A Milano la mostra di Margherita Lazzati, “Fotografie in carcere. Manifestazioni della libertà religiosa”

L’esposizione, curata da Nadia Righi e Cinzia Picozzi, rispettivamente direttrice e conservatrice del Museo Diocesano, realizzata in collaborazione con la Galleria L’Affiche di Milano, presenta 50 immagini in bianco e nero, che documentano il libero esercizio della fede, all’interno del carcere di Milano Opera.

Dal 2011, Margherita Lazzati ha frequentato, come fotografa, la casa di reclusione milanese, nell’ambito del «Laboratorio di lettura e scrittura creativa». Dopo quell’esperienza, che ha portato alla serie dei Ritratti in carcere, Margherita Lazzati ha allargato il suo sguardo verso altre realtà, sempre all’interno dell’istituto.

In particolare, dal dialogo avviato nel 2017 con l’allora direttore Giacinto Siciliano, e proseguito con il suo successore, Silvio Di Gregorio, e con il provveditore Luigi Pagano, è scaturita l’idea di documentare la quotidianità del carcere in tutti i suoi aspetti. Il progetto Fotografie in carcere è nato col fine d’illustrare attraverso la fotografia la corrispondenza tra la realtà e alcuni articoli dell’ordinamento penitenziario, come il numero 58, sulle “manifestazioni della libertà religiosa”.

Le immagini dell’artista milanese ritraggono persone a contatto con la propria fede e con il proprio credo; non solo detenuti, quanto volontari, ministri di culto, agenti, appartenenti a comunità di diverse confessioni religiose, siano essi cattolici, ebrei, evangelici, copti, buddisti, musulmani, còlti nei vari momenti di preghiera e di condivisione.

È proprio la persona, il singolo individuo ad aver attratto l’obiettivo della fotografa, senza alcuna retorica. “Questo è un tema a me molto caro – prosegue Margherita Lazzati. Cerco di rimanere lontana da ogni retorica e di rivolgere la mia indagine unicamente alla “persona”. In questo caso mi sono concentrata sull’esperienza che le persone vivono e condividono: un’esperienza di riflessione, preghiera, speranza, disperazione”.

Margherita Lazzati, con delicatezza e determinazione, invita ad oltrepassare la cinta muraria e ad avvicinarsi di una realtà che è parte integrante della società. Il risultato è molto più di un racconto. Queste immagini non “spiegano” cosa avviene in carcere. Sollecitano invece profondi interrogativi.




Dal 30 novembre 2019 al 26 gennaio 2020 a Palazzo Podestarile, la personale di Matteo Cibic

Dal 30 novembre 2019 al 26 gennaio 2020, Palazzo Podestarile di Montelupo Fiorentino (FI) ospita la personale di Matteo Cibic (1983), la cui carriera testimonia una forte tangenza con la ceramica che l’ha portato a creare diverse collezioni di oggetti iconici, facilmente riconoscibili.

Matteo Cibic (1983) è un designer e direttore creativo italiano. È conosciuto per la creazione di oggetti che si caratterizzano per le loro funzioni ibride e per le forme antropomorfe e cariche d’ironia. Lavora sia utilizzando processi industriali, sia a fianco di piccoli artigiani; le sue opere sono prodotte per marchi del lusso, collezionisti e aziende hi-tech.
Ha esposto in musei italiani e internazionali come il Musée Pompidou di Parigi, lo Shanghai Museum of Glass, il Triennale Design Museum di Milano, il Mudac – Museum of Contemporary Design and Applied Arts di Losanna, oltre che in manifestazioni come la Saint Étienne Design Biennale, Biennale Internazionale d’Arte di Venezia e in gallerie come Rossana Orlandi di Milano, Mint Gallery di Londra, Seeds Gallery di Londra, Secondome Gallery di Roma, Le Mill di Mumbai, Superego di Asti.

L’esposizione, dal titolo Paradiso Dreams, promossa dalla Fondazione Museo Montelupo, col contributo della Regione Toscana nel programma regionale Toscanaincontemporanea2019, curata da Silvana Annicchiarico, presenta una selezione di opere ceramiche tra quelle più significative e innovative di Matteo Cibic.

“Questa mostra – afferma Silvana Annicchiarico – vuole stimolare un cortocircuito fra la grande tradizione artigianale della ceramica montelupina e l’immaginario onirico, fantastico e surreale di un giovane designer dallo sguardo intimamente contemporaneo com’è Matteo Cibic. Intensificare i rapporti e le relazioni fra linguaggi e tradizioni diverse, fra antico e moderno, fra reale e fantastico, fra funzionale e ludico: credo sia questa la strada più feconda per promuovere oggi l’innovazione e la ricerca nel territorio culturalmente ed economicamente fecondo che sta al crocevia fra arte, artigianato e design.”
Il percorso espositivo è articolato in diverse tappe, ognuna delle quali accoglie un progetto diverso, frutto di una specifica visione, che ha generato ogni volta una differente collezione.

Il cuore dell’esposizione è la sezione Montelupo, una serie di oggetti inediti, realizzati appositamente per questo appuntamento con il Laboratorio Ceramiche d’Arte Dolfi di Ivana Antonini, ceramista tra le più conosciute del territorio, con l’obiettivo di reinterpretare, valorizzare e innovare la grande tradizione montelupina.

La mostra si apre con Animagic, una sorta di bestiario immaginario, popolato da animali fantastici realizzati in ceramica placcata oro 24 carati e prosegue con Dermapoliesis, una serie di piante e di forme organiche in ceramica, conservate sotto campane di vetro capaci di preservarne idealmente l’aspetto per poterle trasmettere ai posteri. Si tratta di prototipi che incarnano un’idea di come potranno essere le piante nel futuro, in grado di generare profumi, cookies, maglieria. Una sorta di utopia del futuro in cui la flora e la fauna autoprodurranno materiali lavorati per soddisfare le diverse necessità degli uomini.
La mostra testimonia inoltre l’estrema ecletticità del designer, attraverso il progetto Luce Naga, delle sinuose luci dorate in ceramica che si ispirano alla tipografia indiana. Il percorso prosegue con la sezione Domsai, dei tamagochi da scrivania costituiti da cactus messi sotto delle campane di vetro soffiato e collocati su gambette in ceramica, per poi sfociare nel mondo fantastico di Vasonaso, una serie di opere che rileggono in chiave ironica la quotidianità, al limite dell’ossessione, di Giorgio Morandi e delle sue nature morte piene di vasi, bottiglie e bicchieri. Il progetto Vasonaso conduce Matteo Cibic a realizzare una collezione di 365 vasi, uno al giorno, ognuno dei quali presenta un’appendice a forma di naso. Come le bottiglie di Morandi, anche i suoi vasi sono accomunati da caratteristiche somatiche o di colore e possono essere raggruppati per ceppi genealogici. “Ogni vaso – ritiene Cibic – nasconde un naso, che lo rende unico, gli dà una personalità definita e diventa lo strumento di relazione con gli altri vasi”.

Si tratta di un vero e proprio viaggio nei sogni surreali e metafisici di Matteo Cibic amplificato dallo scenografico allestimento da lui disegnato.




Nuova edizione del Photolux Festival, in programma a Lucca dal 16 novembre all’8 dicembre 2019

Un mese all’apertura della nuova edizione di Photolux Festival, in programma a Lucca dal 16 novembre all’8 dicembre 2019.
Photolux Award, giunto alla terza edizione, è un riconoscimento internazionale dedicato alla fotografia emergente. I curatori e i direttori delle più importanti istituzioni e riviste internazionali dedicate alla fotografia sono stati invitati a proporre progetti di giovani autori emergenti che avessero declinato il tema del Festival: Mondi.
La giuria, composta da Tobia Bezzola, direttore del MASI di Lugano, Nanda van der Berg, direttore di Huis Marseille di Amsterdam e Matteo Balduzzi, curatore del MUFOCO di Cinisello Balsamo (MI), ha decretato come vincitore del Photolux Award, Valentyn Odnoviun, con l’opera Surveillance.
“Basato su un impianto seriale – recita la motivazione – e su una rigorosa e controllata struttura concettuale, il progetto Surveillance di Valentyn Odnoviun rivela diversi e complementari livelli di lettura: un immediato, apparente, rimando a fotografie di astronomia, uno dei temi del festival; una grande varietà formale e cromatica che caratterizza la singola immagine; un profondo significato politico tanto nella scelta dei soggetti specifici – le pareti di carceri dell’ex blocco sovietico – quanto nella capacità di visualizzare i concetti universali di potere, controllo e sorveglianza”.
Il progetto di Valentyn Odnoviun sarà prodotto ed esposto in una delle sedi ufficiali del Festival e inserito all’interno del catalogo.
Le due menzioni d’onore sono andate a Mohamed Keita per l’opera La Renaissance e a Drew Nikonowicz per This World and Others Like It.

Photolux e AFIP International, in collaborazione con 6Mois e Internazionale, hanno promosso un concorso internazionale dedicato al fotogiornalismo e intitolato a Romano Cagnoni, scomparso lo scorso anno, riconosciuto come uno dei fotografi più rappresentativi del XX secolo.
La giuria della prima edizione del Romano Cagnoni Photolux Award, composta da Patricia Franceschetti, Lars Boering, Giovanna Calvenzi, Francesco Cito e Andrei Polikanov, ha dapprima selezionato una shortlist di dieci finalisti (Alain Schroeder, Alberto Masetti, Alessandro Cinque, Alfredo Bosco, Ciro Battiloro, Gianluca Panella, Emiliano Pinnizzotto, Federico Scoppa, Gabriele Cecconi, Heleen Peeters, Javier Fergo, Ranita Roy, Stefano Morelli), quindi ha premiato Gianluca Panella per Bijanibiha, progetto a lungo termine iniziato nel 2012, sulla resistenza palestinese delle donne nella striscia di Gaza. La parola Bijanibiha in arabo significa “dalla sua parte”.
“Questo – racconta la motivazione – è un lavoro di un fotoreporter maschio che documenta le condizioni delle donne nella Striscia di Gaza in tempi di cambiamento nel gioco politico dei partiti nella questione israeliana palestinese. Una resistenza che dalla prima linea si è estesa al tessuto sociale e che ora fa parte della vita quotidiana, per combattere l’annientamento sociale e proteggere la loro dignità”.

Il Festival propone inoltre Intarget Photolux Award 2019, il contest promosso da Photolux e inTarget, agenzia di digital marketing, rivolta ai fotografi e collettivi fotografici, professionisti e non, di qualsiasi genere e nazionalità, che hanno proposto una lettura inedita e originale del tema del Festival.
Il premio, assegnato dalla giuria composta da Nicola Tanzini, fondatore e amministratore delegato di inTarget, Jim Casper, fondatore ed editor-in-chief LensCulture, Moshe Rosenzveig, direttore Head On Photo Festival di Sidney, è andato a Valery Melnikov per Gray zone, un reportage svolto nella regione del Donbass, in Ucraina, poco prima dello scoppio del conflitto.
Diretto da Enrico Stefanelli, in programma dal 16 novembre all’8 dicembre 2019, propone un ricco programma che ruota attorno al tema Mondi | New Worlds, con oltre 20 mostre, diffuse in sei sedi espositive del centro della città, conferenze, workshop, letture portfolio, incontri con i protagonisti della fotografia internazionale.

Le iniziative di Photolux Festival 2019 hanno un elemento comune che le contraddistingue, documentare il desiderio umano di spingersi al di là dei propri limiti, grazie a un programma che varia dalla scoperta di nuovi pianeti attraverso l’esplorazione spaziale fino a un’approfondita analisi delle rivoluzioni sociali e politiche del Novecento, in particolare di questi ultimi cinquant’anni – dall’Iran alla Cina, dall’Est Europa a Cuba –, avvenimenti che hanno consegnato alla storia luoghi diversi da quelli fino ad allora conosciuti, superando confini e convenzioni.

La Biennale Internazionale di Fotografia di Lucca è organizzata con il sostegno del Main partner Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e della Città di Lucca; partner istituzionali: Provincia di Lucca, Fondazione Banca del Monte di Lucca, IMT Scuola Alti Studi Lucca; sponsor: intarget flowing digital, Leica, Pictet Asset Management, Azimut; sponsor tecnici: Sony, Unicoop Firenze.




Luca Lo Pinto è stato nominato nuovo direttore artistico del Macro di Roma

Dopo una lunga e accurata selezione di candidature avvenuta con bando pubblico e partita a luglio 2019, Luca Lo Pinto è stato nominato nuovo direttore artistico del Macro.

Il progetto “Museo per l’immaginazione preventiva” è risultato vincitore tra quelli presentati per essere in grado, secondo la commissione, di “contribuire a una ancora maggior coinvolgimento di pubblici diversificati e contemporaneamente assicurare un alto livello di qualità dell’offerta”.

Luca Lo Pinto, classe 1981, vive tra Vienna e Roma. Attualmente è curatore alla Kunsthalle di Vienna. È co-fondatore della rivista e casa editrice NERO. Alla Kunsthalle Wien ha organizzato le personali di Camille Henrot, Pierre Bismuth, Nathalie du Pasquier, Babette Mangolte, Charlemagne Palestine, Olaf Nicolai e le collettive Time is Thirsty, More than just words, Individual Stories e Function Follows Vision, Vision Follows Reality. Tra le altre mostre da lui curate si segnalano XVI Quadriennale d’Arte (Palazzo delle Esposizioni); Le Regole del gioco (Fondazione Achille Castiglioni); Trapped in the Closet (Carnegie Library/FRAC Champagne Ardenne); Antigrazioso (Palais de Toyko); Luigi Ontani-AnderSennoSogno (Museo H.C. Andersen); D’après Giorgio (Fondazione Giorgio e Isa de Chirico). I suoi scritti sono apparsi su numerosi cataloghi e riviste internazionali.

Dichiara Cesare Pietroiusti Presidente dell’Azienda Speciale Palaexpo:

“A seguito di un bando che ha previsto l’analisi di ogni progetto, colloqui con una rosa di candidati che avevano presentato i progetti ritenuti migliori dalla commissione, e accurate valutazioni su tutte le documentazioni presentate, si è deciso di nominare vincitore del bando Luca Lo Pinto, una personalità

di comprovata esperienza nel settore della curatela di mostre e organizzazione di attività culturali con numerose e qualificate collaborazioni con istituzioni e organizzazioni in Italia e all’estero, che ha presentato un progetto culturale che corrisponde pienamente alle linee di indirizzo richieste dal bando. Contestualmente alla nomina di Lo Pinto, non posso esimermi dal rivolgere un grande ringraziamento a Giorgio De Finis, per lo straordinario lavoro che, insieme a tutto lo staff di Macro Asilo, ha svolto e sta svolgendo.”

L’intento è quello di valorizzare l’apertura, la pluralità, le pratiche discorsive, valorizzando la figura del visitatore quale attivo proponente di contenuti, incoraggiando la presenza di studenti e promuovendo la ricerca e la sperimentazione artistica nazionale e internazionale con particolare importanza data alla collaborazione con le Accademie e gli Istituti di cultura presenti a Roma. Grande importanza sarà data a forme di collaborazione con la Soprintendenza Capitolina nell’obiettivo di valorizzare la collezione, la biblioteca, gli archivi del Macro.




Roberto di Costanzo Atelier, nella storica Via Giulia risorge la Belle Époque dell’arte italiana

Si inaugura il prossimo 18 ottobre, dalle ore 18.30, Roberto di Costanzo Atelier, nel cuore della storica Via Giulia, al numero 111, una serata tra cocktail, musica & arte, in un connubio perfetto, per un best opening irrinunciabile ai cultori dell’arte.

Roberto Di Costanzo Atelier nasce dall’idea del maestro Roberto Di Costanzo, pittore, illustratore, ritrattista, maestro di nudo artistico e disegno dell’architettura, di restituire valore alla maestria italiana del disegno, nella prestigiosa via Giulia, emblema del Rinascimento italiano.

Dopo gli studi presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, si diploma al Centro Sperimentale di Cinematografia in costume, scenografia e arredamento per il cinema, da un decennio si propone al pubblico italiano ed internazionale, attraverso una costante ricerca artistica ed accademica sul Bello in tutte le sue declinazioni.

Le sue opere a china danno vita ad un itinerario la cui intensità espressiva è da rintracciarsi nel fecondo percorso di studi artistici e nella formazione al fianco di grandi maestri del cinema italiano come il Premio Oscar Piero Tosi, suo mentore, da poco scomparso, in memoria del quale l’artista ha deciso di dedicare questa inaugurazione, ed il celebre truccatore delle dive Francesco Freda.

Nell’ultimo anno la sua maestria nel “live drawing” ad inchiostro di china ha impreziosito eventi di prestigiosi luxury brand, quali Aurora e Dolce & Gabbana, ed eventi charity organizzati dalla maison Fendi.

Nel suo studio, immerso in una atmosfera nostalgica che riporta ai salotti ottocenteschi, l’artista ritrae dal vivo su commissione ad inchiostro di china ed altre tecniche, restituendo valore alla pregevolezza italiana del disegno. Di Costanzo, legatosi nei suoi studi ai maestri del Rinascimento italiano, propone nel suo Atelier corsi di disegno dal vivo, disegno del nudo, pittura ad olio, attualizzando e rinnovando l’interesse internazionale per l’arte figurativa in forte crescita. Lo spazio artistico ambisce ad essere sede di incontro e confronto tra appassionati di arte, collezionisti ed estimatori del bello, e dell’armonia attraverso salotti culturali, presentazioni di libri ed eventi su temi di attualità.

L’arpista Brian Meloni Lebano, artista poliedrico, affascinerà i presenti con le sfumature musicali che solo l’arpa può donare, spaziando da brani di Zabel, Glinka, Hasselmans ad un genere più contemporaneo, regalando alla serata un tocco di nostalgico romanticismo.

Una carriera artistica quella del Di Costanzo che lo ha portato ad esporre le sue opere in prestigiose gallerie e luoghi istituzionali italiani ed esteri, quali l’Espace Cardin di Parigi, su invito del Maestro Pierre Cardin (Patrocinio dell’Ambasciata Italiana), l’esposizione presso la Casa dell’Architettura di Roma (Patrocinio dell’Ordine degli Architetti di Roma), l’esposizione presso l’Istituto di Cultura Francese Centre Saint-Louis (con l’autorevole Patrocinio sia dell’Ambasciata Italiana presso la Santa Sede sia del maestro Pierre Cardin), e alla 71sima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia durante la quale rende omaggio a Federico Fellini con una serie di illustrazioni a china ispirate ai suoi film.

Ha presentato i suoi numerosi libri illustrati al Salon du livre di Le Mans, al Salon du livre di Parigi, alla Fiera dell’editoria di Roma e al Salone del libro di Torino, collabora come illustratore per numerose case editrici italiane ed estere, tra le quali Editions Nomades.

Le sue opere figurano in collezioni private e nelle gallerie Galerie de La Sabliere (Parigi), 28 Piazza di Pietra (Roma), Maiocchi 15 (Milano).

Ad oggi, inoltre, è docente presso l’Accademia Italiana di Roma di “Iconografia e disegno anatomico” e “Disegno dell’architettura”, presso l’Accademia del Lusso di Roma di “Storia del costume”, presso la RUFA di “nudo artistico”. Conduce workshop e seminari di landscapes drawings in Italia e all’estero.

Official web site: http://www.robertodicostanzo.it/

Tra le sue ultime mostre personali ricordiamo:

2019“Arcadia – Storie di trionfi a corte” SpazioCima (Roma, Italia)

2018 “Discours d’Amour” presso Galleria 28 Piazza di Pietra (Roma, Italia)

2018 “Rome rencontre Paris” presso Galerie de la Sablière (Parigi, Francia)

2018 “Tributo a Milano” presso Galleria Maiocchi15 (Milano, Italia)

2017 “Doppio Senso” con il maestro Ettore Greco presso SpazioCima (Roma, Italia)

2017 “Tributo a Roma” presso Teatro Sala Umberto (Roma, Italia)

2017 “Human Landscape” presso Galleria 28 Piazza di Pietra (Roma, Italia)

2017 “La mia isola” presso le Terrazze di Eolo (Stromboli, Italia)

2017 “Gatsby in Rome” presso Gatsby Cafe (Roma, Italia)

2017 “Roma Amor” presso P&G Events Via Margutta (Roma, Italia)




A Modena, fondazione Modena arti visive presenta la personale dell’artista israeliana Yael Bartana

A Modena, dal 15 novembre 2019 al 13 aprile 2020 nella sala grande e nelle sale superiori di Palazzo Santa Margherita, Fondazione Modena Arti Visive presenta la personale dell’artista israeliana Yael Bartana (Kfar Yehezkel, 1970).
L’esposizione, curata da Chiara Dall’Olio, presenta sei installazioni video e fotografiche, che si interrogano sul significato di concetti come “identità”, “nazione”, “rito” e sulle valenze anche politiche che, oggi più che mai, queste parole hanno nel mondo contemporaneo.

In un’Italia e in un’Europa che stanno affrontando tensioni nazionaliste e spinte separatiste, l’artista offre spunti di riflessione di grande interesse e sprona a sua volta il pubblico a interrogarsi sul senso di questi temi.
“Partendo dallo stile documentarista dei suoi primi lavori – afferma Chiara Dall’Olio – Yael Bartana è poi passata nella seconda metà degli anni Duemila a creare azioni, rituali collettivi, storie, che pur essendo verosimili, sono in realtà finzioni filmiche, allargando al contempo lo sguardo al mondo europeo, in cui oggi vive”.
“L’ambiguità presente in queste video installazioni – prosegue la curatrice – è quella del confine fra realtà e finzione, ma è anche la mescolanza fra uno stile documentario e una modalità di ripresa tratta dai film della propaganda sionista degli anni Venti e Trenta, con momenti che possono risultare quasi ironici, fino alle ultime opere che portano all’estremo un’estetica raffinata e minimalista, ma al contempo densa di stratificazioni di significati e simbologie”.

Il percorso espositivo che si diffonde su due piani di Palazzo Santa Margherita, si apre con il video in bianco e nero The Recorder Player from Sheikh Jarrah, l’opera più documentaria fra quelle presentate, in cui una ragazza suona un flauto dolce davanti ai militari israeliani schierati in occasione delle manifestazioni contro l’espulsione dei residenti musulmani dai dintorni di Gerusalemme a opera dei coloni israeliani.

La mostra prosegue con il video Tashlikh (Cast Off) l’unico in cui non sono riprese né persone, né azioni, ma solo oggetti simbolo appartenuti a uomini e donne che hanno subito persecuzioni e genocidi nell’ultimo secolo, non solo quello perpetrato al popolo ebraico, ma anche a quello armeno, della ex Jugoslavia, dei paesi africani.
Il titolo Tashlikh – che tradotto in italiano significa gettar via – fa riferimento a una pratica antica dell’Ebraismo, usualmente eseguita nei giorni che portano dalla fine dell’anno vecchio all’inizio di quello nuovo, in cui i peccati dell’anno precedente sono simbolicamente rappresentati da un oggetto, che viene gettato nell’acqua corrente. In questa opera, Yael Bartana lascia fluire oggetti personali come abiti, fotografie, sciarpe che riportano immediatamente alle etnie di appartenenza, che cadono dall’alto su uno sfondo nero e sembrano affondare come se si trovassero nell’acqua.

Nelle sale superiori di Palazzo Santa Margherita, si trova la doppia proiezione di Summer Camp / Avodah. In questo caso, l’artista riprende l’estetica del film Avodah, diretto nel 1935 da Helmar Lerski che sollecitava gli Israeliani a tornare in Patria per edificare uno stato ideale sionista, per ribaltarne la prospettiva e presentare un filmato nel quale racconta la ricostruzione di una casa palestinese – distrutta dalle autorità Israeliane – da parte degli attivisti del Comitato Israeliano Contro la Demolizione delle Case.

Il visitatore sarà poi invitato a entrare nella stanza, dove è proiettato True Finn. L’ambiente riprende quello del salotto della casa nella campagna finlandese, dove si è svolta la performance, chiamata appunto True Finn, che ha visto otto residenti finlandesi di etnie, religioni e provenienze differenti, interrogarsi sul significato dell’essere finlandesi. In quest’opera Bartana si confronta con i meccanismi coinvolti nella costruzione di un’identità nazionale in un contesto completamente differente da quello delle sue origini e sceglie di farlo utilizzando una parodia da reality show.

La rassegna prosegue con il video A Declaration – presente nella collezione della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena – un’opera importante nella carriera di Yael Bartana, in quanto è la prima in cui l’azione ripresa non appartiene alla realtà, ma a una finzione cinematografica creata dall’artista e che documenta un gesto fortemente simbolico, ovvero quello di sostituire la bandiera israeliana, presente su uno scoglio della baia di Jaffa, con un albero di olivo. Diversi sono i livelli di significato: l’ulivo, oltre a essere il simbolo universale della pace, è anche quello della nazione palestinese, e il gesto di piantarlo è una citazione dell’ideologia sionista dell’invito al ritorno del popolo ebraico alla terra natale.
Come racconta la stessa Bartana “l’opera nasce dal mio bisogno di agire, di cambiare la realtà, combinando la sperimentazione del linguaggio cinematografico dei primi film della propaganda sionista”. A Declaration è quindi il primo lavoro in cui l’artista mescola lo stile documentario a quello propagandistico.

La citazione del medesimo stile si riafferma anche nell’ultima stanza in cui è allestita l’installazione fotografica The Missing Negatives of the Sonnenfeld Collection (After Herbert and Leni Sonnenfeld) per la quale Yael Bartana ha scelto alcune immagini dall’immenso archivio dei due fotogiornalisti Leni e Herbert Sonnenfeld che hanno documentato la Palestina / la Terra di Israele fra il 1933 e il 1948.
Adottando lo stesso stile eroico, l’artista ricrea le scene delle fotografie originali, usando giovani arabi ed ebrei arabi come modelli, che interpretano figure di contadini, lavoratori e soldati, belli, gioiosi e pieni di speranza, per dare immagine a un momento utopico che sfida l’etica del movimento sionista.

“Con Cast Off di Yael Bartana” – sottolinea Daniele Pittèri, direttore generale di Fondazione Modena Arti Visive – “apriamo un ciclo di mostre personali che proseguirà in inverno con Kenro e in primavera con Geomhyung Jeong, che ha per protagonisti importanti artisti contemporanei che, pur espressivamente e tematicamente molto differenti fra loro, ci inducono a riflettere su alcuni temi e concetti, il cui uso attuale nei media e nella quotidianità ne ha svilito non solo il significato, ma anche il senso e i valori da essi assunti nelle società umane. In particolare, il complesso lavoro di Yael Bartana, al di là del valore intrinseco delle singole opere, pone sotto una diversa luce concetti quali ‘identità’, ‘memoria collettiva’, ‘ritualità’, ‘appartenenza’, ‘nazione’, termini, oggi, abusati, non solo perché usati troppo o a sproposito, ma anche perché semanticamente violentati. Bartana offre la possibilità di confrontarsi con questi concetti, di considerarli ex-novo, di provare a rivalutarli in una prospettiva e in una dimensione strettamente connesse all’essere e all’agire umani”.

Yael Bartana nasce nel 1970 a Kfar Yehezkel in Israele. Oggi vive e lavora fra Berlino, Tel Aviv e Amsterdam. Ha studiato all’Academy of Arts and Design di Gerusalemme (1992-1996), alla School of Visual Arts di New York (1999) e alla Rijksakademie di Amsterdam (2000-2001). Ha ottenuto un riconoscimento a livello internazionale grazie alla partecipazione a numerose manifestazioni fra cui Manifesta 4 (2002), la 9° Biennale di Istanbul (2005), la Biennale di San Paolo in Brasile (2006, 2010, 2015), Documenta 12 a Kassel (2007) la 54°Biennale di Venezia (2011) dove ha rappresentato la Polonia e la 7° Biennale di Berlino (2012). Fra le sue principali mostre personali ricordiamo quella al Musée Cantonal des Beaux-Arts di Losanna (2017), al Banff Center di Alberta e al Philadelphia Museum of Art (2016), allo Stedelijk Museum di Amsterdam (2014), al Secession di Vienna (2012), al Moderna Museet di Malmö (2010), al MoMA PS1 di New York (2008), e al Kunstverein di Hamburg (2006). Ha partecipato inoltre a numerose mostre collettive, tra cui The Body Extended Sculpture and Prosthetic, Henry Moore Institute, Leeds (2016), Vision of Place: Complex Geographies in Contemporary Israeli Art, Towson University, Maryland e Rutgers University, New Jersey (2015-2016), La Disparition des lucioles, Collection Lambert, Avignone (2014), Recent Video from Israel, Tate Modern, Londra (2010), Acting Out: Social Experiments in Video, ICA, Boston (2009) e The Anxious: Five Artists Under the Pressure of War, Centre Pompidou, Parigi (2008).




Milano, Palazzo Reale – Il Cenacolo, ispirazione senza tempo – 8 ottobre – 17 novembre 2019

In occasione delle celebrazioni in corso per i 500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci, attraverso il claim “Il Cenacolo, ispirazione senza tempo”, Palazzo Reale intende raccontare con due importanti opere distanti 500 anni l’una dall’altra, un arazzo e un film, la fascinazione che il capolavoro di Leonardo ha avuto e continua ad avere sul lavoro e la creatività degli artisti.

Dopo la grande mostra “Leonardo da Vinci 1452-1519. Il disegno del mondo”, allestita in occasione dell’Esposizione Universale del 2015 che raccoglieva circa 250 opere di musei e istituzioni da tutto il mondo, Palazzo Reale ospita nella prestigiosa Sala delle Cariatidi, nell’ambito del palinsesto Milano Leonardo 500 e con la curatela di Pietro C. Marani, un’opera straordinaria, poco conosciuta e di grande importanza per la diffusione dell’arte di Leonardo: l’arazzo dei Musei Vaticani riproducente l’Ultima Cena di Leonardo commissionato, come provano gli stemmi in esso contenuti, da Francesco I re di Francia e da sua madre, Luisa di Savoia.

Per la prima volta dopo il suo restauro, sarà possibile vedere la copia del Cenacolo di Leonardo realizzata ad arazzo fra il 1516 e il 1525, su commissione di Luisa di Savoia e di Francesco I re di Francia. L’arazzo, custodito nei Musei Vaticani, fu tessuto probabilmente in Fiandra su cartone di un artista lombardo (si è ipotizzato che fosse di Bramantino) e rappresenta pertanto una delle primissime copie del capolavoro di Leonardo, destinate a soddisfare le esigenze della corte francese. Con le altre pochissime copie eseguite nei primissimi anni del Cinquecento per la committenza francese, l’arazzo con le insegne di Luisa di Savoia e di Francesco I re di Francia ha svolto un ruolo importante nella diffusione della conoscenza dell’arte di Leonardo in Francia. La nuova datazione che si propone dopo il suo restauro, fa coincidere parzialmente l’esecuzione dell’arazzo con gli anni della presenza di Leonardo ad Amboise ( 1516-1519 ) così che si può ipotizzare che almeno il cartone fosse stato eseguito sotto la sorveglianza del maestro. Donato nel 1533 a Papa Clemente VII, l’arazzo fece ritorno in Italia e da allora non è mai uscito dai Musei Vaticani. In mostra saranno presenti due arazzi dei Mesi di Bramantino, già nella Collezione Trivulzio del Castello Sforzesco di Milano, che rivelano anch’essi, grazie alla loro impostazione prospettica centralizzata, la rimeditazione sul Cenacolo ma anche per contestualizzare la copia della Cena di Leonardo nel quadro del lusso e del gusto raffinato della corte francese e per consentire confronti e nuove riflessioni attributive. Sono inoltre esposti, attraverso medaglie, bassorilievi e dipinti i ritratti dei re di Francia, da Carlo VIII a Francesco I, committente quest’ultimo dell’arazzo vaticano, insieme con sua madre Luisa di Savoia. Una serie di incisioni cinquecentesche, di Jacques Androuet du Cerceau ( 1576-1579 ) mostra inoltre i castelli di Blois, Amboise e Chambord dove è possibile che l’arazzo del Cenacolo fosse esposto prima del 1533 quando fu donato da Francesco I a papa Clemente VII. La sua presenza a Milano accanto alla pittura murale da cui deriva, acquista pertanto una grande valenza simbolica.

Accolta dai Musei Vaticani la richiesta per avere il prezioso arazzo a Milano a condizione che esso fosse restaurato, grazie ad una prima generosa disponibilità dell’allora Direttore dei Musei Vaticani, professor Antonio Paolucci, favorevole al prestito, per impulso del nuovo Direttore dei Musei Vaticani, frattanto subentrato a Paolucci, dott.ssa Barbara Jatta, fu deciso che l’esposizione dell’arazzo, prima ad Amboise e poi a Milano, si sarebbe rivelata occasione di manutenzione e restauro ma anche occasione di studio e di verifica di precedenti ipotesi circa la manifattura dell’arazzo, la sua storia e la sua cronologia.

L’opportunità fu subito accolta dal Comune di Milano che, insieme con il Castello di Clos Lucé ad Amboise, decise dunque di finanziarne il restauro, durato quasi due anni. L’arazzo, mai uscito dai Musei Vaticani, dopo essere stato restaurato e finalmente studiato nelle sue particolarità esecutive e stilistiche da Alessandra Rodolfo e dall’équipe di restauratori dei Musei Vaticani dal giugno a settembre del 2019, ha così potuto essere presentato per la prima volta nel Castello di Clos Lucé ad Amboise, dove Leonardo aveva trascorso gli ultimi anni della sua vita – e dove sarebbe morto il 2 maggio del 1519 – , per venire adesso esposto nel Palazzo Reale di Milano, nella città che ospita l’originale a poche centinaia di metri da piazza Duomo, e cioè nel Refettorio di Santa Maria delle Grazie .

La presenza in mostra di due arazzi della serie dei Mesi Trivulzio prestati dalle Civiche Collezioni d’arte del Castello Sforzesco, si rivela utile a mostrare come gli echi del Cenacolo potessero venir propagati anche attraverso un ciclo profano ma, soprattutto, in considerazione del fatto che questa serie, tessuta a Vigevano tra il 1503 e il 1509, doveva molto probabilmente essere nota a Luigi XII, a Luisa di Savoia e poi a Francesco I, dato che, nel 1507, Luigi XII era stato ospite in casa del Maresciallo Trivulzio alla presenza del fratellastro di Luisa di Savoia, nota estimatrice di arazzi ( come prova l’arazzo con le sue insegne conservato nel Museum of Fine Arts di Boston ) e appunto committente, con suo figlio, della copia ad arazzo del Cenacolo di Leonardo. Il confronto dell’arazzo vaticano con la serie dei Mesi, collocata a Vigevano ma di cui è ben probabile che si parlasse nel fastoso ricevimento del 1507 ( presenti Gaston de Foix, Georges d’Amboise e tutta la nobiltà francese ), potrà anche fornire altri utili elementi sia per ciò che riguarda la tecnica esecutiva e la sua manifattura, sia per ciò che riguarda il suo stile, soprattutto alla luce della nuova cronologia assegnata all’arazzo vaticano, 1516-1525 circa, in un momento che comprende gli anni del soggiorno di Leonardo ad Amboise. Il catalogo della mostra è edito da SKIRA.

Il percorso espositivo offre inoltre un confronto con un evocativo tableau vivant di nove minuti “L’Ultima Cena: Tableau Vivant”, proiettato in anteprima per l’Italia, creato e filmato con meticolosa ed eccellente qualità nei dettagli da Armondo Linus Acosta, con i Premi Oscar, Vittorio Storaro, Dante Ferretti e con Francesca Lo Schiavo.

Nel cinquecentesimo anniversario della morte di Leonardo Da Vinci è dunque significativo che questi leggendari artisti del cinema si siano uniti per ricreare, in un vero e proprio tour de force, la grandezza e lo spirito del dipinto originale. In onore del capolavoro di Leonardo hanno realizzato un’opera di squisita bellezza da esibire in musei, chiese, gallerie e piazze in tutto il mondo con un’installazione così bella da togliere il fiato.

Il quadro vivente “renderà l’esperienza diretta con tutta la passione e l’ispirazione divina possibili”, dice Acosta. Ciascun elemento è stato realizzato con profondo rispetto per Leonardo e per questa sua opera innovativa (1495-1497), in particolare per i parametri inediti della sua prospettiva. Un metodo che consentí a Leonardo di cambiare per sempre la percezione artistica. Il quadro vivente di Acosta è un lavoro che unisce l’arte più pura al teatro grazie ad una tecnica affascinante che consente una visione inedita ed inspirata de L’Ultima Cena; “Ho volutamente ripreso l’opera in un rallentamento estremo perché non considero questo lavoro come un film in sé, quanto piuttosto un quadro. Un Tableau Vivant meticolosamente accurato che possa offrire la possibilità di meditare sui dettagli divini di questo straordinario capolavoro mistico di Leonardo da Vinci.”

La scena si apre poeticamente in un paesaggio senza tempo segnato dalle prime profonde note dello Stabat Mater di Rossini: da questa visione suggestiva, la stanza e la tavola iconica vengono lentamente rivelate in un denso e struggente momento di riflessione: I Dodici Apostoli attendono con impazienza l’arrivo di Gesù.

Mentre gli uomini sussurrano l’un l’altro e si chiedono perché siano stati radunati, Gesù entra, e prende la sua posizione centrale. Dopo aver benedetto sia il pasto che i discepoli, l’annuncio di un tradimento imminente da parte di uno di loro è sentito da tutti.

Il grande classico di Leonardo, pietra miliare della cultura italiana, rappresenta nell’immaginario popolare la rappresentazione definitiva dell’Ultima Cena. Catturata ora in questa ripresa, consentirà agli appassionati d’arte in tutto il mondo di esplorare in modo quasi viscerale la scena, sentendone la profondità ed il valore monumentale. Il quadro vivente rende possibile l’esperienza del dipinto di Leonardo non solo ai visitatori del Refettorio in Santa Maria delle Grazie ma anche a quelli che ora potranno accedervi in una miriade di luoghi nel mondo, dal più intimo al più scenografico.

L’interpretazione che Acosta ha reso de L’Ultima Cena di Leonardo è il culmine del suo impegno personale e di una vita impegnata e spesa alla ricerca d’integrità artistica, comprensione spirituale, passione per la bellezza e di ammirazione profonda per Leonardo Da Vinci. Questa installazione è un’interpretazione d’eccellenza di un momento storico fondamentale e di un capolavoro che continua a risuonare nel tempo come una delle più riverite e celebrate opere d’arte mai create dall’uomo.




In anteprima in Italia al Museo Mudic, lo spettacolo “Il conformista” del giornalista di Rai 1 Guido Barlozzetti. Nei Sassi di Matera.

Sabato 5 ottobre e in replica domenica 6 ottobre, alle ore 20:00, il MUDIC, Museo Diffuso Contemporaneo, presenterà in anteprima in Italia, nei Sassi di Matera, lo spettacolo “Il conformista”, scritto, diretto e raccontato dal giornalista di Rai 1 Guido Barlozzetti.

Tutto il rivoluzionario cinema del regista Premio Oscar Bernardo Bertolucci e le ossessive sensazioni dell’attualissimo e omonimo romanzo di Alberto Moravia proiettati sulla roccia scavata, in uno scenario primordiale, come quello che si respira in un museo intriso di storia antica e contemporanea come il MUDIC.

Uno spettacolo scritto, diretto e interpretato da Guido Barlozzetti, grande esperto di cinema, oltre che autore televisivo per la Rai e scrittore, nato per raccontare il grande cinema di Bernardo Bertolucci, tra i registi italiani più rappresentativi e conosciuti a livello internazionale. Bertolucci ha diretto film di successo come Ultimo tango a Parigi, Novecento e L’ultimo imperatore, che gli valse l’Oscar al miglior regista e alla migliore sceneggiatura non originale. È l’unico italiano ad aver vinto un Oscar per la regia.

Un progetto teatrale che parte dal romanzo omonimo dello scrittore Alberto Moravia, considerato uno dei più importanti romanzieri del XX secolo. Ha esplorato nelle sue opere i temi della sessualità moderna, dell’alienazione sociale e dell’esistenzialismo. Nel romanzo “Il conformista” indaga sul rapporto tra individuo e potere e fa affiorare in maniera prepotente e spiazzante l’ossessione della normalità.

Il progetto visivo dello spettacolo, curato da Massimo Achilli, dialoga con il narratore e con i temi dell’opera, esaltando l’intensità della narrazione, in alcuni momenti dello spettacolo, attraverso la forza evocativa delle immagini. Esso si integrerà perfettamente con lo spazio scenico del MUDIC, attraverso la proiezione diretta sulle pareti cinquecentesche e scavate nella roccia del museo, senza l’utilizzo di schermi. Le letture di alcuni brani tratti dal testo originale di Moravia saranno interpretate da Antonio Montemurro e Angelo Roberti.

Lo spettacolo “Il conformista” fa parte della pre-inaugurazione speciale del MUDIC, pensata per far rivivere Matera, negli spazi del museo, come al tempo di Carlo Levi, quando visitò Matera nel 1935.

Carlo Levi la descrisse così: “Arrivai a Matera..verso le undici del mattino…Avevo letto nella guida che è una città pittoresca, che merita di essere visitata, che c’è un museo di arte antica e delle curiose abitazioni trogloditiche…Allontanatami ancora un poco dalla stazione, arrivai a una strada, che da un solo lato era fiancheggiata da vecchie case, e dall’altro costeggiava un precipizio. In quel precipizio è Matera…La forma di quel burrone era strana; come quella di due mezzi imbuti affiancati…Hanno la forma con cui, a scuola, immaginavamo l’inferno di Dante…Le porte erano aperte per il caldo. Io guardavo passando, e vedevo l’interno delle grotte, che non prendono altra luce e aria se non dalla porta”.

Il MUDIC nasce come luogo dedicato a far avvicinare le persone all’arte, attraverso l’organizzazione e la promozione di progetti culturali come mostre di dipinti, sculture, fotografie o istallazioni, presentazioni di spettacoli, opere teatrali, concerti musicali, libri, film e produzioni audiovisive, conferenze e lezioni sull’arte e sugli artisti, dal passato fino ai giorni nostri, borse di studio e residenze d’arte in cui frequentare corsi di disegno e pittura per sviluppare il pensiero creativo e le facoltà della parte destra del cervello.

Il MUDIC prevede anche la diffusione dei propri progetti in diverse sedi partner del museo, strutture situate in vari punti della città di Matera.

L’obiettivo è dare a questi progetti una maggiore visibilità, visto che Matera è raggiunta ogni anno da migliaia di visitatori da tutto il mondo, in qualità di Capitale Europea della Cultura 2019 e Patrimonio Mondiale dell’Unesco fin dal 1993.

Se hai in mente un progetto culturale da sviluppare o se vuoi far conoscere il tuo lavoro artistico, di qualsiasi tipo, ad un più pubblico più ampio e di respiro internazionale, il MUDIC può aiutarti coprendo parte delle spese per l’organizzazione e la promozione del tuo progetto nell’eccezionale Città di Matera. Invia la tua candidatura su info@mudic.it e noi esamineremo attentamente la tua proposta, comunicandoti l’eventuale accoglienza della stessa e le modalità di partecipazione.

Costruita nel Cinquecento, la sede del MUDIC si attesta “tra le pregevoli case palazziate di via D’Addozio”, così la definisce l’architetto Lorenzo Rota nel libro “Matera. Storia di una città”, grande omaggio scritto dedicato alla città dei Sassi. La sua architettura, delimitata da uno sorprendente marcapiano e da un tipico ballatoio esterno, sembra aver assorbito in pieno la concezione rinascimentale albertiana dell’edificio urbano.

Gli spazi del MUDIC sono in parte scavati nella roccia, ambiente che accoglie un’antica cisterna d’acqua alta più di 5 metri impreziosita da innumerevoli insenature interconnesse tra loro e scolpite dall’acqua, e in parte costruiti in tufo locale, con una serie di arcate che si rincorrono per l’intera struttura.

Proprio in considerazione della straordinaria storia secolare che raccontano le pareti interne ed esterne di questo immobile del Cinquecento, anche i lavori di restauro più importanti che seguiranno questa inaugurazione speciale saranno rigorosamente conservativi.

La caratteristica principale che contraddistinguerà maggiormente il MUDIC rispetto ad altre strutture visitabili nei Sassi di Matera, sarà infatti quella di accogliere con la propria storia originale, in braccio alle sue pareti il più possibile intatte, i dipinti, le sculture, le fotografie, i progetti teatrali, musicali o cinematografici che si terranno. Con il prossimo secondo restauro, si sceglierà nuovamente di non cancellare le tracce di chi ci ha vissuto in passato. Le colature sulle pareti, i difetti delle mattonelle, le sporgenze della roccia e tutto quello che rende unico questo posto resteranno lì, dove e come sono adesso. E sarà proprio questo incredibile vissuto che darà ancora più forza e contrappunto alle attività che si svolgeranno nel museo.

Il logo del Mudic è stato realizzato da Oliviero Toscani, il grande fotografo e creativo italiano noto in tutto il mondo per aver creato immagini corporate e campagne pubblicitarie per marchi come Valentino, Chanel, Benetton e aver dato vita a Fabrica, centro internazionale delle arti e la ricerca della comunicazione moderna, la quale ha realizzato la comunicazione visiva della pre-inaugurazione del MUDIC.




Another little brick in the wall! Dal 5 ottobre 2019 al 6 gennaio 2020, l’Arengario di Monza

Dal 5 ottobre 2019 al 6 gennaio 2020, l’Arengario di Monza, nel cuore del capoluogo brianzolo, ospita “City Booming Monza”, un enorme diorama (60 metri quadri) della più grande città al mondo costruita con oltre 7 milioni di mattoncini.
Ideata da LAB Literally Addicted to Bricks insieme a Giuliamaria e Gianmatteo Dotto Pagnossin, prodotta e organizzata da ViDi in collaborazione con il Comune di Monza, “City Booming Monza” è nata dalla fantasia di Wilmer Archiutti, fondatore di LAB, laboratorio creativo di Roncade, in provincia di Treviso, che realizza forme e architetture di Lego®, mattoncini che colleziona da oltre quarant’anni.

«I Lego sono il simbolo del gioco per eccellenza – dichiarano il Sindaco Dario Allevi e l’Assessore alla Cultura Massimiliano Longo – capaci di stimolare, da sempre, fantasia e creatività. Dalla fine degli anni Quaranta, quando entrarono in produzione, i mattoncini più famosi del mondo hanno sempre avuto la capacità di catturare appassionati di ogni età come una specie di collante tra generazioni. Si tratta di una mostra che abbiamo fortemente voluto perché è un’imperdibile occasione per promuovere la città e regalare a tante famiglie un momento importante di svago».

La mostra conduce i visitatori all’interno di un ambiente magico, ma estremamente realistico, dove nulla è lasciato al caso e ogni angolo nasconde una storia da raccontare.

Durante tutto il periodo, è in programma un calendario di laboratori per consentire ai più piccoli di cimentarsi in attività studiate per stimolare la loro creatività.

Tutto, in “City Booming”, corrisponde al vero aspetto urbanistico di una città: dal centro commerciale alla fioreria, dalla pasticceria al negozio di giocattoli a quello di animali, l’enorme luna-park con tutte le annesse attrazioni, e ancora, dal quartiere residenziale con il barbiere, al negozio di costumi al cui interno si potranno trovare i principali personaggi dei cartoni animati della Walt Disney®.

Sono oltre 6000 le mini figure che abitano gli edifici di “City Booming”; al loro interno, negli appartamenti, arredati e illuminati, i personaggi conducono la loro vita privata; in ogni angolo dei palazzi, delle strade e degli edifici si nascondono sempre curiose scene e particolari accadimenti.

Non mancano inoltre i supereroi come Batman, Wonder Woman, Spiderman, Hulk e molti altri, mischiati tra la ‘gente comune’, cui si affiancano personaggi dei cartoni animati, dai Simpson alla Sirenetta, o celebrità del cinema, quali Sean Connery o Harrison Ford nelle vesti di Indiana Jones.

La città ideata e prodotta da LAB, inoltre, contiene al suo interno diverse realtà e contesti: il quartiere che si affaccia sul mare nelle vicinanze di un enorme luna park, la zona residenziale che si contraddistingue per la presenza di una caserma abitata dai Ghostbusters, una vasta area dedicata alla campagna che consentirà ai visitatori di assistere ad attività come quella dell’aratura, e una fattoria, dalla stalla al fienile con i contadini e gli allevatori intenti a svolgere le mansioni del caso.

Un’esperienza unica nel suo genere che riunisce il lato ludico a quello artistico rivolgendosi non solo ai più piccoli ma anche agli appassionati, ai curiosi e a tutti coloro che amano ampliare i loro orizzonti: la presenza di immagini dell’interno delle costruzioni permette infatti al pubblico di avere una percezione reale e tecnica di quanto è nascosto dietro ogni singola riproduzione. Si possono ammirare i sistemi di illuminazione e i meccanismi che fanno funzionare il treno all’interno del diorama.




Dieci anni di MIA Photo Fair! La prima fiera italiana dedicata alla fotografia d’arte

La prima fiera italiana dedicata alla fotografia d’arte, ideata e diretta da Fabio Castelli e Lorenza Castelli, si appresta a tagliare il traguardo della decima edizione.
Definite le date: da giovedì 19 a domenica 22 marzo 2020; confermata la location, a The Mall nel quartiere di Porta Nuova a Milano.

Tra le anticipazioni si segnala la mostra Beyond Photography Italia / Anni settanta, curata da Elio Grazioli, che si articolerà in una serie di stand monografici in cui alcune gallerie esporranno le fotografie dei protagonisti italiani di quel passaggio determinante, avvenuto a partire dalla fine degli anni ’60 del secolo scorso, dalla fotografia tradizionale di tipo documentario, di reportage, neorealistica o ‘bressoniana’, a quella definita sperimentale o estetica, tutta interna alle avanguardie artistiche, utilizzata da quegli “artisti che usavano la fotografia” come linguaggio d’arte contemporanea.

Il comitato scientifico sta già vagliando le proposte e i progetti curatoriali ricevuti al quartier generale di MIA Photo Fair da gallerie italiane e internazionali, per garantire la qualità e il prestigio dell’esposizione che lo scorso anno è stata premiata da oltre 25.000 presenze e da un eccellente risultato di vendite con oltre l’80% degli espositori che hanno concluso affari.

La deadline delle candidature è il 15 novembre 2019.