Il Volume della democrazia a Montecitorio

Di Vanessa Mannino

La politica da leggere, sfogliare, consultare, ascoltare. Si è svolta il 15 e il 16 ottobre a Montecitorio un’iniziativa promossa  dalla Camera dei deputati e l’Associazione Italiana Editori, con l’intervento dell’Associazione Librai Italiani di Roma, in collaborazione con Roma Capitale, il sostegno di Zètema Progetto Cultura e il contributo di Adi. Si tratta della seconda edizione de “Il volume della democrazia”, una rassegna a cui hanno preso parte alcuni autori dei libri presentati nella Sala dei Busti, sala nella quale è avvenuta la cerimonia di consegna del Premio Lucio Colletti sulla cultura politica in Italia e in Europa.

Il programma della prima giornata si è aperto proprio nella Sala della Lupa, la stessa in cui il 10 giugno del 1946 la Corte Suprema di Cassazione proclamò i risultati del referendum istituzionale che, il 2 giugno dello stesso anno, diede vita alla Repubblica Italiana. Gianfranco Fini, Giorgio Rebuffa, Carlo Galli, Kanti Bajpai, Roger Scruton e Carlo Mongardini hanno reso il loro contributo con interventi a sostegno dei valori democratici da preservare e sostenere nel nostro Paese.

Carlo Mongardini ha sottolineato come non sia sufficiente parlare di elezioni e quindi delle scelte effettuate dagli stessi cittadini, ma importante è anche il rapporto tra rappresentato e rappresentante nitidizzi la consapevolezza della scelta. Mongardini ha concluso la sua riflessione elogiando Roosvelt e affermando che “una grande democrazia deve progredire oppure finirà per essere grande, oppure cesserà d’esistere”.

Roger Scruton, docente di filosofia all’Università di Oxford e Washington, invece ha incentrato la sua attenzione sulla globalizzazione della democrazia, nella quale più è ampia la capacità governativa, minore è il controllo esercitato dal popolo. Scruton ha evidenziato come l’Unione Europea è una forma di globalizzazione, la quale in assenza di cambiamenti radicali entrerà in crisi, una crisi risolvibile attraverso l’istaurazione di una sovranità nazionale, oggi venuta meno. Giorgio Rebuffa ha concluso gli interventi sottolineando l’importante ruolo dei confini, affermando che oggi siamo in una democrazia globale dove il limes non si può più recuperare.

La rassegna è proseguita con la presenza di diversi dibattiti finalizzati alla presentazione e l’approfondimendo dei contenuti di alcuni dei libri presenti nella stessa esposizione. Nella Sala Aldo Moro hanno aperto la discussione Antonio Catricalà, Massimo Lo Cicero, Enzo Mattina, Mario Segni e Enrico Cisnetto che hanno affrontato il tema delle “riforme per il completamento della transizione italiana”. Sulla traccia dei libri da loro stessi scritti (come “Zavorre d’Italia” di Antonio Catricalà) tali autori, e non solo, hanno evidenziato i temi scottanti dell’attuale situazione italiana passando da quello delicato del Mezzogiorno a quello spinoso della liberalizzazione.

Nell’esposizione libraria, aperta in entrambe le due giornate al pubblico, tutti i volumi inerenti alle tematiche trattate: da “La technè e la polis” a “Istituzione, partiti, personaggi” oltre che  “Il futuro della libertà. Consigli non richiesti ai nati del 1989”, scritto e curato dal nostro Presidente della Camera Gianfranco Fini.




Firenze inedita al Museo dell’Opificio delle Pietre Dure

Firenze. Museo dell'Opificio delle Pietre Dure, una delle sale del percorso.

Firenze. Museo dell'Opificio delle Pietre Dure, una delle sale del percorso.

Di Mariano Colla

In una Firenze grigia e autunnale, mi appresto a farmi spazio tra la moltitudine  di turisti in perenne attesa di ammirare il David di Michelangelo, per entrare al  numero 78 di via degli Alfani, dove risiede la struttura museale dell’Opificio delle Pietre Dure.
All’ingresso mi osserva il  busto marmoreo di Ferdinando I° de’ Medici.
Il nobile fiorentino, secondogenito di Cosimo I° de’ Medici, è qui glorificato perché fu proprio lui,  al termine del XVII secolo, a dare  all’Opificio delle Pietre Dure un assetto stabile. Nel 1588, infatti,  fondò una manifattura, destinata a durare nel tempo, sia per il restauro delle opere d’arte della propria casata, che per la lavorazione di minerali provenienti sia dall’Italia che dall’estero.

Le botteghe del Granducato ubicate nell’Opificio  acquisirono, ben presto, una eccellente capacità nella  lavorazione delle pietre dure, grazie a un insuperato livello artigianale, tanto che i Medici si fecero portatori della passione per le rilucenti pietre policrome, non solo a corte,  ma in tutta Europa. E così, davanti ai miei occhi, sfilano meravigliosi manufatti, tra cui spicca  il “mosaico fiorentino”, ingegnoso puzzle, dove l’immagine che si propone come magicamente unitaria, nasce in realtà dall’accostamento di innumerevoli sezioni di pietre, sagomate secondo profili articolati e complessi, tagliati a filo con capillare precisione, in modo da assicurare la perfetta coincidenza dei diversi elementi. Contribuisce all’effetto finale la scelta sapiente delle sfumature naturali delle pietre e la lucidatura  della superficie lapidea. All’occhio poco attento potrebbero sembrare quadri, ma avvicinandomi, posso apprezzare la precisione degli incastri.

Firenze. Museo dell’Opificio delle Pietre Dure, pappagallo.

Non a caso è stata definita “pittura di pietra”, definizione che ben   si addice a questi sofisticati mosaici, in grado di raffigurare tutti i soggetti della pittura, dal ritratto, al paesaggio, alla natura morta, alla storia figurata, con facilità e duttilità apparenti, frutto in realtà di un laborioso e arduo magistero tecnico, che mira a stupire e sedurre l’osservatore.Il termine mosaico può sembrare improprio, perché, nel caso specifico, non usa tessere come “l’opus sectile” romano, a cui si ispira, bensì sottili lamine di pietre dallo spessore di alcuni millimetri e superficie variabili a seconda dell’utilizzazione.

Generazioni di artigiani hanno trascorso la vita nelle botteghe, prima dei Medici, e, poi, dei Lorena, dove, chini sui banchi di lavoro, hanno  creato, con pazienza e maestria,  oggetti di prestigio  in pietre dure, destinati ad arredare palazzi e dimore dei Grandi di tutta Europa. Con la fine del XIX e l’avvento del XX secolo  il mercato per tali opere si è contratto, sia per i costi, sia perché strutture industriali alternative hanno offerto prodotti qualitativamente inferiori a un prezzo  più accessibile. Il direttore dell’epoca, Marchionni, ha trasformato, quindi, l’Opificio in un istituto di restauro.

L’Opificio delle Pietre Dure e i Laboratori di Restauro di Firenze fanno oggi parte dell’Istituto Centrale del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Le opere in mostra sono distribuite, cronologicamente, in otto piccole sale. I locali dell’Opificio, stranamente deserti, mi  consentono una lenta e attenta carrellata dei “quadri in pietra”, un campionario artistico di rara bellezza. Vorrei sfiorarne, con la mano, le superfici per percepire qualche discontinuità, quasi a rilevare qualche imperfezione, ma ne rimarrei deluso;  l’abilità degli artigiani rasenta la perfezione. I manufatti  esprimono un’arte in grado di  superare  il formalismo cromatico della pittura del tempo, grazie alla ricercata policromia consentita dalla miriadie di pietre e minerali disponibili.

Cieli in lapislazzuli, con striature variegate, dal blu profondo all’azzurro pallido, onde marine ricavate dalle venature del diaspro di Sicilia, conferiscono tocchi di modernità alle composizioni. Anche se il bozzetto che ispirava il lavoro in pietra, era un quadro dipinto a olio da qualche celebre pittore di corte, come lo Zocchi, l’artigiano della pietra dura lo trasformava in un’opera magica, dai colori scintillanti, con un livello di definizione quasi perfetto.

Tra i pezzi esposti, in una sequenza che non può non lasciare stupefatti, si alternano composizioni geometriche stilizzate, ritratti, vasi di fiori, piani di tavolo con animali, uccelli,  fiori e trofei militari, modelli per le cappelle dei principi, stemmi delle città toscane, immagini bibliche, sportelli per stipi, modelli per tabacchiere, etc. Vecchi banchi di lavoro, dotati di tecnologie primitive ma, evidentemente, efficaci sono allineati in sequenza, quasi a ricordare una catena di montaggio. Tra questi, un banco per il taglio del mosaico fiorentino, un banco con castelletto mobile per rifiniture di dettaglio, una randa ovale per tagli ellittici, un banco per glittica, che consentiva  piccoli lavori di intaglio su cammei e gemme, oltre a strumenti manuali, polveri e collanti.

Lunghe scaffalature occhieggiano sui banchi di lavoro, ricolme di un ricco  campionario di pietre dure provenienti da tutto il mondo. Agate, alabastri, alberese, basalti, calcedonii traslucidi, cristalli di rocca, diaspri, graniti, lapislazzuli, legni silicizzati, malachite, marmi, nefriti d’Egitto, porfidi, creano un caleidoscopio di colori e di sfumature che, anche  la più ambiziosa tavolozza di un pittore, avrebbe difficoltà a imitare. Nel silenzio dei locali, appena appena disturbato dalla presenza di qualche visitatore  occasionale, sembra di udire il brusio delle frese e delle lime che tagliano le pietre, il battere cadenzato di scalpellini e martelli, il fruscio delle lucidature, la voce ovattata degli artigiani. Appesi al muro, o chiusi in bacheche di vetro, i quadri di pietra sono testimoni di un’epoca che fu e che ha portato con  sé sapienti e artistiche manualità. Chiamarli artigiani è senz’altro riduttivo, il rammarico è che  solo raramente hanno lasciato tracce anagrafiche di sé, a parlar di loro sono le loro opere raffinate.

Una volta uscito dal museo ritrovo, immutata, la lunga coda per visitare il David, mentre le sale dell’Opificio  restano vuote e silenziose. Una delle tante gemme nel patrimonio artistico italiano che  andrebbero riscoperte e valorizzate, un lavoro di questi tempi assai complicato e meticoloso almeno quanto quello necessario agli illustri maestri per rifinire in modo impeccabile le loro composizioni policrome.




La promessa europea di Steven Hill

Steven Hill

Di Mariano Colla

Nel complesso e insicuro scenario internazionale sembra emergere, nella vecchia Europa, una speranza di stabilità, un’ancora a cui la rampante e inquieta  globalizzazione può fare riferimento, nella ricerca di uno sviluppo socio-economico  più equilibrato e umano.
Questo è quanto afferma il libro di Steven Hill, dal titolo “Europe’s Promise – Why the european way is the best hope  in an insecure age” (Univerity of California Press), presentato il 14/10 presso la Fondazione Fare Futuro e introdotto da Federico Eichberg, direttore delle relazioni internazionali della fondazione[1] .

Steven Hill, direttore del “Political Reform Program for the new America Foundation” e autore di “10 Steps to Repair American Democracy”, afferma  che una forma di rivoluzione silenziosa è avvenuta in Europa, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale. Trasformazione che ha consentito, e consente, al continente europeo di affermare sullo scenario mondiale una ristrutturazione delle regole, in base alle quali una società moderna dovrebbe fornire sicurezza economica, sostenibilità ambientale e stabilità globale.

Nel suo libro, Hill descrive come l’Europa stia da tempo dando corpo a una coraggiosa “new vision” che ha marginalizzato il mito del dirompente capitalismo di successo, oggi in crisi, per  proporre modelli culturali più idonei a interagire con un mondo sempre più condizionato dalle emergenze economiche, dai problemi climatici, dall’esaurimento delle risorse energetiche e minerarie tradizionali. In tale prospettiva,  gli attuali colossi dell’economia  di mercato quali Stati Uniti, Cina, India, etc,  che combattono per accaparrarsi petrolio e minerali, segnano il passo nei confronti di un’Europa  che delinea il proprio futuro secondo il paradigma “more with less”, con un “more” incentrato non tanto sul consumo, quanto su una rivalorizzazione della società e dell’individuo.

Nella visione europea di Hill, la società ritorna ad essere centrale; tecnica e mercato ritornano ad essere mezzi e non fini.
L’Europa ha sviluppato una forma di capitalismo sociale che, dopo la caduta del muro di Berlino,  ha posto qualche barriera alla radicalizzazione e alla diffusione del liberismo “made in Usa” e che oggi, soprattutto con la crisi economica, ha manifestato tutti i suoi limiti. Hill ritiene che, a fronte di una società europea che ha trovato forme di ammortizzazione della crisi economica, grazie anche a modelli di protezione istituzionali, gli americani risentono di un tasso di indebitamento sempre maggiore, necessario per finanziare servizi sociali primari ( vedi sanità) o per mantenere lo stesso tenore di vita, alimentando di fatto lo slogan “ less for more”.

Il sistema sociale europeo (scuola, sanità, previdenza, diritti dei lavoratori, etc.),  ovviamente con le debite eccezioni, fornisce alla famiglia e all’individuo maggiori garanzie. Anche se riconosce la difficoltà di omogeneizzare l’intero sistema a livello mondiale, Hill  ritiene che l’esperienza europea, pur con i suoi limiti e difetti, possa essere un utile punto di riferimento per i maggiori attori dell’economia del pianeta. Hills, nell’indagare il sistema Europa,  esplora  una società, parzialmente ignota ai suoi compatrioti,  e mostra come i  modelli di sviluppo introdotti, a differenza degli USA,  valorizzino le tematiche sociali, economiche ed energetiche, in linea con un principio di sostenibilità planetaria.

Alla visione ottimistica di Hill,  forse,  sfugge la difficile coabitazione tra il concetto di nazione e l’ idea di Europa unita. Le nazioni fondatrici dell’Europa non hanno di certo abbandonato la loro identità; frizioni nelle relazioni, difficoltà di decentramento, autoreferenzialità, ancora frenano lo sviluppo di un processo omogeneo; tuttavia viene ormai riconosciuto che la recente crisi economica ha unito, più che separato, riducendo la frammentazione di intenti e strategie nazionali.
Non lo dichiara Hills, ma, volendo citare Husserl, si potrebbe dire che l’Europa ha la specificità di essere  il luogo  che ha prodotto e produce filosofia.

La nuova identità dell’Europa  sta nel ritrovare e pensare valori, modalità di vita, modalità di relazione tra i soggetti  e del soggetto con se stesso, in misura universale. L’Europa è sensibile a tali temi  perché essa, nella sua storia, ha creato la filosofia, ritenendo che la filosofia, appunto, potesse indicare un cammino di rinnovamento per  l’intero genere umano.

[1] Il libro è attualmente disponibile solo nella versione inglese




Eroi di celluloide e videogames

Angelina Jolie nei panni di Lara Croft nel film Tomb Raider

Di Paolo Cappelli

Di trasposizioni cinetelevisive dei classici della letteratura ve ne sono state molte. Una su tutti è quella dei Promessi Sposi, sceneggiata per la televisione da Sandro Bolchi e magistralmente interpretata da Nino Castelnuovo e Paola Pitagora nella parte dei fidanzati manzoniani, oppure filmata, la cui prima versione risale addirittura al 1909.

Andando ancora più indietro, l’epopea degli eroi omerici dell’Odissea ha accompagnato l’adolescenza di tutti coloro i quali hanno seguito studi classici. In tempi moderni, sono state ideate e realizzare alcune opere sotto forma di cartone animato per avvicinare anche i più piccoli a queste pagine di letteratura antica ed alcuni film sono stati dei veri e propri blockbuster al botteghino: pensate a 300, Alessandro, o Troy.

Eppure recentemente si è registrata una certa inversione di tendenza nella trasformazione dall’antologia epica alla celluloide. In passato, l’epopea degli eroi classici passava dalle pagine pergamenate, fissate dal tramandarsi della tradizione, a una forma via via meno ingessata, grazie allo sviluppo del romanzo e al suo potere evocativo, che faceva perno sulla mutabilità anche di ciò che si considerava compiuto. Con il progresso, il passaggio al cinematografo e al cinescopio fu un passo breve e quasi obbligato.

Oggi, invece, sembra che gli eroi si possano fabbricare in casa, con pochi click e tanta immaginazione. Pensate a quell’archeologa dal fisico mozzafiato, esperta di arti marziali e dell’uso delle armi, che si lancia incessantemente alla ricerca di tesori perduti. Sì, mi riferisco a Lara Croft, geniale invenzione delle software house Core Design e Eidos Interactive del 1995. Famosa al punto da meritare una menzione nel Inoltre Guinness dei primati 2006 come “l’eroina dei videogiochi più famosa del mondo”, Lara è la protagonista di ben 8 capitoli di videogiochi, di fumetti, ma soprattutto di 2 film interpretati da Angelina Jolie.

Ora, consideriamo due fattori: il fatturato mondiale dei videogiochi ha raggiunto i 41,9 miliardi di dollari nel 2009 (nel 2004 era a 27,2 miliardi), crescendo del 3 percento rispetto all’anno precedente. L’industria del cinema nel 2009 ha ottenuto ricavi per 28,6 miliardi di dollari. Questo basta per dire che un eroe fatto di bit tira il mercato di gran lunga più che uno in carne e ossa impersonato da un attore. Ma perché scegliere, se si possono avere entrambi? In principio fu Tron (1982), seguito da The Last Starfighter e da Doom, Final Fantasy, Street Fighter, Pokemon, Super Mario Bros., e altri.

Si tratta comunque di due forme di intrattenimento molto diverse, anche e soprattutto in termini di partecipazione. Per questo, lo sforzo di chi traspone a mio avviso è massimo, in quanto non si tratta semplicemente di cogliere elementi essenziali da un contesto, e spostarli linearmente in un altro, ma piuttosto di riuscire a comprenderne i tratti caratteristici e di creare una  vera e propria nuova dimensione che riesca a catturare ed appassionare il giocatore, una combinazione non poi così scontata.

Quello che è certo è che questo tipo di film funziona, l’idea di creare personaggi funziona e funziona anche l’associazione tra le due versioni dei personaggi, con una differenza: dopo aver visto un paio d’ore di Metal Gear Solid andate a casa contenti e sereni. Se invece volete proprio trovare quel benedetto passaggio segreto, a volte, dovete sprecare la notte intera a cercarlo, almeno finché non suona la sveglia, che vi ricorda che si è fatto giorno…




Compleanno con l’autore in Via Margutta

 

Antonio Ciaramella e Valentina Lodovini

di Stefania Taruffi


A Roma è di nuovo di scena Via Margutta, la celebre strada degli artisti e di chi crede in loro, come Tina e Claudio Vannini, il cui notissimo ristorante vegetariano è da oltre trent’anni meta di tutti i vegetariani convinti, o quelli che vogliono esserlo solo per una sera, godendosi uno spettacolo d’arte e, magari, impegnarsi anche nel sociale. Questa volta l’evento è stato duplice: il fotografo Antonio Ciaramella ha presentato ieri la sua mostra fotografica (In)-Naturalis, ispirata all’incastro tra corpo umano e natura e con l’occasione, è stato anche festeggiato il compleanno del press agent romano Emilio Sturla Furnò.

Centinaia le adesioni che mandano in tilt nell’arco di pochissimi istanti la strada degli artisti, che per alcune ore ha addirittura battuto il flusso della parallela e caotica Via del Corso. “Perché oggi le tradizionali feste di compleanno” – afferma il festeggiato – “necessitano, anche loro, di un’idea nuova per distinguersi dai tanti eventi che affollano la Capitale”. Si è lanciata, così, la nuova moda di regalarsi una mostra d’arte per celebrare il proprio compleanno.

L’impegno è stato anche sociale, perché la mostra è stata anche l’occasione per presentare un calendario di nuotatori italiani, messo in vendita per raccogliere fondi per la L.I.L.A.
Ventinove gli scatti esposti, una selezione d’immagini che raccontano storie di uomini in bilico tra libertà e prigionia. “Già il nome della mostra (In) Naturalis” spiega l’artista “fa riferimento al modo di vivere ‘innaturale’ della maggior parte delle persone, che non riesce più a essere se stessa, a trovare un’armonia con l’ambiente che le circonda, restando costretta in prigioni e schemi, sia fisici sia mentali, che ne limitano la libertà”.

Gli scatti sono un trionfo dell’uomo in simbiosi con gli elementi naturali, fino a diventare un tutt’uno, un incastro perfetto tra corpi umani ed elementi naturali, laddove la natura ora protegge, ora nasconde, ma trionfa sempre. L’uomo si fa roccia, acqua, vento, si lascia stringere da foglie e giunchi, si abbandona nel sonno sicuro di un nido come un uccello. Bellissima la descrizione di Olivier di Gianni, che ha collaborato all’organizzazione: “ La Natura confonde, camuffa, protegge, trasforma. Rifugio dell’uomo, sintesi degli elementi, è la speranza della nuova dimensione, libera da ogni catena morale, approdo per gli innamorati delusi e vinti. Roccia che fortifica, aria per spiccare il volo, acqua che lenisce, terra che sostiene e fuoco che diventa. Non più radici che attanagliano l’animo e tengono immobile la creatura umana, è ora di diventare ed essere ogni volta, perché (In)-Naturalis”.

Tra i primi ad arrivare all’inaugurazione ci sono gli On. Paola Concia e Alfonso Pecoraro Scanio, il critico d’arte Angelo Bucarelli e lo sceneggiatore Ivan Cotroneo. A seguire un’interminabile processione di ospiti: Maria Rosaria Omaggio – di rientro dalle prove dello spettacolo “Omaggio a Voi” per i suoi venticique anni di carriera – Valeria Fabrizi con la figlia la pr Giorgia Giacobetti, la spendida Mita Medici, Valentina Ludovini, reduce dal successo del film Benvenuti al Sud con Claudio Bisio. Si riconoscono Roberta Beta, Adriana Russo, Vincenzo Bocciarelli in compagnia della cantante Alma Manera, Janet De Nardis, Alex Partexano, Metis Di Meo, Maria Monsè, Lilian Ramos, Giuseppe Schisano, l’etoile Giuseppe Picone,  e noti volti di giornalisti della tv: Stefania Giacomini del Tg3 Lazio, Leonardo Metalli del Tg1, Franco Fatone del Tg2.


Si avvicendano piatti rigorosamente vegetariani sulle note di Bacharach al pianobar; si offre per una suggestiva performance dal vivo per il vernissage/genetliaco la cantante Sofia dello scorso X-Factor.
E ancora tra le sale del locale di Via Margutta si vedono i giornalisti Antonella Piperno e Piero Valesio – che stanno preparando il sequel del loro libro dedicato alla coppia – la presidente del sindacato dei giornalisti del cinema Laura Delli Colli di ritorno da Parigi, l’autore televisivo Nino Spirlì, il principe Guglielmo Giovanelli Marconi, il marchese Giuseppe Ferrajoli.


Nel difficile panorama culturale di questo periodo, fa piacere vedere che i giovani talenti abbiano un’occasione per proporsi e farsi conoscere, affinché l’arte, quella autentica come quella esposta da Antonio Ciaramella, proponga nuovi modelli culturali che aiutino a ritrovare il senso dell’uomo nella natura e allo stesso tempo promuovano la Bellezza, di cui l’arte è portatrice. Brindisi finale e torta gigante alla panna recante un dolce messaggio al cioccolato: Auguri Emilio!

RistorArte Il Margutta – Roma fino al 5 novembre
Foto: Luigi Giordani




Il diario di Ken Saro-Wiwa, poeta nigeriano “eroe dei nostri tempi”

Il poeta e intellettuale nigeriano Ken Saro-Wiwa

Di Valentino Salvatore

“Non ti ricordi di Ken Saro-Wiwa? Il poeta nigeriano, un eroe dei nostri tempi”, così recita l’inizio di un’intensa canzone  di una delle  rock band  italiane più sorprendenti degli ultimi anni, Il Teatro Degli Orrori. Un uomo dalla non comune sensibilità, che ha saputo unire una toccante poetica al concreto impegno politico. Fino in fondo, fino alla condanna a morte da parte del governo militare della Nigeria. “Dio prenda la mia anima, ma la lotta continui”. Queste le ultime parole prima di essere impiccato.

E’ Ken Saro-Wiwa, tra le voci più interessanti e originali della letteratura africana post-coloniale. Di etnia ogoni, dagli anni Ottanta diventa portavoce delle rivendicazioni dei popoli del delta del Niger. La sua è infatti una terra violentata dall’indiscriminato sfruttamento delle risorse petrolifere a opera delle multinazionali, che mette in crisi l’economia di sussistenza e crea gravissimi danni ambientali. Come l’avvelenamento delle acque e delle coltivazioni a causa di sostanze tossiche.

Per fare un confronto con un evento recente, secondo alcune stime il greggio riversato negli anni proprio nel delta del Niger sarebbe il doppio rispetto a quello perso nel golfo del Messico durante il disastro ecologico di questi mesi.
Grazie al suo instancabile attivismo non violento nel Mosop (Movement for the Survival of the Ogoni People) l’intellettuale nigeriano riesce a mobilitare la popolazione e ad ottenere la visibilità internazionale – e soprattutto mediatica. E’ un personaggio eclettico, oltre alla scrittura si dedica ad altre forme di espressione, per veicolare a più persone possibile il suo messaggio. Sbatte in faccia al mondo la guerra in Biafra, degli interessi economici che ci sono dietro e soprattutto il dramma dei bambini-soldato, col romanzo Sozaboy. Si dedica persino, in maniera pionieristica, alla sceneggiatura della prima sit com autoctona Basi and Company, per arrivare al grande pubblico con leggerezza ma sguardo acuto.

Con la lucidità politica e l’apertura mentale che gli veniva dalla sua cultura ibrida, in bilico tra Occidente e Africa, chiede che le compagnie petrolifere dividano parte degli introiti per garantire un’esistenza dignitosa anche ai popoli che vivono in quelle regioni ricchissime. Senza scadere in un ecologismo irrealistico oppure ostacolare la crescita economica e culturale della sua gente in nome di un chiuso tradizionalismo.

Viene arrestato varie volte per il suo scomodo dinamismo, accusato senza prove concrete di essere il mandante morale della morte di alcuni oppositori del Mosop. Dopo un processo discutibile, il 10 novembre 1995 viene impiccato insieme ad altri attivisti a Port Harcourt. La sua diventa la dolente vicenda di un eroe umile e sfortunato, pacifico ma al tempo stesso appassionato, che ha parziale giustizia – terrena – solo dopo la morte. L’anno dopo infatti viene avviata una causa contro la potentissima Shell, accusata di essere coinvolta nella morte del poeta, per salvaguardare i propri interessi economici in combutta col governo nigeriano. Nel 2009 il colosso petrolifero patteggia e accetta di sborsare circa 15 milioni e mezzo di dollari, pur ribadendo la propria estraneità. Lo fa solo per favorire la riconciliazione, così rende noto. Ma pesantissimi sospetti rimangono nell’aria. E intanto la speculazione sull’oro nero nigeriano continua.

E’ recentemente uscita in Italia, a ricordarci gli avvenimenti dolorosi di Ken Saro-Wiwa e a rendere ulteriore giustizia al suo tormento e al suo impegno, la nuova edizione del suo diario di prigionia. Si intitola Un mese e un giorno. Storia del mio assassinio. (Baldini Castoldi Dalai Editore; Collana I saggi, traduzione di M. Codignola, 277 pagine, prezzo di copertina 17,50 €) Opera appassionante, impreziosita stavolta dalla prefazione del premio Nobel Wole Soyinka e da una serie di lettere. Quelle dello stesso Wiwa a parenti e amici, in particolare le commoventi missive inviate dal figlio dopo la morte del padre. E altre giunte alla sua famiglia, spedite da personaggi del calibro di Nelson Mandela, Chinua Achebe, Susan Sontag, Ethel Kennedy, Ben Okri, Harold Pinter, Arthur Miller, Nadine Gordimer, Salman Rushdie.

Lo scrittore si confronta con la sua detenzione, durata proprio un mese e un giorno  nel 1993. Condannato a morte da un tribunale militare, verga un vero e proprio testamento umano e spirituale, politico e civile. Nelle vibranti pagine, l’accusa coraggiosa di un intellettuale che sente tutta la responsabilità del suo ruolo contro un regime cieco e violento, che nega i diritti della gente e svende la terra piegandosi agli interessi economici.Una sorta di profeta disarmato, che affronta una morte inevitabile con dignità e vede oltre, con speranza, un futuro di riscatto. Che proprio per questo ha saputo colpire più a fondo le coscienze intorpidite, anche di quell’Occidente lontano e distratto. Con l’unica arma che aveva scelto e che sentiva di avere a disposizione, ovvero la parola e la scrittura.

Per questo motivo è apprezzato in particolare dallo scrittore Roberto Saviano, che sente nei confronti di Wiwa una sorta di affinità elettiva. L’urgenza di fondo è simile, nonostante la differenza delle situazioni e dei contesti. Scardinare un sistema oppressivo e una violenza diffusa con la sola forza del verbo. Non il kalashnikov, magari venduto da affaristi simili a quelli che ha combattuto, per diventare poi l’ennesimo signore della guerra che si appoggia alle multinazionali. Di quelli che poi si sostituiscono alla dittatura precedente, nel drammatico balletto già visto del sanguinoso tribalismo africano.

Per questa sua scelta di non violenza Ken Saro-Wiwa diventa un insopportabile tafano per il potere, che ha fatto di tutto per silenziarlo. Ma le sue idee e i suoi scritti per fortuna rimangono e riemergono dalle paludi intossicate del Niger anche oggi, a ricordarci un’Africa che aspira ad uscire dall’abisso di povertà e sfruttamento. Senza pietismi.




Fernando Masi, alle radici del colore

Il pittore Fernando Masi

Di Cinzia Colella

‘Nei cosmi che i tuoi occhi di pittore indagano, il cosmo pittorico creato dalle tue mani d’artista, è popolato di tempeste. Nelle tue figure vive la tempesta dentro e tutt’intorno’. Queste sono le parole con cui Augusto Daolio (cantante de I Nomadi che condivide la stessa passione per la pittura) definisce Fernando Masi,  il pittore della Ferrari.  “Radici” – in mostra al Grand Hotel Duca d’Este a Bagni di Tivoli dal 16 al 30 ottobre – mette in scena tutta la poetica di Masi espressa nelle sue creazioni. Di ispirazione quasi futurista nel conferire movimento alle sue tele, privilegia le sciabolate di colore intenso e brillante.

Nato in Irpinia e figlio d’arte, si dedica esclusivamente alla sua attitudine creativa solo dopo aver conosciuto anche il mondo del lavoro. E’ la città di Modena ad accoglierlo come artista ed è proprio da qui che inizia la sua carriera. Il dinamismo prorompente dei suoi quadri non passa inosservato a Maranello dove, affascinato dalla Ferrari, immortala la Rossa ed i ‘Grand Prix’ in una mostra antologica nei saloni della ‘Galleria Ferrari’. Grazie al suo impegno e a suo talento, il suo percorso è scandito da continui successi che gli assicurano la partecipazione a mostre di rilievo in tutt’Italia ed all’estero. Firma il manifesto della 47° Fiera Internazionale di Bologna (Campania e Basilicata) e nel 1998 approda in America con una grande esposizione alla New York University. Non tardano ad arrivare neanche i riconoscimenti, tra cui quello di artista di murales conferitogli durante la  Biennale del ‘Muro Dipinto’ di Dozza Imolese (Bologna).

"Criniera" di Fernando Masi

“… I sentimenti umani si collegano a quelli artistici, quando sono a contatto diretto con il con il creato. La mia è un’attività che mi consente di comunicare con il mondo che mi circonda. Con le mie opere trasmetto all’osservatore ciò che ho dentro di me, quello che mi ha lasciato una determinata situazione, immagine o sgomento, il dramma umano.
Mi affascina anche una cucciolata indifesa, lo sguardo di un randagio con i suoi grandi occhi tristi, fino all’immensità del mare, oppure davanti ad una cascata dove trovo la grandezza di Dio!”.

Ed è infatti l’emozione quella che invade gli occhi dello spettatore: l’accordo cromatico deciso e violento è sempre di forte impatto, e rivela immediatamente il sentimento che ha guidato l’impeto creativo. Una pittura sincera autentica senza mediazioni concettuali che ne condizionino la percezione.

Per maggiori info:
www.fernandomasi.it




Intervista a Pippo Corigliano: tra i “miti” e i misteri dell’Opus Dei

Pippo Corigliano, Direttore Ufficio Informazioni della Prelatura dell'Opus Dei in Italia

Di Cinzia Colella

Un piccolo portone che ha ancora i segni della notte brava trascorsa nella vicina Capo dei Fiori, un citofono con tante etichette ed una interminabile con su scritto: “Ufficio Informazioni della Prelatura dell’Opus Dei”. Suono. Mi apre un simpatico ragazzotto dai tratti orientali in completo scuro che mi accompagna all’ascensore: “Terzo piano, anche io sta andando su, ma preferisco fare le scale”. Una volta premuto il tasto corrispondente al “tre” – e l’ho intuito che fosse quello, vista l’usura del bottone – capisco perché. E’ stato il viaggio in ascensore più lungo mai fatto. Mi sono tornate alla mente le pagine più angoscianti e concitate de “Il Codice da Vinci”. Quello spazio stretto e lento mi ha fatto passare tutto l’entusiasmo di pochi minuti prima. Chi mi aspetterà una volta su? Il monaco albino ancora sanguinante con cilicio avvinghiato sulle gambe? O – peggio – non ci arriverò mai, perché l’ascensore si bloccherà di colpo e piomberà nel vuoto alla stessa velocità generata dal Large Hadron Collider di Ginevra polverizzandosi.
Finalmente arrivo e dopo aver leggermente forzato la porta per uscire, faccio ancora alcuni scalini fino ad una porta che tradisce di molto le mie aspettative. Ha l’aspetto di essere tutto tranne che l’ingresso di un ufficio di rappresentanza dell’Opera. Entro e la cordialità dei padroni di casa mi fa accomodare in un salottino di cortesia, in attesa che arrivi lui, l’ingegnere: Giuseppe Corigliano, Direttore Ufficio Informazioni della Prelatura dell’Opus Dei in Italia.
Accetto un bicchiere d’acqua – sempre con il sospetto che dentro possano esserci delle tracce di cromo esavalente – e inizio a guardarmi attorno. Nell’immaginario comune l’Opus Dei è una sorta di società segreta, magari legata alla massoneria, che si è arricchita grazie a donazioni, a estorsioni, a traffici illeciti non si sa bene di cosa, e che sia in grado di manipolare e gestire costantemente gli affari importanti dell’umanità intera. Ebbene, l’ambiente spoglio di quel modesto ufficio potrebbe tranquillamente assomigliare a quello di uno studio di consulenza non per anime disperse, ma per giovani in cerca di un’occupazione.
Aspetto qualche minuto ed arriva l’atteso ingegnere in un elegante abito scuro ed un sorriso rassicurante. Più tardi mi rivelerà che spesso gli attribuiscono un’aura di infondata potenza, acuita ancor più dalla solennità di quell’anello che indossa sull’anulare sinistro: un ricordo del bisnonno che rappresenta il suo sigillo di fedeltà all’Opus Dei.
Espletate le formalità, mi accompagna orgoglioso a fare un piccolo tour degli uffici facendo soffermare la mia attenzione sui quadri che arredano le pareti. Non hanno temi religiosi, ma infondono comunque una serenità inaspettata. Torniamo nel suo studio e ci accomodiamo nel salottino accanto alla sua scrivania. Iniziamo così a ripercorrere la sua vita all’interno dell’Opus Dei, così come l’ha raccontata nel suo ultimo libro Un lavoro soprannaturale. La mia vita nell’Opus Dei (Mondadori Editore; Collana Ingrandimenti, 129 pagine, prezzo di copertina 17,50 €).
Pippo – così come ama farsi chiamare, per distinguersi dal ruolo ufficiale di Giuseppe – “è un napoletano condotto da Josemaría Escrivá all’amicizia con Dio e che ha impostato la sua vita da questo punto di vista, senza dimenticare la professione di ingegnere navale”. La scoperta avviene per caso durante un sabato pomeriggio del gennaio del 1959, all’età di 17 anni,  quando  Fabrizio, un suo amico, lo invita ad andare ad ascoltare un prete che parla agli universitari, piuttosto che passare il pomeriggio al cinema a guardare un film con Anita Eckberg. L’incontro con Dio avviene il primo settembre del 1960 dopo aver letto “Cammino”, il libro scritto dal fondatore dell’Opera, monsignor Escrivà.  Un incontro forte che gli fa abbandonare il suo sogno da ragazzo: “Una EmmeGi verde, una cabrio che andava di moda, con la ruota di scorta sul retro piena di raggi metallici. Nel sedile posteriore doveva esserci una borsa del tennis, e accanto una bionda, non importava chi fosse”, come racconta nel libro. E invece poi “questo incontro ha dato per prima cosa spessore ai miei progetti professionali, alla base dei quali c’è l’idea del ‘per servire, servire’, cioè essere validi professionalmente e poi alla mia vita interiore. La vita con Dio è una gran risorsa, anche perché ti fa innalzare di quota, malgrado la proprio condizione umana che è sempre tale. Ma la dimestichezza con il Signore, ti rende signore”.

Cosa ricorda con maggiore affetto di lui?   
Il calore, il trascinamento dell’amore.
Nel Suo libro scrive: “Se i cristiani normali fossero tutti buoni cristiani, non ci sarebbe bisogno dell’Opus Dei”. Cosa significa?
Questo è il fascino dell’Opera. In un certo senso è come trovare una bomba atomica. In fondo cos’è la bomba atomica? E’ la capacità di far sprigionare all’atomo l’energia che ha dentro di sé. Allora trovare il valore della vita quotidiana è, in un certo senso, far scoprire l’energia che c’è; le occasioni di vivere d’amore ogni giorno, come in un avventura. Se tutti i cristiani già scoprissero questo – così come avevano scoperto i primi cristiani – non ci sarebbe davvero bisogno dell’Opera. Se uno vede gli atti degli apostoli, colpiscono due cose: la prima che si sentissero essi stessi Chiesa e poi che essendo tutti ebrei – un popolo noto per non sprecare i soldi inutilmente – fossero così toccati che molti di loro cedettero tutto quello che avevano. Questo vuol dire un’adesione al cristianesimo forte, un sentimento profondo. Ecco, l’Opera ha proprio come modello i primi cristiani. Un altro esempio che faccio è Giovanni Paolo II che non è solo un modello di papa, di sacerdote, di vescovo, ma è un modello di uomo vero. Infatti da subito c’è stata un’affinità elettiva con l’Opera. Formare uomini come Giovanni Paolo II, naturalmente con l’aiuto di Dio, perché poi chi forma veramente è proprio lui.
Il Padre fondatore aveva definito l’Opera come “un’organizzazione disorganizzata”, mentre nell’opinione comune è un’organizzazione potente. Quale la verità?
L’Opera non è altro che un colpo sulla spalla da parte di Dio che ti chiede se vuoi essere un buon cristiano e ha bisogno di un minimo di organizzazione perché il suo messaggio rimanga tale. Perciò l’organizzazione è ridotta ala minimo, ma la vera azione dell’Opera è nella creatività del singolo. Un altro discorso sono gli equivoci sull’ Opera,  dovuti alla cultura dominante e al pregiudizio anticattolico. Ci sono dei presupposti proprio culturali: finché i cattolici si occupano degli ultimi, dei malati, dei moribondi allora sono tollerabili, però l’idea che ci sia un’istituzione che faccia un apostolato all’interno della società, questa è intollerabile a priori.
Tanti sono stati i giornalisti con cui è venuto in contatto e coi quali racconta di aver avuto sinceri rapporti di amicizia (uno su tutti è stato Indro Montanelli).  Com’è iniziato il Suo apostolato dell’opinione pubblica?
Con una giacca di renna al Corriere della Sera, come scrivo nel libro. In realtà non ho fatto altro che prendere lo spirito di Escrivà e metterlo in queste questioni, capire che le tecniche non servono a molto se poi non c’è un rapporto umano.
E le relazioni, la comunicazione, rivestono un ruolo fondamentale all’interno dell’Opera, soprattutto quando si trova a dover giustificare delle questioni controverse, come la sepoltura di Enrico de Pedis (detto Renatino, boss dell’organizzazione criminale della Banda della Magliana. Il suo nome è legato anche alla vicenda di Emanuela Orlandi, la ragazza di cittadinanza vaticana scomparsa nel 1983, il cui caso è stato spesso messo in relazione con il caso Calvi  e i rapporti tra Vaticano e Banco Ambrosiano) nella Basilica di Sant’Apollinare, struttura di proprietà dell’Opus Dei, o dei rapporti con il Sudamerica e gli appoggi vaticani ai dittatori sanguinari in Cile e Argentina.                                                                                                                                                                “E’ semplicissimo – risponde sul caso de Pedis – non lo so e non mi interessa, perché noi non c’entriamo per niente. Sant’Apollinare è di proprietà del Vaticano e l’Opus Dei lo ha affittato, ed è stato messo lì dai precedenti affittuari. Per quello che riguarda i rapporti segreti con il Sudamerica – prosegue Corigliano – sono spesso cose inventate. Se c’era una persona che amava l’aria libera e non i sotterfugi era Escrivà. Nemmeno gli piaceva che uno gli dicesse ‘questo è un segreto’, non ha mai voluto la segretezza nell’Opus Dei. Questo è un altro mito.
“L’Opera non fa pane, fa lievito” cerca di inoculare la consapevolezza di sé nel rapporto di amicizia con Dio, un rapporto quotidiano basato anche sulla “preghiera silenziosa in cui si dà del tu con Dio”. Di cosa parla con Dio?
Il fatto di essere piccoli – come chiedeva Gesù – facilita questo dialogo, perché il piccolo non ha nessuna forma di pudore: tutto ciò che gli succede è importante. Questa familiarità è molto importante, oltre al fatto del chiedere attraverso la preghiera che è una vera forza. E la risposta io la avverto quasi fisicamente e maggiormente nella confessione. Per quanto uno possa dargli un valore psicologico, questo dialogo aperto, ti mette in una condizione di familiarità con Dio.
San Josemarìa diceva che “basta dare uno sguardo all’armadio di una persona per capire lo stato della sua vita interiore”. Com’è il Suo, di armadio?
C’è una certa impostazione di ordine e un certo disordine. Nelle cose umane, la perfezione divina non esiste.
Che ricordo ha del 17 maggio 1992, giorno della beatificazione del Padre?
E’ stata molto emozionante. Non è tipico dell’Opera fare delle adunate, per cui per la prima volta c’è stato questo aspetto della collettività. Però l’immagine più forte si riferisce alla canonizzazione, nel 2002. Ero con Minoli e la Merlino sul sagrato e dopo la comunione ero in un attimo di raccoglimento fino a quando mi è stato fatto notare che c’erano tanti questi ombrelli bianchi che accompagnavano l’eucarestia come segno di rispetto. E poiché Escrivà ci teneva tantissimo all’eucarestia, al fatto di  trattare Dio con dignità, in quel momento mi è quasi sembrato una giustizia storica nei suoi confronti dopo tante incomprensioni.
Se avesse la possibilità di passare una giornata con un personaggio storico, con chi preferirebbe farlo?
A parte i Santi e Josémaria, sono incerto tra due persone: Indro Montanelli ed Ettore Bernabei.
Se dovesse ricordare o descrivere con una parola Escrivà cosa direbbe?
Escrivà era un uomo che sapeva amare.

Indro Montanelli?
Montanelli era penetrante con una capacità di analisi e di sintesi eccezionali oltre ad essere un signore.

Leonardo Mondadori?
Una persona gentile.

Ettore Bernabei?
E’ un modello esemplare, perché sa tenere i piedi ben saldi per terra ma con il cuore in cielo.

Enzo Biagi?
Un professionista.

Giovanni Paolo II?
Un grande.

Benedetto XVI?
Un fanciullo sapiente.

Dan Brown?
Indefinibile.

Robert Langdon?
Insignificante.

E Berlusconi?
Berlusconi è un simpatico.

Che rapporto ha con la politica?
Francamente distaccato. Anche perché penso che in questo momento il futuro della politica è nella formazione di giovani. La politica attuale è talmente deludente.

Cosa la rende felice?
L’Amore.




Orson Welles, a 25 anni dalla sua scomparsa

Orson Welles (Kenosha, 6 maggio 1915 – Hollywood, 10 ottobre 1985)

Di David Spiegelman

Neppure Orson Welles sarebbe riuscito a diventare Orson Welles, la vita non gli sarebbe bastata a ottenere finalmente la parte più difficile, quella di un uomo nato per rifrangersi e moltiplicarsi all’infinito, come l’icona di una rifrazione labirintica. Era diventato vecchio da giovane, per lo scintillio ineludibile di un talento infebbrato, passando il resto del suo tempo a sopravviversi; a inventarsi una concatenazione di personaggi da indossare, ognuno piegato a un’attitudine alla mistificazione come forma di verità. Ibridare per sistema il vero nel falso, fino alla pratica del procedimento contrario: questo il metodo attraverso il quale Welles, assurto alfine al rango di icona irredimibile venticinque anni fa, ha saputo incarnare il vero uomo del Novecento, in fuga da se stesso per ritrovarsi.

Riassumerne la vita significa enumerare la formula dello smarrimento, attraverso una sequenza confusiva di travestimenti antinomici. In un tempo come il nostro, disattento in sommo grado alla profondità, la storia di Welles si sarebbe cristallizzata nello storico episodio riletto in controcampo da Allen in Radio Days, quando la zia irredimibilmente nubile dell’io narrante riesce ad appartarsi in auto con un pretendente, ma proprio in quel momento l’autoradio diffonde la cronaca immaginaria dell’invasione aliena, che getta nel panico l’America e quindi il giovanotto che, al colmo della codardia, si dà alla fuga. Fu tutto il Paese a diventare l’immensa platea, prima sgomenta e poi ammirata, per il primo spettacolo stilizzato di un artista che avrebbe riscritto le regole di ogni disciplina affrontata.
Definirlo uomo di cinema è perfino irrisorio, non fosse che il cinema è diventato altro da se stesso anche grazie alla sua opera decostruttiva e combinatoria: la rete satellitare Studio Universal celebra la ricorrenza a partire da stasera, trasmettendo per tre lunedì sera alle 21 altrettante pellicole che senza Welles neppure avrebbero potuto pensarsi: L’orgoglio degli Amberson, Moby Dick (regia di John Huston, 18 ottobre) e L’infernale Quinlan (25 ottobre).

Ogni classificazione è per sua natura povera e quindi non si può neppure cominciare a parlare di Welles senza citare l’opera che lo vide, appena venticinquenne, sconvolgere il linguaggio e la sintassi dell’arte cinematografica che stava vivendo un’epoca di pur grandi trasformazioni. Quarto Potere non è un film, per quanto la storia narrata sia emblematica di un canone imprescindibile di intendere il rapporto tra massa e potere, tra informazione e democrazia, tra ricchezza e interazione delle classi sociali. Il capolavoro di Welles è anche l’indice di una smisurata ambizione, quella di raccontare nella storia di un uomo – per quanto eccezionale – la parabola di ognuno, codificando una regola generale che disciplini l’unicità degli individui: impresa nel Novecento tentata soltanto in letteratura, quindi con forza figurativamente monodimensionale, attraverso Ulrich e il signor Bloom, che fanno di Vienna e Dublino metafore del mondo. Charles Foster Kane, ologramma decantato dal maniero di Xanadu allo stilema enigmistico corrispondente al nome Rosebud, è il personaggio narratologicamente più riuscito del suo secolo, perché riassume l’arco voltaico che congiunge illusione e dolore, poli magnetici dell’esistere.
Welles ha ridefinito per sempre i parametri di ogni possibile forma di narrazione, cimentandosi – non importa se utilmente – con le disfide più ardue: Macbeth, Otello, il dualismo stevensoniano, l’ingegnoso hidalgo don Chisciotte, forse quello in cui più avrebbe voluto far riposare il suo genio, in bilico tra la preveggenza e la follia. Soltanto Welles sarebbe stato capace di appropriarsi di un’opera in cui la sua figura incombe con la forza dell’elisione, trova forma e senso soprattutto nel concretizzarsi di un’assenza. E’ quel che gli riesce nel film che forse dà luce e leggibilità alla premeditata sovrapposizione di vita e opera: Il terzo uomo, trascrizione di un romanzo di Graham Greene. Tre sono le opere del cinema classico in cui il baricentro narratologico ha configurazione eccentrica: ma se in due racconti dissonanti come il musical Il Mago di Oz e l’elegia Apocalypse Now l’illusionista e il colonnello Kurtz compaiono nel finale, a culmine di una sceneggiatura a piano inclinato, nel film di Carol Reid l’apparizione di Welles, nello spopolato parco dei divertimenti di una Vienna sommersa di macerie, ai piedi della ruota panoramica, è fugace quanto decisiva, marchiata da una pagina di dialogo che l’attore, impossessandosi – come aveva sempre fatto – dei ruoli di regista e sceneggiatore, riscriveva secondo la propria dispotica indole.

Si era dato l’obiettivo di dimostrare che la sua epoca non potesse essere raccontata se non con il cinema. Ma Welles, come i cartografi in scala naturale immaginati da Borges, è arrivato a un risultato ancor più dirompente: ha fatto del suo tempo un’immensa pellicola cinematografica, a contrastare e sovrapporre i ruoli di protagonisti e spettatori. Quasi rappresentando l’attesa inutile di un regista capace di dare senso al caos.




L’ombra del Campionissimo rievocata in una mostra al Vittoriano

Giro d'Italia. Milano. Fausto Coppi con la maglietta "Bianchi".

Di Mariano Colla

“Un uomo solo al comando”.
Chi non ricorda, tra i più adulti  di noi, il coinvolgente  commento radiofonico che negli anni 50 evocava, in molti, il mito dell’invincibilità?
Gli italiani lottavano per lasciarsi alle spalle le tragedie della guerra.
La radio lanciava nell’etere messaggi gratificanti e la gente si identificava nella immagine  vincente di un campione del ciclismo, metafora di successo atta a lenire frustrazioni e sogni infranti.
Il Campionissimo, il corridore più veloce dell’epoca d’oro del ciclismo, atleta tra i più popolari di tutti i tempi e mito di moltitudini di italiani, Fausto Coppi (Castellania 1919 – Tortona 1960) rivive oggi nelle sale del Vittoriano con la mostra che ne celebra gioie e dolori nel cinquantenario della sua morte.
La mostra, che rimarrà aperta fino al 31 ottobre,  è stata inaugurata alla presenza del ministro dei Beni Culturali, Sandro Bondi, del sottosegretario Francesco Maria Giro e del direttore generale per la Valorizzazione dei Beni Culturali Mario Resca.

“La cultura italiana è fatta anche di questi personaggi, che hanno segnato la nostra storia e contribuito allo sviluppo civile di tutto il Paese più di tanti politici – ha commentato il ministro Bondi – Coppi rappresenta l’umanità italiana semplice e genuina anche se certi valori oggi possono sembrare obsoleti”.

Per anni Fausto Coppi ha rappresentato, nell’immaginario collettivo, la leggenda, il mito vincente, l’eroe che supera ogni difficoltà, sovrastando la notorietà di un altro grande campione di quel periodo, Gino Bartali.
Negli spazi espositivi risaltano la maglia bianco-azzurra della Bianchi, quella rosa del Giro del ’40, il casco indossato al Vigorelli nel ’42, nella prova per conquistare il record mondiale, e la sua bici da pista.
Le molte immagini  di Fausto presenti in mostra, ingiallite dal tempo, ma con vivo il fascino del bianco e nero, ci mostrano un atleta, esile, pur nella sua potenza, di cui si intuisce  la leggerezza del  camoscio quando, agile, lascia alle spalle i ripidi tornanti dello Stelvio, del Pordoi, del Tourmalet, del Galibier, immersi nella nebbia e nella neve.
Altre immagini mostrano, dietro di lui, i volti sfatti degli inseguitori, semplici esseri umani,  che, vanamente, cercano di ridurre il vuoto incolmabile che li separa dal campionissimo. Le foto dei fiumi di tifosi festanti  assiepati ai bordi delle strade, ne osannano le imprese.
Dicevano di lui: Fausto non pedala, compone; scatta come una fionda e il resto è silenzio.
Il confronto con Bartali, altro idolo del ciclismo di quei tempi, accostava il tifo per il campione toscano, ruvido e popolare, a quello per il campionissimo, elegante e quasi etereo, nel suo modo di essere, correre e presentarsi.
Da un lato una presenza sanguigna e, dall’altra, riservatezza e timidezza, un viso dolce ma dal sorriso amaro e melanconico.
Altre testimonianze  cinematografiche, estratte dai documentari dell’Istituto Luce, descrivono i trionfi  di Fausto sugli impervi colli del Tour de France, sulle Dolomiti nei  Giri d’Italia e sui circuiti dei mondiali. Le immagini di Walter Molino sulla prima pagina della Domenica del Corriere lo ritraggono trionfante, un’aquila pronta a volare.
Veniva avanti con leggerezza e violenza che non gli costava nulla,  scriveva la Ortese.
Molte le lettere di ammiratori e ammiratici, spesso vergate da mani insicure in una calligrafia stentata, testimonianze di semplici ma sentiti pensieri.
Le sue imprese suscitano l’interesse del mondo della cultura di allora: da Anna Maria Ortese, a Dino Buzzati, a Curzio Malaparte.
E pur nei momenti di massima gloria il viso di Fausto emana un sorriso triste, una gioia contenuta,  una innata ritrosia, tipica  della cultura  contadina  delle sue terre d’origine, la  bassa Padana.
Ma nel momento di massima gloria, agli inizi degli anni 50,  il destino lo mette duramente alla prova.
Gli anni 50 appunto : perché bisogna tenere conto di quegli anni per valutare gli effetti di uno scandalo che ha profondamente turbato l’animo del campione,  dei tifosi italiani e della società in generale,  particolarmente sensibile ai dettami della morale cattolica.
Fausto Coppi si innamora di Giulia Occhini, avvenente signora della buona società, già coniugata e, per lei, abbandona la moglie Bruna e la piccola figlia Marina.
In un’Italia bacchettona, che mette sullo stesso piano adulterio e assassinio,  in cui è violenta la lotta politica tra DC e PCI,  mentre  la Chiesa vuole affermare a viva forza i suoi principi, lo scandalo Coppi divide la società e scatena reazioni opposte tra comprensione e condanna, apertura e delusione.
Il divorzio è un attentato contro Dio, la società, il paese e un popolo si rigenerano intorno alla moralità, tuonavano i sacerdoti.
Uno spirito assai bigotto induceva ogni famiglia a giudicare sulla base di un rigido dogmatismo.
Un campione così amato non poteva discostarsi dai sacri principi della religione, di cui era imbevuta la società del tempo.
Coppi fulgido esempio di forza, idolo delle folle, doveva essere immune dai peccati terreni.
E invece no, la figura dell’amato campione veniva imbrattata dalla icona  diabolica dell’amante, la vituperata “dama bianca”, come la definì il giornalista Pierre Chany, per il colore del montgomery che indossava.
Critiche e insulti accomunavano la stampa e gran parte della gente in uno spietato “j’accuse” che travolgeva il campione, ingoiato da un vortice di polemiche e di accuse, con effetti devastanti sulla sua debole psiche.
Anche il Pontefice si unisce alla pubblica condanna.
Un nugolo di avvocati lo salva a mala pena dal carcere.
Dai successi agli insuccessi. Non bastano più le sapienti mani del suo ruvido coach Biagio Capanna a rimetterlo in sesto da incidenti e fratture.
La figura di Bartali riguadagna  prestigio. Pochi gli amici che gli sono rimasti vicini.
Il viso si fa sempre  più triste, come se trasparisse un senso di colpa,  ma Fausto tiene il punto, vive con la Occhini in una villa sontuosa.
La dama bianca gli ha dato  anche un figlio, Faustino, partorito in Argentina, lontano dalle ossessionanti pressioni italiane.
E’ una “coppia maledetta” che conduce una vita lussuosa, ma che vuole anche essere generosa , forse per rivalsa nei confronti delle malelingue.
Ma Fausto  ne risente, gli anni passano e la forza fisica declina. Arrivano gli insuccessi sportivi e le discussioni con la Occhini, avida di denaro e di una vita sugli scudi.
Nel suo declino Coppi rappresenta la metafora dell’effimero, della temporaneità del  mito e del successo.
Come un giovane Dio, Coppi si è consumato sull’altare della gloria. Ha difeso i suoi amori sino alla distruzione di se stesso, oltre che del simbolo che rappresentava .
Le ultime corse del campionissimo rivelano la sua stanchezza, il suo lento arrendersi alle vicissitudini della vita.
In questa sua palese debolezza una parte degli sportivi gli si riavvicina, e, finalmente , ne capisce il dramma.
La sua tragica morte, avvenuta il 2 Gennaio del 1960, per incapacità medica nel riconoscere la malaria, contratta nell’attuale Burkina Faso, dove si era recato per un’ultima corsa, suggella ciò che all’inizio sembrava una fiaba e che poi si è trasformata in tragedia.
I giornali dell’epoca esposti in mostra riportano le fotografie della moglie  al capezzale del marito morente con il commento: “la moglie, al capezzale di Fausto,  lo perdona in punto di morte  e la Occhini viene colpita da collasso” , con buona pace di tutti.
Scrive di lui Anna Maria Ortese : inseguito da quelle braccia e quegli occhi delusi, l’idolo degli Italiani passò, sembrava un bambino che pedalava la prima volta, aveva una grazia incerta , un po’ triste.
E vagamente melanconica è l’atmosfera che si respira negli austeri vani del Vittoriano dove il mito, pur nel suo tragico epilogo, sospende il giudizio, come in attesa di una parola fine che non verrà mai.