Ouroboros – Il serpente che divora se stesso simbolo del tutto universale

di Lara Ferrara

Ouroboros(detto anche Uroboro, Oroboro, Oroborus, Uroboros, Uroborus, Ourorboros) L’Uroboro ,dal greco οὐροβόρος, dove οὐρά, urà, sta per “coda” e βορός, boròs, sta per “mordace”, aggettivo riferito al serpente) è l’immagine di un serpente che si morde la coda e la inghiotte. Questa diffusissima figura simbolica rappresenta, sotto forma animalesca, l’immagine del cerchio personificante l’ eterno ritorno.
È un simbolo molto antico associato all’alchimia, all’ermetismo e allo gnosticismo, rappresenta la teoria dell’eterno ritorno, la natura ciclica di tutte le cose. È associabile a tutto ciò che può essere rappresentato attraverso un ciclo che, dopo aver raggiunto la propria fine, ricomincia dall’inizio ancora una volta, all’infinito.

Esso sta ad indicare l’esistenza di un nuovo inizio che avviene tempestivamente dopo ogni fine. In simbologia, infatti, il cerchio è anche associato all’immagine del serpente che da sempre cambia pelle e quindi, in un certo senso, ringiovanisce. L’Uroboro rappresenta il circolo, la metafora espressiva di una riproduzione ciclica, come la morte e la rinascita, la fine del mondo e la creazione.

Può essere associato anche al simbolo dello Yin e Yang, che illustra la natura dualistica di tutte le cose e soprattutto gli opposti che si completano a vicenda.

Il serpente, uno dei più vecchi e più diffusi simboli mitologici,le sue caratteristiche hanno molto spesso spinto l’uomo alla sua associazione a temi sovrannaturali e ultraterreni. Per esempio il suo veleno è associato, come le piante e i funghi, al potere di guarire, avvelenare, o donare una coscienza espansa (addirittura l’elisir di lunga vita o d’immortalità): il cambiar pelle lo rende inoltre un simbolo di rinnovamento e rinascita che può condurre all’immortalità.

È stato un simbolo fondamentale presso le popolazioni precolombiane, mediorientali, presso gli egizi, i celti e tante altre, ma forse è meno noto ai più il fatto che fosse un animale sacro anche presso le popolazioni del Nord e Centro America: in questo caso raffigurava e simboleggiava la rinascita. Il serpente perde la propria pelle quando è giunto il momento propizio ed è passionale fino alla morte.

È anche mutevole in base alla situazione, talvolta tranquillo per ipnotizzare l’avversario, altre volte rapido e letale con il suo morso velenoso. Passionalità e voglia di uccidere quindi.

Rappresentato in moltissime culture e nelle più disparate situazioni: per esempio il serpente che avvolge con le sue spire un bastone o un albero indica il potere (bastone) che si afferma attraverso l’evoluzione (serpente) fino a permeare l’intero pianeta.

Nella simbologia alchemica l’Uroburo è l’immagine allegorica di un processo, in sé concluso, che si svolge ripetutamente e che avviene attraverso l’aumento della temperatura, l’evaporazione, il raffreddamento e la condensazione di un liquido, ciclo che serve alla raffinazione delle sostanze. Per questo motivo il serpente, che va a costituire un cerchio, è spesso raffigurato con due creature che collegano la bocca alla coda. La creatura superiore, segno della volatilità, è rappresentata come un drago alato, quella inferiore, senza ali, come espressione del fisso.
L’incesto filosofale (coniunctio oppositorum) dell’Alchimista che realizza il filius philosophorum, l’immortale Androgino, che si identifica nella Pietra Filosofale, la sua nascita associata ai pianeti. Infatti il Rebis non è che il prodotto delle nozze alchemiche tra il Mercurio, la donna, il principio lunare, e lo Zolfo, l’uomo, il principio solare.

“La Materia Prima si estrae da te, tu sei la sua miniera, la si può trovare presso di te e trarla da te, e dopo che ne avrai fatto esperienza aumenterà in te l’amore per essa” (Testamentum o Liber de compositione alchimiae di Morieno, trad. latina del 1144)

Il simbolo del serpente così diffamato, non ha nulla di malvagio, né di Satanico e tanto meno di diabolico, perché è il veicolo portatore di vita all’intero creato ed è “penetratore” in quanto è lui il “Christi Serpentis” che si perpetua in eterno senza principio né fine, attraverso le generazioni e in tutti gli Universi.




La Nigredo detta anche opera al nero, è la prima grande trasmutazione alchemica verso una nuova vita

di Lara Ferrara

La Nigredo detta anche opera al nero, è la prima grande trasmutazione alchemica.
Indica la prima tappa nel processo di creazione della Pietra filosofale, quello della putrefazione e della disintegrazione della materia.

Se la materia con cui operano gli alchimisti è lo spirito, allora la Nigredo rappresenta il processo di putrefazione dell’ego. In seguito a questa operazione la materia precipita nel caos originario che precede la creazione. Si tratta della notte oscura dell’anima, quel periodo di intenso smarrimento che prelude ad una crescita di ordine spirituale. In questo spazio i punti di vista personali si dissolvono, i pregiudizi e i preconcetti vengono estirpati, mentre le vecchie idee vengono spazzate via come foglie secche… E ciò che resta è un insopportabile vuoto.

Da un punto di vista iniziatico, questa fase indica il processo di morte simbolica, iniziatica. Il vecchio Io infatti si dissolve per lasciare spazio a una personalità rinnovata e spiritualmente più completa.
In alchimia uno dei simboli della nigredo è la “decapitazione”, e così la “testa del corvo”. Questi simboli si riferiscono alla morte dell’uomo comune, alla morte della sua confusione e del dubbio interiore perché non è in grado di trovare la verità in se stesso. (Johann Daniel Mylius, Philosophia reformata, Frankfurt, 1622)

Scendendo in profondità, permettiamo la putrefazione e la decomposizione di quello in cui siamo stati imprigionati.

Un antico confronto con la realtà interiore che potrebbe essere vissuto come doloroso e depressivo… Ma come toccheremo l’aspetto inconscio della materia, troveremo il seme della luce che ci farà sentire sollevati.

Quando il corpo/l’aspetto materiale/la situazione/la relazione inizierà a decomporsi, saremo protagonisti di un cambiamento di consapevolezza verso il nostro sé interiore.

La nigredo dura per 40 giorni, poiché 40 è il numero della prova: i 40 giorni che Gesù trascorse nel deserto, i 40 giorni di digiuno tra Pasqua e l’Ascensione e i 40 giorni trascorsi nel deserto dagli ebrei.
Ma 40 rappresenta anche la “fine del tempo” della prova o del test, poiché è la moltiplicazione di 8 e 5: 8 è il numero dei nuovi inizi e 5 il numero della grazia.

Il 40 è associato alla lettera ebraica Mem, che significa Fontana di Saggezza. Si tratta di una lettera d’introspezione che ci spinge a scendere umilmente in noi e a interrogarci sulla nostra esistenza. Lo scopo di questa ricerca dell’anima è lo stimolo a rinnovarsi e mantenere una rinascita permanente.

Nella Divina Commedia la Nigredo corrisponde al passaggio di Dante Alighieri all’inferno. Mentre nei vangeli essa può essere associata alla morte di Cristo in croce.

Nella psicologia analitica di matrice junghiana, la Nigredo è stata associata all’archetipo dell’Ombra, vale a dire i contenuti rimossi dell’inconscio. Si tratta di quegli aspetti di sé che l’individuo respinge per via dell’educazione ricevuta o delle influenze dell’ambiente circostante. Il confronto con l’Ombra è molto doloroso e può portare a un periodo di intenso smarrimento. Nei sogni l’Ombra si presenta sottoforma di mostri, presenze demoniache, viaggi nell’oscurità e terribili incubi.

L’incontro con l’Ombra avvia il processo di putrefazione dell’Io, ovvero lo smantellamento da parte dell’individuo di tutto il sistema di credenze che egli aveva su di sè. La concezione che l’individuo aveva di sé si sgretola lentamente per lasciare spazio a un nuovo Io più espanso e rinnovato. Per rinascere, infatti, l’individuo deve prima morire.
E così, con l’ingresso nel caos e la totale dissoluzione della materia, ha fine la prima trasmutazione alchemica. Tutto ciò che prima era struttura, identificazione e ordine, adesso risulta in una massa informe e vivificata dal processo di fermentazione.

Un processo attraverso il quale la vita abbandona gradualmente la materia, dando origine a un composto informe e putrido. Il processo di putrefazione trascina la materia in uno stato di fermentazione, che a sua volta porta alla luce una nuova forma di vita…


Apollo Porge la Coppa al Corvo – (Delphi 8140) Attribuito ad Eufronio o Pistoxeno