Bruno Ganz e la dannazione dell’alcoolismo

Bruno Ganz nei panni di Tiziano Terzani nel film La fine è il mio inizio

Di David Spiegelman

L’angelo sceso dal cielo di Berlino ha vissuto per anni con il demonio, evocato nei cupi bagliori di una bottiglia che si era trasformata nel suo carcere, un reclusorio infido perché suadente, la promessa di una tregua rispetto alla disarmante banalità non tanto del male come del bene, quanto del vivere dequalificato in esistere. Bruno Ganz, che di recente era stato Adolf Hitler nel bunker ed è appena divenuto Tiziano Terzani nel film La fine è il mio inizio  sulla vita del giornalista fiorentino che ha saputo divulgare in Occidente misteri e contraddizioni, ha forse portato all’estremo l’immedesimazione con il personaggio, che aveva trascorso il suo tempo destrutturando le certezze scientiste della cultura europea. Il film ripercorre la strada erratica di un uomo che ha saputo attraversare infinite casualità, per definirne una connessione credibile oltre il visibile e il letterale.
Viene nella vita di ognuno il momento delle confessioni e il quasi settantenne Ganz – uomo di scena che agli occhi dello spettatore italiano, a dispetto di una carriera immensa, è soprattutto il timido attempato innamorato di Licia Maglietta, nella Venezia dissonante di Pane e tulipani, un film che vive soprattutto delle sue esitazioni e dell’incapacità di arrendersi a un sentimento subito più che scelto – sceglie di raccontare l’uomo tenuto nascosto nel magazzino delle vite indossate per mestiere, custodite nella valigia dell’attore. Ed è un uomo molto diverso da  quello che ha abitato gli schermi di tutto il mondo: uso a fingersi altro da sé, o meglio a essere di volta in volta chiunque imponesse la sceneggiatura, sia pure con una misura e una parsimonia che ne hanno fatto un volto non confondibile nel panorama annacquato del cinema contemporaneo, ora sale sul palcoscenico per dire di essere un uomo, quel che resta di un uomo e delle sue nostalgie rovesciate in speranze.
«La mia debolezza – racconta in un’intervista al Bild am Sonntagè stata l’alcool, che aveva preso un assoluto dominio su di me, tanto da farmi pensare intensamente alla morte. Sono stato prigioniero per dieci anni di questa dipendenza, al punto di non riuscire senza alcool nemmeno a far colazione alla mattina o a stare in scena. Mi sono salvato dopo un grave incidente, un segnale di Dio, quando ero andato a sbattere contro un palo della luce rischiando di morire dissanguato. Da allora non ho mai più bevuto». Come se il suo angelo fosse sceso dal vuoto delle speranze a visitarlo per concedergli il sollievo della sincerità, Ganz dimostra ancora una volta – se mai ce ne fosse stato bisogno – come la vita molto spesso non sappia che imitare l’arte. In un racconto degli anni Novanta, Antonio Tabucchi rappresentava una visita museale da parte di un ammiratore privo della vista degli occhi, uso quindi a supplire al senso assente con gli strumenti dell’intelletto e del cuore. Ganz confessa di vivere un’esperienza consimile, ogni volta che va al cinema con il figlio cieco. «Non potete immaginare – assicura l’attore – cosa riescano a vedere le orecchie di un cieco. Quando Daniel vedrà il film su Terzani capirà tutto. Nelle pause del parlato capisce dai rumori cosa sta accadendo. Ogni volta rimango stupefatto nel constatare in che modo i suoi orecchi riescano a sostituire i suoi occhi». L’ultima confessione assume le sfumature della sfida. Dopo aver ammesso un intervento soprannaturale nella sua riemersione dalla nausea dell’alcoolismo, Ganz compie un’inversione di marcia o forse uno spiazzamento dialettico apparente. Se Terzani, sia pure nei modi irrituali di un pensatore portato dalla vita a trascendere le categorie della tradizione e gli schemi consolidati del pensiero neoplatonico che informa le architetture metafisiche della nostra cultura, fissava oltre la vita il senso e il fine dell’umana avventura, Ganz si dice di avviso radicalmente diverso.

Nell’intervista Ganz rivela di non credere in un’altra vita come Terzani: «Per me  – è l’ammissione, per quanto ambigua e frammentaria – dopo la morte non c’è niente, ma chissà. Per il momento propendo per la variante più materialista».
Nel film di Wenders, l’angelo sceglieva di rinunciare alla sua natura immateriale per calarsi in assoluto nella realtà, nella vita, nel tempo. Ma le pagine chiare e le pagine scure dell’esistenza concreta e di quella che accade nel fascio di luce del proiettore a volte si intrecciano secondo modi che lasciano intravedere un’intenzione esteriore, di un regista attento e ispirato.
La donna acrobata circense che aveva innamorato l’angelo di Berlino, nella realtà Solveig Dommartin, ha attraversato infatti l’ultima porta tre anni fa, rendendosi irraggiungibile a ogni sguardo, anche a quello del cuore. Così forse Ganz intende precludersi le strade che portano alla comprensione delle cose. Anche perché in cuor suo ritiene che perdersi sia l’unico modo di raggiungersi.




Incubi celesti, tra realtà e inconscio

Di Cinzia Colella

L’infanzia e il sogno.  La realtà e l’inconscio. Dimensioni complementari  che convivono nell’ “io” latente – e a volte latitante – di ognuno di noi. Immagini scolorite, universi di zucchero candito e lunghi silenzi in attesa di risposte sono la trama narrativa dello stile di Nicoletta Ceccoli, celebrata dalla Doroty Circus Gallery di Roma con la mostra “Incubi celesti”, dal 29 ottobre al 23 dicembre.
La galleria sceglie di celebrare così il suo quarto anno di attività, ospitando questa personale interamente dedicata all’Alice di Lewis Carroll: la bambina nel paese delle meraviglie che con il suo stupore, le sue paure e le sue avventure incanta ancora oggi non solo i fanciulli. L’alone di magia che la circonda, infatti, risveglia il ricordo del tempo passato e attira verso quella dimensione che risiede – silente e immanente – nel fondo dell’anima. Ed è proprio di notte e di sogni che quella dimensione si alimenta.
Da qui la scelta di dare una forma morbida ai suoi personaggi, quasi rassicurante. Dove – però – sono i colori a ricoprire un ruolo emotivo centrale:  sono freddi, algidi, metallici, come se non si avesse il tempo per  metterli a fuoco e godere della brillantezza che emanano in natura. Volti di ceramica, sguardi fissi, spazi solitari e indefiniti, gestualità non compiute e ferme al momento prima del risveglio in cui tutto ricomincia da zero.
Fine del sogno, fine dell’incubo celeste. I mostri scompaiono, le paure si frammentano e vengono deposte  sotto vetro, in attesa di esser scrutate  in chiave psicoanalitica.
Ogni dettaglio delle dieci opere esposte(acrilici su carta) ha un senso, un ruolo determinante nel delicato passaggio dal sogno alla realtà, dall’infanzia all’età adulta. Lo spettatore non riesce a sottrarsi dal richiamo e dall’incanto delle atmosfere rappresentate, quasi come il canto di una sirena che lo ricongiunge intimamente al fanciullino.

Nicoletta ha illustrato numerosi libri principalmente in Italia, negli Stati Uniti, in Inghilterra.
Ha esposto sette volte alla fiera del libro per ragazzi di Bologna. I suoi disegni sono stati esposti anche a Roq la Rue (Seattle), Magic Pony (Toronto), Dorothy Circus (Roma), Richard Goodall Gallery (Manchester).
Ha ricevuto nel 2001 il Premio Andersen come migliore illustratore italiano dell’anno. Ha ricevuto quattro volte l’Award of excellence da Communication Arts.
Nel 2006 viene premiata con la silver medal da Society of Illustrators (New York).

Per maggiori info:

Nicoletta Ceccoli “Incubi celesti- Attraverso lo specchio”
29 Ottobre – 23 Dicembre 2010
Dorothy Circus Gallery
Via Nuoro 17 Roma

http://www.dorothycircusgallery.com/home.php




Cinématon: il film più lungo della storia

di Paolo Cappelli

Se volessimo stilare una classifica dei film girati nella storia utilizzando la durata come parametro di riferimento, la Palma d’Oro andrebbe sicuramente a Heimat (Patria), del regista tedesco Edgar Reitz. Il suo progetto, iniziato nel 1979 e concluso nel 2006, voleva ricostruire la storia del Novecento tedesco. La produzione della serie, costituita da 3 film per un totale di 31 episodi, più un prologo e un epilogo a parte, è iniziata  nel gennaio del 1979 con la stesura del soggetto e si è conclusa nel settembre del 2006, con la presentazione alla Mostra del cinema di Venezia di Heimat-Fragmente: Die Frauen, capitolo conclusivo della saga, che ha raggiunto così la durata complessiva di circa 55 ore.

Oggi, però, quest’opera considerata finora titanica, viene scalzata dall’idea visionaria di Gérard Courant, cineasta, scrittore, attore, poeta e produttore indipendente francese. Cinématon è il titolo del suo progetto di portata universale che, nell’arco dei trent’anni in cui è stato girato, ha raggiunto la ragguardevole durata di 150 ore! Alcuni dei più significativi stralci dell’opera saranno presentati nell’ambito del Lucca Film Festival, programmato dal 4 al 9 ottobre 2010 presso il Cinema Centrale – Auditorium S.Romano di Lucca.
La proiezione integrale è ben lungi dall’essere programmata, per i motivi che è facile immaginare (si tratterebbe di più di 6 giorni ininterrotti di visione), ma anche perché lo stesso Courant ha dichiarato che il progetto non può dirsi ancora concluso.

Gérard Courant nasce nel 1951 nella Lione che diede i natali al cinema dei fratelli Lumiére e vive il suo periodo post-adolescenziale tra Valencia, San Marcellino e Digione. E’ proprio durante il suo periodo universitario in quest’ultima città che si avvicina agli altri universitari appassionati di cinema, assieme ai quali fonderà un club di cinefili per la produzione di film indipendenti e d’avanguardia. I suoi modelli saranno Jonas Mekas, Maya Deren, Stan Brakhage, Jean Genet, Gregory Markopoulos e soprattutto Andy Warhol.
Nel febbraio del 1978, dopo aver maturato una profonda esperienza nella produzione di cortometraggi, grazie anche alla collaborazione e al sostegno del cineasta sperimentatore Patrice Kirchhofer, nasce l’idea di realizzare quella che sarà la sua opera maggiore: Cinématon, parola composta da cinema e marathon, in cui intellettuali, giornalisti e personaggi famosi legati al mondo della cultura divengono protagonisti. Il modello realizzativo immaginato è quanto mai semplice: ognuno ha a disposizione un solo ciak della durata di tre minuti e 20 secondi (perché questa era la durata massima di un nastro Super 8, il supporto multimediale più diffuso all’avvio del progetto) in cui può fare o dire ciò che vuole, tanto il film è muto.
Tra i personaggi ripresi figurano Barbet Schroeder, Nagisa Oshima, Volker Schlöndorff, Ken Loach, Youssef Chahine, Wim Wenders, Joseph Losey, Jean-Luc Godard, Samuel Fuller and Terry Gilliam, chess grandmaster Joël Lautier, Roberto Benigni, Stéphane Audran and Julie Delpy.




Il mito di FaceBook celebrato in un film

di Valentino Salvatore

Ha solo ventisei anni e ormai sta cambiando inesorabilmente il modo in cui soprattutto i giovani si relazionano tra loro. Stiamo parlando di Mark Zuckerberg, assurto alla notorietà planetaria per aver creato FaceBook. Questa macchina infernale che nelle previsioni più fosche è destinata a risucchiare e avvolgere ogni forma di socializzazione, triturandola in manciate di bit, “mi piace” e battute estemporanee. Ma che allo stesso tempo offre un potenziale enorme, una vastissima gamma di opportunità per mettere in connessione e favorire l’attività e le relazioni di tante persone. Zuckerberg, la faccia pulita e apparentemente ingenua del tipico ragazzotto americano riservato e maniaco del computer. Ma anche una faccia da schiaffi dietro cui viene il dubbio che si nasconda un furbetto malizioso, che ostenta candore e spirito naïf. E che per questo attira sospetti e invidie di mezzo mondo cibernetico.

Un personaggio destinato ad ispirare dietrologie e sentimenti contrastanti, anche grazie ad un film che esce proprio oggi negli Stati Uniti e mette in luce gli aspetti più controversi della nascita del social network più famoso del mondo. Una pellicola che paradossalmente contribuirà a consolidare il mito post-moderno di questo giovanotto cresciuto troppo in fretta grazie ad una idea tanto geniale quanto banale. Ultimo prodotto del sogno (e dell’incubo) americano, meno di trent’anni e a capo di un impero economico mondiale. L’opera cinematografica si intitola The Social Network ed è diretta da David Fincher, il regista che ha girato un cult movie generazionale come Fight Club e un thriller straniante come Seven. La storia è ispirata al libro Miliardari per caso. L’invenzione di Facebook: una storia di soldi, sesso, genio e tradimento di Ben Mezrich, che già dal titolo è tutto un programma e si rifà alla versione raccontata da Eduardo Saverin (interpretato nel film da Andrew Garfield), compagno di studi e amico tradito dall’uomo-FaceBook. La trama prende il via nel 2003 e vede Mark Zuckerberg (interpretato da un saccente Jesse Eisenberg), allora studente di Harvard, che per raggiungere la popolarità e dare vita al suo sogno passa cinicamente sopra i compagni scippandone le idee e scaricandoli. Ma lo fa vendendosi l’anima e diventando un anti-eroe fragile e disadattato che arriva solo alla meta. Amici che avevano iniziato a smanettare coi computer quasi per gioco e per trovare delle ragazze finiscono per perdere la purezza giovanile e a sbranarsi tra loro, facendosi una guerra personale (e legale) senza esclusione di colpi. Non tutti sanno ad esempio che FB ha dovuto sborsare circa 65 milioni di dollari come indennizzo a Tyler e Cameron Winklevoss, due gemelli coi quali il genio del social networking aveva collaborato qualche anno fa per la creazione di un sito e che l’hanno accusato di aver rubato le loro idee. Episodio che è proprio uno dei fulcri dell’ultima fatica di Fincher. E’ il mondo patinato e asettico dipinto di “blu FaceBook” che nasconde sentimenti e miserie troppo umani, la competizione selvaggia e la lotta per il successo.

Quello del regista americano è una sorta di instant movie che tocca argomenti ancora caldi e li ripropone in salsa poco edificante, con sfaccettature contraddittorie e profondità psicologica. Presentato già la settimana scorsa al Film Festival di New York, ha ricevuto critiche molto positive. Tanto che diversi recensori parlano esplicitamente di Oscar. Non è una buona pubblicità per il colosso internet, che nonostante tutto e tutti veleggia verso i 600 milioni di utenti e si impone nel mondo della pubblicità. Basti pensare che lo staff di FaceBook non è stato coinvolto nella realizzazione, le cui riprese sono iniziate l’anno scorso. Commentando l’opera cinematografica, Zuckerberg ha fatto buon viso a cattivo gioco, parlando di “pura invenzione”. Però lo stesso giorno dell’uscita ha annunciato urbi et orbi, durante il seguitissimo talk show di Oprah Winfrey, di aver donato qualcosa come 100 milioni di dollari per le scuole di Newark, nel New Jersey. Forse per arginare la pubblicità negativa che scaturirà da The Social Network e salvaguardare la sua immagine, con una tinta filantropica che attenui le polemiche sulla sua attività. Critiche che arrivano non solo dai trascorsi con gli ex colleghi, ma anche a causa della spregiudicata strategia pubblicitaria che intacca la privacy di iscritti spesso inconsapevoli. D’altronde Scott Rudin, uno dei produttori della pellicola, ha dichiarato: “Quando metti su un’organizzazione con cinquecento milioni di amici inevitabilmente ti fai anche qualche nemico”.




Il dramma della tv, un posto in prima fila

Di Mariano Colla

I notiziari televisivi fanno ormai parte della vita corrente.

Pur distratti dalle incombenze quotidiane, l’ampio spettro di copertura oraria dei TG ci garantisce un flusso continuo di  notizie su come va il mondo.

Nella  nostra mente, giorno dopo giorno, si sedimenta  il distillato di politica, cronaca, costume, sport, etc.

Nei notiziari il comunicato è più o meno sempre la stesso, indipendentemente dalla emittente.

Ciò che cambia è la colorazione che la notizia assume, a seconda dell’orientamento politico del canale televisivo, ma una componente accomuna molte delle informazioni trasmesse.

Fateci caso, è la quantità di dramma umano somministratoci, in qualsiasi forma esso si manifesti, dall’incidente stradale, alla tragedia familiare, all’omicidio, al suicidio, al rapimento, all’uragano, all’inondazione, alla casa che crolla, a chi ruba a chi specula e così via.

Un quadro a tinte fosche, a volte alle soglie del lugubre, che sembra dipingere il mondo   come una tragica realtà. Dal canto loro  i giornali non sono da meno ma, si sa, la televisione fa maggiore presa.

Ora, nessuno nega la continua presenza di eventi negativi nella vita dell’uomo e della società, è sempre stato così, tuttavia mi chiedo perché, al di là della giusta necessità di fare cronaca e di dare il giusto risalto ai fatti, vi sia un accanimento informativo sulla notizia tragica, sul noir e,  più raramente, si dia invece spazio a quel che di buono e costruttivo accade nel mondo.

Non posso credere in uno sbilanciamento  così evidente tra le nostre disgrazie ed eventi  che siano invece portatori di una realtà che giochi a nostro favore.

Forse che l’evento positivo non fa notizia?

Vogliamo dire che  la notizia drammatica giornalisticamente paga perché alimenta emozioni,  dettate sì da un senso di partecipazione, ma, anche, e non raramente, da una perversa forma di curiosità  verso il male altrui?

Forse che la buona azione, il fatto positivo, non suscita le stesse emozioni e quindi influisce negativamente sull’audience?

Nota bene, non sto invocando la rappresentazione di un buonismo populista che abbia l’effetto di mascherare i mali del mondo, tuttaltro.

Penso che, ad onor del vero, si debbano rimarcare i  fatti e gli eventi reali che, anche nel piccolo, contribuiscono ad informare  la società che comunque qualcosa di buono accade, sempre.

Tanto è evidente la disparità che, per esempio, la trasmissione televisiva “Report”, solo al termine di una giusta e prolungata esposizione dei mali del nostro paese, dà un segnale di speranza con il servizio finale dal titolo “…e adesso la buona notizia…  “, che sembra quasi una contraddizione nel palinsesto del programma.

E’ questo un difetto solo italiano? Temo che in buona misura lo sia.

Le altre televisioni europee, tedesca, inglese, francese, per esempio, fanno sì cronaca, ma il taglio è più scarno, più obiettivo meno intriso di melanconica deriva, e l’effetto è di non lasciare lo spettatore con l’amaro in bocca.

E allora mi chiedo: che lezione dobbiamo trarre dal mondo dei media nostrani?

Dobbiamo immergerci nel flusso collettivo di questa negatività informativa, quasi compiacendoci di quanto sia grande il male comune, lasciando al nostro rapporto individuale con il mondo la ricerca non tanto del bene morale quanto del sano, del bello, del giusto, oppure dobbiamo pretendere una diversa articolazione dell’informazione che sappia dare maggiore equilibrio ai fatti che ci circondano; non solo drammi quindi, ma anche esempi di  generosità, legalità, amore, giustizia e lealtà?

L’educazione del singolo e delle masse avviene anche tramite gli esempi e quando essi depongono a nostro favore,  non devono essere trascurati.




Alberto Moravia inedito sull’ingenuità politica delle donne borghesi

Di David Spiegelman

Il dio dei disincontri e delle coincidenze perdute assimila, cadenzati di mezzo secolo, i passaggi in ombra nei distinti 26 settembre di due esuli dalla realtà capaci di interpretarla con la presbiopia dell’intelligenza.

Walter Benjamin lasciò questa esistenza rinnegandola, vinto dalla sofferenza collettiva divenuta puntiforme nella sua solitudine di fuggiasco; Alberto Moravia si attrezzò invano una sopravvivenza letteraria, per svanire rapidamente nella memoria, con velocità ancor più intensa di quanto non esigesse un’opera commisurata a un tempo non ripetibile. «L’angelo della storia – è la sentenza di Benjamin – ha il viso rivolto al passato».

Lo scrittore romano riemerge adesso in una luce particolare e, per certi versi, sdrucciolevole, da una ricerca archivistica, che rende nota una lettera scritta a diciott’anni alla zia Amelia Rosselli. «Se vuoi tutta la mia opinione – scrive Moravia criticando “le signorine della borghesia italiana”- ti dirò che sono quelle signorine lì che diventano in maggior numero tra tutte buone madri e buone mogli: non è ad esse che si può elargire il voto politico… Io penso che l’ingenuità d’anima sia molto diffusa tra le donne italiane anche tra quelle che non sembrano averla».

Il futuro autore de “Gli indifferenti” era poco più che un ragazzo, il fascismo doveva ancora radicarsi in un Paese che lo avrebbe prima assunto a forma ontologica per disconoscerlo fuori tempo massimo senza quindi mai elaborarne il lutto; eppure in quelle considerazioni giovanili di un marxista mai critico c’era la radice delle contraddizioni e della disarmonia che hanno scollegato il ceto degli intellettuali dal popolo, secondo un canone che ha isterilito negli anni l’effettiva partecipazione degli artisti alle funzioni di indirizzo e di indottrinamento delle masse, in direzione contraria rispetto al canone togliattiano che considerava l’egemonia culturale un presupposto e non già una conseguenza di quella politica.

Nel sessismo di Moravia non alligna soltanto una forma di pregiudizio misogino che pure, a ben vedere, è parte non secondaria della sua opera, dove i personaggi femminili scontano aspetto e conseguenze di una condizione subalterna rispetto a quelli maschili. Le parole dello scrittore, sia pure inscritte in una fase giovanile del cammino, indicano una profonda sfiducia nei meccanismi elementari del suffragio universale e, quindi, della stessa democrazia; sfiducia congiunta a un pregiudizio antiborghese che, formulato da un esponente dell’alta borghesia della Capitale, suona doppiamente equivoco.

Se superficiale è l’assunto per cui le donne, specie se provenienti dalla “borghesia” (categoria irreversibilmente codificata ai tempi della Rivoluzione e mai più aggiornata, neppure alla luce dello stravolgimento sociale operato dai moduli dellla civiltà industriale), difettano del raziocinio minimo necessario per disporre di sé e degli altri, quando invece la storia – compresa quella, congetturale, della letteratura – è prodiga di donne in grado di trasformare la propria presunta “ingenuità” in un’arma inesorabile, suona sinistra l’idea che presiede a una sorta di limitazione dell’elettorato attivo e passivo in base al quoziente di intelligenza.

Nelle frettolose affermazioni moraviane, infatti, si rinvengono i primordi dello snobismo irreversibile dell’intelligencija italiana di sinistra, o meglio intelligencija italiana tout court, rispetto a quel popolo di cui pure si erge a tutrice e vindice. Il postulato per cui le donne, così come in generale tutti i soggetti considerati deboli nelle virtù analitiche o speculative o politologiche – farebbero danno a se stesse se, votando, decidessero del proprio destino, rappresenta una variante del classico scenario che vede il popolo ridotto a gregge, incapace quindi di guidarsi in autonomia all’emancipazione, bisognoso piuttosto di una guida meglio dotata, che supplisca alle sue carenze.

Sullo sfondo, si ripropone così lo schema concentrazionario della “Repubblica dei filosofi”, con i migliori a esercitare le funzioni di governo, senza che neppure lo stesso Platone si sia mai peritato di spiegare come mai si potesse arrivare a definire in maniera non iniqua chi fossero i filosofi e chi le pedine del popolaccio, ovvero in quale maniera le procedure dell’autoelezione a reggitori della cosa pubblica potessero escludere abusi e favoritismi.

Dalle parole del giovane Moravia, che si dice sinceramente preoccupato per l’efficienza di un sistema elettorale che verrebbe ossidato dal volubile e bambinesco voto della borghesia femminile, traspare così una profonda e radicale sfiducia nella stessa democrazia, giudicata oggi dai suoi attori efficace soltanto qualora i suoi risultati formali coincidano con la convalidazione delle prospettive ora degli uni, ora degli altri. Il concetto di fondo è: gli elettori sono tutti stupidi, le donne come gli uomini, tranne quelli che votano per me. Corollario non infrequente è reputare stupidi anche e soprattutto quelli che mi hanno votato.

Come direbbe Moravia: ambizioni sbagliate.




Intercambio, registi italiani di successo a Madrid

Di Marco Milano

Un giovane regista italiano riscuote successo a livello internazionale con “Intercambio”, un cortometraggio ispirato a una realtà storica.

“..Una storia di sopravvivenza accaduta realmente e che, probabilmente, succederà ancora..”
Lo spettatore del cortometraggio Intercambio è messo in guardia fin dai primi fotogrammi con questa premessa, che introduce una storia  – ispirata a fatti reali dell’Europa dell’ Est degli anni ’30 – capace di risvegliare sentimenti di inquietudine, paura e indignazione come succede per gli istinti nascosti che muovono i protagonisti.
Diretto a quattro mani da Antonello Novellino e Antonio Quintalinna, Intercambio è il racconto di quanto succede in un villaggio rurale della Spagna sotto il giogo della dittatura che continua ad affamare la popolazione di contadini, sequestrando loro il grano e il bestiame per sostenere l’esercito in guerra. Le continue razzie trasformano il villaggio in un ‘fortino’ isolato, mentre cresce la fame e la disperazione degli abitanti ridotti in condizioni disumane. Questa situazione di alienazione e privazione  della propria dignità, costringerà i contadini a compiere azioni drastiche e drammatiche per sopravvivere, fino ad una sconcertante soluzione finale per arrivare in forza al prossimo raccolto di grano.

L’istinto di sopravvivenza – il vero protagonista del corto – scavalca i limiti della morale, risvegliando un lato nascosto della natura umana, l’ atto del cannibalismo,  guidato dalla forza di una rassegnazione consapevole.
E’ un racconto che riporta in vita ancestrali tradizioni, quello di Intercambio, indietro fino ad epoche oscure, che, anche se non vissute, sono in qualche modo impresse in un certo immaginario collettivo.
Nei suoi 15 minuti di lunghezza, diversi sono i momenti emblematici e si toccano più volte emozioni forti, a partire dalle scene iniziali in cui si palesa, attraverso una trasmissione radio, la voce e l’identità di un nemico visibile solo con la presenza prepotente dei soldati, la dittatura.
Dettagliate ricostruzioni di ambienti, costumi, oggetti d’epoca, il ritratto inquietante della natura arida e traditrice offrono allo spettatore uno scenario credibile – con forza inusuale per un cortometraggio . La componente umana della storia si  manifesta in sguardi cupi e impauriti, in dialoghi divisi tra parole di speranza e pensieri di rassegnazione. La fame guida ogni gesto e debolezza dei contadini, facendo ‘arrancare’ le loro mani nella terra e spingendoli a nutrirsi di qualsiasi cosa possibile – fosse anche il cuoio di una cintura o della rilegatura di un libro.
Girato tra Segovia e Madrid, il corto ha dei tratti di fotografia e regia di alto profilo, supportati da attori di calibro come Victor Clavijo e Juancarlos Vellido ed è stato accolto con favore dalla critica, aggiudicandosi ben 29 premi nell’ambito di diversi festival, tra cui  la 12^ Semana del Cortometraje de la Comunidad de Madrid e, in ambito italiano, l’ultima  edizione del festival Il giardino dei corti di Avellino, il Napoli Film  Fest e il Lucania Film Festival.
I successi spagnoli non sono certo casuali, dal momento che la storia di questo corto è il frutto del percorso del giovane regista italiano – Antonello Novellino – che ha trovato in Spagna la possibilità di produrre in maniera indipendente i suoi lavori, a fronte di una situazione italiana sempre più complessa per gli autori emergenti. La sua permanenza in Spagna gli consentirà di produrre altre idee, tra cui un documentario sulla avvincente storia degli scacchisti  Ruy Lopez e ‘Puttino’, e i tornei a loro dedicati.
I risultati raccolti da Intercambio potranno forse essere un ulteriore trampolino di lancio per un regista che ha dimostrato di saper girare e raccontare con uno stile profondo e misurato. Sebbene infatti nella letteratura e nel cinema ci siano già racconti analoghi – come ad esempio “The Road” tratto dall’omonimo romanzo di McCarty –  l’elemento del cannibalismo,  presente nel corto, viene affrontato in modo non sensazionalistico o ad effetto, ma è rappresentato come elemento del passato che si ritrova nella mitologia di tutte le culture.
A ricordarci di cosa può essere capace la natura umana.




Maurizio Cattelan, amore per la provocazione a Milano

Di Valentino Salvatore

L’ultima opera di Maurizio Cattelan, una scultura in marmo di Carrara alta 11 metri e dal peso di 6 tonnellate, svetta da ieri in piazza Affari davanti la sede della Borsa di Milano. E ci rimarrà per dieci giorni. Tutto normale, se non si trattasse di una mano monumentale con tutte le dita mozzate tranne il medio, poggiata in verticale sul basamento. Il gesto all’apparenza innocente, si fa quindi provocazione, col dito in questione rivolto però non verso Palazzo Mezzanotte, ma verso la città.
C’è chi ci legge divertito un rimando neanche tanto velato all’attualità, col mondo della borsa che fantozzianamente deride i risparmiatori, in un periodo di grave crisi finanziaria. Altri, nonostante tutto, ne apprezzano la buona fusione architettonica con le costruzioni circostanti e avvicinano l’opera alle statue colossali, come quella dell’imperatore Costantino. Ma Cattelan ha fatto sapere che L.O.V.E., questo il titolo della sua ultima fatica, è piuttosto “un gesto d’amore”.
L’artista con fare bohémien ha snobbato ieri l’evento ufficiale per l’inaugurazione della sua mostra presso Palazzo Reale, l’incontro con gli studenti dell’Accademia di Brera. Lasciando imbarazzati a sbrigarsela con la folla di studenti che assiepava la Sala Napoleonica l’assessore alla Cultura di Milano Massimiliano Finazzer Flory e il curatore della mostra Francesco Bonami. Già l’anno scorso, alla Quadriennale di Roma, Cattelan non si era fatto vivo, mandando al suo posto alla cerimonia per la consegna del premio alla carriera il cantante Elio del gruppo Elio e le Storie Tese.

Per lo svelamento del gigantesco dito, altro evento che apre anche l’esposizione milanese, nemmeno la pioggia fitta ha fermato curiosi, giornalisti e vip. Ed è arrivata la sorpresa. Assieme all’assessore Finazzer Flory e il curatore Bonami, ecco anche Maurizio Cattelan, in un completo nero e sguardo furbetto, a suo agio nonostante il temporale. O forse proprio grazie a questo, con la pioggia che contribuisce a fare da scenografia. Fulmineo, si concede qualche foto con Bonami, l’assessore, pure con Simona Ventura lì presente. Fa qualche dichiarazione. Un accenno ai 300 mila euro spesi per l’installazione, che Cattelan assicura di aver messo di tasca sua, come confermano Bonami e Finazzer Flory.

La volontà di far rimanere l’opera in quella location così particolare, evitando che finisca rinchiusa in qualche museo. “E’ lì che deve rimanere”, dice lui lapidario. Finazzer sembra più guardingo: “Per il momento, aspettiamo di vedere le reazioni dei cittadini e poi decida la Moratti”. Ma Bonami gli dà manforte: “non hanno senso le polemiche provinciali che spesso nel nostro Paese ostacolano l’arte”. “Questo dito medio alzato” continua “mi fa venire in mente la statua provocatoria del Bernini in piazza Navona che si ripara dal crollo della chiesa di Sant’Agnese del rivale Borromini. Anche allora, in età barocca, infuriarono le polemiche, ma la statua è ancora lì”. Cattelan scopre l’ultima opera d’arte e si dilegua a bordo di una Punto bianca.
L’artista ha spesso fatto parlare di sé per opere giudicate offensive e urtanti, come i famigerati fantocci impiccati. Recentemente, proprio la mostra di Palazzo Reale ha suscitato polemiche da parte dell’amministrazione e persino dalla Curia locale. Una installazione che raffigura un cavallo morto, steso sul fianco, con piantato un cartello con la scritta “INRI” non è stata esposta a Milano. L’ha reso noto lo stesso sindaco del capoluogo lombardo, Letizia Moratti, perché questa opera è stata ritenuta inopportuna. Problemi anche con le affissioni dei manifesti che pubblicizzavano la mostra meneghina. L’immagine, che riproduce la scultura di Hitler inginocchiato in preghiera, è stata bloccata dal Comune. L’assessore alla Cultura però si è detto contrario alla censura e ha difeso Cattelan, dichiarando: “L’immagine è stata scelta dall’artista per sintetizzare il senso della mostra: contro le ideologie”. A detta di Finazzer Flory, sembra che gli ambienti della Curia abbiano suggerito di esporre La nona ora (con papa Giovanni Paolo II atterrato da un meteorite) in una sala a parte, senza altre opere intorno che potessero risultare provocatorie e con musica sacra di sottofondo.




Sandra Mondaini, l’ultimo inchino e poi il sipario

Di Anna Esposito

Prima che sia del tutto autunno, a sipario calato, solo il tempo di un ultimo inchino, ancora uno prima di ritrovar pace accanto al suo compagno di vita e di giochi di sempre. Sei i mesi che son riusciti a separare Sandra Mondaini e Raimondo Vianello.

Lui l’aveva preceduta il 15 aprile scorso e lei aveva già preannunciato l’impossibile impresa di sopravvivergli a lungo. Così ieri all’ospedale San Raffaele di Milano, dove era ricoverata da dieci giorni, un’insufficienza respiratoria o il dolore di un’assenza l’ha fatta spegnere in un anelito di ricongiungimento. Come accadde a Federico Fellini e a  Giulietta Masina, anche per loro pochi furono i mesi che ne divisero le sorti. “La vitalità è quella di una ventenne, lo spirito anche, ma sono le gambe che non mi reggono più”. Così nel 2008 Sandra Mondaini annunciava il suo ritiro dalle scene, spiegando i motivi irrevocabili di tale decisione: una vasculite che ormai la costringeva su una sedia a rotelle. Oltre quarant’anni di luci, ribalta e applausi, la maggior parte dei quali condivisi con il marito Raimondo, che amava chiamarla “Sandrina”.

Milanese vezzosa, classe 1931, figlia di Giuseppina Lombardini e del pittore Giacinto Mondaini, tra l’altro anche curatore di una rivista satirica “Il Bertoldo”.

Precoce a calcare le scene, aveva appena sei mesi quando divenne protagonista di una campagna pubblicitaria, offrendo il suo volto a manifesti e addirittura a francobolli. Le condizioni economiche poco rassicuranti della sua famiglia la spinsero ad iniziare a lavorare giovanissima nel mondo della moda prima per approdare successivamente in quello della televisione verso la fine degli anni ’40 in programmi come: Settenote, Fortunatissimo con l’amico Mike Bongiorno e Attenti al fiasco considerato il primo quiz nella storia della televisione italiana. Arriverà anche la fascinazione per il cinema, tra i suoi film più famosi: Noi siamo due evasi (1959), Caccia al marito (1960), Ferragosto in bikini (1961) e Le motorizzate (1963).

Quello con Raimondo fu l’incontro che le cambiò la vita, era il 1958 e dopo quattro anni erano marito e moglie. L’amore li rese inseparabili nella vita privata come in quella lavorativa. Negli anni ’70 cominceranno a far “coppia fissa” ed esclusiva nel piccolo schermo con programmi di varietà come “Sai che ti dico??”, “Tante scuse” e “Noi…no”, che consacrarono definitivamente il successo del loro “matrimonio professionale”.

Agli inizi degli anni ’80 lasceranno la RAI per imbattersi con altri colleghi audaci nella scommessa della rampante Fininvest di Milano2, la prima televisione commerciale italiana. Seguiranno una serie di programmi che li renderanno sempre più amati al grande pubblico, da “Attenti a quei due”, “Zig zag” fino alla serie cult “Casa Vianello” che li accompagnerà fino agli ultimi anni della loro carriera.

Successi e gioie, ma anche dolori, delusioni, malattie, drammi comuni anche per vite straordinarie. Sandra non ne fece mai mistero, puntava dritta la telecamera e parlava di sé con la spontaneità disarmante di una bambina, sebbene i grandi occhiali con lenti scure tentassero una tenue barriera dal mondo. Così tutti sapevano dei suoi rimorsi di figlia assente e dei rimpianti di madre mancata, a questi ultimi riuscirà in parte a rimediare con l’adozione di un bambino filippino con famiglia al seguito. Poi la lotta difficile e dolorosa con una malattia subdola, il tumore, che colpirà prima Raimondo e poi lei e che le causerà anche dopo la guarigione lunghi anni di depressione, nonostante il suo impegno sempre attivo e in prima linea al fianco dell’amico Veronesi per campagne di prevenzione contro il tumore al seno e per sostenere la ricerca.

Lui gentleman dal profilo inglese, mai scomposto, privo di  retorica e dalla battuta affilata e spiazzante. Lei sofisticata e pungente, sagace e irriverente, gran talento comico femminile come grande era quello di Franca Valeri, altra milanese d’eccezione. Molti la ricorderanno anche per il merito d’aver creato e interpretato Sbirulino, un clown e un pretesto, quello di riuscire a proteggere e a salvare la bambina che in fondo è sempre rimasta d’indole.

Con Raimondo era tutto un litigare sulla scena, lui recitava e no il marito distratto ed incline al tradimento, lei recitava e no la moglie annoiata e rassegnata alle debolezze del marito, impietosa e cinica nel bacchettarlo. Eppure l’esorcismo dell’ironia li ha tenuti insieme tutta la vita, insostituibili l’uno per l’altra.

Quando tutto cominciò erano gli anni del varietà, quelli di un Paese dai capelli ancora lunghi e dagli occhi avidi di futuro, se ne andarono scoprendosi stranieri del piccolo schermo, sempre più scomodo e omologante, con un Paese privo di prospettive e di identità.




Lo ‘Sconcerto’ di Toni Servillo

di Mariano Colla

Un direttore d’orchestra un po’ particolare è apparso ieri sera sul podio della sala Sinopoli dell’Auditorium.
Vestito con un impeccabile frac, prende il suo posto, dinanzi a una schiera di orchestrali in tenuta del tutto informale.
Un frastuono dodecafonico apre il concerto ma, improvvisa, la voce stentorea e profonda di Toni Servillo interrompe i musicanti e dà luogo a un parlato ispido, caustico e graffiante, polemico nel suo spirito di critica e condanna.
Chi l’oggetto di tali invettive ? Il mondo direi, la classe dirigente, l’uomo in generale, nella sua ingordigia, nel suo nuovo essere barbaro, nel suo essere consumo e consumato, nel suo  vivere senza vedere, senza sentire.
E la musica ? Alta,  prorompente, dissonante nelle sue incursioni iniziali a riempire  le pause dell’oratore, dà continuità al  parlato, con la scintillante danza delle note, rimarca, nel suo apparente caos sonoro, gli squilibri del post-moderno, i vuoti e le incoerenze dell’uomo attuale.
Servillo alza via via  i toni della sua critica  e della sua delusione fisica e morale nei confronti di questo uomo contemporaneo, nudo nella sua pochezza intellettuale, alla deriva, conscio in parte di esserlo ma nichilista nell’evitarlo, preda del benessere vero o falso da fine impero.
La  musica lo segue, con dosati ma bruschi interventi di timpani, ottoni e archi, che evidenziano la frattura con l’uomo d’oggi, e, in tale corrispondenza tra parlato e musica, emerge la geniale sintesi proposta dal titolo dell’opera teatrale : ‘Sconcerto‘.

Il parlato, severo e tonico che si avvale, quindi, del sostegno della musica per dare corpo e risonanza alla parola, e che nella sapiente regia, impersonata dal direttore, vede nell’irruzione musicale dell’orchestra l’appiglio emotivo che turba , che fa riflettere.
Ne emerge un’atmosfera vagamente surreale a cui contribuisce la modulazione delle luci di sala , ora ad ampio spettro, con tutto l’ambiente in evidenza, ora solamente concentrate su Servillo.
E la tensione cresce, lenta ma inesorabile. Il fraseggio musica-parlato disarmonico  all’inizio, si fa via via  più modulato.

La musica si addolcisce con lo scorrere dello spettacolo, emergono qua e là brani classici, tratti dalle  sinfonie di Brahms, forse segni prospettici del  recupero di un’armonia perduta, di una riconciliazione con una nuova e più nobile essenza dell’uomo.
Magistrale dunque la regia della rappresentazione che raggiunge il suo apice quando il Servillo, mani rivolte al cielo, candide in un fascio di luce, attribuisce alla musica, opera somma dell’uomo, sublime dimensione immanente e non trascendente, un ruolo salvifico per l’umanità.
E come la musica si dissolve un pubblico, ancora rapito, sosta alcuni secondi prima di esplodere in una serie di fragorosi applausi.
E’ il giusto tributo ai creatori di un’opera originale ed emozionante : a chi l’ha concepita a che l’ha scritta ma, soprattutto, a chi l’ha recitata. Una interpretazione magistrale che pone Servillo  tra i nostri migliori attori di teatro.