Altaroma 2011. Inaugurato l’Atelier Giada Curti in nome dell’anti- stalking

di Stefania Taruffi

Elisabetta Pellini- Isabella Rauti- Giada Curti con modelle

Centinaia di ospiti ieri nei cinque saloni dell’Atelier Giada Curti alla fine della bellissima Rampa Mignanelli, a due passi di Piazza di Spagna, per il doppio appuntamento della più giovane stilista presente per la seconda volta all’interno del calendario ufficiale dell’Altaroma 2011: presentazione della Collezione Primavera Estate 2011 e apertura del suo Atelier Giada Curti.

Tantissimi i personaggi famosi che hanno animato l’elegante serata, la cui parte organizzativa della sfilata è stata curata dal Pr Sandro Rubini e l’ufficio stampa da Emilio Sturla Furnò. Tra i prestigiosi ospiti anche Isabella Rauti che ha apprezzato e sostenuto l’idea dell’abito-stalking, l’abito denuncia ispirato al grave e crescente disagio sociale. L’abito in tulle di seta, ideato dalla stilista a tutela della donna, era indossato dalla bellissima attrice Elisabetta Pellini, testimonial del messaggio, impegnata in questi giorni sul set della fiction “Amore e Vendetta”, con Alessandro Preziosi. Sull’ampia gonna grigio tortora spiccano le pennellate dei grandi caratteri dell’articolo di legge 612 bis, che condanna le molestie rivolte alle vittime perseguitate da amori violenti. Cucita sulla cintura gioiello una tasca in seta ricamata, contenitore a sorpresa per lo spray urticante. “Anche un elegante abito da sera”- conclude la stilista – “può raccontare un disagio e far riflettere, ma anche consentire a chi lo indossa di sentirsi più sicura”.

Undici abiti couture da gran sera indossati da modelle statuarie che creavano quadri viventi all’interno dell’Atelier tutto bianco. L’alta moda si presenta in atmosfera neo-classica – dal bianco all’avorio – per gli eleganti ambienti illuminati da grandi lampadari in cristallo. Una collezione per rivivere le leggendarie scene delle pellicole americane degli anni venti del cinema muto con protagoniste Louise Brooks e Gloria Swanson, muse della stilista. “Predominano i colori del deserto” – descrive così la collezione Giada Curti – “Abiti dalle scollature vertiginose nelle tinte sabbia, beige, cipria, grigio polvere e tortora. Su corposi drappeggi in chiffon esplodono luminose incrostazioni di ricami in perle naturali, cristalli di Swarovski e trecce di fili di seta, che, sovente, eseguo io stessa. Georgette, raso, chiffon per mise da sera impalpabili dagli spacchi vertiginosi. Sfila una donna che non ha timore di essere considerata troppo audace e indipendente perché osa su trasparenze e ampie scollature. La sposa-corta si tinge di color ortensia e mantiene la preziosità e la tradizione nella sovrapposizione di tessuti tagliati e ricamati a mano”.

La Consigliera Regionale Isabella Rauti, membro dell’Ufficio di Presidenza del Consiglio Regionale del Lazio ha partecipato con grande convinzione a questa inaugurazione: ”Apprezzo l’iniziativa della giovane stilista Giada Curti di dedicare un “abito-denuncia” al fenomeno dello stalking”, ha spiegato la Consigliera. “Il contrasto allo stalking comincia nel vissuto quotidiano di tutti, coinvolge la lotta agli stereotipi mentali e l’iniziativa di ‘indossare’ questo impegno, proprio come si può fare come un abito, va in questa direzione e in quella di stilisti che intrecciano le proposte della moda con le emergenze sociali”. “Per troppo tempo” –continua- “lo stalking è rimasto un fenomeno sommerso che oggi emerge come reato, grazie alla legge 38 del 23 aprile 2009, la legge antistalking, voluta dal Ministro per le Pari Opportunità”.

La Consigliera ha recentemente presentato in Consiglio un emendamento, approvato nella manovra di bilancio, per il quale la Regione Lazio assume iniziative di sensibilizzazione e di comunicazione per far emergere il fenomeno, monitorarlo, prevenirlo e contrastarlo, nonché per l’istituzione presso le Asl, di sportelli antistalking. Inoltre, ha proposto anche altre misure tra le quali l’istituzione di un Osservatorio regionale antistalking.

Foto: Luigi Giordani




Ewolwing art al Vittoriano di Roma

di Maria Rosaria De Simone

Attraverso in bicicletta, all’imbrunire, la passeggiata dei Fori Romani fino al Palazzo del Vittoriano, sulla via di San Pietro in Carcere.
L’ingresso è magnifico. A sinistra si va verso le sale per la mostra dedicata a Van Gogh, a destra verso le sale adibite alla mostra  personale di Eleonora Brigliadori, ‘Ewolwing art‘. Mi dirigo  a destra. La prima impressione è quella di venire sommersi da un a mareggiata di colore, con il caldo emergere del rosso del giallo e dell’azzurro, che infondono un flusso di energia. La mostra, come dice la pittrice stessa, è il passaggio del testimone dalla madre, Mariateresa Ronco, a lei. E’ stata la madre il tronco da cui ha attinto la linfa che l’ha portata ad essere la donna che è oggi, è stata lei ad educarla all’arte, ad osservare il mondo intorno con gli occhi dell’anima.

Come un filo d’Arianna, si passa dalle opere della madre a quelle di Eeonora, in un percorso che va da un autoritratto a figura intera, espresso da un totem che brucia, ad un’opera dedicata alla shoah. Osservo la tela, A U M. La Brigliadori mi spiega che il colore rosso esprime la vitalità della terra percorsa dal nero piumato dell’Araba Fenice, che termina in un buco nero: la morte, la tragedia del dolore della shoah. Eppure, come l’Araba Fenice risorge dalle sue ceneri, così dalle grida degli innocenti condotti al macello, l’umanità si salverà.
Scorre intanto un filmato, che mostra immagini da repertorio del muro di Berlino. Una musica dal vivo di sottofondo, e l’attrice
inizia a recitare alcuni brani del suo romanzo “PerDono”, di prossima uscita. Ed ecco emergere la storia di una donna, Ruth, e del suo terribile segreto che, alla sua morte, lascia come testimonianza alla figlia Miriam, in un diario segreto. Ruth, vissuta durante il periodo nazista, respirò fin nel profondo il male assoluto nel campo di concentramento di Auschwitz, in cui si trovò a smistare gli abili al lavoro e quelli da mandare alla morte, per seguire la passione verso un uomo delle SS.

Ruth vide l’orrore, il ribaltamento di ogni valore, il male assoluto assurto a forza incontrastata. Donne, bambini, povere vittime condonnate alla morte brutale, senza più nome, né dignità. Ruth vide e comprese che non poteva più essere complice del sangue di quei poveri innocenti,  non poteva più assistere passiva all’ingiustizia. E tutta la vita, dopo l’esperienza di Auschwitz, la passò a cercare il perdono.
La mostra, per chi volesse visitarla, rimarrà aperta fino al 6 febbraio, giorno del compleanno di Eleonora Brigliadori.




Il linguaggio giovanile: un’affermazione di identità

Di Vanessa Mannino

Nonostante siano passati ben 150 anni dall’Unità d’Italia, l’unità linguistica sembra tuttavia non essersi ancora realizzata, non solo per le varietà linguistiche dialettali diffuse nelle varie Regioni, ma anche per la crescente propagazione tra i giovani di un linguaggio nuovo, definito come un vero e proprio atto di identità tra gli adolescenti. Quando si parla di linguaggio giovanile, o più opportunamente di “uso linguistico dei giovani”, si intende un tipo di linguaggio che secondo Sobrero è caratterizzato essenzialmente da cinque componenti quali: una base di italiano colloquiale informale, scherzoso; uno strato dialettale; uno strato gergale «tradizionale»; uno strato gergale «innovante» (spesso effimero); uno strato proveniente dalla lingua della pubblicità e dai media. A caratterizzare nello specifico il linguaggio dei giovani, non sono tuttavia i singoli elementi che lo compongono, ma il modo in cui essi vengono mescolati tra di loro al fine di originare un nuovo idioma. Tale idioma, legato alla comunicazione tra coetanei, ha il fine di solidificare l’appartenenza al gruppo attraverso un accorciamento delle parole (tranqui per tranquillo, fanta per fantastico), una loro deformazione o attraverso l’applicazione di suffissi. Del linguaggio giovanile, tuttavia, fanno parte anche molti termini tratti dalle lingue straniere: ne è un esempio l’uso diffuso di parole come cabeza, flash, puta o sister. Nella sociolinguistica si evidenziano le diverse funzioni di tale linguaggio, tracciando un iter che va dalla funzione ludica, quindi di divertimento, fino alla funzione di autoaffermazione, dove il ragazzo utilizza la sua creatività linguistica per farsi notare. Non a caso, infatti, un aspetto essenziale del linguaggio giovanile è la sua evoluzione continua: si tratta spesso di invenzioni che non lasciano alcuna traccia, di trasformazioni che non sopravvivono a lungo. Oggi un ruolo importante nell’evolversi di tale idioma è giocato anche dall’uso delle nuove tecnologie e dalle possibilità comunicative da esse offerte.

Il linguaggio giovanile può essere un espediente per non farsi capire dagli adulti, un codice segreto che non permette l’accesso a chi non fa parte del gruppo. E’ con l’evolversi della tecnologia che le parole del mondo dei computer entrano prepotentemente nel lessico. A sedurli sono soprattutto le forme abbreviate: come “nick” per dire nome, o “mandami una mail” invece di scrivimi una lettera. Oppure, l’uso di “SMS” che sostituisce la parola “messaggio”. E’ proprio con l’avvento dei nuovi media che la scrittura è tornata a rivestire un ruolo importante nella comunicazione e si è inserita nei domini appartenenti da sempre all’oralità, trasportando l’informazione in tempi vicini a quelli del parlato e in quelli della comunicazione face to face. Questo avviene anche grazie alla diffusione delle chat o dei social network, che richiedono una comunicazione veloce e un linguaggio rapido per definire emozioni o stati d’animo, a volte rappresentate tramite brevi smiles o emoticons che tutti i giovani sono in grado di decodificare. E’ stato Benedetto XVI, nella 45esima Giornata Mondiale per le Comunicazioni Sociali, a sottolineare come le tecnologie non stanno solo modificando il modo di comunicare, ma la stessa comunicazione. Non a caso, molti sono gli studiosi che affermano come questo tipo di scrittura comporta da una parte un impoverimento nel vocabolario dei ragazzi, che adattano il linguaggio orale alla scrittura, dall’altra una barriera che i giovani creano nei confronti degli adulti, rendendo tramite tale idioma il loro mondo impenetrabile e inaccessibile.



Roma, inaugurata la mostra “Anatomicità” di Sara Cordovana

di Stefania Taruffi


Ha inaugurato ieri a Roma, presso il Ristorante Otto e mezzo, la bellissima mostra della giovane pittrice Sara Cordovana. Un trionfo di sensualità tutta al femminile, di ‘anatomicità’ allo stato puro, di corpi e dettagli dai quali emerge tutto il mondo interiore ed espressivo della Donna, nuda e scalza, immersa nell’apoteosi del rosso  passione, il colore  del suo grande cuore pulsante. La Bellezza espressa partendo da dettagli fisici, dalle pieghe della carne, dagli incroci di mani e dai movimenti delle dita dei piedi; da precise espressioni del volto e pose sinuose, dalle quali emerge con prepotenza e voluttà l’anima dalle mille sfumature di quell’essere meraviglioso che sa essere la ‘donna’: i suoi delicati sogni, le fragili paure, l’intrepida stanchezza, la sottile ironia, la dolce passione, la sua forza creatrice, i suoi turbamenti. Calzante la descrizione espressa dal critico Francesco Gallo: “Sara corre, sempre, sul filo sottile che attraversa il senso del reale più reale, reso in stupefatta rappresentazione di un particolare che non tocca da nessuna parte, sospeso com’è a una forzatura che non ammette replica, fissa a un’idea del turbamento che raccoglie i legami invisibili, con la bellezza, con tutti gli sconfinamenti del corpo, che sono colti in un momento di ginnastica impossibile e sottoposti a un’osservazione, direi, quasi intima. Avviene così la vibrazione di ogni molecola, di ogni componente, della mano, del piede, del volto, delle dita, delle unghie, degli occhi, delle labbra….”.

Volutamente asimmetriche, quasi tutte le tele presentano uno spazio ‘vuoto’, riempito solo dal colore e uno ‘pieno’, in cui il soggetto emerge e riempie di sé lo spazio creando il Tutto. Nel mondo espressivo  di Sara, come in molte opere di giovani talenti emergenti, affiora tutto lo spirito del nostro tempo: la necessità di riempire il vuoto delle nostre esistenze, della società e dei valori, con la vita allo stato puro, mettendo la ’persona’, denudata degli orpelli imposti, al centro dell’interesse dell’osservatore, senza renderla invadente. La donna, com’è nella sua indole più profonda, viene posta a un lato a riflettere, osservare, sognare e in questo silenzio denso di pensieri visibili, è pronta a colmare i vuoti emotivi che ha di fronte a sé con la sensibilità e la bellezza tipiche del suo mondo interiore, che emerge dalle pieghe della sua anima carnale. Un invisibile afflato di divina dialettica con l’invisibile, come solo una donna sa fare.

Ristorante Otto e mezzo: Via Boncompagni, 83/85
La mostra si protrarrà fino al 27 febbraio 2011.
www.saracordovana.it




Dostoevskij, la leggenda del Grande Inquisitore

Di Mariano Colla

La leggenda del “Grande Inquisitore”, capitolo del romanzo “I fratelli Karamazoff” di F. Dostoevskij, sembra riproporre, con sorprendente attualità, l’irrisolto rapporto tra idealismo e realismo. Gustavo Zagrebelsky, in una recente conferenza tenuta all’Accademia dei  Lincei, ne traccia una nuova esegesi, evidenziando le tensioni che il racconto fa emergere fra i simboli della fede e del potere. Il Cristo e il Grande Inquisitore  a confronto, un dialogo forse improponibile, in realtà un monologo dell’Inquisitore in cui egli afferma la sua visione del mondo e i valori guida dell’umanità, finalmente affrancata, in tale visione, da inquietudini e ansie esistenziali.

Ritratto di Innocenzo X, Francis Bacon

Due simboli salvifici a  confronto, ognuno con sulle spalle il peso della salvezza dell’umanità, il Cristo per renderla libera e l’Inquisitore per renderla schiava. Ma ciò che pone il suggello al presunto contraddittorio  tra i due personaggi, dove chi parla è l’Inquisitore, mentre il Cristo è tremendamente silenzioso, è il bacio finale. In quel bacio del Cristo all’Inquisitore si manifesta la profondità e la poesia dell’opera di Dostoevskij. Con quel  bacio si apre un dilemma aperto a più interpretazioni.

Il bacio del Cristo provoca nel vecchio un fremito, la percezione di un atto inatteso che irrompe, con la sua dolcezza , nella fredda corporeità dell’Inquisitore. Il sentimento, anche se brevemente, fa capolino nella gelida razionalità dell’uomo che, con metodo, cinismo e logica freddezza, cerca di contrastare il messaggio evangelico del Cristo. Ma anche l’Inquisitore, dietro al fremito di quel bacio, fa  emergere la fragilità  umana, l’impossibilità, anche nei momenti più estremi, di bandire totalmente il sentimento dalla propria natura. Il cuore del vecchio Inquisitore, di fronte a un puro atto d’amore, un bacio non strumentalizzato, fa sentire la sua voce e apre la porta a uno scenario imprevedibile, non deterministico, luogo di riconciliazione, di recupero di un sentimento mai morto, di un dubbio. Un bacio non tanto da intendere, sostiene Zagrebelsky,  come rivincita del religioso sul dogmatico, ma atto umano, semplice e concreto, che riafferma la luce del bene sulle tenebre,  della libertà sull’oppressione. L’effetto, imprevedibile,  sull’Inquisitore è tale da fargli convertire la condanna al rogo, già pronunciata nei confronti del Cristo,  in  un perentorio invito  a non tornare mai più, per non sovvertire l’ordine che la gerarchia ha stabilito per governare e controllare l’uomo secondo la “ragion del volgo” e non la “ragion di fede”.

Il monologo si svolge nelle cupe prigioni dell’arcivescovado di Siviglia, nella plumbea atmosfera di quel tragico e infausto periodo del cristianesimo. L’Inquisitore, nel suo ruolo salvifico, cela, dietro una immagine esangue, quasi a competere con le sofferenze del Cristo, la fredda determinazione dell’uomo di potere. Cristo, pur riconosciuto dal vecchio uomo di Chiesa, viene sottoposto, 1500 anni dopo, a un nuovo processo  e condannato,  perché l’amore e la libertà non sono di questa terra. Ragioni che, in estrema sintesi, ripropongono il contrasto e la lotta perenne tra libertà e autoritarismo. Cristo è l’eponimo della libertà. Tentato, nel deserto, da Satana  che gli offre la ricetta del governo degli uomini, fatta dal pane, dal mistero e dal potere politico, egli rifiuta, affermando la sua indipendenza dai mali che costringono l’uomo in schiavitù, privilegiando una diversa scala di valori etici e morali. Con questo atto il Cristo propone la libertà e scardina la dipendenza che priva l’uomo di un dono inestimabile per affermare la propria individualità e dignità. Ed è qui che l’Inquisitore gli dice “tu hai voluto essere adorato in libertà dello spirito e non sulla base della coartazione dell’animo degli uomini. Richiamando gli uomini alla libertà tu li hai sottoposti a una peso che non vogliono sopportare, perché l’uomo preferisce essere guidato, piuttosto  che essere autonomo nell’ orientare la sua esistenza e, vedrai che nel nome del pane, del mistero, e del potere, l’uomo seguirà noi e non te ”.

L’ordine del mondo è troppo prezioso per metterlo a rischio con il ritorno delle parole del Cristo. In questa affermazione l’Inquisitore abbraccia un ruolo apparentemente benigno, perché, valorizzando la precedente ricetta, salva l’uomo dal pericolo ma, nel contempo, lo priva della libertà.  “L’umanità va gestita come un gregge e  noi questo lo sappiamo fare e tu non puoi disturbare questo nostro progetto. La tua possibilità  l’hai avuta ora tocca a noi”, sostiene l’Inquisitore.

Cosa aspettarsi di fronte a tali affermazioni? Dostoevskij privilegia un gesto, che, semmai, avrebbe potuto essere violento, affermativo della  autorità del Cristo, ma una tale scelta avrebbe contraddetto la legge della libertà contro la legge della necessità rappresentata dall’Inquisitore e, quindi, lo scrittore propone un gesto d’amore. Ma il bacio può essere considerato come un gesto di connivenza o di convivenza tra i due attori, quasi un accordo tra il bene e il male, tra libertà e autoritarismo? L’interpretazione dicotomica del dialogo, che impone al lettore la decisione di schierarsi o con il Cristo o con l’Inquisitore,  sembrerebbe favorire una interpretazione non basata sul bacio come mediazione, come compromesso.

Dostoevskij da che parte sta? Non è chiaro. E’ come se la interpretazione della leggenda sulla libertà fosse lasciata alla libertà. E questa libertà riguarda ognuno di noi, ieri come oggi. Nella leggenda vi si legge  una condanna del corpo secolare della Chiesa, costantemente compromesso con il potere e l’autoritarismo, spacciati a fin di bene, dell’uso politico della religione  e della fede in Cristo come l’unica via per giungere alla verità, con l’esclusione della altre fedi per salvarsi dalla logica del nichilismo. Ma nella rinuncia dell’uomo alla libertà, Dostoevskij ci fa anche  intuire come le cause del nichilismo siano non tanto una conseguenza del cristianesimo ma, in qualche modo, contenute nel cristianesimo stesso, il quale sposta i valori nella metafisica, abbandonando il mondo  a se stesso, separando, appunto, il senso dal mondo.

Dostoevskij vive nel periodo in cui nella filosofia si afferma l’esistenzialismo di Kierkegaard, Shopenhauer e Nietzsche. Essi affermano il principio della individualità dell’uomo. La ragione dialettica hegeliana è accusata di totalitarismo, perché non dà conto di tale individualità, della filosofia della vita. Peraltro lo stesso Dostoevskij ne “I fratelli Karamazoff” afferma: “ il segreto dell’uomo non consiste nel sopravvivere ma nell’avere qualche cosa per cui valga la pena di vivere”. In tale ottica il bacio può essere il segno di un rapporto e di una comunicazione, l’invito al recupero di una propria sensibilità, di una propria interiorità. Afferma Zagrebelsky che se noi concediamo al Cristo il mondo dell’ideale  e a quello dell’Inquisitore il mondo del reale, questi due mondi possono essere messi in tensione senza essere reciprocamente distruttivi, come invece sosteneva l’Inquisitore che temeva il ruolo distruttivo dell’ideale.

Potrebbe esserci quindi una tensione teologica generata dal bacio che, secondo la interpretazione di Bonhoeffer, genera un rapporto tra le cose ultime di Dio e le penultime dell’uomo. In sostanza il Cristo ognuno se lo deve dare secondo la sua libertà morale, o come fede umana o come fede religiosa, ed è questo un messaggio che manifesta tutta la sua attualità in un periodo di forte contrasto tra presunto relativismo e incombente dogmatismo.



Nuove frontiere linguistiche: il mondo parlerà cinese?

Di Paolo Cappelli


Per anni ci siamo sentiti ripetere la frase “studia l’inglese, che ti servirà nella vita!”. Aiutati (poco) dalla scuola e spinti (molto) da internet, gli italiani sembrano non farcela: secondo un’inchiesta Eurobarometro del 2005 (non credo che da allora le cose siano particolarmente migliorate) solo il 36 per cento degli italiani si dichiarava in grado di sostenere una conversazione in un idioma diverso da quello natio. La media europea è del 50 per cento: stiamo peggio della Germania e anche della Francia, allo stesso livello degli spagnoli e leggermente meglio degli inglesi: i quali però se lo possono permettere, visto che sono gli altri a parlare la loro lingua. Tra le cause di questo fenomeno sono state indicate, nel corso degli anni, la cattiva qualità dell’insegnamento scolastico, il basso livello di istruzione generale e anche il fatto che da noi, a differenza di quanto avviene ad esempio in molti Paesi del nord Europa, doppiamo tutti, ma proprio tutti i film, invece che guardarli in lingua originale con i sottotitoli. Ma se il problema fosse solo questo, con l’avvento del dvd avremmo dovuto risolverlo e invece non è così.

Negli ultimi 20 anni, complice la globalizzazione, abbiamo visto aprirsi mercati di Paesi conosciuti solo dal punto di vista geografico, e non anche da quello economico, in particolare la Cina e l’India. Per contro, le tensioni e le guerre sviluppatesi nel Golfo Persico a partire dal 1991 e la volontà dei signori del petrolio di investire anche e soprattutto in Europa e Stati Uniti, hanno portato all’attenzione del grande pubblico l’area mediorientale e la sua storia antica e recente. Ecco che qualcuno ha iniziato a farsi due conti: la prima lingua madre parlata nel mondo per numero di parlanti è il cinese (mandarino). La seconda è lo spagnolo (è lingua ufficiale in Spagna e in quasi tutta l’America centrale e meridionale). L’inglese è abbastanza indietro in questo senso, ma è la prima lingua non madre, o come dicono i linguisti, la “seconda lingua” più parlata. Per venire incontro alle nuove, inevitabili esigenze che si sviluppano in queste situazioni, sia commerciali sia di altro tipo, iniziò a prendere corpo l’idea che l’inglese, in termini numerici, potesse essere minacciato da altre lingue e che per fare affari con i mediorientali, i russi e in particolare con i cinesi, era auspicabile, quando non necessario, farlo attraverso la loro lingua.

L‘inglese è stato, fin dagli inizi dell’era informatica, la lingua del web e finora non c’è stato il benché minimo accenno di concorrenza. Con l’ascesa ed espansione della Cina, che sta diventando una potenza mondiale con un tasso di crescita tra i più sostenuti, la tendenza potrebbe mutare. Dati i record sulle percentuali di crescita a due cifre nell’utilizzo del web in Cina, si può forse cominciare a parlare di un nuovo asse informatico che tende verso il continente asiatico. È questo il risultato a cui è giunto il blog The Next Web, riportato fra gli altri dal sito dell’emittente Fox News e dall’Ansa, secondo cui gli utilizzatori del paese più popoloso al mondo stanno per raggiungere quelli che preferiscono l’inglese. Attualmente, i fruitori delle pagine web in lingua inglese sono poco più di 555 milioni nel mondo, mentre quelli in cinese arrivano quasi a 445 milioni. Il tasso di crescita è in rapida ascesa ormai da un decennio e solo quest’anno ha visto gli utenti dagli occhi a mandorla crescere di 36 milioni. Secondo alcuni, queste variazioni degli equilibri potrebbero avere effetti anche sulle lingue parlate.

David Graddol, linguista britannico, ha così commentato: “In termini di lingue parlate, l’inglese sta già scendendo nelle classifiche ed è ora al quarto posto minacciato da vicino dall’arabo. Nei prossimi 50 anni il cinese potrebbe diventare la seconda lingua imparata nel mondo, sostituendo l’inglese”. E’ di diverso avviso John McWhorter, articolista di The New Republic, il quale afferma senza mezzi termini sull’Economist di questa settimana che no, lui proprio non ci sta: imparare il cinese mandarino non serve, perché l’inglese, come lingua delle relazioni internazionali, non arretrerà in termini di popolarità. Secondo McWorther, a differenza di quanto accadde dopo l’avvento di Alessandro Magno al greco antico (considerato, al tempo, la lingua del mondo per sempre), l’inglese ha il gene della permanenza perché si è diffuso in una maniera endemica, spinto in poppa dall’istruzione e, in fin dei conti, dai media e dalle nuove tecnologie di comunicazione. Sono state proprio queste ultime a rendere persistente questa lingua, come mai prima nella storia, almeno secondo l’autore dell’articolo. A questo punto ci si potrebbe chiedere cosa succerebbe se, presa la macchina del tempo, atterrassimo nell’agorà di Atene e dicessimo al primo dei passanti “lo sa che la sua lingua sparirà e sarà quella di un Paese indebitato fino al collo?”. Probabilmente ci riderebbero in faccia.

Ma non è tutto qui. McWhorter, per rincarare la dose, sottolinea che il dominio dell’inglese sarà facilitato dalla difficoltà di apprendimento del cinese e che il mondo, sebbene economicamente oggi molto legato alla Cina, soddisfa ordini di fornitura che, però, giungono dal lontano oriente in lingua inglese. Nel suo articolo, tuttavia, il nostro teorizzatore tralascia alcuni fondamentali dell’apprendimento linguistico, peraltro sottolineati dai lettori. In primis, non esistono lingue difficili da apprendere. Semmai quello che va misurato è il grado di diversità dal proprio sistema fonetico e sintattico. Tanto per darvi un’idea, in giapponese i numeri (un ombrello, due penne, ecc.) cambiano a seconda della forma della cosa che si numera. In serbo esiste il caso locativo: per esprimere ciò che è relativo alle idee (“a cosa pensi?”) si usa il locativo, perché l’idea è il luogo in cui si trova la mente in quel momento. In tedesco esistono i verbi separabili e nella frase si mette la seconda parte dopo il soggetto e la prima alla fine della frase (cioè finché non si finisce la frase, non si capisce il verbo). Si potrebbero riempire libri di questi esempi. Poi ci sono lingue strutturalmente e foneticamente affini e per un italiano non è difficile imparare un discreto spagnolo, ma ricordate che la “s” alla fine delle parole italiane da sola non basta!

Il cinese è un lingua cosiddetta tonale, cioè non è sufficiente sapere come si dice una cosa: se sbagliate a pronunciare il tono (verso l’alto o verso il basso) o l’accento, state dicendo qualcos’altro. Apprendere una lingua di questo tipo può risultare facile a coloro i quali parlano un’altra lingua tonale, come avviene in Indocina o nell’Africa sub sahariana. Predire la lenta scomparsa dell’inglese, o riaffermarne con assoluta certezza l’immanenza mi sembrano due tentativi piuttosto azzardati. In primo luogo non c’è nessuna certezza che la Cina continui a crescere così come lo sta facendo oggi. La sua economia è forte, ma in passato anche altri giganti come il Giappone hanno subito battute d’arresto quasi epocali. In secondo luogo, la storia delle lingue dimostra, da un lato, che il latino e il greco, pure enormemente diffuse come lingue del popolo, prima, e della cultura, poi, sono scomparse come lingue parlate e oggi sopravvivono, particolarmente il primo, nella bocca degli insegnanti, degli studenti, dei prelati cattolici e degli appassionati. Dall’altro, che la diffusione di una lingua non dipende dalla quantità dei parlanti, ma dalla funzione di collegamento che essa garantisce. Ieri non si poteva pensare di avviare alcun commercio senza conoscere il greco. Oggi impariamo l’inglese non perché sia più o meno semplice, ma perché ci consente di interagire con uno di New York, ma anche con uno di Nuova Delhi, una di Stoccolma e uno di Kiev. Oggi le pagine web in inglese nascono per rivolgersi a tutto il mondo, mentre quelle in cinese pur avendo una dimensione quasi continentale, restano di carattere esclusivo nei confronti dell’Occidente.



Cnr: Accolto con entusiasmo il film di Raffaele Manco su Gugliemo Marconi

di Paolo Cappelli

Difficile dire se Guglielmo Marconi percepì quanto sarebbero state rivoluzionarie le invenzioni e le macchine che andava studiando, creando e perfezionando. Forse non raggiunse mai la piena consapevolezza del suo genio, perché troppo impegnato ora a risolvere un problema

Paoloni - Ferrazzoli - Valotti

di sovratensione che faceva bruciare la valvola termoionica appena saldata, ora a ricalcolare l’impedenza di quell’antenna, o l’angolo d’incidenza delle onde elettromagnetiche che compivano i primi viaggi nell’etere. Era un genio, Marconi, uno di quelli che viene fuori presto, che ti fa capire subito con chi hai a che fare.

Sarà capitato a molti di conoscere un amico o un conoscente un po’ strano, quasi bizzarro; quello che si rinchiude in cantina con il suo hobby dei fili elettrici, e lo scopri dieci anni dopo che è riuscito, con quattro batterie, a riprodurre la fusione fredda. Ma oggi la partenza è più facile: c’è già l’elettricità, c’è già chi ha studiato e c’è una base, c’è internet, c’è quello che l’ha fatto “lo chiedo a lui”. Il difficile è creare quando non si ha in mano niente più che un’intuizione, ma anche una fede incrollabile nella scienza e la caparbietà di voler ricominciare da dove ci si era fermati. Marconi era proprio così: andava a esplorare il silenzio, con l’umiltà di chi sa solo di non sapere, ma anche che quello che cerca è davanti a lui. È come addentrarsi affamati e assetati in una stanza buia in cerca di cibo. Il buio non conta se vogliamo saziare la nostra fame e la nostra sete. Sappiamo che il nostro nutrimento è là, nell’oscurità. Sappiamo che c’è ma non dove. Lo cercheremo, all’inizio con calma, poi quando il morso della fame si farà sentire, o quando percepiremo un odore familiare, saremo più agitati, nervosi, ma sempre certi che è là. Potrà capitare di inciampare, di sbattere contro il muro, ma ecco, l’odore è più forte, le nostre mani si spingono nel buio e finalmente lo raggiungono. La sensazione di attesa e di incertezza è finita. Ha lasciato spazio all’appagamento, al senso di realizzazione, al soddisfacimento del nostro bisogno di ricerca. Nel sederci a terra, sentiamo l’acquolina in bocca. Non lo possiamo vedere, il nostro trofeo, ma finalmente lo tocchiamo, lo odoriamo, lo pregustiamo. Per alcuni trovarlo è un grande sforzo, per altri meno. I più fortunati, beati loro, si imbattono nel tavolino per caso e mangiano subito.
Ecco, la storia delle scienze, forse, si può raccontare anche così. A volte le grandi scoperte sono un caso, altre il risultato di un’intuizione, a volte, invece, lo sforzo di una vita. Fortuna a parte, tutto si basa sulla consapevolezza che qualcosa c’è e sulla determinazione a capire cos’è e come funziona. Fu proprio questo uno dei tratti distintivi della personalità di Guglielmo Marconi, che a soli 19 anni riuscì a trasformare in qualcosa di tangibile le proprie nozioni di elettrologia. Approfondendo gli studi sugli esperimenti fatti da Hertz, nell’estate del 1894 iniziò, primo tra gli appassionati e gli studiosi, a maturare la convinzione che le onde hertziane potessero essere inviate a distanza, senza l’uso di fili elettrici conduttori. Trasformato il granaio di famiglia in un laboratorio di sperimentazione, lavorando giorno e notte con rotoli di fili di rame, sfere di ottone e altri dispositivi, il giovane Marconi riuscì a far squillare un campanello prima a 11 metri di distanza e poi in un giardino più lontano. Fedele alla sua indole di tenace cercatore nel buio, Marconi non seppe accontentarsi.
E’ su questa ricerca di un risultato più grande che si apre la finestra di un giovane e promettente regista: Raffaele Manco. Ne “Il Colpo”, il giovane cineasta racconta l’attesa del colpo di fucile concordato tra Marconi e il suo colono Mignani per confermare l’avvenuta ricezione del segnale al di là una piccola collina distante poco più di un paio di chilometri dal granaio dove era allocato il trasmettitore. Il colpo arrivò. Le onde elettromagnetiche avevano superato l’ostacolo e la radiocomunicazione era possibile. Eravamo nell’aprile 1895.  Presso la Sala Marconi del Consiglio Nazionale delle Ricerche, ItaliaMagazine ha organizzato ieri la proiezione e presentazione del cortometraggio che ricorda questo momento, poi seguita da una stimolante tavola rotonda moderata da Emanuela Ronzitti e da Mario

Ronzitti - Ferrazzoli - Masi - Manco

Masi. All’incontro, che ha riscosso molto interesse, hanno preso parte, tra gli altri, la Principessa Elettra Marconi, figlia dell’illustre scienziato, il Dott. Marco Ferrazzoli, Capo Ufficio Stampa del CNR, il Generale Francesco Cremona, proprietario del museo delle apparecchiature storiche per telecomunicazioni di Colleferro, la Dottoressa Barbara Valotti, Vicepresidente della Fondazione Guglielmo Marconi, nonché il Prof. Giovanni Paoloni dell’Università ‘La Sapienza’.

E’ stata proprio la Dottoressa Valotti a sottolineare l’importanza della tenacia nell’indole e nel lavoro del Marconi sperimentatore, così come l’importanza del sostegno ricevuto dalla famiglia: la madre lo spinse a studiare e approfondire la sua preparazione, mentre il padre fu il suo primo, vero e convinto sponsor. L’inventore, in realtà, cercò di colmare una lacuna intollerabile del suo tempo, ha ricordato il Professor Paolocci, cioè l’impossibilità di comunicare a lunghe distanze se non mediante collegamenti cablati. Ciò era semplicemente intollerabile. Raggiunto il successo grazie alle proprie intuizioni e ai propri risultati, Marconi ebbe un grande merito, ha aggiunto il Prof. Paoloni, ovvero non dimenticò l’Italia, ma la pose al centro dello sviluppo tecnologico, anche, a volte, in contrasto con il Governo.
Il Generale Cremona ha presentato e commentato una ricca sequenza fotografica ripercorrendo la carriera del brillante scienziato: dall’arruolamento come ufficiale del regio esercito nella Grande Guerra, ai primi esperimenti con gli apparati radiotelegrafici e radiotelefonici campali, al contributo dato alla nascita della Radio Vaticana e al rilevamento direzionale mediante radiofari, all’invenzione giornalistica del ‘raggio della morte’ e infine alla creazione della televisione.
A conclusione, dopo la parte storica della tavola rotonda, il regista Raffaele Manco ha preso la parola e, insieme a Emanuele Rauco di Cinem’Art Magazine, ha commentato il lavoro dal punto di vista cinematografico: “In altri lavori ho dato più spazio al dialogo – ha detto Manco – qui ho voluto dare più spazio all’immagine. Ho voluto fare una sorta di western ed è stato difficile, perché devi rappresentare il mito in un quarto d’ora . Ho cercato di spostare l’attenzione dal personaggio, concentrandomi su ciò che esisteva intorno a lui. In realtà, il mio progetto è quello di girare un lungometraggio su Guglielmo Marconi. Sto lavorando al soggetto e alle sceneggiature, ma ci vuole molto tempo e molti soldi. Auspico una coproduzione internazionale, perché questa figura si sovrappone ad altri grandi del suo tempo: da Tesla a Popov, fino a Buffalo Bill”.

Raffaele Manco con la principessa Elettra Marconi (foto:Cinzia Colella)

“Ciò che forse vale la pena di sottolineare in particolare – ha aggiunto Emanuele Rauco – è una costruzione della storia che punta tutto su un ritmo che non stordisce lo spettatore, ma lo cala nella dimensione dell’attesa. Nella meticolosità con cui si è ripresa la preparazione dell’esperimento, si percepisce la stessa meticolosità di Marconi. Il film è il racconto di come il mondo cambia con la tecnologia inserita nella natura. Tecnicamente, c’è una sorta di omaggio al cinema di Ermanno Olmi (natura, campi lunghi e lunghissimi). Attraverso l’uso dei tempi “morti” si dà l’idea del crescere dell’attesa, vissuta come realtà umana. Infine, attraverso piccole immagini del sostegno ricevuto dalla famiglia si viene a ricomporre il mondo scientifico e umano del protagonista”. Ci auguriamo che Raffaele Manco abbia davvero la fortuna di trovare un produttore e poi un distributore illuminati e possa riuscire a coronare questo sogno. Internet è nato da Marconi, il wireless pure. Un film ci sembra veramente un contributo doveroso per conoscere un uomo di scienza per il quale “l’aspetto più entusiasmante della scienza e’ che invita a insistere nella ricerca dei propri sogni, fino al loro raggiungimento”.

Intervista alla principessa ELETTRA MARCONI




Il teatro alla moda

di Maria Rosaria De Simone

Un grande desiderio di respirare l’arte, in ogni sua forma, di lasciarsi avvolgere dalla bellezza e dalla creatività, sta pian piano contagiando gli italiani.

E in molte città si cerca di venire incontro a questa esigenza, con una serie di proposte, alcune delle quali di gran livello. E’  questo il caso di una mostra allestita nel magnifico scenario dei Musei Mazzucchelli a Brescia, fino al 20 febbraio, dal titolo ” Il Teatro alla moda. Costumi di scena. Grandi stilisti“. Una mostra questa, curata da Massimiliano Capella, promossa da

Missoni

Altaroma e sotto l’alto patronato del Presidente della Repubblica italiana e che ha già riscosso, nei mesi scorsi, un successo notevole nell’allestimento a Roma, presso il Museo del Corso.

I visitatori si troveranno a varcare i cancelli del museo bresciano ed i magnifici giardini, ad attraversare le eleganti sale del Museo Mazzucchelli, a lasciarsi travolgere da un tripudio di forme e colori dei centi abiti unici, delle più importanti collezioni internazionali, curati dai più grandi stilisti del made in Italy, che sono stati indossati sulle scene dei teatri di tutto il mondo, da artisti del calibro di Luciano Pavarotti,  Katia Ricciarelli e Carla Fracci, solo per citar qualche nome.
Soprattutto negli ultimi trent’anni, il teatro, che prima rimaneva arroccato nella sua staticità e nella sua nicchia, si è aperto alla collaborazione con i maestri di tutte le arti, vestendo le sue opere con le geniali scenografie dei grandi maestri della pittura, avvalendosi di registi di calibro e dell’estro e dell’inventiva dei maggiori stilisti italiani.
Fendi, Valentino, Versace, Capucci, Missoni, Gigli, Armani, Genny, Coveri, Marras, Ungaro, Ferretti tanto per fare i nomi delle maggiori griffe,  attraverso la creazione di costumi di scena dal carattere esclusivo, hanno impresso alla scena narrata nuova linfa e vitalità, sperimentando nuovi linguaggi.
Le sale del Museo Mazzucchelli, per l’occasione, sono divenute il palcoscenico ideale, per percorrere con lo sguardo, i cento magnifici abiti, che sembrano prender vita inseriti in una atmosfera teatrale, accompagnati da una carrellata di musiche e filmati indimenticabili.

Ogni abito diviene protagonista, perché ha la sua storia, accompagna ed evoca le immagini delle danzatrici e dei personaggi che incarna. Ogni abito si presenta come un prodotto dell’artigianato del made in Italy ai massimi livelli creativi.

Versace

Come non rimanere soggiogati dagli abiti che Fendi ha creato per dare vitaalle storie di amore e morte. Carmen, la protagonista dell’omonima opera, nel vortice della danza, indossa degli costumi che esprimono la sua personalità di gitana civettuola e seducente, piena di passione e spregiudicata. Il tessuto jeans viene abbinato alla pelliccia, in una creazione che varca i confini delle sperimentazioni abituali. Vengono aggiunti fiori dai mille colori, pon-pon, grandi maniche a sbuffo, in un violento contrasto di materiali e colori. Questo per esprimere sulla scena la forte personalità dell’eroina, che sconvolge il mondo intorno a sé, che provoca l’impeto, la gelosia e l’ardore di Josè, pazzamente innamorato di lei.
Come non lasciarsi incantare dai costumi che Missoni disegnò per la cerimonia di apertura dei mondiali di calcio del 1990, con i colori violentemente accostati e con cinque manichini imponenti a rappresentare i guerrieri Masai.
Colpisce anche il bata de cola di Armani, per la prima volta in esposizione, che il ballerino Joaquin Cortes, ha indossato in una delle sue interpretazioni: in raso di seta nera, con uno strascico lunghissimo, pieno di arricciature, sapientemente cucite dalla grande sarta di abiti di flamenco Lina Siviglia.
Ogni donna attraversando la sala dedicata ai costumi di Versace, forse l’artista che più ha dato al teatro, non potrà non sognare, ammirando l’incanto dei colori e delle stoffe lavorate dell’abito Matrioska, in shantung di seta dipinta a mano. Non potrà non lasciarsi trasportare dalla drammaticità del costume Erodiade, scuro e drappeggiato, espressione dell’anima nera del personaggio dell’opera “Salomé“.
La mostra  insomma è un viaggio nell’anima del teatro alla moda, inondata da musiche, luci e colori. Da non perdere assolutamente.




Europunk a Roma: 35 anni di cultura visiva punk in una mostra

Di Valentino Salvatore


Chissà cosa ne avrebbe pensato Sid Vicious: il punk celebrato in un museo. Si apre infatti proprio a Roma, nella cornice rinascimentale di Villa Medici a Trinità dei Monti, l’esposizione Europunk. La cultura visiva punk in Europa (1976-1980).E’ la prima grande mostra di carattere internazionale, che illustra la produzione alternativa degli anni Settanta proveniente soprattutto daRegno Unito, Francia, Germania, Italia, Svizzera, Olanda. Che quindi non si ferma solo alla culla mediatica del punk, ma ne indaga le sue evoluzioni e le relative contaminazioni. Una raccolta con più di 550 oggetti, diversi dei quali inediti e rarissimi. Vestiti, poster,volantini, fanzine, disegni, collages, fumetti, copertine di dischi, filmati da collezioni sia private che pubbliche. Materiale raccolto da tutto il mondo per la gioia dei nostalgici non più giovani, ma anche dalle nuove leve che volessero riscoprire le radici del punk. Dal 21 gennaio fino al 20 marzo la sontuosa Accademia di Francia ospiterà una retrospettiva dedicata a quel movimento culturale nato ormai quasi quarant’anni fa e che rivoluzionò non solo la musica, ma l’espressione artistica e il costume in generale. Si comincia con la comparsata in tv dei Sex Pistols che suonano il loro cavallo di battaglia Anarchy in the UK durante la trasmissione So it goes di Anthony Wilson, in onda su Granada Television il 28 agosto del 1976. E si finisce con la prima apparizione televisiva dei crepuscolari Joy Division sulla BBC, nel 1979.

Tante le icone della cultura punk esposte, come il famoso volto della regina Elisabetta con occhi e bocca coperti dal nome Sex Pistols e il titolo dell’anthem God Save the Queen, firmato da Jamie Reid. La stessa artista anarchica e situazionista che ha partorito diverse copertine di dischi, volantini e manifesti per la stessa formazione musicale. Non mancano creazioni dello stilista Malcom McLaren, che formò dal nulla la band e fece da manager alla stessa. Senza dimenticare la sua sodale e collega, la stilista Viviane Westwood. Saranno inoltre presentati due progetti site specific di quattro artisti: Stéphane Dafflon, Francis Baudevin, Scott King e Philippe Decrauzat. Ma anche la sorpresa del collettivo francese Bazooka, autore di moltissime copertine di dischi, come quelle di Iggy Pop e Patti Smith. Un team di artisti rimasto anonimo per tanto tempo, composto da Olivia Clavel, Lulu Larsen, Loulou e Kiki Picasso, Bernard Vidal, Jean Rouzaud e Ti-5 Dur, che ha inciso profondamente nella formazione dell’estetica punk. Ma che ha raccolto soprattutto studenti dello stesso atelier della Scuola delle Belle Arti di Parigi. Un gruppo che ha lavorato insieme in modo «molto simile a quello di un gruppo musicale, anche se non ha mai realizzato né un disco né un concerto, serbando la propria energia per la creazione di immagini. Invece di suonare questo gruppo gioca con le immagini, in un quadro di produzione molto simile al fumetto», dichiara Éric de Chassey, curatore della mostra e direttore dell’Accademia Francese, con la collaborazione di Fabrice Stroun del Mamco di Ginevra, dove arriverà l’estate prossima, dall’8 giugno al 18 settembre.


Secondo il curatore «non ci può essere storia del punk che faccia a meno delle immagini». L’icona punk – provocatoria, dissacrante e colorata – crea un immaginario che coinvolge e sconvolge milioni di giovani. Il movimento «non è mai rientrato nel campo dell’arte, pur essendo una cosa diversa dall’industria culturale, si è persino rifiutato di essere arte», afferma de Chassey. Ma il punk ha dimostrato comunque «un’ambizione caratteristica dell’arte più alta, cioè cambiare la vita». La sua specificità è «cambiare il mondo» in senso rivoluzionario. Il punk infatti non può essere capito se ridotto unicamente alla dimensione musicale, trascurandone l’importanza nello scardinare i vecchi schemi dell’arte e nel rinnovare l’immaginario collettivo e il costume. Il tutto all’insegna della provocazione visiva che ha caratterizzato l’estetica del movimento punk. Non mancano i riferimenti politici, spesso contraddittori, come la sigla Bazooka sopra una falce e martello sulle pagine di Libération o la maglietta con lo slogan Only anarchists are pretty, indossata da Glen Matlock e uscita dalla bottega Seditionaries firmata dalla coppia McLaren-Westwood.

A corredare la retrospettiva, un catalogo inedito in tre lingue (italiano, inglese e francese) edito da Drago, che raccoglie centinaia di immagini e fac-simile di fanzine. Accompagnato inoltre da un saggio di Eric de Chassey e due scritti del giornalista Jerry Goossens e un altro di John Savage. Quest’ultumo già autore di England’s Dreaming, testo indispensabile per comprendere la ricchezza e l’influenza del movimento punk nel mondo. Uno spirito anarchico e visionario, quello del punk, che a quanto pare ancora non si è ancora spento e sa esprimere sempre la sua rabbia giovane. Anche se imbrigliato in un museo.




Ritorna Miss Università- La vincitrice 2010 è di Perugia

Barbara Tunno - Miss Università

di Stefania Taruffi


Barbara Tunno è stata eletta al Mò Mò Repubblic di Roma “la studentessa più bella e sapiente degli atenei italiani”. La concorrente (n.8) ha 25 anni ed è già laureata con 102 alla Facoltà di Tecnologia del Restauro e Conservazione dei Beni Culturali all’Università di Perugia. Attualmente  è iscritta all’Università di Perugia alla Facoltà di Scienze Infermieristiche con 8 esami all’attivo con la media del 28.  Il titolo di Miss Università 2010 è nazionale e è ideato e organizzato da Marco Nardo.

La Giuria era presieduta da  Paolo Di Giannantonio Tg1 e composta da molti personaggi:  Livio Leonardi Capo Struttura Rai Uno, il Prof. Maurizio Saponara delegato della Sapienza per Attività Culturali, Sociali e Sportive”,  il Prof. Dario Apuzzo–  Fisiatra “Salute Ok”,  il Prof. Massimo De Meo (Esperto di Diritto), Simona Branchetti–  Tg5, Fabio Tricoli – Mediaset News, Aldo De Luca, Toni Santagata,  Leonardo Metalli Tg1, il Produttore Geppino Afeltra, Marco Piccaluga Sky Tg 24, Federico Quaranta – Rai Uno, Gabriella Sassone – Dagospia eQuelli del Calcio’. Inoltre Ilaria Vitagliano, vincitrice dell’ultima edizione di “Miss Università”, il Principe Guglielmo Giovannelli, Toni Malco, Emanuela Tittocchi 100 vetrine, Alessandro Rispoli, Andrea Doria Regista Grande Fratello 1 e 2, Angelo Marini ed altri.   Le candidate sono state selezionate attraverso domande di cultura generale e sulle materie oggetto di studio da parte delle concorrenti, tenuto conto l’anno di corso a cui erano iscritte. La votazione è stata accademica e si è tenuta con delle palette dal 18 al 30 e Lode.
Si sono classificate al secondo e terzo posto rispettivamente: Roberta Boccia –  23 anni di Avellino iscritta all’Università di Benevento alla Facoltà di Economia con 30 esami all’attivo e con la media del 27; Anastasia  Shovkun “Ucraina”, 25 anni iscritta all’Università di  ”Bologna” alla Facoltà di Giurisprudenza, con 20 esami all’attivo e la media del 27.
Tutte le finaliste si sono aggiudicate una settimana gratis a: “La Casella”, un antico feudo di campagna in Umbria.

L’idea è molto interessante, in quanto associa due qualità apparentemente slegate: la bellezza esteriore e la cultura. In un’epoca in cui trionfa il mito dell’esteriorità fine a se stessa, il messaggio che  viene lanciato da questo concorso, mirato al pubblico giovane in formazione, è che la vera Bellezza non è solo quella legata agli aspetti esteriori. Essa è composta da molti altri fattori che rendono la donna più interessante e completa, tra i quali soprattutto la cultura e la preparazione universitaria per un inserimento adeguato nel mondo del lavoro. Non solo dunque la donna bella ma vuota,  ma bella e sapiente, che s’impegna  nello studio con risultati soddisfacenti e dotata di una cultura generale che la valorizzi come ‘persona’.

Foto: Marco Nardo