Libia: Nato, situazione fluida non in stallo. Intanto Gheddafi recupera

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di Paolo Cappelli


Mentre il conflitto libico continua a rimanere al palo, in uno stallo che al momento appare difficilmente risolvibile, la richiesta fatta a Gheddafi da Barack Obama di abbandonare il potere alimenta il dibattito su cosa il Presidente dovrà o potrà fare per influenzare gli eventi futuri. Un crescente numero di decisori ed esperti regionali statunitensi fa notare che tenersi al margine di una guerra nel bel mezzo di un Medio Oriente in preda all’agitazione rappresenta la peggiore opzione possibile. Voci sempre più preoccupate si levano rispetto alla possibilità che l’Amministrazione americana assuma, o cerchi di assumere, una posizione di secondo piano rispetto alle altre potenze internazionali impegnate nella crisi libica.

Nonostante il Colonnello continui a rimanere volontariamente recluso nel proprio bunker a Tripoli e i ribelli abbiano perso il terreno conquistato nell’ultima settimana, ci si chiede se Obama non debba appoggiare coloro che sostengono l’intervento umanitario e che contestualmente guardano con sospetto a un maggior coinvolgimento degli Stati Uniti in Libia. Sul versante opposto, gli interventisti pensano che di leadership dell’America nel mondo debba presupporre qualcosa in più di un approccio attendista. Sul versante europeo continuano le consultazioni a livello politico sul ‘cosa’ fare, ma soprattutto sul ‘come’. Gli Stati Uniti, infatti, non sono i soli ad avere interessi in gioco.

Tra i falchi dell’amministrazione americana, l’ex-sfidante di Obama, il Senatore John McCain, ha affermato che l’istituzione della no-fly zone è arrivata in ritardo: “Poiché abbiamo ritirato i nostri aerei prima di ottenere la vittoria, il Presidente dovrà trovare un modo per armare i ribelli, magari anche attraverso terzi”, ha aggiunto, “unendosi alla Francia e all’Italia, che hanno già riconosciuto il consiglio nazionale transitorio come governo legittimo della Libia”. Le implicazioni umanitarie di uno stallo tattico in Libia sono evidenti. Da un punto di vista libico, trascinare il paese in una lunga crisi politica ed economica e in un conflitto di basso livello che devasterebbe aree anche densamente popolate, comporterebbe un costo in termini di vite umane superiore a quello richiesto nel caso si decidesse di appoggiare i ribelli. Voci interne alla Casa Bianca confermerebbero l’approvazione da parte del Presidente all’invio di elementi della CIA per acquisire informazioni sui ribelli e di unità delle forze speciali per fungere da guida agli attacchi aerei contro le infrastrutture del Colonnello, in aperta violazione della risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che vieta interventi di terra e autorizza l’utilizzo della forza aerea coercitiva al solo scopo di proteggere le popolazioni civili.

Il Generale dell’esercito americano Carter Ham, comandante del Comando per l’Africa (AFRICOM), che ha guidato l’operazione contro la Libia prima che la NATO ne assumesse il controllo, ha accennato alla possibilità di inviare truppe nel paese nordafricano nell’ambito di una forza terrestre internazionale che potrebbe sostenere i ribelli, ma ha anche ammonito che una partecipazione di forze di terra a stelle e strisce potrebbe erodere la credibilità della coalizione internazionale e rendere più difficile ottenere il supporto da parte del mondo arabo. Le operazioni aeree e i bombardamenti mirati sono resi più difficili da una nuova tattica adottata da Gheddafi, quella cioè di disporre forze e veicoli militari nelle vicinanze di infrastrutture come scuole e moschee.

Nel frattempo, la NATO, per bocca del suo Segretario Generale, si è “scusata” per aver colpito ieri una colonna di auto dei ribelli nelle vicinanze di Brega, uccidendone cinque. Ed è sempre dalla sede dell’Alleanza atlantica che viene la richiesta di modificare la modalità di partecipazione del nostro paese alla missione, auspicando un ruolo più attivo, anche considerando l’opzione di sganciare bombe al suolo. Simili auspici vengono anche dal Consiglio Transitorio dei ribelli a Bengasi, che temono un’improvvisa accelerazione delle ostilità in direzione di Bengasi. Al riguardo, ci sono stati colloqui informali tra il Segretario Generale Rasmussen e il Ministro degli Esteri Frattini e prossimamente potrebbero tenersi colloqui anche ad altri livelli.

Di sicuro c’è che al momento ci troviamo esattamente a metà tra un cambiamento di regime e il mantenimento di uno status quo che non può durare, con buona pace dell’ammiraglio Russell Harding, vice comandante dell’operazione Unified Protector condotta dalla Nato in Libia, che vorrebbe la situazione “fluida” e non in stallo. Questioni semantiche.

 

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

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