Morte Osama Bin Laden: cosa cambia nella lotta al terrorismo?

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di Paolo Cappellitime

Iniziamo dai fatti: Barack Obama, il Presidente della nazione che ha dato il via e guida dal 2001 la guerra contro il terrorismo appare in televisione per annunciare la riuscita di un blitz militare nella città di Abbottabad, a soli 75 chilometri dalla capitale Islamabad e che aveva un unico intento, ovvero uccidere (e non catturare vivo) lo sceicco del terrore. Un’emittente pachistana diffonde una foto di quello che sarebbe stato il volto del cadavere di Bin Laden, in cui si può osservare il volto tumefatto e sfigurato del capo di Al Qaeda. Poco dopo, la stessa emittente rivela che la foto di cui è entrata in possesso non è stata verificata e infatti sembrerebbe essere un clamoroso falso, una mal riuscita elaborazione grafica di precedenti foto circolate nel 2006, non tutte del terrorista. Sarebbero stati prelevati campioni di DNA dal corpo in questione, del quale la Casa Bianca non ha pubblicato alcuna foto. Il cadavere, secondo fonti americane che dalla stampa non è possibile identificare, sarebbe stato già sepolto in mare con rito islamico. Negli Stati Uniti la notizia è stata accolta molto bene e ha portato una considerevole quantità di americani in strada per festeggiamenti con bandiere a stelle e strisce e ubriacature varie. Qualcuno ha rimproverato a questo popolo un sentimento di vendetta e mi piace citare un giornalista sulla BBC, che in un servizio di ieri affermava: “Se non c’è la possibilità che il giudizio sia emesso da un tribunale al di sopra delle parti o se il giudice non ha la forza di emettere una sentenza, ovvero se lo stesso giudice è vicino agli assassini, rimane l’ultima possibilità: farsi giustizia da soli. Condannare la vendetta è giusto, ma solo se questa è ingiustificata o sproporzionata rispetto al male fatto. Nel caso della morte di Bin Laden non c’è sicuramente compensazione”.

Già citando gli aspetti pratici della vicenda, i condizionali abbondano. Ora tentiamo un’analisi. La Global War On Terror fu lanciata dagli Stati Uniti nel 2001 nell’ambito dell’Operazione Enduring Freedom. Allo sforzo militare aderì anche l’Italia e i nostri soldati calcano ancora oggi il territorio afghano. L’11 settembre del 2011 segnerà il decimo anno dall’attacco alle torri gemelle e poco dopo sarà lo stesso anniversario dell’inizio delle operazioni. In tutto questo tempo le forze della Coalizione hanno avuto un solo obiettivo, ovvero trovare Bin Laden, e per un solo motivo: tagliare la testa a una rete terroristica mondiale ispirata da sentimenti prevalentemente antiamericani, che finora avrebbe preso dal saudita le indicazioni utili a perpetrare atti terroristici. Ora, anche Forrest Gump capirebbe che prendere Bin Laden vivo rappresenta un obiettivo strategico, dal momento che rappresenta il cervello in grado di ideare, gestire e organizzare quanto è accaduto e accade. E’ pur vero, come più volte si è letto nelle analisi geopolitiche, che la responsabilità di concepire eventuali attacchi , di organizzarli e di portarli a termine viene affidata da sempre anche a cellule locali, che possono agire in autonomia e contare su indicazioni e istruzioni trasmesse a livello planetario attraverso una fitta rete di contatti e di siti promotori del fondamentalismo islamico via internet. Le conoscenze per costruire una bomba sono, oggi, assolutamente a portata di mano, come dimostrano non solo i casi di Unabomber in passato, ma anche i più recenti atti criminali ad opera di cellule pseudo terroristiche nostrane ispirate all’anarchismo combattente.

E quindi, in spregio a qualsiasi logica o strategia militare, una volta localizzato il capo di questa rete capillare, che teoricamente ha molto da raccontare, si organizza una missione il cui scopo era di “uccidere e non catturare” (sono parole di Obama), cioè non si pensa di prendere e sfruttare una fonte potenzialmente ricca d’informazioni riguardo a strutture, interazioni, geografie e collegamenti. Potrebbe essere una scelta militare, d’accordo e sulle implicazioni ci soffermeremo tra poco. Tutta l’operazione, quindi, mira a uccidere il capo dei terroristi per poi trasportarne la salma in mare aperto e organizzare una sepoltura in mare “secondo il rito islamico”, ma non senza prelevare un campione di DNA da confrontare con quello già in possesso degli americani. Lo stesso Obama ha confermato la morte al mondo dopo che due funzionari dell’Amministrazione gli avevano confermato che la compatibilità tra i campioni era del 99.9%, salvo omettere di dire dove e come fosse stato condotto il test. Ricapitoliamo: morte confermata, niente corpo e niente immagini del cadavere (l’unica che c’era, era un falso riconosciuto), niente interrogatori (i morti non parlano).

Alcuni sospetti terroristi sono già in custodia cautelare sotto numerose giurisdizioni, comprese quelle degli Stati Uniti. A nessuno di loro, al momento, è stato concesso lo status di prigionieri di guerra da parte delle autorità incaricate dell’applicazione della legge, status che peraltro è abbastanza difficile da conseguire, dovendo l’interessato essere un membro di un milizia volontaria, compresi i movimenti di resistenza organizzata e rispondere ai seguenti requisiti:

– essere comandato da una persona responsabile dei propri subordinati;
– avere o indossare un segno distintivo fisso e riconoscibile a distanza (ad esempio un’uniforme);
– imbracciare apertamente le armi;
– condurre le proprie operazioni in conformità alle consuetudini di guerra.

Un sospetto terrorista di al Qaeda soddisferebbe, seppure, solo il primo di questi. Inoltre, l’articolo 5 della terza Convenzione di Ginevra contempla, in un teatro di operazioni, la possibilità di assegnare lo status di prigioniero di guerra “fino al momento in cui lo status venga determinato da un tribunale competente”. E’ il caso, ad esempio, delle operazioni militari in Afghanistan, in cui al momento della cattura, lo status del singolo individuo può non essere immediatamente rilevabile. Tuttavia, assegnare erroneamente lo status di prigioniero di guerra potrebbe portare a situazioni a dir poco bizzarre. In particolare, ogni prigioniero di guerra che fosse un ministro di culto avrebbe diritto a svolgere liberamente la propria funzione. All’atto della cattura, quindi, basterebbe dichiararsi imam. Inoltre, un prigioniero di guerra è obbligato solo a fornire il suo cognome, nome, grado, data di nascita, unità di appartenenza e numero di matricola (o informazioni equivalenti) e non può essere forzato a rivelare altre informazioni. Il discorso in realtà è più ampio, ma quanto detto basta a inquadrare la questione.

Come se non bastasse e anche se non volessimo considerare tutte gli aspetti giuridici legati al diritto internazionale, rimane sempre la possibilità, o la necessità, da parte degli Stati Uniti di dover consegnare il terrorista catturato a un tribunale penale internazionale che, in caso di un attentato come quello dell’11 settembre, potrebbe incriminare i perpetratori o gli ideatori per genocidio. La giurisdizione diverrebbe quindi sovranazionale.

Non si vuole qui affermare che gli Stati Uniti vogliano far passare da morto un terrorista vivo, per poterne fare quello che vogliono. E’ certo, però, che le molte domande poste finora non trovano nessuna risposta logica. E veniamo alla domanda forse più cogente: e adesso? Vale a dire, cosa cambia nella guerra al terrorismo? Ci ritiriamo dall’Afghanistan?

L’Unione Europea, per bocca della portavoce Pia Ahrenkilde, ha già fatto sapere che non aumenterà la sicurezza presso le proprie istituzioni anche se ritiene che “la minaccia del terrorismo è diminuita a seguito della morte di Osama bin Laden”. Diverse nazioni occidentali, inclusi gli Stati Uniti e la Germania, hanno sottolineato la possibilità che l’organizzazione terroristica attui delle ritorsioni. L’inviato dell’Unione europea in Afghanistan, Vygaudas Usackas, ha detto che la morte dello sceicco potrebbe anche avere effetti diretti sullo sforzo bellico in Afghanistan, che fu avviato in proprio in risposta all’azione di al-Qaeda.

Il presidente del Parlamento europeo, tuttavia, si è unito all’opinione di molti leader occidentali, tra cui il Segretario di Stato americano Hillary Clinton, secondo cui , “nonostante il mondo possa oggi sentirsi più sicuro, la lotta contro il terrorismo è ben lungi dall’essere finita”. Ciò è ancor più vero se si considera il fatto che le guerre in Afghanistan e in Iraq, o la guerra diplomatica  con l’Iran, hanno un unico scopo: cambiare il volto geopolitico di una regione instabile e non certo esportare la democrazia.

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

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