Siria: rivolta soffocata nel sangue

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siriadi Paolo Cappelli

Secondo un nuovo bilancio dell’organizzazione siriana per i diritti umani Sawasiah e in base a quanto riportato da Al Arabiyya, almeno 80 manifestanti sarebbero morti ieri in Siria durante la giornata della collera, segnata da diffuse manifestazioni contro il regime di Bashar Assad. Un portavoce dell’organizzazione ha spiegato alla Reuters che le morti si sono verificate nel quartiere Barzeh di Damasco e in diversi altri quartieri delle città di Hama, Latakia, Homs e Izra’a. Gli attivisti siriani si sono ritrovati in piazza, dopo la preghiera del venerdì, dando luogo a un insieme coordinato di manifestazioni in tutto il paese per chiedere la democrazia e la messa al bando del partito Ba’ath al potere.

Ammar Qurabi, uno dei leader del movimento, ha dichiti dopo aver inalato gas lacrimogeno. Sono decine di migliaia le persone che inarato che la maggior parte delle vittime si deve a colpi di pistola esplosi dalle forze di sicurezza nel tentativo di disperdere le proteste. Altri sarebbero mor queste ore affollano le piazze e le strade di molte città del paese per chiedere la democrazia e la messa al bando del partito del presidente. L’obiettivo dichiarato è quello di “rovesciare il regime”, come molti degli slogan ricordano. Le manifestazioni sono continuate anche all’indomani della firma, da parte di Bashar al-Assad, del decreto di annullamento dello stato di emergenza in vigore dal 1963 e la cui rimozione è stata una delle richieste principali della protesta.

Qurabi ha apertamente criticato le forze di sicurezza governative per non essere riuscite a superare il primo esame dopo la promulgazione del decreto. Dall’inizio delle proteste, lo scorso 18 marzo nella città di Deraa a sud della Siria, la furia e l’incuria dei comandanti sul campo ha portato alla morte più di 220 persone, secondo un bilancio delle organizzazioni dei diritti umani, che tuttavia non tiene in conto le vittime di questo venerdì di sangue. Nella loro prima dichiarazione congiunta da quando la protesta è iniziata, cinque settimane fa, il comitato locale di coordinamento – che rappresenta tutte le province – ha chiesto “libertà e dignità”, due obiettivi che “non possono essere raggiunti se non attraverso una transizione pacifica e democratica”. Tra le richieste, anche la liberazione di “tutti i prigionieri politicione che “agisca secondo la legge”. L’invito alla mobilitazione, per quello che è stato definito il “Venerdì Santo”, è stato raccolto in molte parti”, lo smantellamento e forze di sicurezza e la loro sostituzione con un’istituzi del paese, dalla città mediterranea di Banias alle città di Deir al Zor e Qamishli nell’est deldell paese. A Damasco, le forze di sicurezza hanno disperso i 2000 manifestanti che si erano assembrati nel quartiere di Midan ricorrendo ai gas lacrimogeni. Tuttavia, testimoni nella città di Hama hanno riferito che la polizia avrebbe aperto il fuoco sui manifestanti mentre questi si dirigevano alltato definito il “Venerdì Santo”, è stato raccolto in molte parti del paesea volta della sede del partito Ba’ath. Ancora le forze di sicurezza avrebbero usato le armi in dotazione contro la popolazione disarmata nel distretto di Barzeh nei pressi di Damasco, e nelle città di Homs e Deraa. 

 

“Estremamente preoccupati”, si sono definiti Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna dopo la più grande dimostrazione contro il regime di Bashar Assad, che è stata anche il giorno più sanguinoso da quando sono iniziate le proteste contro il regime. La Casa Bianca ha chiesto ufficialmente che “il governo siriano eviti di ricorrere alla violenza”. “Deploriamo l’uso della violenza, siamo profondamente preoccupati per le notizieche il ministro degli esteri britannico William Hague, si è detto “estrem provenienti dalla Siria”, ha detto ai giornalisti il portavoce del Presidente Barack Obama, Jay Carney, “e stiamo monitorando da vicino la situazione”. Anamente preoccupato” per le notizie di morti e feriti in tutta la Siria e ha invitato fermamente le autorità siriane alla moderazione con un comunicato, nel quale si legge, tra l’altro: “Condanno l’inaccettabile uccisione di manifestanti da parte delle forze di sicurezza siriane e chiedo alle autorità siriane di rispettare il diritto delle persone a manifestare pacificamente. Le riforme politiche devono andare avanti e iniziare senza indugio. La legge sullo stato di emergenza deve essere revocata nei fatti, non solo a parole”, ha aggiunto lo stesso Hague a un giornalista della BBC.

Da parte sua, Parigi, che amministrava l’area dopo la fine della prima guerra mondiale, fino a quando la Siria non ottenne l’indipendenza nel 1946, ha invitato le autorità a “rinunciare all’uso della violenza contro i suoi stessi cittadini” e ad “attuare senza indugio le riforme”. Il presidente del Parlamento Europeo Jerzy Buzek, invece, ha bollato come “inaccettabile” la “violenta repressione delle manifestazioni pacifiche in tutta la Siria”, aggiungendo che “il regime siriano deve riconoscere che è giunto il momento di soddisfare le legittime aspirazioni del proprio popolo”.

Nessuna reazione, per il momento, da parte del governo italiano. “La Siria è un paese stabile e solido, in cui è soddisfatto il desiderio del popolo di modernizzazione”, ha detto il titolare della Farnesina circa una settimana fa, al termine del suo viaggio in Tunisia, Giordania e per l’appunto Siria. Il ministro degli Esteri, Frattini si è esposto a favore della stabilità di un regime che sino a pochi mesi fa anche l’Italia vedeva come un pericoloso sponsor del terrorismo e della destabilizzazione in Medio Oriente. A Frattini, il presidente siriano avrebbe detto che, a suo dire, tra le cause all’origine delle rivolte (leggasi rivoluzioni) in Tunisia ed Egitto ci sarebbe “la sempre maggiore distanza fra il governo e il popolo”. Non è dato sapere quanto Assad sia lontano dal suo popolo, ma di sicuro è vero il contrario, come sempre avviene quando questo è controllato da un regime oppressivo che non esita a usare la forza letale contro manifestanti disarmati.

È ovvio che la situazione non può che essere definita instabile, dal momento che alla necessità di garantire le necessarie riforme non sembra corrispondere un’altrettanto efficace risposta da parte di un governante che appare quanto meno incapace di reagire politicamente.

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Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

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