Libro choc: gli orrori dei soldati nazisti dai protocolli della Wehrmacht

di Valentino Salvatore


Pare che lo stile WikiLeaks, oltre a contribuire alla modifica degli equilibri politici di oggi, sia utile anche ad indagare ed approfondire eventi storici, mostrandone i lati più oscuri e scomodi a colpi di dossier riservati. Sembrava che ormai tutto fosse stato scritto sulla seconda guerra mondiale, ma un libro di prossima pubblicazione, scritto a quattro mani da due eminenti studiosi, è destinato a riaprire il dibattito – e anche le ferite – sul ruolo del popolo tedesco durante le campagne naziste. Si intitola Soldaten: Protokolle vom Kämpfen, Töten und Sterben (cioé Soldati: protocolli del combattere, dell’uccidere e del morire), pubblicato dallo storico Soenke Neitzel e lo psicologo Harald Welzer.

Andando a spulciare circa 150mila pagine di comunicazioni tra soldati tedeschi prigionieri, registrate e trascritte dai servizi segreti degli Alleati, è emersa una diffusa quanto agghiacciante testimonianza del secondo conflitto mondiale. Da parte proprio di chi l’ha combattuto da aggressore e si è macchiato di innumerevoli atrocità. Non solo le famigerate SS, di cui già era tristemente nota la ferocia, quanto l’esercito. Quella Wehrmacht composta da gente comune e magari dipinta da alcuni con accenti quasi cavallereschi. Difatti, poco meno della metà dei tedeschi adulti venne arruolata nell’esercito, durante la guerra. Diciotto milioni di uomini agli ordini di Adolf Hitler, di cui un milione finiti prigionieri nei campi alleati. Viene da riflettere, a scorrere gli estratti che vengono diffusi, sulla “banalità del male” acutamente tratteggiata da Hannah Arendt, che trasforma personaggi ordinari e persino mediocri in lucidi assassini. Chiunque, anche chi pensa di esserne immune, può cadere nel gorgo della violenza perpetrata in maniera assolutamente gratuita in un contesto come quello della guerra. Come tanti conflitti – dai Balcani, al Vietnam, ma anche altri più recenti – dimostrano. Questo libro è l’ennesima prova di come la guerra possa far emergere gli istinti più gregari e primitivi nell’essere umano. Oltre 500 pagine, dove è condensato il “meglio” (si fa per dire) delle conversazioni tra i superstiti delle truppe tedesche, registrate di nascosto. Mentre i servizi segreti statunitensi dell’Office of Strategic Services (OSS) a Fort Hunt puntavano sui soldati semplici, l’Intelligence Service britannico a Trent Park era attento agli ufficiali. Montagne di dattiloscritti che dovevano servire per entrare nella mente dei nemici, per cercare di comprenderli. Ma i soldati della Wehrmacht, non pensando di essere sotto osservazione, si vantavano fra loro proprio dei massacri e delle violenze perpetrate durante le campagne militari. Una carrellata di orrori tra cui per anni i due storici si sono destreggiati e che non risparmiano alcun teatro di guerra. Magari, fanno notare alcuni critici più scettici, non tutte le storie raccontate saranno vere. Ma già il fatto che un soldato potesse vantarsi coi suoi commilitoni di certe azioni, seppure inventate, è comunque indicativo.

Un soldato così parla di una rappresaglia in un villaggio russo: “c’erano i partigiani, è chiaro che dovevamo fare terra bruciata, uccidendo donne, bambini, tutto e tutti”. “In Caucaso se uccidevano uno di noi”, confida il radiotelegrafista Kehrle, “il tenente non aveva bisogno di impartire ordini: pistole pronte, donne, bambini, tuto quello che vedevamo, via!”. Un aviere di nome Pohl descrive le azioni in Polonia, in cui “bombardavamo e mitragliavamo a volo radente attorno a Poznan” e “volevamo fare tutto il possibile con le mitragliatrici di bordo”. E’ indicativa la crescita del sadismo nel combattere: “all’inizio la cosa non mi piaceva, il terzo giorno mi era indifferente, il quarto giorno mi divertivo: era un piacere dare la caccia con la mitragliatrice ai singoli soldati nei campi e farli secchi con un paio di colpi”. Non solo militari nemici, ma anche “i civili incolonnati per strada”. Non ha rimorsi, anzi sì: perché “la gente non mi faceva pena”, ma “uccidemmo anche cavalli, per i cavalli fui dispiaciuto fino all’ultimo giorno”. Senza contare le squallide fanfaronate sessuali, ad esempio quelle descritte dal soldato Wallus, in un bordello per militari a Radom in Polonia: “ci portavano con i camion, ogni donna doveva avere una quindicina di noi ogni ora, ogni due settimane dovevano sostituirle”. Un altro, Reimbold, rende noto il particolare accanimento nei confronti delle donne accusate di essere partigiane: “In Russia prendemmo una spia, le infilzammo i seni con spini, le infilammo la canna del fucile di dietro, poi ce la facemmo. Poi la buttammo giù dal camion, le tirammo granate attorno, figurati, urlava ogni volta che esplodevano vicino!”. Hartigs, un tenente, dichiara di aver “sparato a tutto, tranne che a obiettivi militari” e che “abbiamo ucciso anche donne e bambini nella carrozzina”.

Non estranea alle immani violenze la marina, come afferma un marinaio di nome Solm che nel 1943 parla dell’affondamento di un “cargo trasporta-bambini”. Di quelli, per inciso, che portavano in salvo i ragazzi inglesi in Usa e Canada, affinché scampassero ai bombardamenti indiscriminati in Gran Bretagna a opera della Luftwaffe. “Tutti affogati? Sì, tutti. E la nave? Seimila tonnellate”, commenta laconico. Due piloti, Greim e Baeumer, scherzano su un raid aereo descrivendolo come un odierno videogame: “Avevamo un cannone da 20 mm, volando bassi su Eastbourne abbiamo visto una festa in una villa, abbiamo sparato, ragazze in abito sexy e uomini eleganti schizzavano via nel sangue, amico mio che divertimento!”. Si passa quindi all’Italia, dove un caporalmaggiore riporta gli ordini drastici del tenente: “ammazzatene venti, così avremo un po’ di pace, alla minima loro sciocchezza via altri cinquanta”. “Ra-ta-ta-ta con le mitragliatrici, lui urlava ‘crepate maiali’, odiava gli italiani con rabbia”, continua il testimone. C’è anche una fredda descrizione di uno dei tanti metodici massacri della Shoah, da parte del generale Bruns: “La fossa comune era lunga 24 metri e larga tre e dovevano stendersi dentro come sardine in una scatola. Sopra sei soldati con armi automatiche li finivano con colpi alla nuca, mentre dietro c’era una fila di un chilometro e mezzo che avanzava lentamente in attesa della morte. Una volta arrivati sul bordo dovevano deporre gioielli, borse e poi spogliarsi. Erano quasi tutte donne e bambini piccoli, intorno ai due anni”. I motivi per uccidere un altro uomo sono anche futili, come ammette un soldato chiamato Zotlöterer, che “spara alle spalle ad un francese che andava in bicicletta” perché vuole “solo” rubargliela.




Libri Come 2011. Vito Mancuso e Matthew Fox, tra fede e paura

di Mariano Colla

 

Si chiede Vito Mancuso, teologo e autore, tra l’altro, del libro L’anima e il suo destino: “c’è ancora bisogno, così come accadde il 31 ottobre del 1517 con Martin Lutero contro le indulgenze papali, di affiggere 95 nuove tesi sulla porta di una basilica contro la Chiesa di oggi?”.

La domanda trae spunto dal gesto simbolico compiuto dal teologo americano Matthew Fox che, nella mattinata del 1 Aprile 2011, ha affisso alla cancellata di Santa Maria Maggiore le sue tesi, già inchiodate allo stesso portone di Wittenberg all’indomani dell’elezione di Joseph Ratzinger al soglio pontificio (19 aprile 2005). L’evento ha preceduto l’incontro  tra i due teologi svoltosi nell’ambito della conferenza  organizzata da Vito Mancuso in occasione della rassegna “Libri Come 2011 – Festa del Libro e della lettura” programmata dal 1 al 10 Aprile presso l’Auditorium Parco della Musica. La conferenza è stata l’occasione  per presentare a un folto pubblico  l’ultimo libro di Matthew Fox dal titolo : “In principio era la gioia”, editore Fazi. Vito Mancuso e Matthew Fox, sono legati da una comune attenzione  al contrastato rapporto tra la concezione dogmatico – ortodossa della religione cattolica, gestita dal potente braccio secolare della Chiesa di Roma  e una visione interpretativa dei fondamenti della religione stessa in chiave meno assiomatica, gerarchica, dispotica e minacciosa,  a favore di una più serena e illuminata spiritualità. Fox, domenicano, è stato  espulso dall’ordine dopo 34 anni di permanenza, su pressioni dell’allora cardinale Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, proprio a seguito della pubblicazione del libro presentato  appunto all’Auditorium. All’epoca dell’espulsione, Fox commentò l’accaduto con la seguente frase: “Il mio libro è stato definito pericoloso e fuorviante. Io sono convinto che a essere pericolosa e fuorviante sia la crescita del controllo patriarcale, del pessimismo dell’antropocentrismo e dell’ideologia del peccato originale.” Fox ha, da allora, continuato con coraggio e determinazione la sua lotta per affermare i principi di una religiosità basata sulla gioia e sull’amore, concezione opposta ai sentimenti di paura che, ancora oggi, sembrano invece dominare il rapporto istituzionale tra uomo e fede, tra uomo e Chiesa.

Mancuso, nell’introdurre il libro dell’ex domenicano, parte proprio dal tema della paura. Libri e paura, dunque. Paura riferita, in particolare, alla teologia e alla religione. Nella tradizione cattolica anche  il libro ha sempre generato paura e timore, connaturati alla dimensione religiosa. Nelle sua opera “Il Sacro”, Rudolf Otto (1896-1937), professore tedesco di teologia protestante, e fautore della “scuola fenomenologica” fondata da Edmund Husserl, afferma che la dimensione religiosa si basa sulla duplice percezione di essere di fronte a un “misterium tremendum” e a un  “misterium fascinans”. La religione costituita ha molto giocato sul “tremendum”, sul timore e sulla  paura  di Dio, più che sul naturale rispetto verso un essere superiore. La Bibbia, come dicono i due interlocutori, è ricca di episodi ( vedi per es. Esodo 33.20) in cui l’immagine di Dio è tutto tranne che amore.

Religione, quindi, come paura su cui la Chiesa ha costruito e gestito a suo favore il clima necessario a dominare e sottomettere per secoli la razionalità che l’uomo tentava di armare per sfuggire al terrore del trascendente giudicante. Dominio che, anche oggi, lontani da roghi e inquisizione, la Chiesa esercita espellendo dai propri ordini, o violentemente criticando, chiunque osi proporre la  revisione di un dogmatismo e di una confessionalità rigorosa. Quasi tutti i documenti ufficiali della Chiesa, fatta eccezione per la produzione del Concilio Vaticano II, singolare e forse irripetibile esperienza della Santa Sede, terminano con la frase “ anathema sit”, ossia scomunica garantita per chi non osserva le regole scritte. E’ la conferma di un messaggio basato sulla dottrina, sulla ingiunzione,  sulla minaccia, sulla paura.

In tale contesto non poteva mancare un riferimento all’indice dei libri proibiti, introdotto da Paolo IV, il celeberrimo Gian Pietro Carafa, nel 1558, abolito solo nel 1966 da Paolo VI. Quattrocento anni di oscurantismo culturale. Vittima di tale paura è stata la teologia, la spiritualità, il retto pensiero del divino. Il libro di Fox, e non solo il suo, sarebbe finito in tale indice. I libri di Fox fanno  paura  non tanto perché sono libri accademici, caratteristica che comunque attribuisce loro la credibilità dello studio e dell’approfondimento, quanto perché, come dice Mancuso, sanno parlare al cuore della gente, sanno costruire una verità religiosa basata sulla gioia e non sulla paura. E che i libri potessero parlare al cuore della gente è forse quanto temeva di più  Pio VI, che nella lettera papale del 15 maggio del 1800, esigeva  che il potere della Chiesa fosse esplicato nel distruggere il mortale flagello dei libri, influenza fatale per la salute della Chiesa stessa e della comunità dei fedeli.

Matthew Fox

Sorprende, quindi, per chi vuole criticare il protestantesimo, quanto affermava John Milton nel 1644 contro i tentativi di censura dei libri: “E’ quasi uguale uccidere un uomo  o uccidere un buon libro. Chi uccide un uomo uccide una creatura ragionevole, immagine di Dio; ma chi distrugge un buon libro uccide la ragione stessa, l’immagine di Dio nella sua propria essenza”. Fox ha ribadito il ruolo fondamentale del coraggio, del cuore, della curiosità, della creatività,  quali strumenti per andare oltre la paura, per superare l’incombente presenza del giudizio e del peccato nell’esistenza umana, come  scientemente comunicata dalle gerarchie ortodosse, per non essere intimoriti da risoluzioni, critiche e controlli in grado di minare la  libertà di espressione e di azione. La gioia non può diffondersi se viene dato  spazio a un sistema di controllo delle anime. Se la paura è ancora tra di noi, solo la bellezza, la gioia e l’armonia potranno essere  la nostra salvezza.

Infine la libertà di insegnamento. Mancuso insegna in una università che non dipende direttamente dal Vaticano, ma, afferma il teologo,” i confini vengono posti, i segnali arrivano, evidenti, per una costrizione della formazione nell’alveo dell’ortodossia e già il prossimo anno la cattedra non è garantita.  La libertà religiosa, declamata dalla Chiesa in tutto il mondo, non è esercitata al proprio interno”.

Le considerazioni finali di Mancuso e Fox mettono in guardia dal potere ecclesiastico, qualora esercitato come costrizione e limitazione del libero pensiero. La parola del Vangelo, ricca di spiritualità, non può più essere intrappolata in un sistema rigido e dogmatico. La Chiesa dovrebbe  prendere coscienza della spiritualità originaria, espressione di una sensibilità positiva, non coartata da prescrizioni ante-litteram. Il messaggio del Vangelo non prescrive l’obbedienza, l’ordine e il sinistro imperversare della gerarchia, ma stimola la ricerca di una religiosità che va “ oltre chi la nega e chi, al contrario, la vive come obbligo”.

Dal dialogo tra Mancuso e Fox emerge lo sforzo, la difficoltà, anche il rischio dell’emarginazione, nel veicolare una lettura e una interpretazione dei fondamenti del cattolicesimo alleggeriti da simbolismi ansiogeni e terrificanti legati all’ultimo destino.  Scaturisce  la leggerezza di un messaggio che attinge al senso di equilibrio e di armonia propria di una immagine di Dio che perde la dimensione  antropomorfa per lasciare spazio, usando le parole di Mancuso, a una “impersonale presenza creatrice” che ammanta di sé l’energia dell’universo in cui siamo tutti immersi.

Fox, Mancuso, e poi Hans Kung, nuovi eretici? Forse sarebbe meglio dire: testimoni di  un onesto e attuale  tentativo per far capire alla coscienza contemporanea quali grandi ricchezze sono in gioco nella spiritualità.




Francesco De Gregori: sessant’anni di un ‘principe’ cantastorie

di David Spiegelman

 

Francesco De Gregori

Il principe delle favole festeggia ogni giorno il compleanno, perché nelle favole il tempo non passa mai, fa il giro attorno a se stesso e quando parte è un modo di tornare. Francesco De Gregori, per brevità chiamato Principe, fin da quando era un ragazzo con la chitarra e senza cappello, compie sessant’anni ed è una strana ricorrenza: era infatti un giovane vecchio quando ebbe a rivelarsi, nello studio IT di quel Vincenzo Micocci che avrebbe pagato con l’invettiva più tagliente della storia della canzone d’autore la scarsa fiducia in Alberto Fortis. Coltivava la sua fertile introversione, credeva che il mondo e gli altri fossero meno interessanti di quel che gli scorreva davanti agli occhi.

Conosceva le storie di ieri, perché portava il nome di suo zio, una delle vittime del regolamento di conti di Porzus, una delle pagine scure di una storia di riscatto civile: insieme con il Francesco De Gregori comandante vicario della brigata resistenziale azionista Osoppo, fu giustiziato dai fucilieri di una formazione partigiana filostalinista anche Guido Pasolini, fratello di Pier Paolo.

Questa comunanza implausibile di anime antecedenti è forse una delle chiavi gnomiche confacenti all’orientamento nel lavoro di un intellettuale inclassificabile. Cantante o cantastorie, musicista, poeta, letterato, storico, attore con tanto di valigia: nei quarant’anni di carriera cominciata dopo la maturità al Virgilio, ha saputo volgere a proprio favore la massima per cui ogni autore vero si distingue per la capacità di saper creare i propri precursori. All’orecchio attento, il canto degregoriano contiene – nell’evidenza dell’uso combinato di chitarra acustica e armonica a bocca, più una voce pulitamente sporca – chiari riferimenti alla lezione di un collega nato romanziere e spinto, non senza personale recalcitranza, alla forma canzone come Leonard Cohen, figlio della diaspora ebraica come Robert Zimmerman in arte Dylan. Curioso come l’esordio discografico veda De Gregori affiancato da un artista forse il più distante nella struttura poetica e musicale: ad Antonello Venditti, malcelato seguace degli Elton John e dei Billy Joel, lo accomunava una incarnita romanità mai davvero fatta propria. Non ci sono infatti quasi mai città riconoscibili nei suoi versi, se non nella forma di falsi indizi, altrettanto sciaradistici del contesto.

Fin dal primo solistico “Alice non lo sa”, si disse che De Gregori fosse tacitiano, ellittico, allusivo, uso a dissimulare il significato di quel che cantava lontano dal testo, oltre il limite della cornice. Ebbe a subire anche il truce processo di un tribunale del popolo, che lo tacciava di impoliticità, negli anni in cui si credeva che le bombe molotov – come scriveva Wilcock – fossero un segno di giovinezza e non l’emblema del fascismo che è dentro il fascismo come nell’antifascismo: dire buonanotte fiorellino, disegnare uomini che camminano sui pezzi di vetro, foto in cui sorridevi e non guardavi, era empio, in un tempo che ammetteva soltanto la sottomissione dell’arte a una caricatura grottesca del realismo socialista già fossile nelle terre desolate d’origine. Erano giorni in cui i brigatisti rossi nascondevano nelle intercapedini dei covi non tanto i carteggi estorti di Moro, quanto cose di cui ritenevano doversi maggiormente vergognare di fronte alla propria rivoluzionaria coscienza di classe: i 33 giri di Lucio Battisti, borghese e forse anche un po’ fascio, per via di quei «boschi di braccia tese» che poi, a volerla dire tutta, era farina del sacco di Mogol.

Accusavano insomma De Gregori di non farsi capire, ma non è che il mondo attorno a lui – ostentatamente ignorato – fosse più comprensibile. A chiudere l’autoesilio dovette convincerlo Lucio Dalla, per un sodalizio artistico scaleno – tanto sfacciato e guittesco il clarinettista destinato a farsi compositore lirico, tanto goffo e timido il futuro produttore d’olio umbro – che funzionò a meraviglia, tanto da essere tuttora riproposto senza per questo tradire, a distanza di più di tre decenni in cui siamo cambiati tutti, la ferocia degli effetti del tempo.

De Gregori non è mai stato giovane e quindi faceva un certo effetto, la scorsa estate, sfoggiare un panama aragosta, all’ombra del monumento alla vittoria nella Grande Guerra, cantando insieme con Dalla uno standard giocoso di Louis Prima. Parlare di un personaggio come lui espone comunque al rischio di opacizzare la portata splendente del suo rimario, una ventina di dischi e alcuni gioielli regalati – “La valigia dell’attore” ad Alessandro Haber, “Sognadoro” a Mimmo Locasciulli, con la prima soggetta a riappropriazione, la seconda no – e altre apparizioni da non protagonista come in “Questi posti davanti al mare” di Fossati.

Di fronte a De Gregori, sale davvero il dubbio se i fantasticatori che cantano quanto abbiano immaginato in proprio possano definirsi o meno poeti. Lui ci aveva pensato da tempo, «i poeti che brutte creature, ogni volta che parlano è una truffa». Ha raccontato la fine del tempo a ritmo di charleston, ha fatto volare la donna cannone accanto al pilota di guerra Saint-Exupery. Ha scritto la più bella canzone di sempre su un tema quasi inaccessibile agli artisti, per la sua ontologica banalizzazione, ovvero il calcio. Ha scritto “Atlantide” forse non rendendosi conto di che cosa gli fosse riuscito. Se un giorno non avesse imbracciato una chitarra, il mondo – un grande orfanotrofio – sarebbe più povero e noi, che ne siamo sbigottiti passeggeri, con lui. Ha ragione De Gregori: siamo venuti per niente, perché per niente si va. Il giorno dell’Apocalisse, se ci sarà permesso, se ci sarà il tempo, dei suoi dischi ci piacerebbe portarcene una decina almeno con noi, nascosti sotto la giacca, ché non venisse in mente a nessuno di sequestrarceli, a partire da “Rimmel”: bussola per molti di noi di una precoce senescenza, di una tardiva giovinezza mai davvero vissute.




Festa del Libro: mostre fotografiche e installazioni all’Auditorium

di Maria Rosaria De Simone

 

Jorge Luis Borges e Maria Kodama

Dal 1°  fino al 10 aprile, “Libri Come. Festa del libro e della lettura”. Da non perdere. Proprio in occasione della Festa del Libro, si è tenuto all’Auditorium di Roma un vernissage per la presentazione dell’allestimento di quattro notevoli mostre a tema letterario. E’ sempre un’emozione lasciare le rive del Tevere, addentrarsi un poco nel quartiere Flaminio e passeggiare all’Auditorium, città della musica per eccellenza, creatura dell’architetto Renzo Piano, che si presenta maestoso, con le sue tre ‘casse armoniche’, che sembrano delle navicelle spaziali, che volano sopra una fitta vegetazione. Dopo aver attraversato un magnifico viale polifunzionale, dopo aver gettato un occhio curioso alle vetrine della libreria, si giunge all’ingresso a cui fa da sfondo un magnifico anfiteatro all’aperto che accoglie numerosi concerti. Proprio sulla scalinata della cavea, è visibile il primo originale allestimento, ad opera di Antonio Marras, lo stilista che ha reso celebre la griffe Kenzo. Marras ha avuto la geniale idea, già presentata in Sardegna per il Festival della Poesia, di realizzare un paesaggio di sedie, un poco sbilenche, segnate dall’uso, sedie comunque di fattura umile, ma rivestite di libri impilati uno sull’altro e di nastri rossi. E’ simpatico venire accolti con queste ‘sedie sapienti’, che incuriosiscono e portano una ventata di allegria nel panorama culturale romano.

All’interno degli spazi dell’Auditorium sono tre le mostre fotografiche. Massimo Siragusa, che ha ripreso frontalmente le sale di lettura, gli scaffali e gli ampi e suggestivi spazi di quindici tra le biblioteche italiane più importanti. Quindici gioielli, roccaforti del sapere e della cultura. Sono immagini forti, su cui ci si sofferma e su cui si ritorna, per portarsi un poco dietro il fascino di quei luoghi in cui si sente il desiderio di smarrirsi in un mare di libri, tra le antiche colonne  e gli splendidi scaffali.

Proseguendo nel percorso le fotografie di Valentina Vannicola, che attraverso una lente ludica, mette in mostra alcuni episodi di importanti capolavori della letteratura mondiale, rivisitati in chiave visionaria. Le foto che mi hanno più colpito sono stati sicuramente i dodici scatti dedicati all’inferno dantesco, che spiccavano per intensità sullo sfondo nero delle pareti, su cui si leggevano le citazioni della Divina Commedia. Siamo più volte ritornate sulla foto dedicata al girone dei lussuriosi, che presentava due amanti che si reggevano a vicenda, attaccati ad un albero, per contrastare la violenza del vento che li sferzava.

L’ultima mostra fotografica è stata invece quella di Maria Kodama, la seconda moglie di Jorge Luis Borges,  uno dei maggioriscrittori del XX secolo, che l’ha immortalato nei suoi scatti. E proprio lei, Maria Kodama, era presente per rispondere alle nostre domande e curiosità. Tra telecamere delle varie televisioni,assieme agli altri  redattori di varie testate giornalistiche, abbiamo seguito la fotografie che ritraevano il grande scrittore durante i suoi numerosi viaggi in giro per il mondo, accompagnati dai racconti della moglie. Forse le più belle erano quelle che ritraevano marito e moglie in mongolfiera.

Dove vi trovavate?

In California, nella Valle del Napa. Fu una delle cose che entusiasmò di più mio marito. Voleva a tutti i costi fare quel viaggio in mongolfiera. Ci dissero che non era possibile, perchè i viaggi erano già stati prenotati, come era usanza in quei luoghi, da giovani sposi. Mio marito disse sperava che almeno una coppia non si sposasse per avere la possibilità di partire lui. Ed infatti una coppia non si sposò più e ci lasciò il posto. Luis era felice come un bambino. Quando scendemmo, stappammo una bottiglia di champagne e ne lasciammo un’intera cassa sul luogo in cui eravamo approdati, com’era usanza.

Com’era  Borges nel privato?

La sua vita scorreva nella più completa normalità. Al mattino scriveva, poi incontrava studenti e giornalisti se ne aveva voglia. Il pomeriggio correggevamo i testi, poi passeggiavamo e, a volte, incontravamo amici.

Mentre contemplavamo le fotografie e la loro storia recondita, Maria Kodama raccontava volentieri del marito, di quell’aria allegra e spensierata che lei ha colto nei suoi scatti, così diversa da quella che ci presentano invece le sue opere letterarie. Borges amava viaggiare ed in quel modo trascorse il suo ultimo periodo di vita che documentò nel libro “Atlas”. Morì a Ginevra nel 1986.

Le quattro mostre all’Auditorium, a mio parere,  sono sicuramente un percorso culturale da non perdere. Inoltre la loro visita è gratuita. In tempi di austerity questo è un valore aggiunto.




Tiziano Terzani, il diario fotografico di un viaggiatore errante dell’Asia

di Mariano Colla


Sono trascorsi sette anni dalla morte di Tiziano Terzani, e lentamente riaffiorano iniziative che ne ricordano la  intensa vita di cronista e viaggiatore, la sofferenza  e il suo pacato e dolce congedo. E’ di prossima programmazione un film dal titolo “La fine è il mio inizio” con Bruno Ganz ed è anche in corso a  Palazzo Incontro una mostra autobiografica, organizzata dal figlio Folco, dal titolo “Clic! 30 anni d’Asia”, rassegna che raccoglie alcune delle più belle istantanee del Terzani corrispondente di guerra, attento cronista ed acuto osservatore di un Oriente in rapida trasformazione, o involuzione forse, secondo la sua più recente lettura. Una mostra che include riflessioni del Terzani viaggiatore, dell’uomo sensibile e intelligente, testimone della tragica e avvincente  storia di un Oriente in ebollizione. Nel 2004 la figura di Terzani si imponeva sui media nazionali per il profondo senso di equilibrio che scaturiva dalle sue dichiarazioni, frutto di un percorso interiore segnato dalla malattia. Tale malattia ne minava il fisico, ma non lo spirito, che, non curante degli orpelli della sofferenza incombente, andava oltre e riconosceva nella mortalità dell’uomo la possibilità più propria dell’esserci, come, peraltro, sosteneva anche Heidegger, contro cui ogni farmaco o cura rappresentava un illusorio tentativo di sovvertirne l’inevitabile applicazione.

Riscontravo, allora, una emozione quasi collettiva, quasi si fosse trattato di un novello profeta. Oggi, a distanza di sette anni, rivedendo le fotografie in mostra, rileggendo alcuni dei suoi pensieri di contorno e riguardando il filmato della sua ultima intervista tenutasi ad Orsigna, suo paese natale e rifugio ultimo di una irripetibile esperienza di  vita, ho avvertito i segni del tempo che, lentamente, tutto fagocita nell’oblio, ho percepito  una nostalgia come memoria delle emozioni, ho avvertito la violenza di un mondo che tutto sgretola e nulla trattiene, ho ancora sentito la voce di un uomo dai grandi ideali, miseramente naufragati nella dimensione utilitaristica di una umanità che degli accorati messaggi di Terzani, ben poco sembra aver assorbito.

Sette anni fa Terzani  faceva tendenza, nel senso più ricco e nobile del termine. Oggi ci viene riproposto, con voce e presenza  più flebili, con il dubbio che la dimensione  commerciale faccia in qualche modo capolino. Fa male rileggere, in alcune sue frasi, la carica di idealismo alla base delle sue scelte giovanili e la successiva, progressiva disillusione determinatasi a contatto con le testimonianze di vita  vissute nei paesi del socialismo reale. Nel  1975, al termine dei suoi reportage dal tormentato Vietnam, Terzani scriveva: sono venuto qui per capire la rivoluzione, i contrasti di una società apparentemente docile. Il Vietnam era loro e ne avevano ogni diritto al grido di Giai Phong, Giai Phong (liberazione, liberazione). Erano le 12,10 e il Vietrnam era finalmente libero. Si era fatta la storia e piansi.” Un Terzani giovane ed aitante alza il pugno chiuso al cielo, convinto dei valori del comunismo. Le immagini di un Vietnam in festa testimoniano la lettura gioiosa ed ottimistica di una nuova avventura politica. Lettura che doveva infrangersi, alcuni anni dopo, nel corso della esperienza cinese. La militanza ideologica di Terzani, priva di retorici dogmatismi, non va a scapito  del suo  senso critico, peraltro necessario per svolgere con obiettività il lavoro di giornalista. Terzani definiva inizialmente la Cina: “ come il più grande esperimento di ingegneria sociale che l’umanità avesse mai tentato, ossia la ricerca di una società più giusta e più umana. Mi fu subito chiaro che la realtà era meno affascinante dei sogni”.

L’ampia selezione di fotografie in bianco e nero propone immagini di un mondo che non esiste più. I tratti di un popolo ai margini della povertà, le contraddizioni della rivoluzione culturale, volti segnati dalla fatica e dalla sofferenza, giovani con ancora dipinte sul viso espressioni di speranza, miste a stupore. Nell’84 le autorità cinesi arrestano Terzani, colpevole, ai loro occhi, di essere un testimone troppo ingombrante del modello di vita cinese, un osservatore troppo acuto  che non ha voluto essere straniero tra i cinesi, ma ha deciso di raccontare le loro storie, i loro drammi, i loro problemi e ha svelato al mondo  una Cina sconosciuta e mai fotografata. E’ la prima grande delusione e la  prima presa di coscienza  del  fallimento di una ideologia.

Tiziano Terzani sull'Himalaya

Con il Giappone Terzani prende contatto con la modernità asiatica e l’impatto è violento, tale da inquietarlo. Scrive“ il Giappone moderno rende tutto piatto. Noto un modo di vivere spaventoso, i ritmi della vita sono devastanti. Vidi in tutto questo  la maledizione  che aspettava il mondo. Solo nella morte sentivi la grandezza. Nel tempio di Yasakuni, nei musei delle spade,  senti la cultura della morte, della bella morte”. E’ un appunto che mi ricorda il bellissimo film  “Departures, apprezzare la vita vivendo a contatto con la morte”, del regista Yojiro Takita, in cui viene narrata, con una delicatezza e una poesia a noi estranea, la storia del violoncellista Daigo che decide di ritornare nel suo paesino natale dopo che l’orchestra per cui suonava si è sciolta. Qui, a causa di un equivoco, trova lavoro come tanatoesteta (colui che trucca e abbellisce i volti dei cadaveri prima della sepoltura). Il Giappone di Terzani ci viene proposto attraverso istantanee di volti seri e impassibili, di catene di montaggio,  di antichi templi sommersi da grattacieli e tecnologia.

E poi il Tibet, con le suggestive immagini del Potala e con la convinzione che chi  arriva a lambire il tetto del mondo resta vittima del suo incanto. E’ un Tibet ancora parzialmente autentico, dove  la sistematica aggressione  cinese è ancora agli inizi. Il Mustang, remoto e isolato, e la ricerca di se stessi tra picchi innevati e aridi deserti. Nella piazzetta di Lo Montang, improvvisata capitale della ragione, una bambina tiene in mano una bambola dai capelli biondi e gli occhi azzurri. Segno inequivocabile dell’occidente che avanza e Terzani si chiede : “sono anch’io un veicolo della modernità?”.

Segui la puzza dei cadaveri e ti troverai in Cambogia, mi ha detto un soldato” afferma Terzani.  Fotografie impressionanti di uno sterminio epocale: cadaveri gonfi e putrefatti, fosse comuni, scheletri, cumuli di teschi, attorniati da soldataglie ridenti. Le foto di Terzani non sono mai impersonali. Nella bellezza e nella tragedia colgono sempre il gesto dell’uomo, il sentimento insito nell’atto, nella pausa, nella gioia e nella sofferenza, nel bene e nel male. A margine di alcune suggestive immagini scattate sul fiume Mekong Terzani scrive:  “confine tra Laos e Thailandia: da un lato villaggi e capanne immerse nella foresta, barche ormeggiate all’ombra di palme, bagliori teneri delle lucine a olio nel silenzio del fiume che scorre. Dall’altro  i frastuoni e le luci della Thailandia, fagocitata da un modernismo indotto da un perverso abbraccio con l’occidente, ultima barriera ai confini del mondo comunista. Da una parte il passato, dall’altro il futuro. Su quale sponda la felicità?

In questa frase ritrovo le emozioni del viaggiatore oltre che del cronista. La testimonianza di un mondo che lentamente scompare per fare posto a un altro mondo che Terzani non sente suo e che subisce nelle sue travolgenti pulsioni. La mostra raccoglie anche immagini dell’India, dove, dice Terzani, Dio ha ancora mille indirizzi, espone bacheche con reperti di viaggio, passaporti scaduti, foto di famiglia in giro per il mondo, telex, fax, testimonianze relativamente recenti ma che già profumano d’antico.

Dall’Unione Sovietica, ormai ex , con foto che testimoniano un paese a pezzi, proviene un commento conclusivo: “la rivoluzione vietnamita prima, la rivoluzione cinese poi. Poi l’eroismo diventa la quotidianità, diventa l’orrore, la fila per il pane. Grande delusione il socialismo, grande delusione. Direi che l’islam fondamentalista ha preso il posto del marxismo leninismo”.  Come sette anni fa le immagini di Terzani nel suo ashram nell’Himalaya e a Orsigna ci fanno vedere un uomo che si congeda con nobiltà dalla vita quotidiana, relativizzando le cose del  mondo, ricercando nel conforto dello spirito la pace, ritenendo una cosa bellissima disfarsi nella vita del cosmo ed essere parte di tutto.

Il curatore della mostra, il figlio di Terzani, Folco, durante la presentazione della mostra:

Per informazioni:

“Tiziano Terzani. Clic! 30 anni d’Asia. La mostra”, fino al 29 maggio 2011.

Palazzo Incontro, via dei Prefetti, 22 (accesso dalla biblioteca, piano primo).

Orari: tutti i giorni dalle 10 alle 19. Chiuso il lunedì.

Ingresso: biglietto intero 6 euro, ridotto 4 euro.

tel. 06.32810




‘Ritratti di santi’:Giulio Base legge la vita di Chiara Luce Badano

di Maria Rosaria De Simone


Giulio Base

A Roma, presso la Chiesa di S. Maria della Vittoria , in via XX Settembre, sono iniziati  degli incontri: tre letture che raccontano  la vita di tre Santi, con la voce e la bravura di tre attori. Si tratta di “Ritratti di santi” uno dei movimenti più rappresentativi del MEC, il Movimento Ecclesiale Carmelitano, che ogni anno in periodo quaresimale propone queste singolari letture al fine di divulgare la vita e le opere dei santi. Gli scritti, oltre un centinaio, sono opera di Padre Antonio Maria Sicari, teologo carmelitano e fondatore del MEC. Ieri sera nel primo incontro, l’attore e regista Giulio Base, ha letto la vita di Chiara Luce Badano. Un’ora intensa, con brevi intermezzi musicali, in cui l’attore è riuscito a rendere presente la bellezza della storia di Chiara, con un coinvolgimento emotivo  che ha attraversato l’animo di chi ascoltava. La chiesa era gremita di persone e mi ha fatto piacere notare anche molti giovani. Era tutta illuminata e nel transetto sinistro gli occhi di tutti gli intervenuti erano inchiodati sulla meravigliosa estasi di S. Teresa D’Avila del Bernini.

La storia di Chiara non può lasciare indifferenti. Era una ragazza nata nel 1971 a Savona e la sua vita si spense dopo solo 19 anni, dopo due anni di indicibile dolore fisico causato da un tumore osseo. I suoi genitori erano persone semplici, che per 11 anni avevano tanto desiderato la nascita di un figlio. L’amarono quindi di un amore intenso, accresciuto dalla lunga attesa. Chiara aveva mostrato sin da piccola i primi segni di santità. Piccole cose, brevi frasi di una forza ed intensità incredibili per una bimbetta. Ad esempio, come tutti, amava i suoi giocattoli, desiderava tenerli tutti per sé, ma poi aveva slanci di generosità incredibili e diceva che ai bambini poveri non poteva regalare i vecchi giocattoli, ma i sui più belli.

Era molto sensibile nei confronti dei poveri e degli emarginati. A scuola la sua amica più cara era la ragazza più povera della classe e, quando la invitava a pranzo, chiedeva  alla madre di apparecchiare con la tovaglia più bella “perchè c’era Cristo a pranzo”. A soli 9 anni, in terza elementare, inizia con le sue compagne di classe un’esperienza nel Movimento del Focolari di Chiara Lubich. I genitori non la ostacolarono, anzi la seguirono a Roma, nel 1981, per un raduno del Movimento. Attraverso questa forte esperienza spirituale, Chiara provava il desiderio di vivere sempre più intensamente il messaggio evangelico. In una lettera a sua madre, ancora adolescente scriveva: “Voglio fare del Vangelo la mia vita.”

Di lei raccontano che era una ragazza molto bella, ricercata, con l’animo del leader, ma scelse di non metttersi in mostra, di non montarsi la testa.Come tutte le ragazze viveva impusi affettivi, ma non si buttava in storie superficiali con i ragazzi, non si abbandonava a facili amorucci. Era tentata come tutti, ma desiderava vivere da cristiana. Amava la musica, ascoltava Battisti, Mina ed altri artisti. Sognava di fare la hostess, per poter viaggiare. Era allegra e vivace. Mal sopportava, crescendo, gli orari dei rientri serale, imposti dal padre, ma ubbidiva. “Il papà non vuole che esca” scriveva.

Alle superiori ebbe nuove tentazioni, che lei stessa racconta con semplicità “In questi mesi faccio molta fatica a non dire parolacce ed anche la TV spesso mi tenta con film non proprio belli.”. Ma lei desiderava con tutto il cuore vincere queste tentazioni ed alla madre, che le chiedeva se  parlasse mai di Gesù ai suoi compagni, lei rispondeva: “Io non devo dire Cristo, io lo devo solo dare con il mio comportamento.” Era sempre pronta ad accudire i nonni malati, anche nelle necessità più difficili, aveva grande amore per i più bisognosi, per i quali si spendeva. Ebbe anche il suo momento di forte crisi spirituale, a 16 anni, quando la sua fede venne messa alla prova. Si allontanò per un periodo dal movimento, ma poi ritornò e si dedicò con maggiore intensità al suo nuovo compito di seguire un gruppo di bambine.

Nel 1988 iniziò ad accusare dei forti dolori alla spalla durante una partita di tennis. All’inizio fu sottoposta a delle infiltrazioni , poiché si pensava ad una infiammazione.  Purtroppo una Tac diede un responso terribile: Chiara era affetta da un tumore osseo. Da lì iniziò la sua via crucis . Nel 1989 venne sotoposta ad un primo intervento chirurgico. Al risveglio dall’anestesia la sentiranno sussurrare: “Perché Gesù…perché ……ma se tu lo vuoi, lo voglio anch’io“. Purtroppo il sarcoma con le metastasi non l’abbandonava. Chiara pian piano comprendeva che la situazione era gravissima. Sua madre non le diceva più: “Coraggio, poi passa”. Dopo la prima seduta di chemioterapia chiese di parlare con il medico curante che le spiegò la sua reale situazione. Quando tornò a casa, si chiuse in solitudine e disse che non desiderava parlare con nessuno. Visse la sua ‘notte oscura’, quella che ogni uomo attraversa nella sua vita, quella in cui il buio del non senso spegne ogni speranza. Solo 25 minuti di solitudine profonda, di silenzio totale. Poi uscì dalla stanza, chiamò la madre e decise di vivere il suo calvario appoggiandosi a ‘Gesù abbandonato’.

Le sedute di chemioterapia divennero sempre più faticose e dolorose, ma soprattutto fu doloroso accettare i segni della malattia che andavano a deturpare il suo bel corpo. Quando fu costretta a tagliare i suoi lunghi capelli biondi esclamò: “Per te, Gesù, per te.” Durante la malattia fu lei a consolare chi le era vicino. Al padre che non riusciva a tollerare la sofferenza della figlia ed il fatto che non ci fosse più speranza, lei ripeteva: “Papà cerca di vivere l’attimo presente in unione con Gesù. Poi per il resto c’è la grazia di Dio. Chiara parlava con Dio, gli esprimeva i suoi dubbi, tutto:”Eppure Dio mi vuole bene…”, ripeteva.

Quando ormai comprese che era giunta al termine del suo viaggio terreno, cominciò a prepararsi all’incontro con Gesù. Chiese alla madre di andarle a comprare un bellissimo abito bianco, come da sposa. preparò i canti per il rito funebre. Chiese alla madre di non piangere durante il suo funerale: “Mamma, devi cantare ed io canterò con te…in cielo mi faranno festa.” Scrisse anche a Chiara Lubich chiedendole di trovarle, se lo riteneva possibile, un nuovo nome. La fondatrice del Movimento dei Focolari le rispose: “Chiara Luce è il nome che ho scelto per te…” Così Chiara Luce Badano, si andava pian piano congedando dalla vita e dai suoi affetti.

Mamma, quando mi vestirai, non dovrai piangere, ma dire: -adesso Chiara Luce non soffre più, vede Gesù.” Cercava sempre di consolare e preparare la mamma alla sua morte. Un giorno le chiese: “Chissà chi verrà ad accogliermi quando entrerò in Paradiso!” “Certamente  per prima verrà la Madonna!” rispose la madre. E chiara:”Zitta! Non rovinarmi la sorpresa!” Chiara Luce si spense il giorno della festa della Madonna del Rosario. Il 25 Settembre 2010, di fronte a più di ventimila giovani, Chiara Luce venne beatificata nel Santuario del Divino Amore a Roma.

L’attore Giulio Base ha terminato il racconto con la voce rotta dall’emozione, per quella tenera ragazza, semplice e per nulla speciale, che aveva testimoniato che nelle prove terribili della sofferenza e della morte, si può incontrare l’amore profondo di Dio. Chiara Luce, con la sua vita, ha dato una risposta alla sofferenza umana.

Il 4 aprile  è previsto il prossimo appuntamento con l’attore Pino Insegno,  che leggerà la storia di Jerzy Popieluszko, martire polacco, simbolo di Solidarnosc.




‘Non lasciarmi’, la favola gotica tratta dal romanzo di Ishiguro

di Paolo Cappelli


Non lasciarmi di Mark Romanek (2010)

“Non lasciarmi” (Never let me go, traduzione di Paola Novarese, pp.291, euro 17, 50) , è il titolo dell’opera letteraria del visionario Kazuo Ishiguro, scrittore anglo-giapponese, premiato dalla prestigiosa rivista Time come miglior romanzo del 2003. Mirabile la sua capacità di dosare emozioni e parole, con estrema cura e sapienza, nel lugubre stile del romanzo gotico.  Al romanzo di Ishiguro si è ispirato il film di Mark Romanek, uscito in tutte le sale italiane il 25 marzo. Nella favola gotica Tommy, Ruth e Kathy, vivono come orfani in un misterioso castello, allevati ed educati alla bellezza scopriranno solo alla fine di essere dei cloni: corpi da operare per prelevarne gli organi vitali, destinati a uomini potenti e ricchi.

 

Fin dall’inizio del film si percepisce che nell’amicizia tra  Kathy (Carey Mulligan), Ruth (Keira Knightley) e Tommy (Andrew Garfield) esiste un’eccezionalità del legame, una percezione che troverà conferme solo nella rivelazione finale del film. Ad unirli però sarà, oltre al triste destino, anche l’amore.  Ishiguro parlando del clone del romanzo, lo definisce come  “un acceleratore della vita che ci dovrebbe far capire in poco spazio che cosa e’ la vita, quale e’ il rapporto tra noi e la creazione, quale sara’ il nostro destino”.

“Non lasciarmi”, tuttavia, è troppo raffinato per fare paura e troppo artificioso e irreale per essere tragico. Ma il punto non è questo. Ciò che il film riesce a far bene è fotografare la quintessenza dell’essere inglesi, in particolare l’accettazione supina dell’autorità, la lealtà incrollabile all’infelicità e, all’approssimarsi della morte, il non opporsi al lento disfarsi della vita, quasi fosse un obbligo sociale.

Il futuro che il governo ha deciso per loro non sarà rivelato mediante una scena finale ad effetto, così come ci hanno abituato film come “Il sesto senso”. Esso è evidente fin dall’inizio, ma abilmente nascosto tra le pieghe della storia e della vita quotidiana che osserviamo sullo schermo. Il segreto è misterioso, orribile e allo stesso tempo accettato ai protagonisti: è come la morte, realtà che tutti conosciamo come spaventosa e terrificante, ma che non ignoriamo e che consideriamo, ogni giorno della nostra vita, un evento fatalistico e imprevedibile.

La tesi di Ishiguro sull’arrendevolezza umana emerge potentemente dal libro, ma molto meno dalla sceneggiatura. Ciò è dovuto in parte alla contrazione imposta dai tempi cinematografici, ma soprattutto al fatto che gli adattamenti di Garland per altri film (28 giorni dopo, Sunshine) sembrano scritti troppo in fretta e in maniera poco riflessiva.

Never Let Me Go

Anno: 2010

Durata: 103 minuti

Regia: Mark Romanek

Sceneggiatura: Alex Garland

Cast: Andrew Garfield, Carey Mulligan, Charlotte Rampling, Keira Knightley, Sally Hawkins

Il trailer del film




Dopo trent’anni ritorna in Italia la Venere di Morgantina

di Valentino Salvatore

E’ tornata finalmente in Italia la Venere di Morgantina, dopo trent’anni di esilio. Datata alla fine del quinto secolo a.C., la scultura fu scolpita probabilmente da un allievo del maestro greco Fidia. Una imponente statua alta più di due metri, le cui parti del corpo visibili sono scolpite in pregiato marmo bianco dell’isola greca di Paros. Di tufo calcareo, proveniente dalla zona del fiume Irminio non lontano da Ragusa, è invece la veste finemente drappeggiata e mossa dal vento. Questa opera, capolavoro che per stile e tecnica è paragonabile alle metope del tempio di Selinunte e all’Afrodite dell’Agorà di Atene, ha una storia avventurosa. Viene da Morgantina, antica città multietnica abitata da siculi e coloni greci, dove fu riportata alla luce negli anni Settanta dopo secoli di oblio. Ma venne tranciata in tre parti e trafugata dal ticinese Renzo Canavesi, ricettatore che la vendette alla società Robin Symes Ltd. Come ricostruito poi dagli inquirenti, al prezzo di 400mila dollari, che ben presto lievitarono nella transazione successive. La statua venne infatti messa all’asta a Londra, dove se la accaparrò il Paul Getty Museum al prezzo record di 28 miliardi di lire. La statua venne quindi esposta nel museo Getty di Malibu, nelle Hawaii. Divenne tra i pezzi più rinomati e fu identificata come probably Afrodite. Ma diversi studiosi propendono piuttosto per Kore, oppure Demetra, anche perché ritrovata nella zona di un santuario dedicato a divinità della terra. Intorno alla statua nacque una controversia internazionale, trascinatasi per parecchi anni. Col Getty restio a riconsegnare la scultura, i vari governi italiani che si sono succeduti a tentare la strada della mediazione, senza però tralasciare quella giudiziaria. Nel 2001 il tribunale di Enna condannò il trafficante Canavesi a pagare ben 40 miliardi di lire e a scontare 2 anni di carcere. Per la prima volta una condanna così dura colpiva un ricettatore di opere d’arte.

Continuò a nicchiare però il Paul Getty Museum, che tra l’altro detiene ancora diverse opere italiane tra cui il mai restituito Atleta di Fano, attribuito allo scultore greco Lisippo. Nonostante una perizia sul tufo utilizzato per confezionare la veste della Venere di Morgantina ne avesse accertato l’origine siciliana. I rapporti tra Italia e Getty si fecero ancora più tesi negli anni Novanta, quando venne scoperto e smantellato un giro clandestino di opere d’arte trafugate, il cui traffico era gestito da Giacomo Medici in Svizzera. Coinvolta anche l’ex curatrice dello stesso museo, Marion True, con l’accusa di aver acquistato diversi pezzi rubati in Italia. Travolta dallo scandalo, la donna si dimise dal suo incarico nel 2005 perché finì sotto processo a Roma per esportazione clandestina di reperti archeologici e associazione a delinquere. Proprio lei avrebbe comprato per il Getty Museum reperti di dubbia provenienza per un valore totale di 30 milioni di dollari. Ma tutto si risolse in un nulla di fatto, con l’incalzare della prescrizione. Intanto si lavorava, con un’opera sotterranea e paziente di diplomazia culturale. Da un lato, per ottenere la riconsegna delle opere trafugate, dall’altra per concordare l’eventuale prestito di reperti da esporre come compensazione al Getty. Lo stesso museo, ormai in pesante crisi di immagine, decise di far tornare nel nostro Paese diverso materiale ottenuto più o meno illecitamente. Come una grande coppa attica rossa con scene della guerra di Troia, un’epigrafe da Selinunte, un cratere del pittore di Paestum Asteas, un candeliere bronzeo di provenienza etrusca, nonché migliaia di reperti da Francavilla Marittima (vicino l’antica Sibari).

Solo dal 2007, grazie ad un accordo tra il museo Getty, l’assessorato ai Beni Culturali della Regione Sicilia e il ministero dei Beni Culturali, è stata disposta la restituzione della Venere di Morgantina e di un’altra quarantina di reperti all’Italia. E proprio il 17 marzo – giornata in cui si sono festeggiati i 150 anni dall’Unità d’Italia – la statua è tornata. Restituita dal Getty Museum, è volata prima all’aeroporto di Roma Fiumicino divisa in sette casse. Poi è stata riportata in Sicilia, sbarcando a Palermo da una nave proveniente da Civitavecchia. Quindi, scortata dai carabinieri per la tutela del patrimonio culturale, è arrivata con tanto di basamento antisismico nella cittadina di Aidone (vicino Enna) per essere custodita nel locale museo archeologico. Dove è già esposto il famoso Tesoro di Morgantina, restituito l’anno scorso dal Metropolitan Museum di New York. Le operazioni per ricomporre la statua divisa in pezzi iniziate lunedì, si sono concluse giovedì. Ma per l’inaugurazione ufficiale e l’esposizione al pubblico bisognerà attendere la fine di aprile.

Nel suo tour in Sicilia per giungere ad Aidone, la Venere di Morgatina è stata accolta come una persona cara e famosa lontana da tempo. Salutata con calore tra gli applausi della gente del posto, nella speranza che abbia ritrovato finalmente la sua antica casa. Sperando che, visto il suo rango, sia accolta degnamente. Altrimenti, tanto valeva che rimanesse nel sontuoso e attrezzatissimo museo di Malibu, costruito su modello della famosa Villa dei Papiri di Ercolano.




Habemus Papam, la ‘palombella vaticana’ di Nanni Moretti

di David Spiegelman

Era il Bufalo Bill, con una effe, di De Gregori a uccidere «per essere il migliore». Talento e privilegio opprimono, hanno un risvolto nero vertiginoso da investigare. «Mi comporto come se fossi Dio? Devo pur avere un modello cui ispirarmi» diceva invece Allen. Non è la prima volta che Nanni Moretti affronta temi assoluti, volgendo in apparenza lo sguardo altrove da se stesso: continua invece a raccontare la propria storia ed è verosimile lo faccia anche con questo Habemus Papam, tenuto segreto nelle fasi progettuale e attuativa e solo adesso distillato nella desecretazione, alla vigilia dell’uscita nelle sale.

Da tempo era nota l’alberatura della pellicola, in cui il cineasta romano – che tornerà a Cannes, dieci anni dopo la controversa Palma d’oro nel sopravvalutato e per certi versi ricattatorio La stanza del figlio – interpreta uno psico-analista chiamato in Vaticano per contribuire a risolvere la questione dell’inettitudine del Papa eletto al ruolo appena assunto. Elementare in assoluto è il riferimento al precedente e ormai remoto La messa è finita, per analogia tematica e di contesto: in realtà il solo parametro di possibile parallelismo è la costante assoluta della poetica morettiana: la solitudine del talento. I personaggi di Moretti brillano di una desolazione ontologica, una diversità morale e antropologica meccanicamente collocata su un piano improprio da definirsi politico. Tutti i suoi film raccontano la solitudine, perfino quello costruito sulle vicende di uno sport che si vorrebbe di squadra: invece Michele Apicella è solo, davanti a Mario Scotti Galletta, nella piscina delle terme di Acireale quasi a notte fonda, per il tiro di rigore: stilizzata rarefazione di un confronto con se stesso.

L’esempio pare appropriato per affrontare la cifra di un lavoro che consolida la vocazione di Moretti a raccontare il silenzio, l’esilio e l’astuzia: cardini joyciani di ogni esistenza decente, nel senso più proprio del termine. Nessun uomo è più distante dal mondo di colui che sia chiamato per compito istituzionale a fare da tramite con l’Inattingibile: ecco che nella figura di un Pontefice, ineludibile riferimento dell’orizzonte culturale del romano Moretti, si assume il canone dell’impossibilità di un esercizio consapevole del potere. Infatti il Celestino VI di Michel Piccoli resta imprigionato dalla certezza dell’umana inadeguatezza a un ruolo strutturalmente impossibile, perché aggravato dalla natura stessa dell’essere vivente. L’originalità della sceneggiatura morettiana, per quel che ne è emerso dalle maglie strettissime del segreto, sta nel ricorso a una scienza spiazzante, almeno per i riferimenti vaticani: la psico-analisi, preferibile a declinarsi con tanto di trattino secondo la dizione sveviana, è infatti una disciplina mai accreditata di piena cittadinanza nell’orizzonte cattolico. La storia dei rapporti tra Chiesa e dottrina freudiana, infatti, è costellata di incomprensioni, anatemi, scomuniche, come d’altra parte è logico, nella prospettiva di una dottrina programmaticamente inconciliabile con il dogma dell’immortalità dell’anima. Padre Gemelli sconsigliava ai fedeli il trattamento in analisi, Pio XII sancì l’inconciliabilità tra psico-analisi e cattolicesimo esecrando in particolare il “pansessualismo” freudiano, né i successori – compreso Roncalli e a dispetto dello specifico moderatismo del Concilio – ebbero modo di rivedere tale ostilità. Perciò desta sorpresa e curiosità la visione morettiana di una Chiesa del dubbio, molto wojtyliana si direbbe, protesa alla ridiscussione delle proprie certezze fino al punto di accogliere oltre le Mura Leonine un discepolo del medico israelita viennese che adoperò i cardini della mitologia greca per fissare i punti del conoscibile nell’animo umano.

Il compito del professionista, definito con vezzo neotogliattiano il migliore («Dobbiamo fare qualcosa subito, perché lei è il più bravo»: così viene accolto in Vaticano Moretti, con la replica scontata «Che condanna, me lo dicono sempre…») è quello di indagare il dubbio del Pontefice designato, per rimediare al vuoto di potere e soprattutto per consentire alla Chiesa di non abdicare alla propria funzione di guida nel mondo, ma non per il mondo. Tra i primi e si direbbe i pochi a visionare in anticipo la sceneggiatura, un uomo di rara erudizione curiosamente accreditato di un possibile futuro proprio da Papa: il “ministro della cultura” pontificio Gianfranco Ravasi, creato cardinale nello scorso autunno da Benedetto XVI. Uomo di libri come di fede, già prefetto della Biblioteca Ambrosiana, Ravasi ha così descritto la prospettiva del film: «E’ la storia di un uomo che si sente incapace di essere all’altezza della missione che gli è stata data». Cioè quella di chiunque abbia sufficiente contezza di se stesso, per comprendere l’impossibilità di governarsi e quindi di estendere la funzione di tale dominio. E’ una ‘palombella vaticana’ quella che forse racconta Moretti, in un tempo in cui mai come prima Occidente e tramonto assumono un’identità semantica irredimibile.

Il trailer del film




Ombre di luce: il dagherrotipo di una generazione in rivolta

di Valentino Salvatore

 

Dopo le accese contestazioni e le diffuse mobilitazioni dei mesi scorsi che hanno portato in piazza migliaia di giovani, il movimento studentesco dell’Onda arriva sul grande schermo. Con una pellicola diretta da Massimo D’Orzi, promettente allievo di Marco Bellocchio. Già sceneggiatore per il teatro, nell’ardito confronto con autori come James Joyce, Jean-Paul Sartre e Arthur Miller, ha firmato alcuni cortometraggi e un film, l’onirico Sàmara.

Sarà presentato in anteprima nazionale il 28 marzo, presso il Cinema Nuovo Aquila a Roma, il film Ombre di Luce, diretto da D’Orzi e prodotto da Il Gigante. Sarà poi la volta di altre città: come Firenze (il 4 aprile, presso l’Auditorium di Sant’Apollonia), Bari (con un’anteprima al Cineporto il 12) e Perugia (tra 9, 10 e 14 aprile).

Innovativo e straniante perché frutto della sperimentazione del laboratorio di scrittura creativa della Facoltà di Scienze Umanistiche de “La Sapienza”. Un modulo attivo fin dal 1994 grazie all’interessamento del linguista Tullio De Mauro, già ex ministro della Pubblica Istruzione tra 2000 e 2001. Il film vede inoltre la collaborazione del Centro DigiLab. In questa storia dove si intrecciano realtà e finzione, la cinepresa cattura nel dettaglio la vita e i travagli degli universitari all’interno del loro mondo. Proprio dentro l’università romana un gruppo di studenti dà vita ad un racconto corale, mentre infiammano le proteste contro i tentativi di riforma (o contro-riforma per taluni) del ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini. Il racconto, composto insieme a due docenti, racconta della sparizione di una donna e della ricerca intrapresa per ritrovarla. Sullo scena appare e scompare anche il movimento di contestazione, mentre continua il dialogo intenso  tra i due professori e gli studenti. Silenzi, immagini, molte domande. Su tutte, nel corso di esami, quella di chi si interroga sulla morte del desiderio di conoscenza e di come si possa reagire a ciò.  Alla favola partorita a poco a poco con arte maieutica dal gruppo di scrittura, in un’aula con pareti trasparenti, si intreccia tutto il mondo contraddittorio dei giovani in bilico. Tra fugaci rivolte e aspettative per un futuro migliore. L’immaginazione che genera incontro e comunicazione diventa il modo per emanciparsi da una realtà che sembra priva di prospettive.

Francesca Rubini

Un approccio, quello del regista, che però non si riduce ad una analisi sociologica del mondo studentesco. Il tutto non si limita ad una sorta di documentario, con venature politiche, sugli studenti dell’epoca Gelmini. La protesta dell’Onda rappresenta quasi uno sfondo, un pretesto per dare voce al disagio di un’intera generazione. I protagonisti del film sono: Mery Tortolini, Annio G. Stasi,Francesca Rubini, Elena Gerosi, Giulia De Gaetano, Riccardo Montesi e Devis Torelli e gli studenti del Laboratorio di scrittura creativa dell’Università La Sapienza di Roma. La musica è firmata da Stefania Tallini. Ombre di luce, quella di una generazione che non vuole scomparire.

Per informazioni:

Ombre di luce, il sito

Il trailer del film che uscirà nelle sale cinematografiche il 28 marzo 2011