‘Lo stesso mare’ al Petruzzelli in prima mondiale

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fabio vacchi

Fabio Vacchi

di Maria Rosaria De Simone

Sono sempre in ritardo. Anche alla prima mondiale di un’opera lirica. Come scusante ho che sono partita da Roma ed arrivata a Bari per assistere alla trasposizione lirica del romanzo “Lo stesso mare” dello scrittore israeliano Amos Oz, con la regia di Federico Tiezzi. Un viaggio piuttosto lungo, ma ne valeva di certo la pena perché l’evento era atteso con ansia.  Percorro Corso Cavour, con l’incertezza dei turisti, un poco in ansia per il timore di perdermi. Ma finalmente vedo davanti a me il Teatro Petruzzelli.  La sala, magnifica e pomposa, è stracolma. Giusto il tempo di accomodarmi scomodando varie persone, di osservare intorno, di sollevare lo sguardo verso le logge, di fissare l’incanto del soffitto affrescato che, improvviso, cala il silenzio. Il direttore d’orchestra, Alberto Veronesi, solleva la bacchetta con una movenza classicheggiante  e partono le note della sinfonia, contemporanea e materica. E si apre il sipario.

La scenografia, firmata dall’architetto Gae Aulenti, rappresenta un condominio senza pareti. “Bat Yam:qui è una mattina d’estate calda e madida. Una foschia bassa striscia fra i crepacci e un vento stridulo geme come bestia”. Sono le parole con cui inizia l’opera. Sulla scena un susseguirsi di personaggi, un intreccio di storie, aggrovigliate l’un l’altra. E il romanzo di Amos Oz diviene opera lirica. Spesso le parole non hanno bisogno di musica, perché sono musica esse stesse. Spesso la musica non ha bisogno di parole, perché è parola lei stessa. Ma qui, sul palco, sembra che le parole del romanzo “Lo stesso mare” non aspettassero altro che di essere avvolte, rivestite in un delicato abbraccio di note. Una musica, quella del compositore Fabio Vacchi,  che prende la poetica dell’opera e la porta direttamente allo spettatore, che rimane avvinto dalla sensualità e dall’erotismo delle note, che accompagnano le mani dei protagonisti, che si sfiorano in un latente desiderio e che incatenano i  loro fuggevoli sguardi. E’ un susseguirsi di note di struggente lirismo, che evoca le melodie yiddish, che porta gli echi dei canti di Muezzin, rivisitati però alla luce delle tecniche strumentali contemporanee, in un fluire armonico.
Fabio Vacchi, che è uno dei grandi maestri della scrittura musicale contemporanea ha preso alla lettera il desiderio di Oz che l’opera diventasse la celebrazione di “un’orgia affettiva”, nel quale i personaggi imparassero ad uscire dal loro moralismo, dalle loro censure e si aprissero alla scoperta della tolleranza e dell’apertura verso l’altro, in un incontro scevro di preconcetti. E come la scrittura di Oz si libera di ogni dogmatismo etico, politico e religioso verso un sentiero di compromesso alla ricerca della pace, così la rivisitazione musicale di Vacchi si nutre di nuove ricerche estetiche attraverso la commistione di stili diversi.

Tutta l’opera, è percorsa da due tematiche: Il desiderare e l’assenza, che in fondo sono il cuore del libro di Oz e che attraversano le vite dei personaggi. La causa scatenante degli eventi che vanno dipanandosi è Nadia, che canta la prima aria. Lei,  madre e moglie,  improvvisamente muore lasciando suo marito Albert, un commercialista sessantenne e suo figlio Rico, che decide improvvisamente di partire per il Tibet. Alle spalle della donna, in mezzo ad una scena di ponteggi e scale, nel primo atto c’è come sfondo il mare, blu e violento, attraversato da tre usignoli in volo. Altri personaggi si affacciano sulla scena, che nel secondo atto diviene deserto e nel terzo giardino. C’è Dita, una sensualissima ragazza che tutti i personaggi maschili dell’operano desiderano e che è la fidanzata che Rico lascia in Israele. Vi è una donna malata di solitudine. Ma anche, e soprattutto, vi è lo scrittore stesso, che ad un certo punto, diviene personaggio ed entra nella storia. Vita e morte si intrecciano.
Sogno e realtà vanno a braccetto, in un alternarsi di dolore e gioia, di sentimenti di amore in ogni sua forma, ma anche di passioni che rubano l’anima. I diversi registri espressivi dell’opera, portano lo spettatore a scivolare nei tre atti, senza quasi rendersi conto del tempo. Dall’aridità dei rapporti umani emerge il desiderio di incontrarsi per costruire un nuovo modo di rapportarsi. L’opera rappresenta con chiarezza il desiderio di Oz di far trasformare il deserto in giardino, attraverso i personaggi, che imparano a conoscersi, a superare le barriere ideologiche e le divisioni, per una costruzione di nuovi rapporti. “Mi interessa far capire che da anni in Israele s’impegnano in questo: trasformano il deserto in un giardino”. Queste le parole di Amos Oz durante una recente intervista. Parole che il regista Tiezzi ha fatto sue:“E’ l’atteggiamento più giusto: non dico spiegarsi, ma provare a conoscersi”.E questo in fondo è il messaggio dell’opera: tra le persone, tra i popoli, per superare i contrasti e le contese, non c’è nulla di più risolutivo dell’incontro. Per imparare a percorrere un cammino di pace.

Mi sussurrano, tra un atto e l’altro che in sala, davanti a me,  siedono  il giornalista Giovanni Minoli, che in effetti riconosco,  l’oncologo Umberto Veronesi e, direttamente da Montreal, proprio per Vacchi, Jacques Nattiez, uno dei massimi musicologi viventi.

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

3 Comments

  1. 30 aprile 2011

    Che spettacolo!!! Nel leggere questo articolo si assiste all’opera lirica dal vivo, si ascoltano le musiche pur non essendoci l’audio, si sentono recitare gli attori…..E’ proprio come stare seduti in poltrona a teatro!!!!

  2. maria rosaria de simone
    30 aprile 2011

    grazie davvero…ci si sta bene in quella poltrona vero?….ascolta, ascolta…..

  3. maria rosaria de simone
    30 aprile 2011

    grazie…è comoda la poltrona, vero???….ascolta, ascolta….

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