Mark Twain censurato in nome del politically correct

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di Valentino Salvatore


Mark Twain

“Tutta la letteratura americana moderna viene fuori da un libro di Mark Twain: Huckelberry Finn” così scriveva Ernest Hemingway nel suo Verdi Colline d’Africa. “E’ il nostro libro più bello, e tutto quanto è stato scritto in America viene di lì: prima non c’è niente e dopo niente che lo valga”, aggiungeva lo scrittore statunitense. Queste dichiarazioni, solenni e telegrafiche nel puro stile dell’autore, erano la risposta a Kandinsky che lo aveva interrogato su quali fossero gli autori che lui riteneva più validi. D’altronde, l’epopea adolescenziale di Hucklberry Finn contiene in nuce tutta la voglia di evasione, se non di vera e propria ribellione, tipica di quell’età, ma anche la passione e gli slanci pionieristici dell’America della frontiera e del profondo sud. L’avventurosa odissea in miniatura del ragazzino allergico alla scuola e amico dei reietti (come lo schiavo nero Jim) lungo il grande fiume Mississippi è tutto questo.

Le avventure di Huckelberry Finn, pubblicato ormai nel 1884, rimane uno dei capisaldi della letteratura per i più giovani. Ma non è un libro così innocuo, visto che già un anno dopo la pubblicazione, venne bollato come non adatto ai ragazzi. Sia per il linguaggio troppo crudo e ricco di inflessioni gergali, sia per le vicende narrate, tanto da essere bandito dalla biblioteca pubblica di Concord, in Massachusetts. Non solo, ma raggiunse la poco invidiabile quinta posizione tra i libri più bannati dall’American Library Association negli anni Novanta. Ma l’amico anarchico di Tom Sawyer continua creare imbarazzo persino oggi, in un’America che parrebbe proiettata nell’era moderna. Il romanzo ha infatti subito già diversi mesi fa un’opera di restyling, da parte della casa editrice statunitense New South Book. Circa 200 termini, giudicati “offensivi”, sono stati censurati. Come la parola nigger (negro) che ricorre per la precisione 219 volte, sostituita da slave (schiavo), di certo più politically correct ma meno efficace. Stessa sorte anche per la parola injun (“indiano” in gergo), ritenuta poco rispettosa nei confronti dei nativi americani. Ad operare le correzioni chirurgiche, il professor Alan Gribben della Auburn University di Montgomery, che ha realizzato una nuova versione del testo. Secondo lo stesso Gribben, sostituire questi “due epiteti offensivi” può servire a “evitare la censura preventiva” che hanno subito titoli come questo di Twain. Spesso infatti accade nelle scuole che libri incisivi come quello di Twain, a causa delle espressioni usate o delle tematiche affrontate, subiscano l’ostracismo delle scuole, dagli amministratori locali o dai comitati di genitori, evidentemente scandalizzati da certe letture.

Egli stesso ammette di trovarsi in imbarazzo nel leggere ad alta voce durante le lezioni certi dialoghi contenenti parole offensive: “ogni decennio che passa queste offese sembrano guadagnare la loro capacità di impatto, piuttosto che perderla”. Ma Twain descrive con crudo realismo proprio la realtà americana della metà dell’Ottocento, fatta di razzismo e schiavitù. La sua era però anche una denuncia, tanto che si distinse come sostenitore per l’emancipazione dei neri, aiutando il suo amico Booker T. Washington per l’apertura di scuole per afro-americani e facendo donazioni al NAACP (National Association for the Advancement of Colored People). Ma altri studiosi non hanno apprezzato questi tentativi di igiene linguistica. Perché ad esempio, il valore di quest’opera non è solo letterario ma storico, come fotografia di un passato fatto di violenza e schiavitù, che traspare anche nel lessico.

Il fenomeno di adeguamento al politically correct etnico o religioso è in espansione. Anche altre case editrici corrono ai ripari, temendo che in una società sempre più multiculturale qualcuno possa sentirsi offeso da certe espressioni usate nei testi. Come l’olandese WordBridge Publishing, che l’anno scorso ha rimosso il termine dal titolo e dal testo del racconto di Joseph Conrad The nigger of Narcissus, del 1897.

Interessante analizzare la realtà degli Usa, storicamente in bilico tra libertà di espressione e occhiuto moralismo. Secondo un sondaggio della società Harris, realizzato su 2379 americani adulti e pubblicato recentemente, solo il 13% si è detto a favore del ritocco di Huckelberry Finn. Circa il 77% si è detto contrario. Le percentuali cambiano di pochissimo a seconda della posizione politica, per quanto riguarda eventuali modifiche del libro di Twain: sia conservatori, sia moderati, sia liberali sono contrari, attestandosi al 77% circa. Il range è più ampio in base al grado di istruzione: i più acculturati per l’87% sono contrari alla censura di Huckelberry Finn, mentre si oppone solo il 73% chi è arrivato alle high schools. Differenze ci sono anche se si considerano i gruppi etnico-culturali:  l’80% dei bianchi è contrario alla censura del libro in questione, ma la percentuale scende tra gli ispanici (71%) e tra i neri (63%).

Da Huckelberry Finn si passa poi al giudizio sulla presenza di libri nelle biblioteche scolastiche. La maggioranza ritiene che la Bibbia debba essere disponibile per i ragazzi (83%), ma il dato cala se si parla di libri che trattano l’evoluzionismo (76%) e le altre confessioni religiose. Solo il 59% accetterebbe la presenza della Torah e del Talmud e ancora meno (57%) del Corano. Problemi anche per i libri in cui si parla di vampiri (57%), sempre più diffusi tra i giovanissimi grazie a fenomeni come Twilight. Più resistenze verso testi con riferimenti a droghe o alcool (approvati solo dal 52%), o con stregoneria e magia stile Harry Potter (50%). Senza contare quelli dove è presente il sesso (48%) e la violenza (44%), o quelli dove c’è linguaggio esplicito (bocciati dal 62% degli americani).

Tendenzialmente, i liberali sono, come prevedibile, contrari alla censura dei libri, mentre la percentuale cala tra i moderati e i conservatori. Allo stesso modo, sono più bacchettoni sulla disponibilità di certi libri gli anziani rispetto ai giovani. Ma c’è una piccola sorpresa, che è segno probabilmente della maggiore secolarizzazione delle giovani generazioni americane. Per quanto riguarda la Bibbia, l’andamento è in parte invertito, sebbene si parli sempre di minoranze esigue. Per il 15% degli echo boomers (quelli tra i 18 e i 34 anni) il testo sacro non dovrebbe essere disponibile nelle biblioteche scolastiche, posizione sostenuta solo dal 9% degli over 66. I più giovani però si dicono in maggioranza contrari alla “completa esclusione” di libri dai circuiti di insegnamento, posizione che sfuma con l’aumento dell’età.

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

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