Libro choc: gli orrori dei soldati nazisti dai protocolli della Wehrmacht

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di Valentino Salvatore


Pare che lo stile WikiLeaks, oltre a contribuire alla modifica degli equilibri politici di oggi, sia utile anche ad indagare ed approfondire eventi storici, mostrandone i lati più oscuri e scomodi a colpi di dossier riservati. Sembrava che ormai tutto fosse stato scritto sulla seconda guerra mondiale, ma un libro di prossima pubblicazione, scritto a quattro mani da due eminenti studiosi, è destinato a riaprire il dibattito – e anche le ferite – sul ruolo del popolo tedesco durante le campagne naziste. Si intitola Soldaten: Protokolle vom Kämpfen, Töten und Sterben (cioé Soldati: protocolli del combattere, dell’uccidere e del morire), pubblicato dallo storico Soenke Neitzel e lo psicologo Harald Welzer.

Andando a spulciare circa 150mila pagine di comunicazioni tra soldati tedeschi prigionieri, registrate e trascritte dai servizi segreti degli Alleati, è emersa una diffusa quanto agghiacciante testimonianza del secondo conflitto mondiale. Da parte proprio di chi l’ha combattuto da aggressore e si è macchiato di innumerevoli atrocità. Non solo le famigerate SS, di cui già era tristemente nota la ferocia, quanto l’esercito. Quella Wehrmacht composta da gente comune e magari dipinta da alcuni con accenti quasi cavallereschi. Difatti, poco meno della metà dei tedeschi adulti venne arruolata nell’esercito, durante la guerra. Diciotto milioni di uomini agli ordini di Adolf Hitler, di cui un milione finiti prigionieri nei campi alleati. Viene da riflettere, a scorrere gli estratti che vengono diffusi, sulla “banalità del male” acutamente tratteggiata da Hannah Arendt, che trasforma personaggi ordinari e persino mediocri in lucidi assassini. Chiunque, anche chi pensa di esserne immune, può cadere nel gorgo della violenza perpetrata in maniera assolutamente gratuita in un contesto come quello della guerra. Come tanti conflitti – dai Balcani, al Vietnam, ma anche altri più recenti – dimostrano. Questo libro è l’ennesima prova di come la guerra possa far emergere gli istinti più gregari e primitivi nell’essere umano. Oltre 500 pagine, dove è condensato il “meglio” (si fa per dire) delle conversazioni tra i superstiti delle truppe tedesche, registrate di nascosto. Mentre i servizi segreti statunitensi dell’Office of Strategic Services (OSS) a Fort Hunt puntavano sui soldati semplici, l’Intelligence Service britannico a Trent Park era attento agli ufficiali. Montagne di dattiloscritti che dovevano servire per entrare nella mente dei nemici, per cercare di comprenderli. Ma i soldati della Wehrmacht, non pensando di essere sotto osservazione, si vantavano fra loro proprio dei massacri e delle violenze perpetrate durante le campagne militari. Una carrellata di orrori tra cui per anni i due storici si sono destreggiati e che non risparmiano alcun teatro di guerra. Magari, fanno notare alcuni critici più scettici, non tutte le storie raccontate saranno vere. Ma già il fatto che un soldato potesse vantarsi coi suoi commilitoni di certe azioni, seppure inventate, è comunque indicativo.

Un soldato così parla di una rappresaglia in un villaggio russo: “c’erano i partigiani, è chiaro che dovevamo fare terra bruciata, uccidendo donne, bambini, tutto e tutti”. “In Caucaso se uccidevano uno di noi”, confida il radiotelegrafista Kehrle, “il tenente non aveva bisogno di impartire ordini: pistole pronte, donne, bambini, tuto quello che vedevamo, via!”. Un aviere di nome Pohl descrive le azioni in Polonia, in cui “bombardavamo e mitragliavamo a volo radente attorno a Poznan” e “volevamo fare tutto il possibile con le mitragliatrici di bordo”. E’ indicativa la crescita del sadismo nel combattere: “all’inizio la cosa non mi piaceva, il terzo giorno mi era indifferente, il quarto giorno mi divertivo: era un piacere dare la caccia con la mitragliatrice ai singoli soldati nei campi e farli secchi con un paio di colpi”. Non solo militari nemici, ma anche “i civili incolonnati per strada”. Non ha rimorsi, anzi sì: perché “la gente non mi faceva pena”, ma “uccidemmo anche cavalli, per i cavalli fui dispiaciuto fino all’ultimo giorno”. Senza contare le squallide fanfaronate sessuali, ad esempio quelle descritte dal soldato Wallus, in un bordello per militari a Radom in Polonia: “ci portavano con i camion, ogni donna doveva avere una quindicina di noi ogni ora, ogni due settimane dovevano sostituirle”. Un altro, Reimbold, rende noto il particolare accanimento nei confronti delle donne accusate di essere partigiane: “In Russia prendemmo una spia, le infilzammo i seni con spini, le infilammo la canna del fucile di dietro, poi ce la facemmo. Poi la buttammo giù dal camion, le tirammo granate attorno, figurati, urlava ogni volta che esplodevano vicino!”. Hartigs, un tenente, dichiara di aver “sparato a tutto, tranne che a obiettivi militari” e che “abbiamo ucciso anche donne e bambini nella carrozzina”.

Non estranea alle immani violenze la marina, come afferma un marinaio di nome Solm che nel 1943 parla dell’affondamento di un “cargo trasporta-bambini”. Di quelli, per inciso, che portavano in salvo i ragazzi inglesi in Usa e Canada, affinché scampassero ai bombardamenti indiscriminati in Gran Bretagna a opera della Luftwaffe. “Tutti affogati? Sì, tutti. E la nave? Seimila tonnellate”, commenta laconico. Due piloti, Greim e Baeumer, scherzano su un raid aereo descrivendolo come un odierno videogame: “Avevamo un cannone da 20 mm, volando bassi su Eastbourne abbiamo visto una festa in una villa, abbiamo sparato, ragazze in abito sexy e uomini eleganti schizzavano via nel sangue, amico mio che divertimento!”. Si passa quindi all’Italia, dove un caporalmaggiore riporta gli ordini drastici del tenente: “ammazzatene venti, così avremo un po’ di pace, alla minima loro sciocchezza via altri cinquanta”. “Ra-ta-ta-ta con le mitragliatrici, lui urlava ‘crepate maiali’, odiava gli italiani con rabbia”, continua il testimone. C’è anche una fredda descrizione di uno dei tanti metodici massacri della Shoah, da parte del generale Bruns: “La fossa comune era lunga 24 metri e larga tre e dovevano stendersi dentro come sardine in una scatola. Sopra sei soldati con armi automatiche li finivano con colpi alla nuca, mentre dietro c’era una fila di un chilometro e mezzo che avanzava lentamente in attesa della morte. Una volta arrivati sul bordo dovevano deporre gioielli, borse e poi spogliarsi. Erano quasi tutte donne e bambini piccoli, intorno ai due anni”. I motivi per uccidere un altro uomo sono anche futili, come ammette un soldato chiamato Zotlöterer, che “spara alle spalle ad un francese che andava in bicicletta” perché vuole “solo” rubargliela.

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

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