Umberto Eco: memoria e dimenticanza

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di Mariano CollaUmberto Eco


“Mi riferiscono dei colleghi universitari che, a un esame del triennio, essendo l’argomento caduto sulla strage alla stazione di Bologna, vista la perplessità dell’esaminando, ed essendogli stato chiesto se ricordava a chi tale strage poteva essere imputata, il laureando  rispose: ai bersaglieri. Di tutte le possibili risposte, che so,  le brigate rosse, i fascisti, i comunisti, gli anarchici, gli integralisti musulmani, i figli di satana, quella maturata nella testa dell’infelice è probabilmente dovuta all’associazione tra la breccia nel muro della stazione di Bologna e quella di Porta Pia.” Con tale incipit ironico, ma, al contempo preoccupante, Umberto Eco ha iniziato la sua conferenza all’Accademia dei Lincei sul tema “memoria e dimenticanza”. “E’ forse un caso estremo”, dice Eco, “ ma un buon esempio per far notare il pessimo rapporto di molti giovani con il passato. In realtà, tale ignoranza non è limitata solo agli studenti universitari, ma tocca anche i nostri parlamentari, alcuni dei quali, intervistati dalle Iene sull’evento che ha determinato il 150° anniversario del nostro paese, hanno dato risposte strampalate, dalle 5 giornate di Milano alla presa di Roma”.

La domanda che Eco si pone è la seguente: sull’informazione che, quotidianamente, ci perviene e sommerge, e che, ormai, sfugge a ogni tipo di controllo preventivo, intervengono oggettive difficoltà di comprensione, oppure subentra una ridotta intelligibilità a causa di un forte rumore o disturbo di fondo dovuta alla massa informativa?

Eco ritiene che vi siano due tipi di censura, nel senso di inibizioni determinate dalla comunicazione informativa. La prima censura agisce per sottrazione, si basa sulla semplice detrazione  dell’informazione, privata di alcuni elementi parziali o essenziali, tali da alterarne il contenuto. La  seconda forma di censura agisce per moltiplicazione e si attua nella comunicazione informativa poco intellegibile, perché disturbata da fatti e notizie che ne confondono il contenuto, creando un rumore di fondo che ne maschera i significati. Eco, quale semiologo di fama internazionale, non poteva non inoltrarsi, a questo punto, in considerazioni tecniche sulla struttura della informazione e relative elaborazioni che determinano i messaggi e i canali di comunicazione. Nella società contemporanea l’abbinamento tra canali e messaggi sta generando un volume esponenziale di informazioni, a scapito di una reale utilità delle stesse. Nessuno specialista è oggi  in grado di leggere e  studiare quanto viene pubblicato sull’argomento di sua competenza.

Diventa pertanto indispensabile applicare nuovi strumenti  e tecniche di selezione e decimazione delle informazioni. La conservazione  e memorizzazione del tumultuoso sviluppo delle informazione è pura fantasia. L’abbondanza dell’informazione ci allontana dal modello utopico della cultura come conservazione  e ci pone di fronte al problema, ben più drammatico, della cultura come dimenticanza. L’entropia informativa genera necessariamente oblio, smemoratezza. E’ giusto porsi il problema di cosa, in buona sostanza, privilegiare tra una tendenza a conservare e una a dimenticare? Sicuramente si. La cultura contemporanea ce lo impone. La censura interviene, quindi, come strumento indiretto di selezione e filtro, determinato dall’eccesso di informazione. Internet, nel bene e nel male, contribuisce a tale processo, mettendo a disposizione dell’internauta  decine di migliaia di siti ma obbligandolo, altresì, a scegliere quelli con l’informazione più attendibile.

E allora, propone Eco, “mi intratterrò sul tema della cultura vista come strumento per ridurre l’eccesso di informazione e non per conservare l’insieme di informazioni, come si poteva credere sino a poco tempo fa”. L’anima come memoria non è solo ciò che ricordiamo, ma anche ciò che abbiamo dimenticato, ma che , a suo tempo, abbiamo  elaborato. Eco cita Funes, come metafora di Internet. Funes, il personaggio fantastico di Borges, dalla memoria incredibile che tutto ricorda, senza filtrare e senza selezionare, instupidisce, e il suo stato demenziale ben rappresenta  l’effetto che una informazione totalizzante  può produrre non solo sul singolo, ma sulla collettività. Internet consente ad ogni individuo di costruirsi la propria enciclopedia, in una forma  di strutturazione identitaria della  cultura e dell’informazione, non sorretta da una base di confronto e da un insieme di nozioni comuni. In teoria, 6 miliardi di enciclopedie in cui il concetto di enciclopedia viene spogliato del  ruolo guida e di riferimento, a favore di una erronea concezione di democrazia culturale. La dimenticanza, quindi, come soluzione paradossale all’overdose informativa.

Già nell’antichità, a fianco di una “ars memorandi”, tecnica mnemonica, attribuita a Simonide, che permetteva di imprimere i dati nella memoria tramite la fissazione di alcuni punti di riferimento visivi, nasceva il desiderio di una “ars oblivionalis”, che lo stesso Temistocle, dotato di memoria straordinaria, auspicava quale modalità per   dimenticare ciò  che non voleva più ricordare. Per proseguire poi con la Plutosofia di  Filippo Gesualdo, nella quale si spiega l’arte del ricordare  ma, anche, le pittoresche tecniche per dimenticare, fatte di suggestive emissioni di fumi e ombre atte a celare e occultare le immagini e i simboli depositati nella memoria. Non c’è un’arte volontaria della dimenticanza, una tecnica che la possa garantire. Come spiega Eco, essa avviene in modo accidentale.

Un dato certo è che l’informazione si è stratificata nel corso dei secoli e della storia, a volte autoselezionandosi sulla base delle evoluzioni e delle trasformazioni culturali, al punto che Nietzsche sostiene la drammaticità e l’influenza perniciosa degli studi storici. Nietzsche è il filosofo del sentire in modo non storico, in teoria del vivere senza ricordo, dell’oblio sistematico della dimenticanza, è lo studioso che invita i giovani ad imparare l’arte della dimenticanza. Nietzsche non aveva del tutto ragione, sostiene ironicamente Eco,  altrimenti oggi non ci ricorderemmo di lui. A un secolo e mezzo dal messaggio di Nietzsche la riflessione sulla dimenticanza culturale si è moltiplicata.

Esiste una soluzione che sappia coniugare informazione ed evoluzione culturale, una soluzione che sappia filtrate l’eccesso e ci consenta di concentrarci su ciò che conta, che ci permetta di ricordare il significativo e di annullare il superfluo?

Una  soluzione univoca forse non c’è. Eco fa riferimento a un concetto di enciclopedia “media” , insieme di enciclopedie vere e proprie, come la Britannica e la Treccani, che ci garantiscono il ricordo, per esempio, dei grandi fatti storici, dei principi della fisica e altri eventi che la collettività ha rimosso.

La cultura seleziona i dati della propria memoria. Ma come evitare che un filtraggio errato, come è accaduto nel Medioevo, dimentichi per dieci secoli  Platone?

Una possibile soluzione, elaborata dalla cultura contemporanea forse più avveduta, è la così detta latenza del sapere, una enciclopedia specializzata o “media” che depone le informazioni in eccedenza in una specie di surgelatore, da cui vengono riprese e riattualizzate quando servono. Una specie di tecnica dell’archivio, con un gioco di rimandi virtuali. Quindi, non tanto una contemporaneità di fonti informative, quanto un sistema che ponga in latenza testi ed informazioni, ciò che Eco chiama una “enciclopedia massimale”, struttura a fisarmonica che un giorno potrebbe allargarsi più di quanto oggi appaia.

Se le culture sopravvivono è perché i loro testi fondatori hanno posto in latenza molte loro nozioni. La soluzione sta nella recuperabilità di ciò che è stato cancellato. Cancellare sì, ma con la possibilità di recuperare ciò che è in latenza.

Forse, al ragazzo menzionato all’inizio dovremmo insegnargli una nuova arte della memoria e della dimenticanza, quale strumento per accedere ai depositi della latenza”.

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

One Comment

  1. VGiorgis
    12 giugno 2012

    a qualcun altro dovremmo insegnare il concetto di pleonasmo.

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