Time, Mark Zuckerberg è l’uomo dell’anno

La rivista Time dedica a Mark Zuckerberg la copertina, proclamandolo Person of the Year 2010

Di Valentino Salvatore

A sorpresa la rivista statunitense Time proclama uomo dell’anno Mark Elliot Zuckerberg, il fondatore di FaceBook, deludendo molti che si aspettavano in copertina il “sovversivo” Julian Assange. Colui che in pochi mesi ha sconvolto il mondo e creato non pochi grattacapi e imbarazzi diplomatici, rendendo pubblici centinaia di migliaia di documenti riservati, una vera e propria icona corsara dell’informazione libera contro i potentati politici ed economici. Ma già si levano critiche per la scelta del Time di ignorare il sondaggio  promosso tra gli internauti proprio dalla prestigiosa testata, che prevedeva di scegliere laPerson of the Year 2010 tra una rosa di 22 candidati.

Assange aveva  infatti conquistato più di 382mila preferenze, sorpassando di quasi 150mila voti il secondo in classifica, il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan. Il creatore del social network più famoso langue in decima posizione, con poco più di 18mila click. L’hanno sorpassato personaggi come la trasgressiva Lady Gaga, i comici Stephen Colbert e Jon Stewart, il conduttore tv Glenn Beck, il presidente degli USA Barack Obama, l’amministratore della Apple Steve Jobs, i minatori cileni rimasti per mesi intrappolati sottoterra e persino il simbolo del “disoccupato americano”. Ironia della sorte, un analogo sondaggio su FaceBook mischia le carte: in prima posizione Lady Gaga, che stavolta batte Assange a colpi di Mi piace: più di 65mila per lei, mentre il fondatore di Wikileaks si ferma sotto i 46mila.

Nonostante ciò la redazione del Time, cui spetta l’ultima parola, ha sceltoil Re Mida dei social network. Nella classifica definitiva del magazine, come runner-up seguono il movimento statunitense conservatore del Tea Party, il presidente afghano Hamid Karzai, quindi Julian Assange e i già citati minatori cileni. Due anni fa aveva vinto Barack Obama, da poco insediato alla Casa Bianca, e nel 2009 il capo della Federal Reserve, Ben Bernanke. A dispetto dei record, il ventiseienne prodigio la cui ascesa ha ispirato anche un film uscito di recente, The Social Network, non è il più giovane Man of the Year. Il primato va a Charles Lindberg, l’aviatore che in solitaria e senza scalo a soli 25 anni riuscì ad attraversare l’Atlantico in aereo, nel lontano 1927. Deve accontentarsi stavolta del secondo posto, a parimerito con la regina Elisabetta, immortalata sulla nota copertina nel 1952.

Zuckerberg si aggiudica quest’anno la prima posizione «per aver connesso più di mezzo miliardo di persone e aver mappato le relazioni sociali tra loro; per aver creato un nuovo sistema per scambiare informazioni», ma soprattutto «per aver cambiato il modo in cui tutti noi viviamo le nostre vite», si legge nel sommario del lungo servizio firmato da Lev Grossman dedicato al papà fi Facebook. Il direttore editoriale del Time, Richard Stengel, esalta Zuckerberg come «architetto della sua generazione». Aveva annunciato in anteprima la scelta durante il programma Today della NBC e si prodiga a motivarla sul suo giornale. «FaceBook è ora il terzo più grande paese del mondo e di certo ha più informazioni sui propri cittadini di quante ne abbiano i governi» e il suo creatore, «uno che ha abbandonato Harvard, ne è il capo di stato in maglietta».

Premiato quindi per aver rivoluzionato i rapporti tra gli individui, traslatati su di una piattaforma virtuale che connette ormai quasi 600 milioni di utenti. Dato che la promozione a furor di popolo di Assange sul sito non può passare inosservata, è d’obbligo il paragone con la mente di Wikileaks. Sono «due facce della stessa medaglia», che esprimono il desiderio di trasparenza, sebbene in modi diametralmente opposti. E forse si capisce il motivo della scelta a favore del ragazzotto del social network rispetto al fascinoso super-ricercato. Assange si lancia all’assalto dei governi e delle istituzioni, togliendo loro potere e credibilità con la diffusione di informazioni top secret. Zuckerberg invece offre ai singoli individui la possibilità di condividere notizie e dati personali, con l’intento di ampliarne il raggio delle relazioni. Mentre il primo vede un mondo pieno di «nemici reali e immaginari», per il secondo ci sono solo «amici potenziali». La privacy è un ferrovecchio per entrambi, ma per l’hacker australiano lo è in quanto diventa copertura per i sotterfugi dei potenti, mentre per il giovane miliardario è un «anacronismo culturale, un ostacolo ad una connessione aperta e più efficace tra le persone».

La palma di uomo dell’anno a Mark Zuckerberg sembra quindi all’insegna del politically correct. Si è scelta la versione più rassicurante dell’uso di internet, rispetto all’inquietante tempesta targata Wikileaks. Hanno pesato probabilmente le pesanti accuse rivolte ad Assange, non solo quelle per spionaggio, ma anche le denunce per reati sessuali in Svezia. Si deve riflettere anche sulle possibili ricadute politiche della scelta del Time: immaginatevi una copertina col beffardo Julian Assange, proprio ora che gli Usa stanno cercando in tutti i modi di incastrarlo. Sebbene escluso – almeno per quest’anno – dalla celebrativa copertina del Time, ad omaggiare Assange ci ha pensato la rivista Rolling Stone, ma al di là delle incoronazioni ufficiali  è  innegabile  che sia entrato a pieno titolo nel pantheon degli eroi anti-sistema che lottano per una informazione libera da gran parte dell’opinione pubblica digitale.

 Intanto FaceBook fattura più di un miliardo di dollari, continua a macinare utenti e si sta trasformando in una vera potenza economica grazie al marketing e alla pubblicità, tutto questo nonostante le velenose polemiche sui trascorsi del suo ideatore, riportate in auge grazie anche al film di David Fincher, e i dubbi sulle violazioni della privacy e sull’uso dei dati dei suoi iscritti.




Presentato a Roma il romanzo “Gli anni confusi” di Marco Rossi Lecce

di Stefania Taruffi

Il nuovo romanzo di Marco Rossi Lecce, “Gli anni confusi”, è stato presentato presso il Wine bar Camponeschi di Roma, noto da anni per gli aperitivi d’arte, organizzati ogni giovedì da Umberto Scrocca con la collaborazione del noto critico d’arte Achille Bonito Oliva.
Fulvio Abbate ha presentato l’autore e il contenuto del libro ed è seguita la proiezione del booktrailer, realizzato da LoVenomous Pictures.
Coniugando il linguaggio del trailer cinematografico con la formula dello spot pubblicitario, il booktrailer costituisce un nuovo modo di conoscere e scegliere i libri.
Il video ideato da Raffaella Barbieri, diretto da Tommaso Ceruso e interpretato da Karen Natasja Wikstrand, rielabora in immagini temi e situazioni contenute all’interno del romanzo di Marco Rossi Lecce. “Gli anni confusi” è un libro che parla di sesso in maniera esplicita, ma mai volgare e racconta la scoperta del corpo da parte delle donne, la conquista della libertà sessuale, l’autocoscienza dei gruppi femministi, il movimento studentesco e le manifestazioni di piazza. Trasformando le linee in bianco e nero della parola scritta in luce, colore e suono, il booktrailer ricrea l’atmosfera dei difficili anni Settanta, quando l’ideologia mutava prepotentemente in lotta politica e questa in slogan, si scontrava con le idiosincrasie della pratica politica, ma soprattutto faceva i conti con le personali aspettative e fragilità.
Marco Rossi Lecce si forma nell’ambiente artistico romano e nel 1979  fonda l’Archivio del pittore futurista Carlo Erba (prozio da parte materna), di cui è tuttora il responsabile. Tale archivio rappresenta una delle poche raccolte dettagliate e attendibili esistenti nel mondo e testimonia le attività e  alcune realtà inedite di alcuni futuristi e il loro contesto personale.  Dal 1980 al 2010 dirige a Roma una propria galleria d’arte (Altri Lavori In Corso, già Il Campo), specializzata sulla giovane ricerca e le ultime tendenze. Dal 2007 si occupa di letteratura erotica, pubblicando on line numerosi racconti sul sito Eroxè (www.eroxe.it), con lo pseudonimo Redlec e con il racconto “L’odore del mirto” è tra i finalisti del concorso letterario Oxè Award 2008. Nello stesso anno è autore del documentario “Sulle Tracce Del Futurismo”, coprodotto dall’Assessorato alle Politiche Culturali e della Comunicazione del Comune di Roma e presentato in occasione del Centenario del futurismo.

E ora il nuovo romanzo: ”Ho cominciato a scriverlo per caso, in un pomeriggio tranquillo in galleria” -ci racconta l’autore-  “in esso c’è il mio passato, gli amici, la vita che facevo in quegli anni”. Ambientato negli anni ’70 ’80, il racconto è dunque autobiografico e descrive la suggestione di un passato amoroso e sessuale che si mescola con il periodo storico, ben descritto da ‘dentro’, dal contesto sociale e umano rappresentato dalle persone che l’hanno animato. I personaggi ci raccontano, attraverso le loro storie, le proprie aspettative sociali e personali, i problemi, le abitudini dei giovani di quell’epoca, nel contesto urbano del quartiere ‘storico’ di Trastevere, che in quegli anni era considerato un’area ‘libera’, creativa, di raccordo cultural – mondano fra i giovani. Dal libro di Marco Rossi Lecce emerge inoltre il cambiamento radicale che in quegli anni avviene nel mondo femminile, prima relegato ad un ruolo passivo. Emerge la nuova figura femminile alla ricerca della propria identità, soprattutto sessuale, che voleva avvicinarsi al mondo maschile, quasi rappresentandolo e a volte lasciandolo basito ai margini di un nuovo modo di vivere la sessualità femminile.

Come ha scritto del romanzo Cristiana Rumori: ”L’uomo e la donna provano a guardarsi a distanza, cercano di capirsi nel profondo, accettando la gioia del desiderio che va oltre il pensiero monogamo e sperimentando una nuova e più libera idea d’Amore. Si spingeranno oltre, fino a toccare con mano il dolore e il coraggio di chi sceglie di percorrere una strada diversa”.




L’astice al veleno di Vincenzo Salemme

di Federica Costantini

Per questo Natale lo chef consiglia… ‘l’astice al veleno’!

A differenza di quanto si potrebbe pensare non si tratta di una stravagante portata che vedremo sulle tavole italiane durante le feste natalizie bensì il titolo del nuovo spettacolo di Vincenzo Salemme che, dopo il successo riscosso nelle precedenti tappe della tournèe, approda al Teatro Olimpico di Roma.

Qui vi resterà fino al 23 Gennaio, Capodanno compreso, per poi riprendere il tour in giro per la penisola (per le date http://www.vincenzosalemme.it/)

La commedia in due atti, diretta e scritta dallo stesso Vincenzo Salemme, racconta la storia di un’attrice (Benedetta Valanzano) che, innamorata e delusa del suo regista, a suo volta infelicemente sposato, decide di invitare a cena il suo amante per avvelenarlo mettendo fine alla sofferenza causata dalle innumerevoli promesse mai mantenute.

Nell’attesa che la cena avvelenata abbia inizio, però, arriva Gustavo (Vincenzo Salemme), un pony express che porta i doni delle feste alle compagnie teatrali e sconvolge la situazione. Ma a far ciò non è solo… ad animare l’intera vicenda, infatti, ci penseranno anche quattro figure molto particolari: una lavandaia del cinquecento (Antonella Morea), uno scugnizzo di Gemito (Antonio Guerriero), un poeta rivoluzionario tratto dal Regno delle Due Sicilie (Giovanni Ribò), un “munaciello” (Nicola Acunzo) figura mitologica dell’iconografia popolare napoletana.

Lo spettacolo che, come lo stesso Salemme ha affermato, punta a ‘far ridere nella tristezza’, lo fa con una soluzione alquanto innovativa che vuole rendere i tratti romantici in una chiave più comica ed arricchire quelli della farsa di sensazioni più forti con il surreale.

La metafora di un amore infelice permeato da malinconia e solitudine, portata in scena da Salemme, e ben nascosta dietro i lati coinvolgenti della sua comicità, è il dono che lo stesso attore intende fare al suo pubblico perché come lo stesso sottolinea ‘portare la gente al teatro è un compito affinchè il teatro torni ad essere di nuovo popolare e non un’arte per pochi’.

guarda l’intervista!

Vincenzo Salemme intervistato da Federica Costantini




Presentato a Roma il Calendario Bellezze d’Italia 2011

di Vanessa Mannino

L’ Hotel Ambasciatori Palace di Via Veneto di Roma ha fatto da cornice alla presentazione del calendario Bellezze d’Italia 2011, che ha visto la presenza di ospiti importanti del mondo della moda e dello spettacolo.
Il Calendario, nato nel 2007, vanta ogni anno la presenza di illustri fotografi che hanno immortalato le ragazze in scatti davvero “monumentali”: quest’anno è stata la volta del fotografo di moda Alessandro Frezza.
A partecipare all’evento sono stati stilisti “della stoffa” di Alviero Martini, Sofia Balestra, Chiara Boni, Miss Bikini, Regina Schreker, Tilù e Laura Pieralisi, che con i loro preziosi abiti hanno eccezionalmente illustrato i dodici mesi dell’anno.
Presenti anche Eva Henger, Miranda Martino, l’Ambasciatore d’Austria e la bella Micaela Foti, vincitrice del Gran Ballo viennese delle debuttanti e giovane promessa della canzone.
Il Premio Bellezze d’Italia, ideato e creato dall’orafo Michele Affidato, è stato consegnato dalle giornaliste della Rai: Adriana Pannitteri del TG1, Maria Concetta Mattei del TG2 e Stefania Giacomini del TG regionale di RAI 3. Il Premio Bellezze d’Italia di quest’anno è infatti è un omaggio alla RAI, la prima rete televisiva, simbolo della comunicazione italiana nel mondo “sia sempre più Donna!”.
Bellezze d’Italia è un progetto promosso dall’Associazione Nazionale Bellezze d’Italia presieduta da Francesco Grasso con la Direzione Artistica di Nino Graziano Luca.
Francesco Vignarolo, direttore del Gruppo IdeaViva Produzioni di Tarquinia per il secondo anno consecutivo, ha visto consegnarsi, durante il Gala, una targa di riconoscimento per il lavoro svolto nell’ambito del Concorso, che con orgoglio ha dedicato a tutti i Professionisti del Gruppo IdeaViva.
Un casting manager, esclusivista di zona, che si dice  più che soddisfatto dell’affluenza e partecipazione delle ragazze tutte del CENTRO ITALIA, tutte giovani e belle tra le quali però ne è emersa solo una: SHAILA DI GIOVANNI. Shaila, bellissima quanto emozionata, come quando questa estate dichiarò alle telecamere di ItaliaMagazine come il successo sia giunto per lei inaspettato.
Shaila è stata eletta Miss a Tarquinia nella suggestiva location di Santa Maria in Castello a Tarquinia, non solo MISS BELLEZZE D’ITALIA, ma anche MISS TARQUINIA.
A breve infatti sarà presentato il calendario della Miss Tarquinia eletta: un Calendario da non perdere, curato nei minimi dettagli.
Non a caso, proprio Tarquinia anche quest’anno è stata riconosciuta tra le migliori location d’Italia e a breve verrà consegnata una targa all’Amministrazione Comunale.




Pollini e il clavicembalo ben temperato

Di Mariano Colla

Maurizio Pollini

Un candido fascio di luce illumina il pianoforte a coda posto sul palcoscenico della Sala S. Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica di Roma.  Il prezioso strumento si appresta a essere domato, nella sua apparente freddezza,  dalle mani del pianista milanese Maurizio Pollini per dare vita a una delle più grandi opere di Johann Sebastian Bach, il “Clavicembalo ben temperato”, I° libro di  “Preludi e Fughe”, ultimato nel 1722. Non è un evento in sé  che Pollini suoni Bach, ma è sempre suggestivo ammirare come un solo strumento possa dare vita a tante voci diverse contemporaneamente, come previsto da questa opera bachiana, in cui il compositore tedesco richiede al clavicembalista o al pianista un impegno solitario di circa due ore.

La potenzialità che Bach aveva messo in mostra con la scala ben temperata, novità assoluta per i suoi tempi, viene dunque assegnata alla responsabilità tecnica di un unico esecutore e di un singolo strumento musicale, in contrasto con le  grandi polifonie concertistiche e orchestrali del  musicista tedesco. La scala ben temperata fa tuttora parte della cultura musicale del  mondo occidentale, patrimonio del nostro sapere e sentire, con poche applicazioni e impieghi al di fuori dei nostri confini.  Sono suggestioni di note e intervalli scritti sulla carta  e che poi ritroviamo sulla tastiere di un clavicembalo o di un pianoforte. Il possente spirito di Bach aleggia nell’auditorium quando Pollini, minuto e quasi fragile, si avvicina allo strumento.  Il cono di luce  traccia un confine con il resto della sala ed esalta la figura vagamente ieratica del pianista. Per circa due ore interpreterà il grande maestro dando vita e corpo alla imponente opera. Il silenzio è assoluto quando le prime note  del “Preludio e Fuga in do maggiore” si diffondono nella vasta sala dell’Auditorium.

Bach con il clavicembalo ben temperato scrisse un preludio e una fuga per ciascuna delle 12 tonalità, in modo maggiore e minore. Il clavicembalo ben temperato contiene quindi 24 preludi e fughe. Fu una rivoluzione, anticamera della musica seriale, che ha dato pari dignità non solo alle 7 note ma anche ai 5 semitoni. Infatti con il  clavicembalo ben temperato Bach si proponeva di mostrare i vantaggi del “temperamento equabile”, ossia del metodo che sostituisce al sistema musicale pitagorico per quinte naturali, un sistema in cui l’ottava risulta divisa in 12 dodici semitoni uguali.

La novità fu sconvolgente per il tempo, tant’è che  il nuovo sistema non fu subito adottato in Europa, bensì  si è dovuto aspettare la metà dell’800 per risentirlo in uso. Un preludio e una fuga, quindi, per ciascuno dei due modi, maggiore e minore, in un ordine che trova il gusto dell’invenzione. Si aprono spazi immensi e vuoti che la tecnica e il sentimento del pianista riempiono coniugando l’arte, che prevede la soggettività, l’estro, l’invenzione del singolo e la fuga,  che è un meccanismo perfettamente organizzato con delle ben precise regole da rispettare, come un problema da risolvere.

Se salti un passaggio non ne vieni più a capo. La concentrazione di Pollini ha un che di mistico. La fuga è scienza  e poesia insieme, e solo un grande artista è in grado di sviluppare alla tastiera un discorso armonico, senza strappi, senza pause  pur con l’adrenalina che si  genera in una sala di concerto. Ogni rumore molesto può interrompere la concentrazione. Il grande pianista canadese Glenn Gould abbandonò nelle matura età le sale da concerto per suonare,  da solo, all’interno degli studi di registrazione, totalmente insonorizzati, dove la musica si poteva esprimere nella massima purezza, senza disturbo alcuno. Il rapporto tra il pianoforte e Pollini è quasi carnale. Le sue mani accarezzano la tastiera con una mobilità impressionante, dipanando e valorizzando la complessa architettura della fuga.

Con una breve pausa tra un brano e l’altro, Pollini ritorna sulla terra con semplici gesti quali  l’atto di asciugarsi, con un fazzoletto, il sudore che sgorga dalla fronte. E’ un dialogo con Bach. Tra i due grandi artisti sembra instaurarsi  una comunicazione intima, estranea ai più se non in una lettura soggettiva.  La musica scorre nella sua complessità, alternando  consonanze e dissonanze, dove queste ultime introducono toni aspri e stridenti per un orecchio maggiormente abituato e confortato dallo stile melodico, ma che tuttavia generano una tensione rispetto al senso di stabilità e soddisfazione prodotto dalla consonanza. Si susseguono con pari intensità armonica ed emotiva i Preludi e le Fughe in dodiesis minore, in re maggiore, in fa diesis minore, in la bemolle maggiore, per citare alcuni dei brani. Vi è qualche cosa di numerico nella composizione, la purezza e l’assolutezza dei numeri, divini e infiniti, come sosteneva lo stesso Cartesio padre della modernità e della geometria analitica.

Il concerto volge al termine. Pollini svolge gli ultimi tratti del lungo percorso musicale con  tutti i segni dello sforzo fisico e mentale, ma le sue mani sembrano avulse dal corpo. Con armonia e dolcezza, senza la minima flessione, suona le ultime note del “XXIV preludio e fuga in si minore”. Quando le dita si arrestano e, lentamente, si sollevano dalla tastiera, trascorre un attimo di incantato, assoluto silenzio, prima che un applauso caloroso, sentito, voluto, inondi la grande sala del concerto. Un pubblico commosso tributa al grande pianista la giusta  ovazione  e Bach, forse , in qualche parte del mondo o dei cieli, ammiccando, approva.




Milano per Giorgio Gaber

di Valeria Ferraro


Milano. Scenario tempestoso. Un cielo grigio e un freddo che, per quanto si sforzi, non  riesce a ricoprire di silenzio le agitazioni degli studenti e degli immigrati. Torri, licei e monumenti occupati, la donna allo Specchio di Tiziano, in prestito dal Louvre, la frenesia natalizia e una crisi da risolvere.

Un clima di inquietudini e contraddizioni che sembra aver vinto l’Oscar come migliore scenografia da realizzare per fare da sfondo alla quarta edizione di “Milano per Giorgio Gaber”.

Il Signor G. torna in città dunque, in una Milano che gli  dedica  spazi reclutati come vigili sentinelle  addette a vegliare sulla sua presenza. L’ultimo è del 24 novembre: una monumentale sala di 500  metri quadri all’ultimo piano della neonata Feltrinelli Express, alla Stazione Centrale e dove il 3 dicembre è stato presentato il libro di Guido Harari, “Gaber. L’illogica utopia” la biografia più completa apparsa finora sull’artista, raccontata con oltre 400 illustrazioni per lo più inedite.

Ma si parte l’11 dicembre, all’Auditorium Gaber del grattacielo Pirelli con gli oltre 5000 iscritti al sito della Fondazione Gaber e i “gaberiani” più affezionati. Ospiti, tra gli altri, Enzo Iacchetti e Guido Harari. Dal 14 dicembre si tornerà al Piccolo Teatro, dove 40 anni fa Gaber debuttò in prima assoluta con “Il Signor G”, chiudendo definitivamente la porta alla televisione. Il 16 sarà la volta di un altro appuntamento d’eccezione: Paolo Bonolis, affiancato da Massimo Bernardini, incontrerà gli studenti dell’Università Statale di Milano per parlare della televisione di ieri e di oggi;  arriviamo così al 20 e 21 dicembre,con  un reading/spettacolo dal titolo “Eretici e Corsari” interpretato da Neri Marcoré e Claudio Gioè sulle affinità intellettuali di Gaber e Pasolini. E si chiude il primo giorno dell’anno, con I Piccoli Cantori di Milano.

Dunque una Milano impegnata su tutti i fronti a divulgare e approfondire l’opera dell’artista. Ma Gaber è ancora troppo attuale per essere semplicemente ‘ricordato’ e forse oggi l’artista si aggiungerebbe al coro dei manifestanti; vorrebbe, certamente, che i suoi insegnamenti, lungi dall’essere ricordi, fossero portati in piazza,ancor più di ieri, secondo la sua idea di  libertà come partecipazione. Perchè il suo non sentirsi italiano rappresentava un sentimento diffuso che oggi trova voce a nord quanto a sud;  perché “l’Italia ” è la prima voce che compare accanto a “dividiamo”su tutti i motori di ricerca internet; perché il grido “Italia  Italia” ancora oggi c’è solo alle partite; perché Il Bel Paese è ancora la periferia del mondo occidentale e perché ancora nel nostro Parlamento “si scannano su tutto e poi non cambia niente”.

Sarebbe forse triste nel vedere che quel Rinascimento che oppone con tanto orgoglio, nella attualissima “Io non mi sento italiano”, alle accuse rivolte al Paese di essere solo “spaghetti e mandolino”, resta ancora una suprema ricchezza dimenticata. E ci ritroverà come ci ha lasciati nel 2003: non come “gabbiani ipotetici”, che avevano le ali senza essere capaci di volare, ma come “gabbiani senza più nemmeno l’intenzione, del volo”.

foto: Luigi Ciminaghi



Pompei, arrivano ispettori dell’Unesco. Pronto un piano straordinario per una Soprintendenza autonoma

Pompei, Domus dei gladiatori dopo il crollo

Di Valentino Salvatore


Muro dopo muro, l’antica Pompei pare prossima a sbriciolarsi a causa dell’incuria e degli interventi inefficaci  o del disinteresse di coloro che ne avevano in carico la gestione. La tragica eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., di cui ci narrò Plinio il Giovane, segnò la fine dell’antica città, la seppellì di ceneri e lapilli,  il tempo si fermò in quell’istante, però quella sospensione aveva  consentito di preservarne l’integrità, quella di una testimonianza irripetibile della civiltà romana di duemila anni fa.

Venne riportata alla luce intorno alla metà del Settecento, grazie agli scavi fortemente voluti  da re Carlo di Borbone. E’ oggi considerato il secondo sito archeologico più visitato al mondo, dichiarato patrimonio dell’umanità dall’Unesco. Ma da anni si registrano incuria e scarsa manutenzione, un immenso e inestimabile patrimonio, ma precario, troppo complesso da gestire. Mentre i fondi vengono tagliati ed in passato sono stati usati in maniera che definiremo poco lungimirante, si assottigliano le fila di tecnici e archeologi, sempre più insufficienti ad arginare l’usura delle rovine e a garantirne la conservazione. Vengono mosse critiche anche sull’uso preferenziale di tecnologie moderne, come ruspe e martelli pneumatici, che mettono a dura prova la stabilità di strutture già precarie. Tutto questo si traduce in un lento e inarrestabile degrado, con l’erba che piano piano conquista gli spazi e i mosaici che si disfano.

Il 6 novembre la Schola Armaturarum Juventutis Pompeianae, si suppone sia stata una sorta di palestra utilizzata per la preparazione atletica dei gladiatori, è collassata divenendo un cumulo di macerie. Fu portata parzialmente alla luce negli anni ’20, tra i tesori riscoperti da Vittorio Spinazzola lungo la Via dell’Abbondanza. All’interno, sono stati trovati affreschi con soggetti militari e persino antiche armature, ancora riposte negli scaffali. La Domus dei gladiatori tra l’altro era stata colpita da un bombardamento degli Alleati nel 1943 e quindi in gran parte ricostruita.

Purtroppo è di questi giorni la notizia di nuovi crolli che stavolta riguardano   un muro perimetrale della nota Casa del Moralista. Sebbene il danno non sia grave, ad essere a rischio, stando ai dati forniti dall’architetto Antonio Irlando (responsabile dell’Osservatorio Patrimonio Culturale), ”sono  l’80 % delle insulae di Pompei’.

L’architetto casertano Mariano Nuzzo, ricercatore della Sapienza a Roma, specializzato in Restauro dei Beni Architettonici e del Paesaggio, ha informato  con una lettera la Soprintendente di Napoli e Pompei, Jeannette Papadopoulos di essere in grado di fornire , attraverso il canale della sua  associazione  “volontari specializzati, da coordinare eventualmente, per un rapido lavoro di ricognizione dell’intero sito di Pompei, in maniera del tutto gratuita”. Intanto non cessano  di giungere, con il passare delle ore nuovi segnali che non fanno altro che aumentare i timori che il destino dell’antica città sia ormai segnato e che il nostro sia quello di assistere alla sua disfatta senza poterlo impedire. A cedere anche la parete di un piccolo ambiente della Casa del Lupanare Piccolo e ad un altro muro divisorio di Opus incertum, lungo via Stabiana.

La pioggia incessante che queste settimane colpisce la zona, come mai era accaduto da diversi anni, dà filo da torcere alla  malta romana, che sembra aver ormai perso resistenza e consistenza e che avrebbe dovuto essere rinforzata con opere di manutenzione ordinaria proprio onde evitare i rovinosi crolli degli ultimi tempi. La Soprintendenza però invita ad evitare allarmismi, parla di episodi trascurabili che non intaccano il patrimonio artistico. D’altronde sebbene siano state evidenti le inefficienze degli interventi del ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi per la cura e la tutela del sito archeologico bisogna ammettere che il disastro in atto è la somma di una decennale storia di trascuratezza, miopia culturale, irresponsabilità politica, addebitabile soprattutto alle amministrazioni locali.

Come tristemente accade in Italia, tutti sembrano interessarsi in maniera febbrile a certe questioni solo a disastro avvenuto. Tutti si sbracciano solo ora in proclami per la difesa della cultura, tanto da far sorgere il sospetto che si tratti di un’ennesima speculazione politica. Intanto sono da poco sbarcati in Italia gli ispettori dell’Unesco, proprio per monitorare l’area archeologica  e per valutare anche eventuali provvedimenti contro l’Italia in caso di mancati interventi di recupero a tutela del sito.

Il Governo dal canto suo fa sapere che la Soprintendenza autonoma di Pompei ritornerà ad avere poteri più incisivi e che sarebbe previsto un piano straordinario che il ministro Bondi presenterà nel corso del prossimo Consiglio dei ministri, in cui verrà incluso anche un  aumento di personale tecnico e  l’invio immediato  sul sito di archeologi, architetti e operai specializzati per realizzare tutti gli interventi d’emergenza necessari. Questa la decisione presa a seguito dell’incontro  tra il ministro, il presidente della Regione Campania, Stefano Caldoro e il presidente della Provincia di Napoli, Luigi Cesaro.

“E stata unanimemente condivisa la necessità di affrontare immediatamente le criticità connesse al sito archeologico di Pompei, adottando quanto prima, anche con provvedimenti d’urgenza, misure per il recupero del patrimonio archeologico, che il ministro presenterà in uno dei prossimi Consigli dei Ministri” fanno sapere dal ministero. “In particolare verrà ricostituita la Soprintendenza autonoma di Pompei ed il Soprintendente dovrà essere dotato di poteri più incisivi per la tutela del sito”.  Aspetto che forse susciterà polemiche la decisione di “proseguire gli studi per la costituzione di un’eventuale Fondazione, strumento essenziale per l’apporto di capitali privati”.

La speranza quantomeno è che tutta questa visibilità internazionale – sebbene non così gradita, sospettiamo – si traduca in prese di posizione chiare da parte del mondo della politica. A scongiurare che questi  non siano davvero gli ultimi giorni di Pompei.




Mostra su “Il re galantuomo”, celebrazioni torinesi per l’Unità d’Italia

Palazzo Reale a Torino

Di Mariano Colla


Torino si prepara, con la  sobrietà tipica  del carattere piemontese, riservato e un po’ melanconico, alle celebrazioni dei 150 anni dell’unità d’Italia. Cartelloni, drappi, manifesti con le immagini dei grandi statisti e patrioti del Risorgimento,  costellano le vie del centro storico e decorano i suntuosi portici  di una Torino immersa nei primi grigiori autunnali. A distanza di un secolo e mezzo dagli eventi che fondarono il nostro paese, Torino ritrova parte dello smalto che la rese famosa in Europa e ne fece il centro di intrecci politici internazionali. I Savoia furono il  “collante” regale del progetto politico per una nuova Italia e Torino, nei suoi palazzi, testimonia la loro regale presenza.  Non poteva quindi mancare nel programma delle celebrazioni, una particolare attenzione a colui che impose il sigillo formale agli eventi storico-politici del 1861, ossia Vittorio Emanuele II.

Palazzo Reale, imponente struttura e armonica fusione  tra arte antica, medioevale, barocca e neoclassica ospita una mostra dedicata al I° re d’Italia, noto anche come il “re galantuomo”, pseudonimo assegnatogli dal popolo per la sua bonomia e, forse, per la scarsa  propensione agli  intrighi di palazzo. L’occasione fornita dalle celebrazioni dei 150 anni ha spinto le autorità piemontesi a risistemare i vecchi ambienti, ripulendoli e arieggiandoli, e a riproporre le atmosfere del tempo con un minuzioso ripristino dei dettagli della vita di corte, dagli arredamenti agli ornamenti e alle suppellettili dell’epoca risorgimentale. Gli appartamenti del principe ereditario, sui quali vorrei concentrarmi, esistevano  dal 1719 con Carlo Emanuele III e furono realizzati dall’architetto  Filippo  Juvarra.
L’architetto, per dare dignità regale  alle stanze del delfino, ideò una scala che univa l’androne del palazzo reale  direttamente agli appartamenti del principe ereditario.

Filippo Juvarra era siciliano e, un po’ per invidia e un po’ per le sue origini, non era particolarmente benvoluto dai cortigiani di casa Savoia, mentre i sovrani ne apprezzavano l’opera al punto tale da assegnargli gran parte dei lavori  di abbellimento della città. La storia racconta che i cortigiani avrebbero, maliziosamente, dubitato della capacità dello Juvarra di edificare   la scalinata, la cui costruzione, visti gli spazi angusti, presentava non  poche difficoltà realizzative. Lo Juvarra lavorò chiudendo i portoni di accesso al cantiere e li aprì solo ad opera ultimata. La scala in marmo bianco, aerea e leggera nelle forme, entusiasmò non solo i sovrani ma placò anche le maldicenze degli infidi cortigiani ai quali si riferisce il nome “scala delle forbici”, motivo disegnato sulla volta del pianerottolo, per alludere allo strumento più idoneo  per tagliare le lingue ai detrattori dell’architetto siciliano.

Compagna e moglie di Vittorio Emanuele, in quegli anni, fu la giovane  Maria Adelaide d’Asburgo Lorena, cugina del futuro re, il quale pare non fosse un amante del lusso, e che privilegiasse una vita all’aria aperta dove dare sfogo al suo amore per la caccia.  Tuttavia la sobrietà non è  una caratteristica delle grandi sale che si susseguono, varcato  l’ingresso, sino al salone di ricevimento o delle udienze. Arazzi della manifattura di Gobelins, antichi tappeti orientali o di manifattura fiamminga e francese, tappezzerie damascate, mobili intarsiati dalle mani di esperti artigiani, quadri  e suppellettili di pregio adornano il suntuoso appartamento. Nel silenzio ovattato delle nobili stanze aleggiano i fantasmi di coloro che fecero l’Italia. Nella sala da pranzo tutto è pronto per un suntuoso banchetto.   La luce artificiale irrora di un bianco anomalo la candida tovaglia di lino finissimo ricamata a mano, su cui brillano posate e piatti in  ceramica e porcellana. Bicchieri di varia foggia sono pronti a ricevere  i corposi vini piemontesi o il vino bianco del Reno, che, per la sua apprezzata torbidezza, veniva  servito in bicchieri colorati che ne nascondessero la scarsa limpidezza. I futuri sovrani non siedono agli estremi ma  a metà del lato lungo del tavolo, uno di fronte all’altra.  Si dice che in tale posizione strategica potessero “origliare meglio”, a destra e a sinistra, commenti, chiacchiere, pettegolezzi. Manca la calda atmosfera delle centinaia di candele che al tempo illuminavano il salone e che con più discrezione accarezzavano i volti delle signore  e i baffuti volti dei signori. Le sedie sono stranamente parche e modeste, unica caduta di stile in un mondo di cristalli,  argenti, porcellane, quasi a rimarcare la differenza di rango con la sottostante sala da pranzo del re in carica.

I sovrani, futuri o in carica, secondo una antica tradizione, dormivano in camere separate. Lui in un letto singolo, lei nel letto matrimoniale, perché era l’uomo che accordava  la propria “regal” presenza alla donna e nel di lei talamo si concedeva amorevoli amplessi, terminati i quali, a sua discrezione,  ritornava o meno nella sua stanza. Vittorio Emanuele II tuttavia non si poteva lamentare della propria alcova. Grazie all’eredità  dei suoi predecessori e ai raffinati interventi del solito Juvarra, la stanza del principe presenta pareti  ricoperte da antichi pannelli cinesi, ricchi di variopinti motivi naturali dipinti o intarsiati. Il letto alla francese pone le premesse per un rassicurante riposo.

I maligni dicono che Vittorio Emanuele , oltre alla caccia, amasse anche le donne, non tanto di nobile stirpe, quanto di più umile origine ma meno condizionate dall’etichetta nell’offrire i loro servigi. Se il letto nella sua stanza ne abbia ospitata qualcuna è difficile dirlo ma , fuori dal palazzo, in ambienti più dimessi, nessuno lo può escludere.  Lo studio, sulla cui scrivania ancora è posta la candida scultura della mano della moglie prematuramente scomparsa, è ancora impregnato dall’odore del fumo della pipa,  chimicamente ricostruito ad arte. Fucili da caccia, quadri con antiche battaglie condotte dei Savoia, poltroncine per funzionari, politici , militari,  arredano la stanza in stile relativamente sobrio.

Dal canto suo Maria Adelaide si è riservata ampi saloni in cui ricevere ospiti , dame di compagnia e quant’altro la nobiltà del tempo esigeva come facente parte del rango. Ancor più che negli ambienti del futuro sovrano, negli appartamenti di Maria Adelaide, artisti, artigiani, decoratori, tappezzieri, mobilieri si sono sbizzarriti nel comporre armonici luoghi di intrattenimento, dove la solerte servitù offriva il tè o la cioccolata con i pasticcini alle eleganti dame che, in qualche modo, dovevano trascorre la giornata. Un grande quadro di Maria Adelaide  chiude il percorso negli appartamenti dei principi. E’ un quadro estremamente realista che raffigura una donna con i già evidenti  sintomi del deperimento fisico che la porteranno nella tomba a soli 33 anni, sfiancata dalle otto gravidanze a cui il focoso principe l’ha sottoposta. La fragilità dell’espressione e il corpo leggermente ingobbito contrastano con la dovizia di quadri in cui cavalieri reali affrontano con cipiglio guerriero e baldanza orde di nemici. Un piccolo tocco di umanità a sigillare  un mondo di forme.

La sala da ballo annessa agli appartamenti reali  evoca le suggestioni delle feste ottocentesche. Dei manichini indossano gli abiti dell’epoca. Sembrano inizialmente immobili ma poi la musica verdiana del “ Va pensiero” si diffonde negli ampi spazi  e sembra dare vita  agli inanimati fantocci che ricamano, nella fantasia del visitatore,  una danza surreale. Le dame gonfiano in ampie volute gli abiti di seta e taffetà mentre i cavalieri impettiti, in reidingotte nera, timidamente stringono la vita  delle gentildonne mentre le note dolci e morbide accompagnano gli armonici movimenti dei ballerini in un’Italia che stava nascendo.




Il suicidio di Mario Monicelli, l’ultima scena del regista

Mario Monicelli

Di Anna Esposito


Come se avesse voluto girare l’ultima scena, il regista e sceneggiatore Mario Monicelli,  affida gli ultimi istanti della sua vita ad un lucido folle guizzo irriverente ad anticipare un finale scontato e prevedibile, lanciandosi dal quinto piano dell’ospedale San Giovanni di Roma, dove era ricoverato per una grave malattia. Nessuna retorica di commiato avrebbe desiderato a far da corteo al suo ultimo congedo, che giunge inaspettato quanto beffardo. Così come suicida era morto il padre, Tomaso Monicelli nel 1946, giornalista e scrittore antifascista.

A molti par strano che ci si possa suicidare a 95 anni, molti di quelli che li contano per dedurne d’invecchiare, ma il suo pensiero limpidamente irrequieto non s’era mai pacificato con il passar degli anni, mai contraddire la propria natura, diceva, e così egli ha fatto fino alla fine, non rinunciando a far giungere alta la sua voce, il suo sguardo  critico, spesso caustico senza possibilità d’assoluzione, rivolto ad un’Italia stanca e compromessa, che resta immobile perennemente in attesa di un cambiamento di cui non riesce ad essere artefice, che vuol credere a promesse, che s’affida a speranze, che non sa reagire.

In una delle sue ultime interviste, che tanto scalpore suscitò, invitava i giovani o coloro che credevano d’esser tali, alla rivoluzione, alla ribellione, come ad affidar loro la missione di un riscatto della dignità del Paese, così come fecero i protagonisti eccellenti del film La Grande Guerra, nella scena finale. “Quando ho cominciato a dirigere film nel primo dopoguerra, l’Italia era alla fame, una società culturalmente sottosviluppata, biecamente cattolica e con una mentalità contadina, tutto al più piccolo borghese. A partire dal boom economico, l’esplosione della ricchezza stimolò gli aspetti più bassi dell’italianità, che trovò terreno fertile per sfogare la sua volgarità. Per noi della commedia fu una manna, per l’Italia un po’ meno. Raccontare questa evoluzione attraverso gli episodi che ho girato nel corso degli anni sarebbe una maniera divertente per ripercorrere la storia di un fallimento…” (Mario Monicelli in Sebastiano Mondadori, La commedia umana, ed. il Saggiatore, Milano, 2005, pag.175)

Il viareggino Monicelli realizzò nel 1934 il suo primo mediometraggio, I ragazzi della via Paal, con la collaborazione del cugino Alberto Mondadori, aveva appena 19 anni. Il suo primo lungometraggio è datato invece 1937, Pioggia d’estate, ma il vero e proprio debutto cinematografico arriverà nel 1949 con il film Totò cerca casa, cui seguiranno dei veri e propri capolavori indiscussi del cinema italiano, basti pensare a I soliti Ignoti dove a convolare a nozze è il talento comico di Totò, Vittorio Gassman e Marcello Mastroianni che daranno alla luce la più alta rappresentazione della “commedia all’italiana”. La Grande Guerra, riuscì senza retorica a restituirci una rilettura impietosa e tragicomica della Prima Guerra Mondiale che aveva da poco svoltato l’angolo della storia, e che gli valse il Leone d’Oro a Venezia nel 1959. Degno di menzione seppur molto sottovalutato Risate di Gioia (1960), film in cui una inarrivabile Anna Magnani interpreta Gioia, una donna che vive di avventure clandestine e Totò l’affiancherà nel ruolo di Umberto un truffatore che vive d’espedienti. Dietro la scrittura delle storie dei due la presenza dei racconti di Alberto Moravia.

Nei suoi film sfileranno tutti, i protagonisti anonimi e mediocri della storia della società italiana, che Monicelli come nessun altro saprà ritrarre illuminandone bassezze, miserie, innalzandoli sull’altare della commedia di cui fu indiscusso maestro insieme a Steno, Dino Risi e Luigi Comencini, utilizzando come pochi il registro tagliente dell’ironia. Girò circa 66 film e fu autore di piu’ di 80 sceneggiature, tra i suoi successi, impossibile non citare Guardie e ladri (due premi a Cannes nel ’51) che vide impegnato Ennio Flaiano, tra gli altri, alla scrittura della sceneggiatura; L’armata Brancaleone (1965). La ragazza con la pistola (1968) con la straordinaria interpretazione di Monica Vitti; l’epico film Amici miei del 1975 con cui  omaggiò l’amico Pietro Germi. Il drammatico e intenso Sordi nel film brechtiano del 1977, Un borghese piccolo piccolo. Fino alle produzioni degli ultimi anni, come Speriamo che sia femmina (1985) e Parenti serpenti (1993) dove tradurrà con ferocia e disincanto ipocrisie e cannibalismi della moderna società italiana. Infine Le rose del deserto nel 2006, liberamente ispirato a Il deserto della Libia di Mario Tobino e a Guerra d’Albania di Giancarlo Fusco.

Immancabile nei film di Monicelli la presenza della morte, di funerali, ma lui volle precisare che fu solo un’esigenza narrativa, nulla di personale. Su tutto la certezza che ciò che conta, l’arte, ci sopravviverà: “Il cinema non morirà mai, ormai è nato e non può morire: morirà la sala cinematografica, forse, ma di questo non mi frega niente”.





I regali di Natale di Antonella Ruggero

di Valeria Ferraro

I regali di Natale” è il nuovo doppio album di Antonella Ruggiero, in uscita questo weekend, interamente dedicato alla rilettura dei canti della tradizione natalizia nazionale e internazionale.

In copertina, Antonella fotografata a 27 mesi. Nella grafica del disco e del booklet, i testi dei canti e le fotografie dei giocattoli che ha ricevuto in regalo ogni  Natale della sua infanzia. “ Questi sono i regali di Natale che ricevevo di anno in anno”, ricorda la Ruggero. “Era un periodo dell’anno davvero straordinario, ammaliante ed era l’attesa di qualcosa di bello, e bella era proprio l’attesa. Immaginare, fantasticare, senza capire, ma semplicemente gioire, come solo i bambini sanno fare”.

La Ruggiero intraprende un cammino attraverso la tradizione storica del Natale, ripercorrendone le varie fasi, dall’Avvento alla nascita di Gesù, e poi gli Angeli, i pastori, le ninnananne e  i canti dell’inverno.

“Veni veni Emmanuel”; “Noel, Noel, è nato il redentor (oh holy night)”; “Il piccolo tamburino (the little drummer boy)”; “Panis Angelicus”; “Quem pastores laudavere”; “In notte placida”; “Duos isposos”; “Deck the halls”; “Mille cherubini in coro”; “Gaudete”; “Alberi di natale (o tannenbaum)”; “Gloria in excelsis deo (les anges dans nos campagnes)”; “God rest ye merry, gentlemen”; “Adeste fideles”; “O sanctissima (o du fröhliche)”; “Laudate dominum”; “ Noel, Noel (the first nowell)”; “Ave Maria”; “Stille Nacht (Astro del ciel); “Bianco Natale (White christmas)”

Questi i canti del doppio album, interamente realizzato in studio, tra Milano e Berlino, ad eccezione di “Bianco Natale” e “Stille Nacht”, registrati dal vivo a Betlemme e Gerusalemme con la prestigiosa orchestra sinfonica “I Virtuosi Italiani” – una delle formazioni più in vista del panorama classico e contemporaneo – e trasmessi da RaiUno il mattino del Natale di un anno fa.
Rapita da canti popolari, facili a trovarsi in prossimità delle feste, la Ruggiero si fa travolgere  da una musica di sapore squisitamente antico, e ripropone  il massimo patrimonio musicale natalizio, scelto con rigore filologico spaziando dal medioevo al   XX  secolo, passando per Mozart, Shubert, e cantando in italiano, latino, tedesco e dialetto sardo.
Momenti altissimi, accompagnati dai migliori musicisti italiani che, raffinati ed eleganti, impreziosiscono, senza disturbare, l’atmosfera semplice e raccolta che anima il vero natale:

Mark Harris (pianista americano storico collaboratore di Fabrizio De André), Massimo Moriconi (per anni contrabbassista nei dischi di Mina), Daniele Di Gregorio (percussionista e vibrafonista di Paolo Conte), Maurizio Colonna (grande virtuoso della chitarra classica), “Arkè String Quartet” (modernissimo quartetto frequentatore dei migliori palcoscenici mondiali), “I Virtuosi Italiani”, sino ad attingere alla crème del jazz italiano rappresentata da Paolo Di Sabatino, Stefano Dall’Ora, Ivan Ciccarelli, Massimo Manzi, Renzo Ruggieri, Davide Di Gregorio e “Oficina Guitart”.

Una strumentazione  minimale composta da pianoforte, contrabbasso, percussioni e fisarmonica; vibrafono, marimba e saxofono/flauto; duo di chitarre classiche e violoncello; quartetto d’archi, pianoforte, chitarra classica, uniti ad un utilizzo appena accennato dell’effettistica elettronica di Roberto Colombo.

Una ricerca di spiritualità che fa parte di un percorso, intrapreso sin
dal 2001, con “Luna crescente/Sacrarmonia”,  sviluppatosi nel tempo e apprezzato dal pubblico, con oltre 200 applauditissimi concerti in tutto il mondo.
Partendo dalle radici della tradizione musicale internazionale, attorno ad Antonella Ruggiero si sono avvicendati diversi organici musicali, da quelli più ristretti e cameristici, sino alla grande orchestra sinfonica, permettendo all’artista una lettura del repertorio da ogni possibile angolazione.
Ed ora il suo “dono” di Natale per noi: un intimo ricordo, nostalgico ed evocatore; l’unico che con la sua purezza, può farsi monito: l’augurio verso il ritorno ad un Natale semplicemente “cristiano”, e l’abbandono dell’attesa di un “vortice mosso dal business”.