazione capillare e irrorano le radici culturali di tutto il mondo, trovando terreno fertile proprio laddove tali diritti e libertà sono negati. Giovani con un alto tasso d’istruzione che conoscono le lingue occidentali e che attraverso la rete dei social network reclamano i loro diritti. Giovani colpiti da una disoccupazione in aumento e che non tollerano più un sistema corrotto e dispotico; che non appartengono a gruppi organizzati di qualunque tipo, siano essi religiosi o politici, ma che si ribellano semplicemente in qualità di ‘esseri umani’ liberi, a un regime arcaico che si fonda sull’equazione sicurezza-redistribuzione sociale.

La demagogia dell’estremismo islamico sbandierata da questi regimi, ha cercato di privare i cittadini delle loro libertà fondamentali e ha operato capillari censure a ogni movimento che potesse essere riconducibile a possibili ‘opposizioni’. Le forze di polizia hanno esercitato un potere eccessivo alimentando trasversalmente corruzione e libertinaggio. A tutto questo i giovani si sono ribellati. Dietro di loro non c’è una precisa controproposta politica e nemmeno forze organizzate che siano in grado di costruire e svolgere un ruolo dirigente nella formazione di un percorso democratico. L’Occidente ha sempre considerato questi paesi ‘moderati’, sottovalutando violazioni e illegalità. Qualora si aprissero dei varchi verso un cambiamento di regime, è proprio l’Occidente, soprattutto i paesi limitrofi dell’Europa, che potrebbero aiutare questi paesi a realizzare i progetti per l’Unione per il Mediterraneo, soprattutto rendendoli indipendenti economicamente e avviandoli verso una democrazia. L’Italia ha da sempre avuto un ruolo privilegiato nei rapporti con la Libia e non intende cederlo alla Francia. A ribadirlo oggi è stato proprio il   Ministro degli Esteri Franco Frattini, al termine di un incontro alla Farnesina con il rappresentante della politica estera di Bengasi, Ali Al Isawi: l’ “Italia ha riconosciuto il Consiglio nazionale transitorio (Cnt) dei ribelli come “l’unico interlocutore politico legittimato a rappresentare la Libia”, sulla scia della Francia. Frattini non ha escluso la possibilità di fornire armi ai ribelli come “extrema ratio”, per difendere i civili dagli attacchi di Mohammad Gheddafi: “Qualunque soluzione per il futuro della Libia ha una precondizione“, ha avvertito Frattini, “che il regime di Gheddafi lasci e Gheddafi stesso e la sua famiglia lascino il Paese” (Agi).

Ogni rivoluzione ha il suo prezzo. Molti giovani sono morti, hanno subito mutilazioni, sono stati feriti o arrestati. La sofferenza e il caos sono il ponte verso la libertà. E noi italiani una volta tanto non stiamo perdendo l’unica roccaforte che ci era rimasta nel Mediterraneo. Le vicende libiche ci stanno spostando su una linea politica nei confronti di questo paese decisamente più consona: non ospitiamo più il leader e il suo seguito nei parchi della nostra capitale, inviandogli studentesse da poter convertire all’Islam; sosteniamo invece i giovani ribelli libici per aiutarli a diventare un paese democratico. Mi sembra un bel passo in avanti.

Foto in licenza CC: Maxlider

Stefania Taruffi

Stefania Taruffi

Laureata in Lingue, co-fondatrice di Itali@Magazine. "Fare cultura" è la sua passione.

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