La rivoluzione araba preparata dagli scrittori

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rivolta arabadi Paolo Cappelli

La letteratura classica ci ha regalato autori come Omero e Cicerone, quella medievale i Racconti di Canterbury, la Chanson de Geste, le odi di Francesco d’Assisi e Tommaso d’Aquino e la Divina Commedia. Poi vennero l’età cortigiana e la lirica d’amore, Cartesio, Pascal, Milton (il poeta dell’epica inglese), il romanzo picaresco spagnolo di Quevedo, l’ansia di libertà che animò il Settecento con Didierot, Voltaire e Rousseau, la nascita del giornalismo con De Foe in Inghilterra, il teatro drammatico di Gottsched in Germania, quello di Goldoni in Italia. Si giunge alla grande promozione della cultura e del pensiero a cavallo tra Otto e Novecento: autori come Marx, Béquer, Zola, Mallarmé, Dickens, Mann, Joyce, Verga, Croce, Brecht, Montale, Marinetti, Dostoievskij hanno segnato la giovinezza di generazioni di studenti. Il merito più grande di questi pilastri del pensiero, tuttavia, sta nell’averci donato una grande ricchezza: il loro modo di vedere e raccontare la vita. È attraverso questo racconto che si sono formate le conoscenze e le coscienze degli autori successivi, per poi ritrovarsi, in una somma algebrica senza fine, negli autori di oggi; perché c’è mai sottrazione nella storia della conoscenza, solo qualcosa che si aggiunge ad altro.

E ora un piccolo quesito: sapreste citarmi tre autori arabi? Due? Uno solo? Ad eccezione di chi, per scelta di studio o per lavoro, si occupa di culture orientali, poco sappiamo (invero, poco ci occupiamo) di aggiungere alla nostra cultura giudaico-cristiana-illuministico-scientifica anche quei canoni tipici di una civiltà diversa dalla nostra per origine e sviluppo. Prima della stesura del Corano, i popoli arabi, poi islamici, vivevano nella cosiddetta Jahiliyyah, l’età dell’ignoranza, vuoi perché la tradizione veniva tramandata prevalentemente in forma orale, vuoi perché non si hanno notizie certe dello sviluppo di una letteratura pre-islamica prima del VI-VII secolo, cioè prima della raccolta dei racconti di Maometto. Nel IX secolo iniziarono ad affacciarsi, sui banchi dei mercati, le prime raccolte monografiche di istruzioni, idee, racconti, che si andavano ad aggiungere alla già diffusa poesia. Una caratteristica della letteratura araba, però, è di dover fungere da momento di elevazione del lettore, da strumento educativo, piuttosto che rappresentare una semplice evasione.

Era questo l’intento de Le mille e una notte, poema epico e uno dei primi esempi di “storia nella storia”: Sherazade sposa un potente Re, il quale ha l’abitudine di far uccidere le proprie spose il giorno dopo il matrimonio per evitare che possano disonorarlo. Per salvarsi, la ragazza inizia a raccontare una storia durante la notte di nozze, lasciandola a metà. Il sovrano accetterà di ascoltare il prosieguo e tutte le storie che nascono dalla fantasia della giovane vergine per molti altri giorni. Lo stesso vale per il poema romantico Layla e Majnun, storia di due amanti e del loro amore ostacolato dall’ostilità del padre di lei, che impedisce ai due di sposarsi, conducendo l’innamorato alla pazzia.

La letteratura araba visse un momento di grande popolarità nel XIX secolo, con l’affermazione dell’egittologia e del colonialismo culturale, laddove molte opere furono tradotte in lingue europee. Ma non mancò occasione di fare anche l’inverso, tanto era l’interesse per le opere occidentali che, complici i viaggiatori otto e novecenteschi, iniziavano a circolare anche in Medio Oriente e in nord Africa. Fu proprio questa circolazione delle idee che fece nascere un profondo interesse per i cambiamenti sociali e politici del tempo. La questione anticoloniale era tra i temi di maggior diffusione agli inizi del XX secolo, oltre naturalmente alle relazioni con l’occidente, argomento ancor oggi vivo.

Ma la letteratura araba è andata ben oltre questi primi sviluppi. Complice ancora una volta la grande rete e il suo immenso potere di divulgazione, le idee hanno iniziato a trasferirsi di mente in mente. Le traduzioni delle opere degli autori mediorientali e di quelli occidentali hanno iniziato a viaggiare indistintamente da est a ovest e viceversa, arricchendo le conoscenze di tutti. E nel mondo arabo ha presto preso piede un genere che in occidente fa la parte del leone da quasi due secoli in forma strutturata (e da molto di più nella sua forma originaria): il romanzo.

Ne è la prova l’evoluzione subita dalle opere di questo tipo nel mondo arabo negli ultimi 20 anni. La generazione di scrittori che ha preceduto quella attuale trattava temi di portata molto più limitata, prevalentemente ispirati al realismo sociale. Anche i romanzi storici contenevano, più o meno nascosti, dei messaggi moderni. Si trattava di una società araba che viveva perennemente sulla difensiva, guardando con sospetto e spesso rifiutando qualsiasi contatto col mondo esterno, non tanto di idee, come abbiamo scritto sopra, quanto in termini di parametri sociali di riferimento. L’attuale generazione, invece, è dotata di strumenti internazionali e internazionalizzanti, strumenti che consentono di abbattere le barriere e riferirsi a sistemi culturali esterni a quelli “classici”, esprimendo un contatto, o quanto meno un anelito di contatto, con il Vecchio e il Nuovo Continente.

Il tutto si esprime in un crescente numero di prodotti letterari in lingua araba, il cui valore non è sfuggito ad alcuni illuminati letterati e imprenditori britannici ed emiratini, i quali hanno voluto istituire l’International Prize for Arabic Fiction (IPAF), ovvero un premio letterario annuale gestito dalla londinese Booker Prize Foundation e finanziato dalla Emirates Foundation di Abu Dhabi. Il premio, lanciato proprio nella capitale degli Emirati Arabi Uniti nel 2007 e nato da un’intuizione dell’editore egiziano Ibrahim el Moalem e dell’editore inglese George Weidenfeld, mira ad accrescere la diffusione internazionale della narrativa araba attraverso la traduzione delle opere premiate. Unico nel suo genere nel mondo arabo, l’IPAF viene assegnato all’opera selezionata da un collegio di esperti tra quelle segnalate dagli editori e pubblicate nel corso dell’anno precedente la segnalazione. Gli autori finalisti ricevono 10mila dollari, cui si aggiungono i 50mila dollari destinati al vincitore, che si aggiudica anche la traduzione in inglese dell’opera. Ciò garantisce una maggior visibilità e la possibilità di raggiungere, con le proprie idee e la propria creatività, una platea più ampia. Gli editori anglosassoni e italiani, dal canto loro, non sono rimasti a guardare. Sembrano quanto mai interessati a sfruttare questa nuova primavera della letteratura araba che, a ben guardare, rappresenta certamente un’ottima occasione di guadagno. Nel 2009 Bloomsbury ha pubblicato Beirut39, una raccolta di brevi storie di 39 scrittori al di sotto dei 40 anni, mentre Saqi ha presentato il volume dal titolo “Gli scrittori arabi emergenti”. Per la cronaca, sono già diversi i romanzi tradotti in inglese, ma anche in italiano. A titolo d’esempio possiamo citare Azazel di Youssef Ziedan, Oltre il paradisoMansoura Ez Eldin, Pioggia di giugno di Jabbour Douaihy e il quanto mai attuale The American Granddaughter (disponibile in inglese e francese) dell’autrice irachena Inaam Kachachi, ritratto dell’occupazione americana dell’Iraq vista dagli occhi di una giovane anglo-irachena che ritorna nel proprio paese come interprete per l’Esercito USA.

Il romanzo arabo è fortemente cresciuto nell’ultimo decennio, tanto in temi, quanto in stili e forme. Anche chi non legge in arabo, quindi, potrà valutare la varietà e originalità e, come negarlo, la qualità delle opere di questa nuova generazione di scrittori che saranno l’ispirazione di un nuovo mondo arabo, quello che sta nascendo dalle rivoluzioni nordafricane e mediorientali che animano il nostro mondo di oggi.

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

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