‘Poppitu’: intervista a Roberto DeFeo

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Roberto DeFeo e Vito Palumbo mentre ricevono il Cavallo di Leonardo/MIFF AWARDS per il film Ice Scream (2010)

di Marco Milano

Post-oppidum è l’origine latina del salentino poppitu. Fuori le mura cittadine, ma anche ‘forestiero’, come i pòppeti leccesi, braccianti che cercavano lavoro subito fuori il salento. Tanti sono i moderni pòppeti che son riusciti a tornare nelle mura pugliesi, gli ultimi anni. Tra questi, molti sono artisti, aspiranti professionisti del cinema che hanno ritrovato la loro ‘città’ in un padiglione della Fiera del Levante di Bari: il Cineporto, una delle strutture di riferimento dell’Apulia Film Commision, la casa di produzione cinematografica che, nel giro di pochissimi anni, ha trasformato la Puglia in un set privilegiato per una lista già lunga di pellicole italiane e internazionali.

E’ proprio al Cineporto che è iniziata la corsa verso un successo internazionale per Roberto DeFeo. Dopo il diploma all’Accademia d’Arte Cinematografica di Genova, Roberto torna in Puglia e riesce a realizzare i primi lavori, “Vlora 1991” (ispirato allo sbarco in Puglia degli albanesi), “H5N1” (cortometraggio avveniristico e apocalittico, immaginando una pandemia globale causata dall’aviaria) e “I nuovi mostri”, tutti accolti con interesse. Nel settembre 2008 viene selezionato per il workshop ‘Apulia Experience’, un’occasione per 20 giovani artigiani del cinema, ideata dall’Apulia Film Commision, per trasformare le suggestioni del territorio pugliese in ispirazione e produzione di lavori con set nella regione. Da quella experience nasce Ice Scream, corto girato a quattro mani con Vito Palumbo, in distribuzione dal gennaio 2010. Un gelato che costa molto caro a Micky (interpretato da Damiano Russo), un ventenne insicuro e ‘fighetto’, che incontra due bulli in un bar. In 20 minuti Ice Scream, tratto da una reale vicenda accaduta in provincia di Catanzaro, racconta un crescendo di tensione e violenza, traslando una periferia estiva nelle campagne pugliesi. Tra gli ulivi, fatti anch’essi ‘personaggio’ come tutti gli elementi del corto, si consuma la finale persecuzione dei due bulli, Brando e Alex, nei confronti del povero Micky, toccando delle vette stilistiche di inequivocabile sapore pulp-tarantiniano. Non c’è solo del tarantinesque, a ben vedere, in Ice Scream. L’aspetto sperimentale, surreale e a tratti grottesco del corto ha mandato in visibilio la comunità (non troppo) silenziosa di cinefili sparsi in rete, c’è chi ci intravede qualche alchimia alla David Lynch o chi ha accostato affettuosamente il duo DeFeo-Palumbo ai fratelli Coen. Qualunque sia il segreto di Ice Scream, i premi ricevuti gli ultimi mesi quasi non si contano: menzione speciale al circuito OFF dell’ultima edizione del Festival del Cinema di Venezia, premio come miglior film al MIFF Awards, premio come Best Film al Festival Internazionale del Cortometraggio di Barcellona, distribuzioni internazionali in 14 paesi e il ‘salto’ americano. Ice Scream si è guadagnato, infatti, l’ingresso nel circuito Academy Awards di Cleveland, Nashville, Atlanta e Dallas, e i Coenbaresi hanno recentemente firmato un’opzione durante l’American Film Market, per la realizzazione di un lungometraggio ispirato al corto, da girare in America.

“Qui non vorrei vivere/dove vivere mi tocca/mio paese…” Sono parole che mal si addicono a DeFeo e Palumbo, si direbbe. Ma che stravolgono in qualche modo l’infanzia di due fratelli salentini, Oronzo e Giulio. E’ questa l’idea che ha visto nascere Poppitu, ispirato alla vita e ai versi di Vittorio Bodini, poeta pugliese e autorevole traduttore della letteratura spagnola del secolo scorso. L’ultima fatica del duo verrà presentato entro giugno e, per il momento, fa parte dei lavori selezionati per il ‘Progetto memoria’ – concorso per la produzione di cortometraggi sulla Memoria pugliese – sempre dell’Apulia Film Commission. Ne abbiamo parlato proprio con il regista, Roberto DeFeo.

Poppitu sembra qualcosa di molto diverso dai vostri precedenti lavori…

Senza dubbio lo è. Quando ho scritto le sceneggiature di H5N1 e ICE SCREAM l’ho fatto con l’obiettivo di proporre anche in Italia dei generi praticamente ignorati, soprattutto nel campo dei cortometraggi. Chiunque mi considerava pazzo, girare un corto apocalittico (H5N1, ndr) e uno pulp (ICE SCREAM), farlo in Italia poteva infatti sembrare un operazione rischiosa quanto inutile. Io volevo semplicemente dimostrare che anche qui, seppur con pochi mezzi, si possono proporre valide “alternative”. Poppitu è una sfida. Io e Vito siamo sempre stati criticati per aver scelto storie poco italiane, e sinceramente eravamo stanchi di sentirci dire dalle giurie dei festival frasi del tipo “Wow ragazzi, il vostro corto è davvero forte… Però non possiamo farvi vincere perché noi premiamo il cinema italiano”. Voi come reagireste sentendovi dire una frase del genere? Ci siamo incazzati davvero tante volte, e alla fine abbiamo deciso di girare questo benedetto corto “italiano”. Non vediamo l’ora di confrontarci con alcuni festival che sino ad ora ci hanno ingiustamente ignorati. Poppitu è diverso da qualunque altro nostro lavoro precedente, è una dichiarazione d’amore fatta “in italiano” verso la nostra terra, verso i nostri sogni.

Oltre a i successi internazionali, state avendo l’occasione di sperimentare il modo di fare cinema fuori Italia, in America. Qual è l’impatto, professionalmente parlando?

In America esiste qualcosa che qui in Italia non vedo spesso, la meritocrazia. Abbiamo girato un corto che ha avuto successo? Ice Scream è il primo corto italiano in vendita su ITUNES U.s.a.? Cosa davvero clamorosa per un corto, è distribuito in 14 paesi? Bene, vi meritate una chances. Un’agenzia di Los Angeles, la Little Studio Films, ci ha contattati e ora ci rappresenta in America e cura lo sviluppo del lungometraggio tratto dal corto. Non sappiamo ancora se il film si girerà mai, in America è tutto molto complesso, ma il punto non è questo, il punto è che se hai successo, la tua chances te la danno. In Italia non serve solo il talento, servono molte altre cose che con l’arte centrano davvero poco.

Una delle più importanti riviste di cinema in Ialia, “Best Movie”, ha deciso di darti voce attraverso un blog che curi sul loro sito. Come mai?

Best Movie è l’unica rivista di cinema in Italia a dare seriamente spazio al cinema indipendente. Loro hanno capito, a differenza di altri, che non esistono solo i film prodotti da Medusa, Rai Cinema e Fandango. Ma soprattutto danno spazio ai giovani registi, ai loro lavori e alle loro esperienze. Ed è proprio questo l’obiettivo del mio blog, “condividere” esperienze, contatti, progetti, per crescere insieme e aiutarsi a vicenda, senza dover sempre e solo cercare di essere più “avanti” dell’altro.

C’è di nuovo lo zampino della’Apulia Film Commission…quant’è bello poter realizzare le proprie idee a casa?

Bello? E’ magnifico. Come dissi durante la prima nazionale di ICE SCREAM, l’Apulia Film Commission ci ha dato una cosa che prima sognavamo, la speranza di poter realizzare i nostri sogni senza dover abbandonare la nostra terra. Dopo tanti anni, molte delle persone con il sogno del cinema, che avevano lasciato la Puglia per trasferirsi a Roma, stanno tornando a casa, perché ora possono crederci anche stando qui. E’ una cosa meravigliosa, che va oltre qualunque discorso di politica o di soldi. Qui si parla di “chances”, se hai un sogno, se hai talento, qui adesso c’è qualcuno che può darti la tua possibilità. Dovrebbero scriverlo a caratteri cubitali su ogni parete del cineporto, affinché se lo ricordino tutti.

E quanto godersi un successo internazionale targato Bari? – vi sembra di essere, per questo, dei poppiti che ce l’hanno fatta a tornare a casa?

Il successo di ICE SCREAM in realtà ci ha allontanati da casa. Il progetto più grosso al momento è quello del lungo di ICE SCREAM che stiamo sviluppando assieme alla nostra agenzia a Los Angeles. Ma confessiamo una cosa, prima di Poppitu il nostro sogno è sempre stato quello di arrivare in America, dopo Poppitu è cambiato qualcosa. Girarlo è stato come far l’amore con la nostra terra per la prima volta, ora ci siamo innamorati e non vogliamo più lasciarla!

Poppitu, dietro le quinte




‘Lo stesso mare’ al Petruzzelli in prima mondiale

fabio vacchi

Fabio Vacchi

di Maria Rosaria De Simone

Sono sempre in ritardo. Anche alla prima mondiale di un’opera lirica. Come scusante ho che sono partita da Roma ed arrivata a Bari per assistere alla trasposizione lirica del romanzo “Lo stesso mare” dello scrittore israeliano Amos Oz, con la regia di Federico Tiezzi. Un viaggio piuttosto lungo, ma ne valeva di certo la pena perché l’evento era atteso con ansia.  Percorro Corso Cavour, con l’incertezza dei turisti, un poco in ansia per il timore di perdermi. Ma finalmente vedo davanti a me il Teatro Petruzzelli.  La sala, magnifica e pomposa, è stracolma. Giusto il tempo di accomodarmi scomodando varie persone, di osservare intorno, di sollevare lo sguardo verso le logge, di fissare l’incanto del soffitto affrescato che, improvviso, cala il silenzio. Il direttore d’orchestra, Alberto Veronesi, solleva la bacchetta con una movenza classicheggiante  e partono le note della sinfonia, contemporanea e materica. E si apre il sipario.

La scenografia, firmata dall’architetto Gae Aulenti, rappresenta un condominio senza pareti. “Bat Yam:qui è una mattina d’estate calda e madida. Una foschia bassa striscia fra i crepacci e un vento stridulo geme come bestia”. Sono le parole con cui inizia l’opera. Sulla scena un susseguirsi di personaggi, un intreccio di storie, aggrovigliate l’un l’altra. E il romanzo di Amos Oz diviene opera lirica. Spesso le parole non hanno bisogno di musica, perché sono musica esse stesse. Spesso la musica non ha bisogno di parole, perché è parola lei stessa. Ma qui, sul palco, sembra che le parole del romanzo “Lo stesso mare” non aspettassero altro che di essere avvolte, rivestite in un delicato abbraccio di note. Una musica, quella del compositore Fabio Vacchi,  che prende la poetica dell’opera e la porta direttamente allo spettatore, che rimane avvinto dalla sensualità e dall’erotismo delle note, che accompagnano le mani dei protagonisti, che si sfiorano in un latente desiderio e che incatenano i  loro fuggevoli sguardi. E’ un susseguirsi di note di struggente lirismo, che evoca le melodie yiddish, che porta gli echi dei canti di Muezzin, rivisitati però alla luce delle tecniche strumentali contemporanee, in un fluire armonico.
Fabio Vacchi, che è uno dei grandi maestri della scrittura musicale contemporanea ha preso alla lettera il desiderio di Oz che l’opera diventasse la celebrazione di “un’orgia affettiva”, nel quale i personaggi imparassero ad uscire dal loro moralismo, dalle loro censure e si aprissero alla scoperta della tolleranza e dell’apertura verso l’altro, in un incontro scevro di preconcetti. E come la scrittura di Oz si libera di ogni dogmatismo etico, politico e religioso verso un sentiero di compromesso alla ricerca della pace, così la rivisitazione musicale di Vacchi si nutre di nuove ricerche estetiche attraverso la commistione di stili diversi.

Tutta l’opera, è percorsa da due tematiche: Il desiderare e l’assenza, che in fondo sono il cuore del libro di Oz e che attraversano le vite dei personaggi. La causa scatenante degli eventi che vanno dipanandosi è Nadia, che canta la prima aria. Lei,  madre e moglie,  improvvisamente muore lasciando suo marito Albert, un commercialista sessantenne e suo figlio Rico, che decide improvvisamente di partire per il Tibet. Alle spalle della donna, in mezzo ad una scena di ponteggi e scale, nel primo atto c’è come sfondo il mare, blu e violento, attraversato da tre usignoli in volo. Altri personaggi si affacciano sulla scena, che nel secondo atto diviene deserto e nel terzo giardino. C’è Dita, una sensualissima ragazza che tutti i personaggi maschili dell’operano desiderano e che è la fidanzata che Rico lascia in Israele. Vi è una donna malata di solitudine. Ma anche, e soprattutto, vi è lo scrittore stesso, che ad un certo punto, diviene personaggio ed entra nella storia. Vita e morte si intrecciano.
Sogno e realtà vanno a braccetto, in un alternarsi di dolore e gioia, di sentimenti di amore in ogni sua forma, ma anche di passioni che rubano l’anima. I diversi registri espressivi dell’opera, portano lo spettatore a scivolare nei tre atti, senza quasi rendersi conto del tempo. Dall’aridità dei rapporti umani emerge il desiderio di incontrarsi per costruire un nuovo modo di rapportarsi. L’opera rappresenta con chiarezza il desiderio di Oz di far trasformare il deserto in giardino, attraverso i personaggi, che imparano a conoscersi, a superare le barriere ideologiche e le divisioni, per una costruzione di nuovi rapporti. “Mi interessa far capire che da anni in Israele s’impegnano in questo: trasformano il deserto in un giardino”. Queste le parole di Amos Oz durante una recente intervista. Parole che il regista Tiezzi ha fatto sue:“E’ l’atteggiamento più giusto: non dico spiegarsi, ma provare a conoscersi”.E questo in fondo è il messaggio dell’opera: tra le persone, tra i popoli, per superare i contrasti e le contese, non c’è nulla di più risolutivo dell’incontro. Per imparare a percorrere un cammino di pace.

Mi sussurrano, tra un atto e l’altro che in sala, davanti a me,  siedono  il giornalista Giovanni Minoli, che in effetti riconosco,  l’oncologo Umberto Veronesi e, direttamente da Montreal, proprio per Vacchi, Jacques Nattiez, uno dei massimi musicologi viventi.




Intervista a Claudio Perri: lo scultore trasformista

di Stefania Taruffi

Claudio Perri

Entrare nello studio di Claudio Perri significa intraprendere un lungo viaggio nella scultura, attraversando con lui le varie fasi del suo ampio lavoro, strettamente legato al vissuto e all’evoluzione del suo sentire personale e artistico. E’ sempre stato un artista molto originale, al di fuori degli schemi, molto proiettato verso il cambiamento, la sperimentazione, la ‘tensione dell’arte’, come lui ama definirla. “Io non amo la freccia scoccata, ma la tensione dell’arco”. E questa tensione si avverte. E’ un filo sottile che solleva temi, denuncia mali, sperimenta materiali, dialoga continuamente con il passato, immerso nel presente e proiettato nel futuro, senza gabbie, senza preconcetti o limiti precostituiti. E’ uno spirito libero Perri, e ci tiene a sottolinearlo. Il suo percorso artistico è molto improntato alla ricerca e alla trasformazione. Ricerca di materiali alternativi, naturali, innovativi, in linea con l’ambiente che lo portano negli anni ’60 a realizzare la Maceromorfosi, dove la materia prima è ricavata mettendo a macerare, e pressando poi, la volgare carta dei giornali. La scelta della carta come materia da scolpire, è in linea con le tendenze artistiche di quel periodo, con la Pop Art ad esempio, che costituiranno poi l’inizio della diffusione di temi importanti come il riciclo, il rispetto per l’ambiente, la denuncia contro l’uomo, per il suo atteggiamento aggressivo nei confronti della natura. In quegli anni il Sole Nero, rappresenta al massimo questa denuncia d’ingerenza dell’uomo sulla natura. Dal macero dei giornali emergono parole, concetti, pensieri:” La cronaca, il racconto quotidiano, lo scritto denso di parole e lettere che affiorano qua e là sulla nuova superficie– dice Perri- è ridotto al silenzio per trovare vita in nuovi spazi

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Maceromorfosi

Come ha ben scritto la storica dell’arte Roberta Semeraro riguardo alle Maceromorfosi :”Non è una novità che l’arte necessiti di silenzio più che loquacità; le centinaia, migliaia di parole che si consumano quotidianamente su tutti i giornali, possono solo allontanare l’uomo dalla sua verità e distogliere la sua attenzione da un’autentica presa di coscienza. La saggezza, come insegna la filosofia orientale, è nel silenzio e nelle azioni degli uomini, non certo nelle parole! Mettendo a sedimentare il pensiero umano, Claudio Perri pone inconsapevolmente lo spettatore di fronte al Vuoto o l’Assoluto. Ed è in questa nuova dimensione metafisica che comincia la sua ricerca artistica. L’instancabile lavoro dell’arte, può aprire visioni su mondi diversi, dove regnano l’etica, le filosofie, le religioni tutte”.

E questa tendenza alla trasformazione della materia sarà il filo conduttore di tutta la sua produzione artistica più importante, dalle Maceromorfosi fino ai Liberintro, la sua ultima fase artistica, quella nata per caso nel 2002 in California, negli Stati Uniti, dove era per motivi familiari. In quell’anno inizia per caso a scolpire i libri: non più carta da macerare per trasformarla in pietra, ma la carta direttamente. E non una carta qualunque, ma pregiati volumi e edizioni selezionate dall’artista stesso.

Mentre nelle Maceromorfosi l’artista mette a tacere le parole e i contenuti dei giornali, nei Liberintro Perri ‘dialoga’ con il libro, nel rispetto dei suoi contenuti, anzi facendo emergere ‘l’anima’ del libro stesso, dandogli appunto una forma ogni volta diversa, attraverso tagli, buchi, incisioni, rilievi.

LIberintro- Picasso

Il passaggio successivo è stato l’utilizzo, come materia prima, di libri d’Arte, di preziose Biografie di artisti famosi, tema costante nelle esposizioni degli ultimi anni. Il risultato è sempre affascinante e unico. Un interminabile dialogo tra passato e presente. Il libro, destinato a divenire un reperto archeologico, con l’esplosione del web e del digitale, è così restituito a nuova vita.

 Riguardo alla scelta dei libri da ‘lavorare’ l’artista ci spiega come sono selezionati: ” Salvo quando la scelta è mirata, come per i cataloghi degli artisti, il mio approccio con il libro è molto vario; segue un progetto o cerca l’ispirazione. In ogni caso il primo esame è dedicato alla brochure, che deve essere solida per sostenere l’opera, sia per quanto riguarda lo spessore sia il numero delle pagine da intagliare. Se il mio intento è scolpire forme volumetriche rigorose, evito i colori e le immagini; le parole scritte sono solo “venature”. Quando il libro ha colori, immagini e foto, nello sfogliarlo afferro il filo dell’ispirazione che mi porterà a penetrarlo”.

 

Si tratta di una tecnica molto difficile, nella quale non si può sbagliare. Che cosa muove le sue mani tra le pagine di quei libri?

Scolpire un libro è come per il marmo una tecnica “a levare”; guai a sbagliare, il tolto è irrimediabilmente perduto. La difficoltà sta nel fatto che il libro va intagliato aperto; solo quando si richiude, si ricompongono le forme da me volute, secondo un progetto di misure e spessori rigorosamente sviluppato.

    

 A quale esperienze artistiche si sente più legato?

 

Non ho preferenze. “Maceromorfosi”, marmo, travertino, disegno, incisione, legno e “Liberintro” hanno egemonizzato alternativamente la mia tensione creativa, sempre alla ricerca di nuove espressioni. Una fede laica esistenziale mi fa credere che l’uomo possa operare per dare senso e dignità alla propria giornata terrena, per lasciare una testimonianza, piccola o grande che sia, utile e di stimolo a chi ci accompagna e a chi ci ricorderà. Sforzo eroico e illusorio. Di tutto ciò è la tensione nell’operare che m’interessa e voglio trasferirla nelle mie forme. Nel marmo di Carrara ho scolpito due piani che tendono a svincolarsi l’un l’altro per annullarsi nel Vuoto o nell’Assoluto: una sintesi della mia ricerca. Nel legno e in alcune maceromorfosi, con la modulazione della tensione, ho cercato di trasmettere il continuo, ripetitivo e strenuo impegno necessario a elevarsi. Talvolta, sempre nelle maceromorfosi, la tensione si placa in superfici silenziose e meditative che ci rimandano alla spiritualità delle arcate gotiche.

Visto che è un tema di grande attualità in questi giorni, lei ha realizzato un bassorilievo che raffigura il volto Papa Giovanni Paolo II e lo donò al Pontefice. Ci racconta la storia di quel bassorilievo? Che fine ha fatto l’opera?

Bassorilievo- Ritratto di Giovanni Paolo II

La sera in cui, dopo il solenne annuncio della Sua elezione al Soglio Pontificio, il Card. Woitiwa apparve al balcone di S. Pietro, io ero in piazza. Mi colpì molto. Acquistai l’edizione straordinaria dell’Osservatore Romano con la sua foto in prima pagina. Quella stessa sera iniziai a modellare il volto del Pontefice, che terminai il giorno dell’incoronazione davanti allo schermo TV. Il bassorilievo, inserito in una mia precedente opera astratta, fu visto da Sua Eccellenza Mons. Tadeusz Rakoczy , allora in servizio presso la Segreteria di Stato e ora Arcivescovo in Polonia, che ne rimase entusiasta, tanto da propormi di donarlo a Sua Santità. Con il ritratto nel bagagliaio della macchina ero sempre pronto all’eventuale convocazione che mi fu annunciata per telefono dallo stesso Monsignore: “Il Santo Padre la attende oggi alle ore tredici”. Era il 14 dicembre del 1978, pochi mesi dopo l’incoronazionee fu per me una grande emozione!. Fui introdotto in un grande salone, dove collocai il ritratto su un grande camino; mentre ne controllavo l’effetto, il Santo Padre entrò, avanzò e superandomi, si avvicinò all’’opera. Dopo qualche istante di silenzio, disse: “Il più bel ritratto che mi sia stato fatto sinora”. A questo punto Mons. John Magee, segretario di Papa Paolo VI, che era al seguito del Pontefice insieme a Mons. Stanislaw Dziwisz, Mons. Tadeussz Rakozy e Mons. Giovanni Marra, intervenne dicendo: “è singolare come l’artista l’abbia colto in un atteggiamento rivolto all’assemblea con un’espressione seria nel volto e un sorriso sulle labbra!”. Il Santo Padre si girò verso di me e disse: “Duro con dolcezza”.  Alta sintesi di un autoritratto rivelante la grande tempra di combattente e la sua grande umanità. Il ritratto , secondo varie testimonianze, è rimasto negli appartamenti pontifici per tutto l’arco del pontificato. Mi è sconosciuta l’odierna collocazione.

 

 

Il 7 Maggio il Maestro Perri inaugurerà una mostra “Liberintro d’arte” presso la Galleria della Biblioteca Angelica di Roma (Via S. Agostino, 11) che si protrarrà fino al 17 maggio. Un parallelo originale quello dell’ubicazione della mostra: la più antica biblioteca di Roma, custode di libri immortali tramandatici nei secoli, al fianco dei Liberintro, che pur mantenendo l’anima dei diversi contenuti, sono stati ridotti al silenzio e trasformati anch’essi in opere d’arte immortali. Il parallelo è azzardato, ma fortemente voluto dalla Direttrice della Biblioteca, Fiammetta Terlizzi, proprio a sottolineare una certa continuità tra passato e futuro, ma anche un’apertura verso il nuovo, una rinascita e quindi una valorizzazione del libro stesso.

 




‘Emily vede oltre’ attraverso la penna di Vanessa Contini

di Stefanino Benni

La sera del 21.04.11 al Luminal Square di Milano Vanessa Contini ha presentato il suo nuovo libro “Emily vede oltre” , organizzando un party nel cuore della movida milanese.
Alla serata hanno partecipato alcuni amici del GF9 Gianluca Zito (fidanzato di Vanessa), Marcello ed Alberto, che come hanno portato il loro sorriso che da sempre li contraddistingue.

La bella Vanessa con questo suo nuovo lavoro tratta le riflessioni, la vita dalla prospettiva di Emily, giovane ragazza, fotografa con un pronunciato bisogno di essere d’aiuto alle persone che la circondano. Ma chi si occuperà di lei?

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Oriental Night Fever: la disco diventa world

di Mario Masi

E’ possibile suonare alcuni “classici” della disco music degli anni ’70, da “I Feel Love” di Donna Summer a “Y.M.C.A.” dei Village People, da “Night Fever” e “Staying Alive” dei Bee Gees fino a “You Make me Feel” di Sylvester e “I Will Survive” di Gloria Gaynor, con liuto arabo (oud), flauto indiano (bansouri), violino e bouzouki?

Questa è la scommessa (vinta!) di Oriental Night Fever, nato da un’idea del compositore, produttore e arrangiatore scomparso Hector Zazou, del musicista Stefano Saletti e della cantante Barbara Eramo.
Il successo del progetto è nella nuova musicalità che rinnova, contamina e trasforma di alcuni tra i più  noti sempre-verdi della discografia. Il pulsare originario acquista nuovo fascino dalle armonizzazioni world e ogni nuovo ascolto stupisce per suggestioni e rivelazioni sempre diverse. Ne parliamo con Barbara Eramo.

Come è nata l’idea di suonare la disco come se fosse world music?

È stata una idea di Hector Zazou..nè a me nè a Stefano Saletti sarebbe mai saltato in mente!…Cercavamo l’idea , il pretesto per lavorare insieme…S’era pensato prima alla rivisitazione di Bach , poi Mozart..infine  eravamo arrivati all’idea dei madrigali di Gesualdo Da Venosa suonati con oud e bouzouki.. quando Hector c’ha sorpreso con questa trovata… lì per lì ci ha lasciati interdetti!.. poi abbiamo cominciato subito a lavorare su I feel Love di Donna Summer e Zazou ha iniziato a dare le sue coordinate da produttore geniale e avanguardistico qual era..ed è stato amore!

Cosa ha provato nell’intepretare brani cult come I Feel Love di Donna Summer, I Will Survive di Gloria Gaynor, o Heart of Glass di Blondie?

Prima di tutto mi sono divertita tanto.. poi alcuni brani sono stati rallentate cosi tanto , come I will survive , da diventare struggenti… è stato sorprendente scoprire la bellezza di alcune melodie solo spostando il beat o svuotando l’impatto sonoro sino all’essenza.. solo con oud e violino ad esempio.

Cosa c’è di Barbara Eramo in Oriental Night Fever?

C’è soprattutto la leggerezza che raramente riesco a tirar fuori…ma è anche vero che mi sentivo protetta. Sapevo che con Hector non sarebbe mai potuto venir fuori qualcosa di banale.  Io e Stefano abbiamo poi continuato senza di lui ( purtroppo ci ha lasciati prematuramente prima della fine del disco..) seguendo il suo “metodo”… e “giocando” ho scoperto tanta bellezza.

La contaminazione fra generi e provenienze rappresenta il futuro della musica?

E’ probabile.. poiché inventare qualcosa di nuovo sappiamo già  richiederebbe non aver mai vissuto … essere fuori dal tempo e dagli stimoli.. Credo che la singolare maniera con cui ciascuno di noi sceglie i propri “ingredienti” per la musica  come si fa in cucina e sperimenti la fusione, crei le cose piu intriganti e innovative…naturalmente a prescindere dalle rivisitazioni come nel caso di questo disco, mi riferisco alla composizione e all’arrangiamento in generale..ma non escludo il fatto che possa un giorno arrivare qualcuno con un linguaggio musicale nuovo di zecca a sconvolgere secoli di teoria musicale!

Se il canto solista esprime un sentimento individuale, quello collettivo unisce legando insieme l’espressività e la commozione di tante persone.  Cosa rappresenta per lei il canto?

Esattamente tutto ciò che sono non c’è modo di coprirsi, non c’è modo di mimetizzarsi è paura e coraggio.

Qual è la musica che ascolta di più?

Il folk rock americano e anglosassone, post rock specie quello scandinavo  e tutta quella che mi colpisce senza limitazioni di genere.

Come immagina la musica in futuro? Sarà come l’acqua e come l’elettricità, per cui basterà abbonarsi ai grandi network? Disponibile a richiesta su internet? O la distribuzione digitale decreterà il successo dei mercati di nicchia?

Non so. Mai stata brava a fare previsioni di mercato faccio musica per necessità espressiva e sinchè avrò energia e fiato per farlo continuerò a prescindere dalla vendita dei dischi.

http://www.orientalnightfever.com/

Guarda il Video: I Feel You

 




La rivoluzione araba preparata dagli scrittori

rivolta arabadi Paolo Cappelli

La letteratura classica ci ha regalato autori come Omero e Cicerone, quella medievale i Racconti di Canterbury, la Chanson de Geste, le odi di Francesco d’Assisi e Tommaso d’Aquino e la Divina Commedia. Poi vennero l’età cortigiana e la lirica d’amore, Cartesio, Pascal, Milton (il poeta dell’epica inglese), il romanzo picaresco spagnolo di Quevedo, l’ansia di libertà che animò il Settecento con Didierot, Voltaire e Rousseau, la nascita del giornalismo con De Foe in Inghilterra, il teatro drammatico di Gottsched in Germania, quello di Goldoni in Italia. Si giunge alla grande promozione della cultura e del pensiero a cavallo tra Otto e Novecento: autori come Marx, Béquer, Zola, Mallarmé, Dickens, Mann, Joyce, Verga, Croce, Brecht, Montale, Marinetti, Dostoievskij hanno segnato la giovinezza di generazioni di studenti. Il merito più grande di questi pilastri del pensiero, tuttavia, sta nell’averci donato una grande ricchezza: il loro modo di vedere e raccontare la vita. È attraverso questo racconto che si sono formate le conoscenze e le coscienze degli autori successivi, per poi ritrovarsi, in una somma algebrica senza fine, negli autori di oggi; perché c’è mai sottrazione nella storia della conoscenza, solo qualcosa che si aggiunge ad altro.

E ora un piccolo quesito: sapreste citarmi tre autori arabi? Due? Uno solo? Ad eccezione di chi, per scelta di studio o per lavoro, si occupa di culture orientali, poco sappiamo (invero, poco ci occupiamo) di aggiungere alla nostra cultura giudaico-cristiana-illuministico-scientifica anche quei canoni tipici di una civiltà diversa dalla nostra per origine e sviluppo. Prima della stesura del Corano, i popoli arabi, poi islamici, vivevano nella cosiddetta Jahiliyyah, l’età dell’ignoranza, vuoi perché la tradizione veniva tramandata prevalentemente in forma orale, vuoi perché non si hanno notizie certe dello sviluppo di una letteratura pre-islamica prima del VI-VII secolo, cioè prima della raccolta dei racconti di Maometto. Nel IX secolo iniziarono ad affacciarsi, sui banchi dei mercati, le prime raccolte monografiche di istruzioni, idee, racconti, che si andavano ad aggiungere alla già diffusa poesia. Una caratteristica della letteratura araba, però, è di dover fungere da momento di elevazione del lettore, da strumento educativo, piuttosto che rappresentare una semplice evasione.

Era questo l’intento de Le mille e una notte, poema epico e uno dei primi esempi di “storia nella storia”: Sherazade sposa un potente Re, il quale ha l’abitudine di far uccidere le proprie spose il giorno dopo il matrimonio per evitare che possano disonorarlo. Per salvarsi, la ragazza inizia a raccontare una storia durante la notte di nozze, lasciandola a metà. Il sovrano accetterà di ascoltare il prosieguo e tutte le storie che nascono dalla fantasia della giovane vergine per molti altri giorni. Lo stesso vale per il poema romantico Layla e Majnun, storia di due amanti e del loro amore ostacolato dall’ostilità del padre di lei, che impedisce ai due di sposarsi, conducendo l’innamorato alla pazzia.

La letteratura araba visse un momento di grande popolarità nel XIX secolo, con l’affermazione dell’egittologia e del colonialismo culturale, laddove molte opere furono tradotte in lingue europee. Ma non mancò occasione di fare anche l’inverso, tanto era l’interesse per le opere occidentali che, complici i viaggiatori otto e novecenteschi, iniziavano a circolare anche in Medio Oriente e in nord Africa. Fu proprio questa circolazione delle idee che fece nascere un profondo interesse per i cambiamenti sociali e politici del tempo. La questione anticoloniale era tra i temi di maggior diffusione agli inizi del XX secolo, oltre naturalmente alle relazioni con l’occidente, argomento ancor oggi vivo.

Ma la letteratura araba è andata ben oltre questi primi sviluppi. Complice ancora una volta la grande rete e il suo immenso potere di divulgazione, le idee hanno iniziato a trasferirsi di mente in mente. Le traduzioni delle opere degli autori mediorientali e di quelli occidentali hanno iniziato a viaggiare indistintamente da est a ovest e viceversa, arricchendo le conoscenze di tutti. E nel mondo arabo ha presto preso piede un genere che in occidente fa la parte del leone da quasi due secoli in forma strutturata (e da molto di più nella sua forma originaria): il romanzo.

Ne è la prova l’evoluzione subita dalle opere di questo tipo nel mondo arabo negli ultimi 20 anni. La generazione di scrittori che ha preceduto quella attuale trattava temi di portata molto più limitata, prevalentemente ispirati al realismo sociale. Anche i romanzi storici contenevano, più o meno nascosti, dei messaggi moderni. Si trattava di una società araba che viveva perennemente sulla difensiva, guardando con sospetto e spesso rifiutando qualsiasi contatto col mondo esterno, non tanto di idee, come abbiamo scritto sopra, quanto in termini di parametri sociali di riferimento. L’attuale generazione, invece, è dotata di strumenti internazionali e internazionalizzanti, strumenti che consentono di abbattere le barriere e riferirsi a sistemi culturali esterni a quelli “classici”, esprimendo un contatto, o quanto meno un anelito di contatto, con il Vecchio e il Nuovo Continente.

Il tutto si esprime in un crescente numero di prodotti letterari in lingua araba, il cui valore non è sfuggito ad alcuni illuminati letterati e imprenditori britannici ed emiratini, i quali hanno voluto istituire l’International Prize for Arabic Fiction (IPAF), ovvero un premio letterario annuale gestito dalla londinese Booker Prize Foundation e finanziato dalla Emirates Foundation di Abu Dhabi. Il premio, lanciato proprio nella capitale degli Emirati Arabi Uniti nel 2007 e nato da un’intuizione dell’editore egiziano Ibrahim el Moalem e dell’editore inglese George Weidenfeld, mira ad accrescere la diffusione internazionale della narrativa araba attraverso la traduzione delle opere premiate. Unico nel suo genere nel mondo arabo, l’IPAF viene assegnato all’opera selezionata da un collegio di esperti tra quelle segnalate dagli editori e pubblicate nel corso dell’anno precedente la segnalazione. Gli autori finalisti ricevono 10mila dollari, cui si aggiungono i 50mila dollari destinati al vincitore, che si aggiudica anche la traduzione in inglese dell’opera. Ciò garantisce una maggior visibilità e la possibilità di raggiungere, con le proprie idee e la propria creatività, una platea più ampia. Gli editori anglosassoni e italiani, dal canto loro, non sono rimasti a guardare. Sembrano quanto mai interessati a sfruttare questa nuova primavera della letteratura araba che, a ben guardare, rappresenta certamente un’ottima occasione di guadagno. Nel 2009 Bloomsbury ha pubblicato Beirut39, una raccolta di brevi storie di 39 scrittori al di sotto dei 40 anni, mentre Saqi ha presentato il volume dal titolo “Gli scrittori arabi emergenti”. Per la cronaca, sono già diversi i romanzi tradotti in inglese, ma anche in italiano. A titolo d’esempio possiamo citare Azazel di Youssef Ziedan, Oltre il paradisoMansoura Ez Eldin, Pioggia di giugno di Jabbour Douaihy e il quanto mai attuale The American Granddaughter (disponibile in inglese e francese) dell’autrice irachena Inaam Kachachi, ritratto dell’occupazione americana dell’Iraq vista dagli occhi di una giovane anglo-irachena che ritorna nel proprio paese come interprete per l’Esercito USA.

Il romanzo arabo è fortemente cresciuto nell’ultimo decennio, tanto in temi, quanto in stili e forme. Anche chi non legge in arabo, quindi, potrà valutare la varietà e originalità e, come negarlo, la qualità delle opere di questa nuova generazione di scrittori che saranno l’ispirazione di un nuovo mondo arabo, quello che sta nascendo dalle rivoluzioni nordafricane e mediorientali che animano il nostro mondo di oggi.




Earth Day 2011: il mondo riflette

testo e foto: Federico Aniballi

Galappatoio di Villa Borghese,  Italia, Mondo. Queste sono le coordinate per l’Earth Day 2011. Per un giorno il mondo intero, oltre a girare sul  proprio asse, ha riflettuto su se stesso.  Lo ha fatto sui temi più urgenti, ovvero ambiente, energia pulita e rispetto del bene comune, ovvero la terra. Earth day, appunto. Più di 20.000 persone hanno assistito ad un grande concerto che ha visto come ospiti Rein, Adriano Bono, Roberto Angelini e soprattutto l’icona del rock Patty Smith e la “cantantessa” Carmen Consoli.

 

Ognuno di loro ha trovato il proprio modo di coinvolgere e sensibilizzare il pubblico. Patty Smith ad esempio lo ha fatto cantando a squarciagola la sua hit “people have the power” ; dove appunto ricorda che il potere (e dunque anche la responsabilità) è nelle mani delle persone. Gli anni passano ma la sua presenza non teme il tempo: Patty è formidabile e conquista anche chi, tra il pubblico, non era neanche nato quando lei era in cima alle classifiche. Patty Smith trova il tempo per una poesia e poi lascia il palco a Carmen Consoli acclamata come la sue erede italiana: un’altra donna, un’altra icona rock.

 

Carmen entra sulle note di un’esplosione atomica. Il rumore del vento e della deflagrazione è agghiacciante. Come a dire che la musica è importante, ma il pericolo del nucleare lo è di più. Carmen inizia a suonare e non si risparmia: canta pezzi che attraversano tutto il suo repertorio: dalla sua prima canzone: “Quello che sento“, passando per le sanremesi: “Amore di plastica” e “In bianco e nero” fino all’ultimo successo scritto insieme a Tiziano Ferro: “Guarda l’alba“. Tra una canzone e l’altra Carmen legge dei testi provocatori e mostra immagini che speriamo restino impressi nella memoria di tutti gli spettatori almeno quanto le sue canzoni. Ore 24 l’earth day si conclude, l’impegno verso la terra invece deve ancora cominciare.

 

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Umberto Eco: memoria e dimenticanza

di Mariano CollaUmberto Eco


“Mi riferiscono dei colleghi universitari che, a un esame del triennio, essendo l’argomento caduto sulla strage alla stazione di Bologna, vista la perplessità dell’esaminando, ed essendogli stato chiesto se ricordava a chi tale strage poteva essere imputata, il laureando  rispose: ai bersaglieri. Di tutte le possibili risposte, che so,  le brigate rosse, i fascisti, i comunisti, gli anarchici, gli integralisti musulmani, i figli di satana, quella maturata nella testa dell’infelice è probabilmente dovuta all’associazione tra la breccia nel muro della stazione di Bologna e quella di Porta Pia.” Con tale incipit ironico, ma, al contempo preoccupante, Umberto Eco ha iniziato la sua conferenza all’Accademia dei Lincei sul tema “memoria e dimenticanza”. “E’ forse un caso estremo”, dice Eco, “ ma un buon esempio per far notare il pessimo rapporto di molti giovani con il passato. In realtà, tale ignoranza non è limitata solo agli studenti universitari, ma tocca anche i nostri parlamentari, alcuni dei quali, intervistati dalle Iene sull’evento che ha determinato il 150° anniversario del nostro paese, hanno dato risposte strampalate, dalle 5 giornate di Milano alla presa di Roma”.

La domanda che Eco si pone è la seguente: sull’informazione che, quotidianamente, ci perviene e sommerge, e che, ormai, sfugge a ogni tipo di controllo preventivo, intervengono oggettive difficoltà di comprensione, oppure subentra una ridotta intelligibilità a causa di un forte rumore o disturbo di fondo dovuta alla massa informativa?

Eco ritiene che vi siano due tipi di censura, nel senso di inibizioni determinate dalla comunicazione informativa. La prima censura agisce per sottrazione, si basa sulla semplice detrazione  dell’informazione, privata di alcuni elementi parziali o essenziali, tali da alterarne il contenuto. La  seconda forma di censura agisce per moltiplicazione e si attua nella comunicazione informativa poco intellegibile, perché disturbata da fatti e notizie che ne confondono il contenuto, creando un rumore di fondo che ne maschera i significati. Eco, quale semiologo di fama internazionale, non poteva non inoltrarsi, a questo punto, in considerazioni tecniche sulla struttura della informazione e relative elaborazioni che determinano i messaggi e i canali di comunicazione. Nella società contemporanea l’abbinamento tra canali e messaggi sta generando un volume esponenziale di informazioni, a scapito di una reale utilità delle stesse. Nessuno specialista è oggi  in grado di leggere e  studiare quanto viene pubblicato sull’argomento di sua competenza.

Diventa pertanto indispensabile applicare nuovi strumenti  e tecniche di selezione e decimazione delle informazioni. La conservazione  e memorizzazione del tumultuoso sviluppo delle informazione è pura fantasia. L’abbondanza dell’informazione ci allontana dal modello utopico della cultura come conservazione  e ci pone di fronte al problema, ben più drammatico, della cultura come dimenticanza. L’entropia informativa genera necessariamente oblio, smemoratezza. E’ giusto porsi il problema di cosa, in buona sostanza, privilegiare tra una tendenza a conservare e una a dimenticare? Sicuramente si. La cultura contemporanea ce lo impone. La censura interviene, quindi, come strumento indiretto di selezione e filtro, determinato dall’eccesso di informazione. Internet, nel bene e nel male, contribuisce a tale processo, mettendo a disposizione dell’internauta  decine di migliaia di siti ma obbligandolo, altresì, a scegliere quelli con l’informazione più attendibile.

E allora, propone Eco, “mi intratterrò sul tema della cultura vista come strumento per ridurre l’eccesso di informazione e non per conservare l’insieme di informazioni, come si poteva credere sino a poco tempo fa”. L’anima come memoria non è solo ciò che ricordiamo, ma anche ciò che abbiamo dimenticato, ma che , a suo tempo, abbiamo  elaborato. Eco cita Funes, come metafora di Internet. Funes, il personaggio fantastico di Borges, dalla memoria incredibile che tutto ricorda, senza filtrare e senza selezionare, instupidisce, e il suo stato demenziale ben rappresenta  l’effetto che una informazione totalizzante  può produrre non solo sul singolo, ma sulla collettività. Internet consente ad ogni individuo di costruirsi la propria enciclopedia, in una forma  di strutturazione identitaria della  cultura e dell’informazione, non sorretta da una base di confronto e da un insieme di nozioni comuni. In teoria, 6 miliardi di enciclopedie in cui il concetto di enciclopedia viene spogliato del  ruolo guida e di riferimento, a favore di una erronea concezione di democrazia culturale. La dimenticanza, quindi, come soluzione paradossale all’overdose informativa.

Già nell’antichità, a fianco di una “ars memorandi”, tecnica mnemonica, attribuita a Simonide, che permetteva di imprimere i dati nella memoria tramite la fissazione di alcuni punti di riferimento visivi, nasceva il desiderio di una “ars oblivionalis”, che lo stesso Temistocle, dotato di memoria straordinaria, auspicava quale modalità per   dimenticare ciò  che non voleva più ricordare. Per proseguire poi con la Plutosofia di  Filippo Gesualdo, nella quale si spiega l’arte del ricordare  ma, anche, le pittoresche tecniche per dimenticare, fatte di suggestive emissioni di fumi e ombre atte a celare e occultare le immagini e i simboli depositati nella memoria. Non c’è un’arte volontaria della dimenticanza, una tecnica che la possa garantire. Come spiega Eco, essa avviene in modo accidentale.

Un dato certo è che l’informazione si è stratificata nel corso dei secoli e della storia, a volte autoselezionandosi sulla base delle evoluzioni e delle trasformazioni culturali, al punto che Nietzsche sostiene la drammaticità e l’influenza perniciosa degli studi storici. Nietzsche è il filosofo del sentire in modo non storico, in teoria del vivere senza ricordo, dell’oblio sistematico della dimenticanza, è lo studioso che invita i giovani ad imparare l’arte della dimenticanza. Nietzsche non aveva del tutto ragione, sostiene ironicamente Eco,  altrimenti oggi non ci ricorderemmo di lui. A un secolo e mezzo dal messaggio di Nietzsche la riflessione sulla dimenticanza culturale si è moltiplicata.

Esiste una soluzione che sappia coniugare informazione ed evoluzione culturale, una soluzione che sappia filtrate l’eccesso e ci consenta di concentrarci su ciò che conta, che ci permetta di ricordare il significativo e di annullare il superfluo?

Una  soluzione univoca forse non c’è. Eco fa riferimento a un concetto di enciclopedia “media” , insieme di enciclopedie vere e proprie, come la Britannica e la Treccani, che ci garantiscono il ricordo, per esempio, dei grandi fatti storici, dei principi della fisica e altri eventi che la collettività ha rimosso.

La cultura seleziona i dati della propria memoria. Ma come evitare che un filtraggio errato, come è accaduto nel Medioevo, dimentichi per dieci secoli  Platone?

Una possibile soluzione, elaborata dalla cultura contemporanea forse più avveduta, è la così detta latenza del sapere, una enciclopedia specializzata o “media” che depone le informazioni in eccedenza in una specie di surgelatore, da cui vengono riprese e riattualizzate quando servono. Una specie di tecnica dell’archivio, con un gioco di rimandi virtuali. Quindi, non tanto una contemporaneità di fonti informative, quanto un sistema che ponga in latenza testi ed informazioni, ciò che Eco chiama una “enciclopedia massimale”, struttura a fisarmonica che un giorno potrebbe allargarsi più di quanto oggi appaia.

Se le culture sopravvivono è perché i loro testi fondatori hanno posto in latenza molte loro nozioni. La soluzione sta nella recuperabilità di ciò che è stato cancellato. Cancellare sì, ma con la possibilità di recuperare ciò che è in latenza.

Forse, al ragazzo menzionato all’inizio dovremmo insegnargli una nuova arte della memoria e della dimenticanza, quale strumento per accedere ai depositi della latenza”.




Il Pulitzer premia il digitale

di Valentino Salvatore

 

Da quando il premio è stato istituito nel lontano 1917, in onore del noto reporter Joseph Pulitzer, un riconoscimento del genere era toccato ai new media solo nel 2010. Quest’anno il risultato è ormai consolidato e il Pulitzer ancora una volta è stato assegnato – come nella scorsa occasione – proprio al sito ProPublica.org. Se nel 2010 la giuria della Columbia University aveva deciso di assegnare un premio al giornalista web Stephen Engelberg, oggi tocca a Jake Bernstein e Jesse Eisenger sempre per le inchieste di ProPublica.org. Eisenger e Bernstein l’hanno ottenuto per aver spiegato, utilizzando anche strumenti digitali, le pratiche finanziarie discutibili che hanno contribuito al crollo di Wall Street. Aggiudicandosi in questo modo la sezione National reporting e i 10.000 dollari che vengono offerti ai vincitori di ogni specialità. Anzi, quasi tutte, visto che per la sezione Public service viene regalata una più sportiva medaglia d’oro. Quest’anno toccata al Los Angeles Times, per aver smascherato la corruzione nella cittadina di Bell, in California, dove gli amministratori distraevano fondi pubblici per aumentare a in maniera esorbitante i propri stipendi. Venuto alla luce lo scandalo, molti di questi funzionari sono stati arrestati.

Se per le Breaking News non è stato quest’anno assegnato, l’Investigative Reporting è andato al Sarasota Herald-Tribune per l’analisi del dubbio sistema di assicurazioni sulle case in Florida. Alcuni reporter del Milwaukee Journal Sentinel hanno invece strappato il premio per l’Explanatory Reporting, sul toccante caso di un bambino di quattro anni affetto da una misteriosa malattia e salvato grazie a terapie genetiche. Il Chicago Sun-Times si è invece conquistato il riconoscimento per la cronaca locale, indagando su numerosi crimini della zona di Chicago. L’immancabile New York Times quest’anno fa la doppietta. L’International Reporting ad Ellen Barry e Clifford J. Levy, sul farraginoso sistema giudiziario russo, inchiesta che ha contribuito a suscitare un dibattito persino in quel Paese. Ma anche per un commento di David Leonhardt, meritevole di una menzione per aver affrontato questioni economiche complesse come la riforma sanitaria e il deficit del budget federale.

Il Feature Writing è andato invece al The Star-Ledger di Newark, per aver fatto luce sull’affondamento di una nave da pesca nell’Oceano Atlantico, che ha causato 6 morti. Come miglior recensore è stato incoronato Sebastian Smee del Boston Globe, per la “sua scrittura vivida ed esuberante”. Per la fotografia, i premi sono andati al toccante servizio del Washington Post sulle vittime del terremoto ad Haiti, con gli scatti di Nikki Kahn, Carol Guzy e Ricky Carioti. E al Los Angeles Times per un reportage sul torbido mondo delle bande criminali della metropoli Usa. Le vignette di Mike Keefe sul The Denver Post sono state segnalate per lo “stile espressivo” e i “messaggi forti e spiritosi”. Spiccano nel 2011 anche gli editoriali “ben calibrati, controcorrente” di Joseph Rago sul Wall Street Journal sulla riforma sanitaria promossa da Obama.

Ma il Pulitzer non è solo giornalismo in senso stretto, perché premia ogni anno anche letteratura e musica. Nel 2011 è da segnalare per la narrativa A Visit form the Goon Squad della scrittrice Jennifer Egan, già aggiudicatosi il National Book Critics Circle Awards. Il libro è particolare perché scritto come una presentazione in PowerPoint, con circa 70 pagine di slide. Per la sezione teatro, il premio è andato a Clybourne Park di Bruce Norris. Vincono anche la biografia dedicata a George Washington firmata da Ron Chernow e il saggio storico di Eric Foner The Fiery Trial: Abraham Lincoln and American Slavery. Siddhartha Mukherjee si è imposto nella saggistica con The Emperor of Alla Maladies: A Biography of Cancer. Anche la poesia trova spazio per la giuria del Pulitzer, che stavolta è andato a Kay Ryan. Senza dimenticare, per la sezione musica, l’opera Madame White Snake di Zhou Long.

Insomma, anche il Pulitzer ha confermato il trend recente, sdoganando di fatto il new journalism su internet e le nuove tecnologie. Senza però dimenticare né le inchieste dei giornali legati ai territori locali né i mostri sacri della stampa statunitense. Perché tutto questo è la stampa, bellezza: come avrebbe forse detto Humphrey Bogart.




Cento capolavori dello Städel Museum di Francoforte in scena a Roma

di Cinzia Colella

 

“Il fascino dell’Istituto Städel consiste in un’immensa energia concentrata in uno spazio ristretto. Vi è quasi tutto ciò che ha avuto origine dai grandi moti dell’animo dei popoli europei e tutto in opere di prim’ordine”. E’ il 1905 quando il direttore della Hamburger Kunsthalle Alfred Lichtwark fa visita al museo e rimane impressionato dalla bellezza delle opere esposte.

Dal 1 aprile fino al 17 luglio il Palazzo delle Esposizioni di Roma accoglie “100 capolavori dallo Städel Museum di Francoforte. Impressionismo, Espressionismo, Avanguardia”: una ricca selezione del celebre museo di Francoforte – una delle istituzioni culturali più antiche e ricche della Germania – fondato nel 1815 dal mercante e banchiere Johann Friederich Städel e che oggi custodisce più di centomila opere d’arte che documentano l’intero svolgimento dell’arte europea dal Rinascimento ai giorni nostri.

In linea con la vocazione prettamente modernista e contemporanea del Palazzo delle Esposizioni, il percorso storico-artistico messo in scena dal curatore Felix Kramer offre una panoramica che spazia dai Nazareni ai Romantici, dal Realismo all’Impressionismo, dal Simbolismo alle Avanguardie, seguendo una chiave critica che “intende portare il grande pubblico a familiarizzare con una prospettiva geografico-culturale dell’arte europea più ampia, variegata e sorprendente di quella cui ci ha abituato una visione univocamente franco-centrica della storia dell’arte europea tra fine XIX e inizio XX secolo”, dichiara il Presidente di Azienda Speciale Palaexpo, Emmanuele Francesco Maria Emanuele.

Articolata in sette scansioni stilistico–cronologiche distribuite nelle sette gallerie del palazzo espositivo le stanze raccolgono i cento capolavori dei maggiori esponenti della pittura tra XIX e il XX secolo, di casa nella monumentale sede sulla sponda opposta del Meno.

L’apertura del percorso è affidata al celebre ritratto di Goethe nella campagna romana, realizzato nel 1787 da Johann Henrich Wilhelm Tischbein e divenuto presto un’icona – tanto da essere ripreso da Andy Warhol in una serigrafia del 1982 -, simbolo della stagione del Grand Tour che sintetizza tutti gli elementi comuni al Neoclassicismo e al Romanticismo.

Attorno a Tischbein si snoda la sezione dedicata al classicismo europeo di primo Ottocento e a quei pittori, tra cui Pforr, Blechen e Koch, che trovarono in Italia fonte di ispirazione per le loro opere. Si passa quindi alla pittura realista francese della metà del XIX secolo, che vede esposti i paesaggi di Corot e Coubert, i ritratti luminosi di Renoir e la Parigi ricca delle pennellate corpose di Degas, e le suggestioni impressioniste di Monet, di Renoir e di Sisley.

Proseguendo si incontrano quei pittori che dall’impressionismo prendono le mosse, ma che da quella pittura risultano ormai lontani: van Gogh, i Nabis e i simbolisti che aprono il varco alle atmosfere oniriche, a volte stranianti di Bocklin, Moreau, Munch e Redon.

Si arriva all’Espressionismo tedesco, fiore all’occhiello della collezione dello Städel, che vanta capolavori del gruppo Die Brücke, nato a Dresda nel 1905. A Max Beckmann e alla sua potente pittura è dedicata un’intera sezione; la sua produzione, difficilmente riconducibile ad una o un’altra corrente artistica, fu fortemente influenzata dagli eventi storici che segnarono la sua esperienza e racconta  una Germania inedita, attraverso il filtro di una forte sensibilità.

Concludono la mostra i grandi pittori che inaugurano le avanguardie del Novecento: Max Ernst, Paul Klee e Pablo Picasso: un inno alla modernità, che conclude il percorso storico artistico della mostra e suggella la grande testimonianza che lo Stadel Museum dà all’Arte attraverso la sua ricca e multiforme collezione.

“E’ stata una collaborazione veramente straordinaria” ha dichiarato Felix Kraemer. “Le opere del museo non vengono solitamente prestate all’estero ma l’amore e la devozione per l’arte contemporanea ci ha spinto a cogliere questa occasione offerta dall’Italia – ha precisato Max Hollein, direttore dello Städel – Abbiamo ritenuto questa del Palazzo delle Esposizione una grande opportunità. Poter vedere la nostra collezione in un altro luogo è per noi una grande e significativa occasione”.

Per informazioni:

“100 capolavori dallo Städel Museum di Francoforte
Impressionismo, Espressionismo, Avanguardia”

Palazzo delle Esposizioni – Via Nazionale

1 aprile – 17 luglio 2011

Martedì, mercoledì, giovedì: 10.00 – 20.00
Venerdì, sabato: 10.00 – 22.30
Domenica: 10.00 – 20.00.
Lunedì: chiuso (tranne il 25 aprile quando il Palazzo sarà aperto dalle ore 10 alle ore 20).

www.palazzoesposizioni.it