La corona e gli inglesi

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di Mariano Colla
royal family 

Un po’ per curiosità, un po’ per moda e un po’ per frivolezza mi sono fatto catturare dalle lusinghe televisive provenienti dal Regno Unito, e, infoltendo le schiere di telespettatori, numerose come non mai, ho condiviso l’emozione collettiva che ha permeato il matrimonio del secolo tra la “commoner” Catherine Middleton, Duchess of Cambridge  e William Arthur Philipp Louis di Windsor, probabile erede al trono di Inghilterra.

“The royal family” ha, per la circostanza, sfoderato una maestosa ed imponente coreografia, secondo i vecchi canoni della tradizione inglese, ma, ha anche dato spazio a quelle infrazioni procedurali o di stile che hanno consentito al Times di affermare che in ogni recente manifestazione che coinvolge la monarchia vi è “always something old and something new”. Il meglio dell’apparato reale ha percorso le strade del centro di Londra. Sontuose Rolls Royce , Bentley, carrozze intarsiate, trainate da splendidi puledri di razza, guardie in alta uniforme e via via tutti i simboli di ciò che una volta significava impero, hanno riportato alla memoria la grandezza britannica.  I volti sorridenti dei futuri sposi, di pargoli e ancelle e dei vari esponenti della casata Windsor, han fatto da cornice alla contenuta gestualità in guanti bianchi con cui gli esponenti della casa reale replicavano alle ovazioni e agli applausi della folla.  Come nella fiaba di Cenerentola, il principe William era vestito di rosso, divisa da colonnello delle Irish Guards, e la bella Kate reclamava una particolare attenzione per l’eleganza del vestito e per un portamento in parte naturale, in parte certamente frutto delle lezioni della real casa.

Vi erano tutti gli ingredienti di una fiaba senza tempo: il rampollo reale e la  giovane borghese  che   coronava il suo sogno d’amore sposando il  principe azzurro. Una fiaba in grado di esorcizzare, anche solo per un giorno, le preoccupazioni di un paese ancora attanagliato dalla crisi economica. E il popolo inglese ha risposto, come sempre, in massa alle stimolanti attrattive dell’evento reale. Londra, città in eterno movimento, si è fermata. Manifestazioni di giubilo e di affetto accompagnavano il lento scorrere del corteo reale. Moltitudini innumerevoli manifestavano il loro entusiasmo. Entusiasmo e  partecipazione ancora una volta generati dall’attaccamento  degli inglesi alla loro antica monarchia, i cui matrimoni, nascite e morti raccolgono intorno a sè, e nelle forme più visibili, una intensa e numerosa presenza popolare.

Curioso paese è la Gran Bretagna, prima a introdurre, in Europa, nel 1215, con Giovanni Senzaterra,  una “Dichiarazione dei Diritti” (conosciuta come la “Magna Carta Libertatum”), e prima ad avviare un regime di tipo parlamentare, che pur tuttavia è legata alla proprie tradizioni monarchiche come pochi altri paesi al mondo. Ad un osservatore esterno il senso di partecipazione collettivo può apparire come l’immedesimazione di un popolo nelle vicende della propria monarchia in una dimensione affabulatrice e romantica che coniuga affetto, mito, visioni, come se la monarchia, nel suo inarrivabile e intoccabile mondo,  comunicasse magia e fascino, materie sui cui la gente comune può sognare e fantasticare.

Nei secoli la monarchia inglese non è stata sempre esempio di saggezza e lungimiranza politica, anzi, ma, probabilmente, essa fa parte del DNA dell’inglese, persona fiera e ambiziosa e con un pizzico di perfidia; non a caso, qualcuno ha definito  l’Inghilterra la “perfida Albione”. Residui monarchici volteggiano ancora per l’Europa ma l’attaccamento del popolo inglese alla corona e a tutto ciò che la circonda, dal gossip ai drammi, va oltre il comune senso di apprezzamento delle istituzioni.
E’ pur vero che la stampa anglosassone sciorina, quasi quotidianamente, storie e storielle sulla famiglia reale, la cui vita fa parte, soprattutto con l’avvento della TV, di una perenne “soap opera”, alimentando, in tal modo, l’interesse di una comunità che, bisogna ammetterlo, trova una certa soddisfazione nel “gossip”, ma, ripeto, credo che il legame tra corona e popolo abbia radici più profonde. Mi si potrebbe dire che, in occasione della morte di Diana,  l’istituzione monarchica inglese ha subito forti critiche, ma Diana faceva comunque parte dell’establishment, di quel mondo dorato che deve sempre far sognare e il cui improvviso dramma ha interrotto bruscamente il sogno. Secondo osservatori inglesi le nozze sono un bene per la monarchia perché rispecchiano la storia, la tradizione, la cultura britannica e, nel contempo, la proiettano verso il futuro. La monarchia si deve adattare ai tempi e questo il popolo lo sente, lo avverte.

E’ esplosa una grande wedding-mania, sicuramente esagerata, come d’altronde la gadget-mania che ha invaso il paese. La macchina pubblicitaria ha davvero avuto pane per i suoi denti e dal punto di vista economico è stato davvero un boom. C’è stato anche qualche gadget ironico tipo: ‘Thanks for the day off!’. La monarchia inglese esiste da secoli. E’ un’istituzione granitica che il tempo non è riuscito a scalfire. Gli Inglesi ne sono fieri e tutto quanto riguarda la famiglia reale in buona misura li esalta e in maggior o minor misura li coinvolge.

Alla luce di quanto sopra, ho intervistato alcuni miei amici inglesi  per raccogliere le loro  impressioni sul “glamour” associato all’evento e per sondare  le ragioni più profonde che giustificano l’attaccamento dell’inglese medio alla corona, e mi preme riportare qui di seguito alcuni dei loro commenti che giudico più rappresentativi:

“Nel mondo d’oggi, così caotico, così difficile, così pieno di avvenimenti spesso catastrofici, un evento fuori dalle righe, come un matrimonio regale all’interno della monarchia inglese , rappresenta  un’evasione da un modus vivendi pesante e soffocante. Una ventata d’aria fiabesca, una storia d’amore che può ancora far sorridere”.

 

• “La monarchia inglese  con tutti i suoi pregi e difetti resiste nel tempo da secoli. Rappresenta un punto di riferimento importante. La Regina Elisabetta, che regna da quasi 60 anni, è sicuramente un icona, un esempio di fermezza e forza d’animo e i suoi sudditi la rispettano e la amano. Le hanno anche perdonato errori che ciascun essere umano può commettere”.

• “Una giornata di fasto e di festa, che ha incontrato un bisogno di evasione”.

• “Le nozze reali hanno offerto al paese un emozionante interludio che ci ha fatto sentire insieme e ci ha fatto realizzare ciò che possiamo raggiungere come paese”.

• “Di solito non pensiamo alla famiglia reale a meno di una particolare notizia che la riguardi. Tuttavia, nel caso di eventi particolari, come un matrimonio, qualcosa succede. In quei momenti ci sentiamo più vicini alla monarchia forse perché l’evento in sé ci riporta indietro alla storia, alla sofferenza condivisa, all’’unità, insomma a qualche cosa di più forte. Penso  sia il sentimento di possesso. La Monarchia è nostra, noi non la condividiamo con l’Europa e nè l’America  può influenzarla. Le sue radici sono profonde. Ha preso un colpo quando Diana è morta, ma ha fatto grandi miglioramenti da allora. Ha bisogno di  Will e Kate per credere nel futuro  e noi con lei”.

• “ Una incredibile giornata di spettacolo sfarzoso e soprattutto di “ britannicità”.

Ed infine il commento di un poliziotto del servizio d’ordine che , nella sua sinteticità , dice molto :
“noi siamo innanzi tutto  ‘the Queen’s servants’, e  oggi è un piacere assoluto essere qui per servirla in questo modo”.

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

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