La festa di S. Agata a Catania. Fra culto e tradizioni pagane

Di Mariano Colla

Mito e ritualità sono due componenti di cui si impregna, da sempre, la fenomenologia religiosa. Anche la religione cristiana vanta molti riferimenti storici mantenuti, vivi dalla  tradizione popolare e che, ancor oggi, in piena post-modernità, costituiscono occasione per la celebrazione di simboli sacri  fortemente radicati nelle credenze collettive. Sono opportunità  per apprezzare, non solo la ritualità religiosa, ma anche il folklore associato a tali manifestazioni e Catania, proprio in questi giorni, ne è un degno esempio, con le celebrazioni dedicate alla patrona della città, S. Agata.

Catania. Festa di S. Agata

Nel sud Italia, le celebrazioni religiose godono ancora di una dimensione popolare intensa e partecipata che, spesso, va oltre il puro valore sacrale dell’evento e incorpora un simbolismo e una ritualità che sfiora il paganesimo. L’iconografia associata alle celebrazioni propone, di solito, sfarzose immagini della santa o del martire di turno, corredate di preziosi reliquari, che esaltano, ancor oggi, agli occhi delle masse, la ricchezza del valore simbolico  del protettore o della protettrice  commemorata. L’atto di fede acquisisce, talora, una dimensione poco spirituale, per assumere una corporeità esaltata da posture, vocalità e gestualità proprie della tradizione antica, quando la festa del patrono era una festa di piazza, in generale una festa in cui manifestare e manifestarsi.

La celebrazione di S. Agata non si discosta da questa impostazione. Ho colto, nei tre giorni dedicati alla festività (3-5 Febbraio), alcuni aspetti dello spirito e dell’estetica della manifestazione che più mi hanno impressionato, valutati e vissuti con l’occhio un po’ disincantato di chi non può penetrare sino in fondo il tessuto emotivo delle celebrazioni, prerogativa, questa, dei catanesi. Catania indossa, per la grande occasione, la sua veste più sfavillante. La città si anima, si risveglia, prega e gioisce in onore della sua santa patrona. Il centro di Catania, si ammanta del bianco dei fedeli, imponente folla dei devoti del candido “sacco”, indumento cerimoniale indossato nell’occasione e costituito da un abito bianco a forma di sacco stretto in vita da un cordone. I rilucenti ori delle candelore accolgono l’affetto e la fede dei catanesi  che giungono in massa  per condividere la religiosità delle celebrazioni  e non mancare all’irrinunciabile appuntamento con S. Agata. E’ un susseguirsi di eventi storici, di rievocazioni della tradizione e del culto. Lunghe processioni si snodano per le affollate vie della città, parate a festa,  per approdare alla suggestiva messa dell’aurora, in una esplosione di luci, fuochi, colori e profumi.

Si celebra un rito antichissimo che, agli occhi dei catanesi, ma anche a quelli dei numerosi turisti presenti,  mantiene inalterato il suo fascino primitivo, nonostante la modernità e la diffusione di una cultura laica ne possano limitare l’impatto emotivo. Sono trascorsi XVIII secoli sono dal martirio di Agata, ma il suo sacrificio per la difesa di un ideale di purezza e di fede sino alle estreme conseguenze è sempre di straordinaria attualità,  soprattutto quando l’atto rappresenta la difesa della propria dignità contro i soprusi del potente di turno, rappresentato, in questo caso, dal governatore romano Quinziano, animato da brame amorose nei confronti della giovane fanciulla. Una ribellione che, a distanza di tanti secoli, fa, ancora, di Agata un simbolo amato e venerato dai catanesi con un tale trasporto e passione che rasenta, in alcune circostanze il fanatismo.

La festa inizia con lo spostamento delle reliquie della Santa, contenute in preziosi reliquari, dalla “cammaredda”, piccola stanza della  cattedrale in cui sono riposte nel corso dell’anno. I preziosi reliquari, uno dei quali, realizzato nel XIV secolo dal senese Giovanni di Bartolo 1370, riproduce il giovane volto della Santa, vengono scortati da migliaia di fedeli che si stringono intorno ai simboli della loro patrona in un abbraccio profondo e sincero. I reliquari sono posti su un fercolo antico intarsiato e dorato, ricoperto di fiori rossi, simbolo del sangue versato da Agata durante il martirio. La processione percorre  le strade a ridosso delle antiche mura della città e tocca luoghi storici del  martirio di Agata, quali la chiesa di S. Agata alla fornace, e il Santo Carcere e poi prosegue per Piazza Palestro, la Pescheria, la Calata della Marina.  La partecipazione popolare è intensa e rumorosa. Orazioni, invocazioni sono lanciate a voce alta da singoli o da gruppi di devoti, in un crescendo di rumori, urla, canti che scuotono il visitatore occasionale,  non ancora coinvolto nel misticismo incombente. Decine di migliaia di guanti bianchi sventolano lungo le strade percorse dai reliquari.

La gente di Catania, persone comuni, giovani, bambini, anziani  seguono con trasporto l’evento. Lo vedo nei loro volti, nell’espressione quasi trasfigurata di alcuni e commossa di altri. Rilevo un anelito comune a sfiorare le reliquie che passano, percepisco la tensione del fedele che freme dinnanzi al simbolo della propria fede, simbolo vicino e tangibile, quasi personale. Gli edifici barocchi della Catania settecentesca fiancheggiano, come quinte teatrali, il flusso ininterrotto di pubblico solcato dalla bianca scia dei fedeli. Non vi è balcone che non sia affollato al massimo della capienza. Sfilano le bande musicali  in costumi  e livree settecentesche e le autorità cittadine che, per l’occasione, spolverano vecchie carrozze trainate da eleganti destrieri. Dal mare di teste spiccano le  sagome dorate  delle candelore. Strutturate come ceri votivi  in legno intarsiato e dorato, alte alcuni metri,  raffigurano le tappe del supplizio di Agata in modo semplice ma efficace. In stile diversi, barocco, rococò, liberty, le candelore  rappresentano le varie corporazioni della città, quali i macellai, gli ortofrutticoli, i pastai, i tavernieri, i fiorai, i pescivendoli, gli artisti  e così via. Seguono i torcioni votivi, lunghe  candele, legate tra loro che emanano, soprattutto nell’incombente imbrunire, una luce calda  e un profumo di cera. La processione si arresta di fronte al convento di San Benedetto dove tuttora vivono  delle suore di clausura. Solo in occasione della festività di S. Agata le suore sono autorizzate a uscire a viso scoperto sul sagrato. In un silenzio improvviso, quanto irreale, le suore intonano dei canti melodiosi e dolcissimi che diffondono una pacata armonia nell’aria ancora intrisa degli strepitii  della folla, ora  rapita e commossa dalla soave voce delle religiose.

Nell’ampia piazza del Duomo si aduna una innumerevole massa di persone. Penso di poter dire che vi sia tutta Catania. Nel cielo esplode la fantasia pirotecnica dei mastri artigiani catanesi. I fuochi artificiali illuminano la piazza sottostante, in un susseguirsi incalzante di lampi assordanti  e variopinti, dove le tracce policrome solcano il buio del cielo in suggestive geometrie. Si odono i cori di stupore delle migliaia di teste rivolte all’insù. Gli occhi dei bambini brillano, affascinati dalle coinvolgenti  fantasmagorie.   Anche il viso di S. Agata, illuminata dalla cascata di luce, sembra apprezzare lo spettacolo pirotecnico ideato dai  suoi concittadini per celebrarla. Fanno da contorno innumerevoli bancarelle stracolme di dolciumi, candido zucchero filato,  liquirizia, profumatissimo torrone, semenze, olivetti, piccoli dolci di pasta di mandorle molto zuccherate e poi i palloncini colorati che i bambini adocchiano, nonostante il frastuono circostante li stranisca un po’. Circondato dalla folla festante, avverto, nei volti delle persone, l’intensità della  partecipazione  singola e collettiva, che tocca il cuore anche del turista  improvvisato. Con un turbinio di luci e suoni i fuochi artificiali si spengono. Rimane una cappa di fumo che lentamente si adagia sulla piazza e  sfuma il lento diradarsi della folla festosa.




Parole digitali e il futuro del libro alla SMW Rome

Di Paolo Cappelli

Da tempo si dibatte se l’editoria digitale potrà sottrarre una significativa quota di mercato a quella tradizionale, o persino decretare la scomparsa di alcuni formati editoriali. Nell’ambito della Social Media Week non si poteva non dedicare a questo argomento la dovuta attenzione riservando un incontro tra esperti per discutere sulla sua evoluzione e sviluppo in futuro. A moderare il dibattito Raffaele Barberio, fondatore e direttore di Key4biz e promotore di E-book.it, presenti Marco Calvo, Presidente dell’associazione culturale Liber Liber, Luca De Biase, giornalista e scrittore, responsabile di “Nòva24”, Franco Siddi, Segretario Generale della Federazione Nazionale della Stampa Italiana, Giulio Blasi, CEO di Horizons Unlimited e Daniela Di Sora, titolare della casa editrice Voland.
Il settore dell’editoria in generale, e quello dell’editoria digitale in particolare, non sfuggono alla logica tipica della domanda edell’offerta: esiste qualcuno che sceglie cosa vendere (l’editore), qualcuno che lo produce (l’autore) e qualcuno che lo compra (il fuitore). “Nel passaggio al digitale è necessario procedere a una rieducazione di queste tre figure”, ha affermato Raffaele Barberio. Due aspetti in particolare mi hanno colpito del dibattito odierno: l’importanza dei formati e dei sistemi di protezione della fruizione (in breve DRM), da una parte, e l’impossibilità di effettuare micro pagamenti, dall’altro. Ma ci torneremo più avanti. Nell’ambito della discussione, è emerso che l’editoria elettronica sta seguendo due percorsi principali, uno a fini divulgativi e uno a fini giornalistici. Sul primo sono intervenuti Daniela Di Sora e Giulio Blasi. “In fin dei conti, chi può esimersi dal fare i conti con il progresso?”, ha chiesto Daniela di Sora, aggiungendo “Io non posso dire di essere un’esperta di e-book e per formazione  ho ancora il feticismo della carta, ma si tratta comunque di una realtà tangibile, che va valutata, studiata e tenuta in giusta considerazione in questo settore”.

Giulio Blasi, semiologo, discepolo di Umberto Eco, ha lanciato l’idea che alle biblioteche tradizionali si possa sostituire una biblioteca fatta di e-book, cui applicare i sistemi di gestione di una biblioteca vera. Ne è un esempio MediaLibraryOnline, un sistema per distribuire ogni tipologia di oggetto digitale, ad accesso aperto o commerciale (audio, video, testi, banche dati a pagamento, testi storici in formato immagine, archivi iconografici, audiolibri, libri digitalizzati ed e-book commerciali, e-learning, live-casting in tempo reale ecc.), gestendo tutti i problemi di licensing e copyright attraverso un network nazionale di biblioteche, sistemi bibliotecari e altri enti che collaborano e condividono i costi per la gestione di risorse digitali (Digital Asset Management). Blasi ha però fatto un’importante precisazione: “Si sente dire e si legge che stiamo vivendo la rivoluzione degli e-book, ma non è vero. Gli e-book, come realtà commerciale, esistono già dalla metà degli anni ‘90. Tuttavia, nelle biblioteche pubbliche italiane non esiste un progetto sistematico in questo senso perché è scarsa la domanda. Secondo un sondaggio della George Washington University, il 69% degli americani utilizza più o meno regolarmente una biblioteca pubblica. In Italia questa percentuale è del 10%”.

L’intervento di Franco Siddi, ha sottolineato come proprio i recenti fatti di cronaca in Tunisia ed Egitto abbiano portato all’attenzione degli addetti ai lavori il problema della permeabilità dei mezzi. Con poche risorse si riesce a mettere a nudo un regime e le violenze di cui questo è capace in tempo reale o quasi reale. In simili situazioni, ha ricordato “i regimi vedono il giornalista come un nemico e non come un messaggero di verità, intesa come fotografia della realtà. Questo perché il vero giornalismo è giornalismo di testimonianza. Le notizie non viaggiano mica da sole”. Ecco allora che il connubio tra giornalismo,  social network e verifica indipendente da parte di testate accreditate diventa un vero problema per i regimi: da questo scaturiscono provvedimenti drastici, come gli arresti, le detenzioni, i sequestri di pezzi e attrezzature. “Ma si tratta di azioni assolutamente inefficaci – ha aggiunto Siddi – visto che il materiale circola comunque. Questa è una lezione per i dittatori ma anche per noi, per capire che dietro alla notizia c’è qualcuno che svolge un ruolo. Non è semplice cronaca o l’immagine proposta su uno schermo. Le redazioni che ricevono materiale per un pezzo, magari grazie all’uomo della strada in quello che si chiama ‘citizen journalism’, devono innanzitutto cercare riscontri. Se e quando li trovano, allora le informazioni assumono un valore. Non è un caso che Assange non abbia divulgato lui le notizie, ma le abbia affidate a realtà del giornalismo di portata mondiale”.

Molto interessante l’intervento di Marco Calvo, ha detto, esiste il problema del DRM (Digital Rights Management), ovvero l’uso, da parte di chi pubblica, di codificare i testi in modo da regolarne la diffusione e consentirne utilizzo limitato (nel tempo o nei destinatari, attraverso una specifica licenza). In maniera ironica e pungente ha proposto il paradigma della Duna: “Esistono realtà anche importanti, in cui a tutti i livelli di commettono errori e poi si persevera. Manager e progettisti della Fiat hanno concepito la Duna. Schiere di operai l’hanno prodotta. A nessuno, però, è venuto in mente di dire: ‘Scusate, ma la Duna fa schifo e vende poco. Perché continuiamo a produrla?’. Lo stesso avveniva nel segmento della musica digitale: si tentava di vendere musica campionata con qualità inferiore a quella pirata, protetta con DRM e quindi fruibile solo sul dispositivo per il quale veniva scaricata. Inoltre, non poteva essere copiata né trasferita ad altro dispositivo se decidevamo, ad esempio, di comprarne uno più moderno. E i discografici si chiedevano: ‘Ma perché la gente scarica la musica pirata e non compra quella originale a basso prezzo?’ Questo avviene anche nel campo dell’editoria a fini divulgativi”. Altro aspetto di grande importanza sottolineato da Calvo riguarda le modalità dei pagamento online. Il nostro onnipresente telefono cellulare non può essere usato per effettuare piccoli pagamenti (meno di un euro). Anche quando questo avviene, come nel caso del pagamento con SMS, in molti casi l’operatore trattiene il 50-60% del valore della transazione. Nel caso di carte di credito, il costo è equiparabile al valore trattato. In buona sostanza, oggi in Italia non esiste un modo per pagare un singolo contenuto digitale che sia ragionevolmente pratico e che non aggiunga ai 50 centesimi di valore del bene venduto altri 50 centesimi di costi bancari. “Molte tecniche di micropagamento hanno in sé grandi potenzialità che potrebbero andare a beneficio di autore e fruitore, senza intermediari”, ha spiegato Calvo. “Pensiamo ai giornalisti che vanno al Motorshow. Fanno pezzi ‘orizzontali’, cioè che abbracciano la manifestazione o un particolare prodotto nel suo complesso e gli editori li mettono a disposizione gratuitamente sul portale della testata digitale. Immaginiamo invece di passare due giorni a fare servizi e domande su un prodotto, per poi produrre un bel pezzo “verticale” di una cinquantina di pagine, andando molto in profondità su un prodotto, con 100 foto e una decina di filmati e di metterlo in vendita a un euro, magari in italiano e in inglese. Supponiamo che lo comprino 1000 appassionati attraverso vari mezzi, telefonino incluso: sono 1000 euro lordi per un solo pezzo e 2 giorni di lavoro. Né il giornalista freelance, né il cliente sono legati ad un particolare fornitore e il valore della vendita non risente di costi di transazione improponibili. Non solo, ma il meccanismo naturale della concorrenza spinge i prezzi al ribasso e stimola la creazione di nuovi prodotti. Ma – perché c’è un ‘ma’ – ci perdono le grandi case editrici, i grandi distributori e le banche. Capito perché non parte questo sistema? La lentezza dell’evoluzione non dipende dalla complessità dei problemi”.

E allora, per concludere, diciamo che editoria digitale oggi significa creare contenuti in forma nuova e su piattaforme nuove e non semplicemente proporre un libro in formato pdf. Il presupposto per una transizione di successo sta nella condivisione di un messaggio e cioè che l’approccio alla pubblicazione deve essere totalmente nuovo, sia in termini di contenuti, sia di piattaforme e prezzi. In tutto questo entra il social marketing. Social non è solo uno strumento di marketing. Il social è come viviamo.



Se la Gioconda cela il volto del giovane amante di Leonardo Da Vinci

Di Valentino Salvatore

La Gioconda, dipinto  assurto a simbolo dell’eterea e raffinata bellezza rinascimentale, potrebbe oggi svelare alcuni dei suoi misteri. Tante le teorie che si accavallano per cercare di scoprire l’arcano dietro quel sorriso enigmatico. Anche il Comitato nazionale per la valorizzazione dei beni storici, culturali e ambientali si è cimentato nell’impresa, con un contributo che risulterà apprezzabile a tutti appassionati. Ebbene uno degli interrogativi più dibattuti riguarda proprio la vera identità della donna leonardesca ritratta: chi è la Gioconda? E’ proprio la nobildonna Lisa Gherardini, la “monna Lisa” moglie di Francesco del Giocondo (da cui il nomignolo)? Leonardo da Vinci, durante il suo terzo soggiorno a Firenze, alloggiò in effetti nelle vicinanze di Palazzo Gondi, in abitazioni di un ramo dei Gherardini. Iniziò a dipingere il famoso quadro, che però terminò diversi anni dopo e portò con sé in Francia. Dove l’avrebbe poi venduto a re Francesco I per ben 4.000 ducati d’oro, con buona pace di chi vorrebbe di nuovo l’opera in Italia. Secondo Silvano Vinceti, presidente del comitato, Leonardo da Vinci si ispirò inizialmente alla nobile, ma terminò il quadro «ispirandosi al suo amante di sempre, Gian Giacomo Caprotti, detto il Salaì». L’idea invece che a fare da modello sia stato il Salaì è stata inizialmente sostenuta dallo scrittore Gianni Clerici nel suo Una notte con la Gioconda. Dove si prendeva in considerazione la somiglianza evidente della Gioconda e altre opere, come l’Angelo Incarnato e San Giovanni.

Gian Giacomo Caprotti, figlio di Pietro de OrenoCaterina Scotti, entrò come allievo nella bottega di Leonardo nel 1490,all’età di 10 anni. Ma forse fu anche amante di Leonardo, ben oltre l’intesa artistica. Non è più mistero d’altra parte l’omosessualità del geniale da Vinci. Di sicuro, nonostante il suo carattere spavaldo e irrequieto che gli valse il nomignolo di Salaì (dal “feroce” Saladino), Caprotti divenne fidatissimo compagno del maestro, aiutandolo nelle sue attività e seguendolo negli spostamenti, fino a recarsi in Francia con lui. Ne erediterà parte dei beni, soprattutto alcuni capolavori come la Gioconda stessa, San Giovanni Battista, Sant’Anna. Aveva già dipinto assieme a Leonardo, quello che pare un ambiguo divertissment: la Monna Vanna (o Gioconda nuda). Dipinto dal soggetto androgino che potrebbe essere l’indizio di una certa complicità tra i due e somiglia alla Gioconda “canonica”. «Il Salaì aveva rapporti ambigui con Leonardo», fa sapere Vinceti, «le sue sembianze sono molto femminili e riconducibili ad altri quadri del pittore che presentano tratti molto somiglianti a quelli della Gioconda».

Il Comitato, dopo attente analisi, avrebbe scovato il segreto negli occhi della Monna Lisa, una specie di firma. Nel suo occhio sinistro ci sarebbe una lettera, una S. Nell’altro invece una L. «La scelta da parte di Leonardo» di queste lettere, sostiene il presidente del comitato, «non sarebbe casuale, rinvia alle lettere L e S, allusione filosofica che ha ispirato il quadro: una armoniosa sintesi fra l’uomo e la donna». Si tratterebbe quindi della dedica del maestro sia al Salaì che a Lisa Gherardini. Uno dei soci del comitato e appassionato di Leonardo, Luigi Borgia, aveva messo la pulce nell’orecchio. Lo stesso Vinceti, volato a Parigi per osservare da vicino l’opera di Leonardo, scopre effettivamente qualcosa e annuncia: «è bastata una lente d’ingrandimento per capire che era tutto vero». Nonostante i dubbi di altri critici, tira dritto: «A parlare sono le immagini, peraltro scrupolosamente riprese da foto pubblicate dal museo del Louvre. Ora tutti potranno ricredersi».

Anche il ponte che si staglia discretto sulla sinistra del dipinto offre un altro enigma. Spiega Vinceti che «sotto uno degli archi del ponte è stato individuato il numero 72», cifra che «riveste molti significati legati alla tradizione ebraico-cabalistica, quella cristiana e quella dei templari, quella magica e quella naturalistica». Secondo la tradizione della cabala, il nome di Dio è composto proprio da 72 lettere, mentre i due numeri presi singolarmente potrebbero «rinviare all’Apocalisse di Giovanni, con precisi riferimenti alla fine del mondo e ai saggi, ai sapienti, agli eletti che saranno risparmiati». Non è chiaro quale sarebbe il ponte ritratto. Per la studiosa Cara Glori si tratta invece del ponte sul fiume Trebbia a Bobbio, località vicino Piacenza. Noto come “ponte del diavolo”, o “ponte gobbo”, fu costruito nel VII secolo dai monaci dell’abbazia di San Colombano. Fu distrutto proprio nel 1472 da un alluvione, quindi ricostruito: il riferimento all’anno sarebbe stato nascosto da Leonardo proprio negli archi. Secondo Glori, la Gioconda sarebbe piuttosto il ritratto di Bianca Giovanni Sforza. Ma per il comitato, rende noto Vinceti che smentisce la Glori, il ponte è quello di Buriano e si trova nelle campagne in provincia di Arezzo.

Tra i tanti studiosi ed esperti che si affannano intorno al misterioso quadro di Leonardo da Vinci non c’è accordo. Non solo, ci sono anche beghe sulla paternità della scoperta. Il pittore Luciano Buso rivendica il primato sulla scoperta, sancita addirittura da un atto notarile, e promette di rivelare la sua versione in un libro che si intitolerà Firme e date celate nei dipinti da Leonardo Da Vinci ai tempi nostri. I critici di professione e gli ambienti accademici sono però più freddi, soprattutto per il sensazionalismo con cui vengono diffuse certe notizie. Vittorio Sgarbi bolla il tutto come «assolute insensatezze», anzi le stronca come «forme di vampirismo: queste persone si attaccano ad un autore importante solo per far parlare di sé». Martin Kemp, un altro esperto di da Vinci, già professore in pensione della Oxford University, spiega che il quadro «è quasi certamente della nobildonna italiana Lisa del Giocondo, per quanto questo possa essere privo di romanticismo e di mistero». Dubbioso anche sui tentativi di identificare il panorama con un luogo preciso: «non trovo che la somiglianza con il ponte di Bobbio sia così stretta». «Ho grandi riserve su tutti i tentativi di trovare qualche oscuro significato nascosto nelle opere d’arte del Rinascimento», conclude, con buona pace di tutti gli appassionati di misteri su Leonardo da Vinci. Che cercano in ogni piega della monumentale opera del genio le tracce di segreti reconditi. E che di certo non si fermeranno di fronte alle obiezioni degli scettici, sedotti da quello sguardo misterioso.



I fantastici viaggi di Gulliver in 3 D

Di Valeria Ferraro

Con una telefonata del produttore Jhon Davis all’attore Black Jack, prende forma la nuova versione cinematografica del capolavoro settecentesco di Jhon Swift“I Fantastici Viaggi di Gulliver”. In breve tempo, Black era a bordo come protagonista e produttore esecutivo del progetto. “Ho colto al volo un ruolo del genere, era irresistibile: io, Gulliver, il viaggio, ed essere un gigante in un altro mondo. C’erano tutti gli elementi necessari per realizzare un grande film.” Quando il romanzo è stato scritto nel diciottesimo secolo, il mondo non era ancora stato completamente esplorato, quindi l’idea di un’isola popolata da  lillipuziani non sembrava così folle. Black, Davis, il regista Rob Letterman, il cosceneggiatore Joe Stillman e il coproduttore  Brian Manis hanno cercato di trasporre cinematograficamente  il fascino letterario dell’avventura di Gulliver a beneficio delle giovani generazioni.
Letterman ha cercato in ogni modo di conferire alla narrazione filmica una coinvolgente sensazione di realismo. A tal fine  infatti,aveva già esaminato l’interazione di un personaggio enorme con l’ambiente circostante e con i suoi amici nel cartone animato 3D Mostri contro alieni. Ed è proprio il rapporto tra grandezze che sembra essere il punto di forza della pellicola, a cominciare dall’effetto ottico dei titoli di testa, che trasforma in piccole miniature immagini reali di New York, fino al 3D (aggiunto in postproduzione e non realizzato in fase di ripresa) che enfatizza la distanza tra i lillipuziani e Gulliver quando reciprocamente si guardano.
Ambiziosi effetti speciali dunque che mirano a suggestionare lo spettatore, ma il regista rivela in proposito: “Il film è incentrato sui personaggi, i rapporti e le emozioni sentimentali. E’ difficile costruire delle emozioni convincenti tra dei personaggi piccoli e l’ultimo arrivato, un gigante. Gli effetti  e il 3D rappresentano soltanto la ciliegina sulla torta”. I fantastici viaggi di Gulliver è una commedia per famiglie che approfitta del tema trattato per fare spettacolo attraverso risate ed effetti speciali; in questo adattamento indirizzato principalmente a un pubblico preadolescenziale, scompare completamente il contenuto del romanzo di Swift: la denuncia della società civile da parte di un suo membro che ne è disgustato e un ironico quanto amaro ritratto della società del suo tempo i cui vizi e difetti vengono messi in risalto attraverso le caratteristiche dei personaggi della storia.
La 20th Century Fox presenta un racconto d’avventure esotico-fantasiose per ragazzi e assolutamente nulla di più. In questo senso il film funziona bene: attraverso i racconti importanti di Gulliver e le sue manifestazioni di eroismo. Jack Black rende il personaggio piacevole e infantile, fornendo la sua caratteristica energia e umorismo a ogni scena. “Jack rappresenta il cuore del film”, sostiene Rob Letterman, mentre il produttore esecutivo Benjamin Cooley aggiunge che “Jack offre una grande innocenza a Gulliver, c’è qualcosa nei suoi occhi che è affascinante, ma anche forte. E’ come un bambinone nel film”. Rinuncia dunque completamente al mordente satirico che sostiene la favola preferendo restare in superficie, affidandosi alla leggerezza e alle interessanti decisioni creative rese possibili da un budget da capogiro che da solo sembra suggerirci un’idea iniziale molto più ambiziosa. Le innumerevoli citazioni cinematografiche e le sonorità rock (Gulliver che si vanta di aver composto i riff dei Guns n’Roses), ne fanno un gioco alla scoperta di indizi. Nessun intento di suscitare riflessioni, nessuna voglia di scendere in profondità: che sia forse questo il legame più forte con il mondo contemporaneo?
Il trailer del film



Altaroma 2011. Inaugurato l’Atelier Giada Curti in nome dell’anti- stalking

di Stefania Taruffi

Elisabetta Pellini- Isabella Rauti- Giada Curti con modelle

Centinaia di ospiti ieri nei cinque saloni dell’Atelier Giada Curti alla fine della bellissima Rampa Mignanelli, a due passi di Piazza di Spagna, per il doppio appuntamento della più giovane stilista presente per la seconda volta all’interno del calendario ufficiale dell’Altaroma 2011: presentazione della Collezione Primavera Estate 2011 e apertura del suo Atelier Giada Curti.

Tantissimi i personaggi famosi che hanno animato l’elegante serata, la cui parte organizzativa della sfilata è stata curata dal Pr Sandro Rubini e l’ufficio stampa da Emilio Sturla Furnò. Tra i prestigiosi ospiti anche Isabella Rauti che ha apprezzato e sostenuto l’idea dell’abito-stalking, l’abito denuncia ispirato al grave e crescente disagio sociale. L’abito in tulle di seta, ideato dalla stilista a tutela della donna, era indossato dalla bellissima attrice Elisabetta Pellini, testimonial del messaggio, impegnata in questi giorni sul set della fiction “Amore e Vendetta”, con Alessandro Preziosi. Sull’ampia gonna grigio tortora spiccano le pennellate dei grandi caratteri dell’articolo di legge 612 bis, che condanna le molestie rivolte alle vittime perseguitate da amori violenti. Cucita sulla cintura gioiello una tasca in seta ricamata, contenitore a sorpresa per lo spray urticante. “Anche un elegante abito da sera”- conclude la stilista – “può raccontare un disagio e far riflettere, ma anche consentire a chi lo indossa di sentirsi più sicura”.

Undici abiti couture da gran sera indossati da modelle statuarie che creavano quadri viventi all’interno dell’Atelier tutto bianco. L’alta moda si presenta in atmosfera neo-classica – dal bianco all’avorio – per gli eleganti ambienti illuminati da grandi lampadari in cristallo. Una collezione per rivivere le leggendarie scene delle pellicole americane degli anni venti del cinema muto con protagoniste Louise Brooks e Gloria Swanson, muse della stilista. “Predominano i colori del deserto” – descrive così la collezione Giada Curti – “Abiti dalle scollature vertiginose nelle tinte sabbia, beige, cipria, grigio polvere e tortora. Su corposi drappeggi in chiffon esplodono luminose incrostazioni di ricami in perle naturali, cristalli di Swarovski e trecce di fili di seta, che, sovente, eseguo io stessa. Georgette, raso, chiffon per mise da sera impalpabili dagli spacchi vertiginosi. Sfila una donna che non ha timore di essere considerata troppo audace e indipendente perché osa su trasparenze e ampie scollature. La sposa-corta si tinge di color ortensia e mantiene la preziosità e la tradizione nella sovrapposizione di tessuti tagliati e ricamati a mano”.

La Consigliera Regionale Isabella Rauti, membro dell’Ufficio di Presidenza del Consiglio Regionale del Lazio ha partecipato con grande convinzione a questa inaugurazione: ”Apprezzo l’iniziativa della giovane stilista Giada Curti di dedicare un “abito-denuncia” al fenomeno dello stalking”, ha spiegato la Consigliera. “Il contrasto allo stalking comincia nel vissuto quotidiano di tutti, coinvolge la lotta agli stereotipi mentali e l’iniziativa di ‘indossare’ questo impegno, proprio come si può fare come un abito, va in questa direzione e in quella di stilisti che intrecciano le proposte della moda con le emergenze sociali”. “Per troppo tempo” –continua- “lo stalking è rimasto un fenomeno sommerso che oggi emerge come reato, grazie alla legge 38 del 23 aprile 2009, la legge antistalking, voluta dal Ministro per le Pari Opportunità”.

La Consigliera ha recentemente presentato in Consiglio un emendamento, approvato nella manovra di bilancio, per il quale la Regione Lazio assume iniziative di sensibilizzazione e di comunicazione per far emergere il fenomeno, monitorarlo, prevenirlo e contrastarlo, nonché per l’istituzione presso le Asl, di sportelli antistalking. Inoltre, ha proposto anche altre misure tra le quali l’istituzione di un Osservatorio regionale antistalking.

Foto: Luigi Giordani




Ewolwing art al Vittoriano di Roma

di Maria Rosaria De Simone

Attraverso in bicicletta, all’imbrunire, la passeggiata dei Fori Romani fino al Palazzo del Vittoriano, sulla via di San Pietro in Carcere.
L’ingresso è magnifico. A sinistra si va verso le sale per la mostra dedicata a Van Gogh, a destra verso le sale adibite alla mostra  personale di Eleonora Brigliadori, ‘Ewolwing art‘. Mi dirigo  a destra. La prima impressione è quella di venire sommersi da un a mareggiata di colore, con il caldo emergere del rosso del giallo e dell’azzurro, che infondono un flusso di energia. La mostra, come dice la pittrice stessa, è il passaggio del testimone dalla madre, Mariateresa Ronco, a lei. E’ stata la madre il tronco da cui ha attinto la linfa che l’ha portata ad essere la donna che è oggi, è stata lei ad educarla all’arte, ad osservare il mondo intorno con gli occhi dell’anima.

Come un filo d’Arianna, si passa dalle opere della madre a quelle di Eeonora, in un percorso che va da un autoritratto a figura intera, espresso da un totem che brucia, ad un’opera dedicata alla shoah. Osservo la tela, A U M. La Brigliadori mi spiega che il colore rosso esprime la vitalità della terra percorsa dal nero piumato dell’Araba Fenice, che termina in un buco nero: la morte, la tragedia del dolore della shoah. Eppure, come l’Araba Fenice risorge dalle sue ceneri, così dalle grida degli innocenti condotti al macello, l’umanità si salverà.
Scorre intanto un filmato, che mostra immagini da repertorio del muro di Berlino. Una musica dal vivo di sottofondo, e l’attrice
inizia a recitare alcuni brani del suo romanzo “PerDono”, di prossima uscita. Ed ecco emergere la storia di una donna, Ruth, e del suo terribile segreto che, alla sua morte, lascia come testimonianza alla figlia Miriam, in un diario segreto. Ruth, vissuta durante il periodo nazista, respirò fin nel profondo il male assoluto nel campo di concentramento di Auschwitz, in cui si trovò a smistare gli abili al lavoro e quelli da mandare alla morte, per seguire la passione verso un uomo delle SS.

Ruth vide l’orrore, il ribaltamento di ogni valore, il male assoluto assurto a forza incontrastata. Donne, bambini, povere vittime condonnate alla morte brutale, senza più nome, né dignità. Ruth vide e comprese che non poteva più essere complice del sangue di quei poveri innocenti,  non poteva più assistere passiva all’ingiustizia. E tutta la vita, dopo l’esperienza di Auschwitz, la passò a cercare il perdono.
La mostra, per chi volesse visitarla, rimarrà aperta fino al 6 febbraio, giorno del compleanno di Eleonora Brigliadori.




Il linguaggio giovanile: un’affermazione di identità

Di Vanessa Mannino

Nonostante siano passati ben 150 anni dall’Unità d’Italia, l’unità linguistica sembra tuttavia non essersi ancora realizzata, non solo per le varietà linguistiche dialettali diffuse nelle varie Regioni, ma anche per la crescente propagazione tra i giovani di un linguaggio nuovo, definito come un vero e proprio atto di identità tra gli adolescenti. Quando si parla di linguaggio giovanile, o più opportunamente di “uso linguistico dei giovani”, si intende un tipo di linguaggio che secondo Sobrero è caratterizzato essenzialmente da cinque componenti quali: una base di italiano colloquiale informale, scherzoso; uno strato dialettale; uno strato gergale «tradizionale»; uno strato gergale «innovante» (spesso effimero); uno strato proveniente dalla lingua della pubblicità e dai media. A caratterizzare nello specifico il linguaggio dei giovani, non sono tuttavia i singoli elementi che lo compongono, ma il modo in cui essi vengono mescolati tra di loro al fine di originare un nuovo idioma. Tale idioma, legato alla comunicazione tra coetanei, ha il fine di solidificare l’appartenenza al gruppo attraverso un accorciamento delle parole (tranqui per tranquillo, fanta per fantastico), una loro deformazione o attraverso l’applicazione di suffissi. Del linguaggio giovanile, tuttavia, fanno parte anche molti termini tratti dalle lingue straniere: ne è un esempio l’uso diffuso di parole come cabeza, flash, puta o sister. Nella sociolinguistica si evidenziano le diverse funzioni di tale linguaggio, tracciando un iter che va dalla funzione ludica, quindi di divertimento, fino alla funzione di autoaffermazione, dove il ragazzo utilizza la sua creatività linguistica per farsi notare. Non a caso, infatti, un aspetto essenziale del linguaggio giovanile è la sua evoluzione continua: si tratta spesso di invenzioni che non lasciano alcuna traccia, di trasformazioni che non sopravvivono a lungo. Oggi un ruolo importante nell’evolversi di tale idioma è giocato anche dall’uso delle nuove tecnologie e dalle possibilità comunicative da esse offerte.

Il linguaggio giovanile può essere un espediente per non farsi capire dagli adulti, un codice segreto che non permette l’accesso a chi non fa parte del gruppo. E’ con l’evolversi della tecnologia che le parole del mondo dei computer entrano prepotentemente nel lessico. A sedurli sono soprattutto le forme abbreviate: come “nick” per dire nome, o “mandami una mail” invece di scrivimi una lettera. Oppure, l’uso di “SMS” che sostituisce la parola “messaggio”. E’ proprio con l’avvento dei nuovi media che la scrittura è tornata a rivestire un ruolo importante nella comunicazione e si è inserita nei domini appartenenti da sempre all’oralità, trasportando l’informazione in tempi vicini a quelli del parlato e in quelli della comunicazione face to face. Questo avviene anche grazie alla diffusione delle chat o dei social network, che richiedono una comunicazione veloce e un linguaggio rapido per definire emozioni o stati d’animo, a volte rappresentate tramite brevi smiles o emoticons che tutti i giovani sono in grado di decodificare. E’ stato Benedetto XVI, nella 45esima Giornata Mondiale per le Comunicazioni Sociali, a sottolineare come le tecnologie non stanno solo modificando il modo di comunicare, ma la stessa comunicazione. Non a caso, molti sono gli studiosi che affermano come questo tipo di scrittura comporta da una parte un impoverimento nel vocabolario dei ragazzi, che adattano il linguaggio orale alla scrittura, dall’altra una barriera che i giovani creano nei confronti degli adulti, rendendo tramite tale idioma il loro mondo impenetrabile e inaccessibile.



Roma, inaugurata la mostra “Anatomicità” di Sara Cordovana

di Stefania Taruffi


Ha inaugurato ieri a Roma, presso il Ristorante Otto e mezzo, la bellissima mostra della giovane pittrice Sara Cordovana. Un trionfo di sensualità tutta al femminile, di ‘anatomicità’ allo stato puro, di corpi e dettagli dai quali emerge tutto il mondo interiore ed espressivo della Donna, nuda e scalza, immersa nell’apoteosi del rosso  passione, il colore  del suo grande cuore pulsante. La Bellezza espressa partendo da dettagli fisici, dalle pieghe della carne, dagli incroci di mani e dai movimenti delle dita dei piedi; da precise espressioni del volto e pose sinuose, dalle quali emerge con prepotenza e voluttà l’anima dalle mille sfumature di quell’essere meraviglioso che sa essere la ‘donna’: i suoi delicati sogni, le fragili paure, l’intrepida stanchezza, la sottile ironia, la dolce passione, la sua forza creatrice, i suoi turbamenti. Calzante la descrizione espressa dal critico Francesco Gallo: “Sara corre, sempre, sul filo sottile che attraversa il senso del reale più reale, reso in stupefatta rappresentazione di un particolare che non tocca da nessuna parte, sospeso com’è a una forzatura che non ammette replica, fissa a un’idea del turbamento che raccoglie i legami invisibili, con la bellezza, con tutti gli sconfinamenti del corpo, che sono colti in un momento di ginnastica impossibile e sottoposti a un’osservazione, direi, quasi intima. Avviene così la vibrazione di ogni molecola, di ogni componente, della mano, del piede, del volto, delle dita, delle unghie, degli occhi, delle labbra….”.

Volutamente asimmetriche, quasi tutte le tele presentano uno spazio ‘vuoto’, riempito solo dal colore e uno ‘pieno’, in cui il soggetto emerge e riempie di sé lo spazio creando il Tutto. Nel mondo espressivo  di Sara, come in molte opere di giovani talenti emergenti, affiora tutto lo spirito del nostro tempo: la necessità di riempire il vuoto delle nostre esistenze, della società e dei valori, con la vita allo stato puro, mettendo la ’persona’, denudata degli orpelli imposti, al centro dell’interesse dell’osservatore, senza renderla invadente. La donna, com’è nella sua indole più profonda, viene posta a un lato a riflettere, osservare, sognare e in questo silenzio denso di pensieri visibili, è pronta a colmare i vuoti emotivi che ha di fronte a sé con la sensibilità e la bellezza tipiche del suo mondo interiore, che emerge dalle pieghe della sua anima carnale. Un invisibile afflato di divina dialettica con l’invisibile, come solo una donna sa fare.

Ristorante Otto e mezzo: Via Boncompagni, 83/85
La mostra si protrarrà fino al 27 febbraio 2011.
www.saracordovana.it




Dostoevskij, la leggenda del Grande Inquisitore

Di Mariano Colla

La leggenda del “Grande Inquisitore”, capitolo del romanzo “I fratelli Karamazoff” di F. Dostoevskij, sembra riproporre, con sorprendente attualità, l’irrisolto rapporto tra idealismo e realismo. Gustavo Zagrebelsky, in una recente conferenza tenuta all’Accademia dei  Lincei, ne traccia una nuova esegesi, evidenziando le tensioni che il racconto fa emergere fra i simboli della fede e del potere. Il Cristo e il Grande Inquisitore  a confronto, un dialogo forse improponibile, in realtà un monologo dell’Inquisitore in cui egli afferma la sua visione del mondo e i valori guida dell’umanità, finalmente affrancata, in tale visione, da inquietudini e ansie esistenziali.

Ritratto di Innocenzo X, Francis Bacon

Due simboli salvifici a  confronto, ognuno con sulle spalle il peso della salvezza dell’umanità, il Cristo per renderla libera e l’Inquisitore per renderla schiava. Ma ciò che pone il suggello al presunto contraddittorio  tra i due personaggi, dove chi parla è l’Inquisitore, mentre il Cristo è tremendamente silenzioso, è il bacio finale. In quel bacio del Cristo all’Inquisitore si manifesta la profondità e la poesia dell’opera di Dostoevskij. Con quel  bacio si apre un dilemma aperto a più interpretazioni.

Il bacio del Cristo provoca nel vecchio un fremito, la percezione di un atto inatteso che irrompe, con la sua dolcezza , nella fredda corporeità dell’Inquisitore. Il sentimento, anche se brevemente, fa capolino nella gelida razionalità dell’uomo che, con metodo, cinismo e logica freddezza, cerca di contrastare il messaggio evangelico del Cristo. Ma anche l’Inquisitore, dietro al fremito di quel bacio, fa  emergere la fragilità  umana, l’impossibilità, anche nei momenti più estremi, di bandire totalmente il sentimento dalla propria natura. Il cuore del vecchio Inquisitore, di fronte a un puro atto d’amore, un bacio non strumentalizzato, fa sentire la sua voce e apre la porta a uno scenario imprevedibile, non deterministico, luogo di riconciliazione, di recupero di un sentimento mai morto, di un dubbio. Un bacio non tanto da intendere, sostiene Zagrebelsky,  come rivincita del religioso sul dogmatico, ma atto umano, semplice e concreto, che riafferma la luce del bene sulle tenebre,  della libertà sull’oppressione. L’effetto, imprevedibile,  sull’Inquisitore è tale da fargli convertire la condanna al rogo, già pronunciata nei confronti del Cristo,  in  un perentorio invito  a non tornare mai più, per non sovvertire l’ordine che la gerarchia ha stabilito per governare e controllare l’uomo secondo la “ragion del volgo” e non la “ragion di fede”.

Il monologo si svolge nelle cupe prigioni dell’arcivescovado di Siviglia, nella plumbea atmosfera di quel tragico e infausto periodo del cristianesimo. L’Inquisitore, nel suo ruolo salvifico, cela, dietro una immagine esangue, quasi a competere con le sofferenze del Cristo, la fredda determinazione dell’uomo di potere. Cristo, pur riconosciuto dal vecchio uomo di Chiesa, viene sottoposto, 1500 anni dopo, a un nuovo processo  e condannato,  perché l’amore e la libertà non sono di questa terra. Ragioni che, in estrema sintesi, ripropongono il contrasto e la lotta perenne tra libertà e autoritarismo. Cristo è l’eponimo della libertà. Tentato, nel deserto, da Satana  che gli offre la ricetta del governo degli uomini, fatta dal pane, dal mistero e dal potere politico, egli rifiuta, affermando la sua indipendenza dai mali che costringono l’uomo in schiavitù, privilegiando una diversa scala di valori etici e morali. Con questo atto il Cristo propone la libertà e scardina la dipendenza che priva l’uomo di un dono inestimabile per affermare la propria individualità e dignità. Ed è qui che l’Inquisitore gli dice “tu hai voluto essere adorato in libertà dello spirito e non sulla base della coartazione dell’animo degli uomini. Richiamando gli uomini alla libertà tu li hai sottoposti a una peso che non vogliono sopportare, perché l’uomo preferisce essere guidato, piuttosto  che essere autonomo nell’ orientare la sua esistenza e, vedrai che nel nome del pane, del mistero, e del potere, l’uomo seguirà noi e non te ”.

L’ordine del mondo è troppo prezioso per metterlo a rischio con il ritorno delle parole del Cristo. In questa affermazione l’Inquisitore abbraccia un ruolo apparentemente benigno, perché, valorizzando la precedente ricetta, salva l’uomo dal pericolo ma, nel contempo, lo priva della libertà.  “L’umanità va gestita come un gregge e  noi questo lo sappiamo fare e tu non puoi disturbare questo nostro progetto. La tua possibilità  l’hai avuta ora tocca a noi”, sostiene l’Inquisitore.

Cosa aspettarsi di fronte a tali affermazioni? Dostoevskij privilegia un gesto, che, semmai, avrebbe potuto essere violento, affermativo della  autorità del Cristo, ma una tale scelta avrebbe contraddetto la legge della libertà contro la legge della necessità rappresentata dall’Inquisitore e, quindi, lo scrittore propone un gesto d’amore. Ma il bacio può essere considerato come un gesto di connivenza o di convivenza tra i due attori, quasi un accordo tra il bene e il male, tra libertà e autoritarismo? L’interpretazione dicotomica del dialogo, che impone al lettore la decisione di schierarsi o con il Cristo o con l’Inquisitore,  sembrerebbe favorire una interpretazione non basata sul bacio come mediazione, come compromesso.

Dostoevskij da che parte sta? Non è chiaro. E’ come se la interpretazione della leggenda sulla libertà fosse lasciata alla libertà. E questa libertà riguarda ognuno di noi, ieri come oggi. Nella leggenda vi si legge  una condanna del corpo secolare della Chiesa, costantemente compromesso con il potere e l’autoritarismo, spacciati a fin di bene, dell’uso politico della religione  e della fede in Cristo come l’unica via per giungere alla verità, con l’esclusione della altre fedi per salvarsi dalla logica del nichilismo. Ma nella rinuncia dell’uomo alla libertà, Dostoevskij ci fa anche  intuire come le cause del nichilismo siano non tanto una conseguenza del cristianesimo ma, in qualche modo, contenute nel cristianesimo stesso, il quale sposta i valori nella metafisica, abbandonando il mondo  a se stesso, separando, appunto, il senso dal mondo.

Dostoevskij vive nel periodo in cui nella filosofia si afferma l’esistenzialismo di Kierkegaard, Shopenhauer e Nietzsche. Essi affermano il principio della individualità dell’uomo. La ragione dialettica hegeliana è accusata di totalitarismo, perché non dà conto di tale individualità, della filosofia della vita. Peraltro lo stesso Dostoevskij ne “I fratelli Karamazoff” afferma: “ il segreto dell’uomo non consiste nel sopravvivere ma nell’avere qualche cosa per cui valga la pena di vivere”. In tale ottica il bacio può essere il segno di un rapporto e di una comunicazione, l’invito al recupero di una propria sensibilità, di una propria interiorità. Afferma Zagrebelsky che se noi concediamo al Cristo il mondo dell’ideale  e a quello dell’Inquisitore il mondo del reale, questi due mondi possono essere messi in tensione senza essere reciprocamente distruttivi, come invece sosteneva l’Inquisitore che temeva il ruolo distruttivo dell’ideale.

Potrebbe esserci quindi una tensione teologica generata dal bacio che, secondo la interpretazione di Bonhoeffer, genera un rapporto tra le cose ultime di Dio e le penultime dell’uomo. In sostanza il Cristo ognuno se lo deve dare secondo la sua libertà morale, o come fede umana o come fede religiosa, ed è questo un messaggio che manifesta tutta la sua attualità in un periodo di forte contrasto tra presunto relativismo e incombente dogmatismo.



Nuove frontiere linguistiche: il mondo parlerà cinese?

Di Paolo Cappelli


Per anni ci siamo sentiti ripetere la frase “studia l’inglese, che ti servirà nella vita!”. Aiutati (poco) dalla scuola e spinti (molto) da internet, gli italiani sembrano non farcela: secondo un’inchiesta Eurobarometro del 2005 (non credo che da allora le cose siano particolarmente migliorate) solo il 36 per cento degli italiani si dichiarava in grado di sostenere una conversazione in un idioma diverso da quello natio. La media europea è del 50 per cento: stiamo peggio della Germania e anche della Francia, allo stesso livello degli spagnoli e leggermente meglio degli inglesi: i quali però se lo possono permettere, visto che sono gli altri a parlare la loro lingua. Tra le cause di questo fenomeno sono state indicate, nel corso degli anni, la cattiva qualità dell’insegnamento scolastico, il basso livello di istruzione generale e anche il fatto che da noi, a differenza di quanto avviene ad esempio in molti Paesi del nord Europa, doppiamo tutti, ma proprio tutti i film, invece che guardarli in lingua originale con i sottotitoli. Ma se il problema fosse solo questo, con l’avvento del dvd avremmo dovuto risolverlo e invece non è così.

Negli ultimi 20 anni, complice la globalizzazione, abbiamo visto aprirsi mercati di Paesi conosciuti solo dal punto di vista geografico, e non anche da quello economico, in particolare la Cina e l’India. Per contro, le tensioni e le guerre sviluppatesi nel Golfo Persico a partire dal 1991 e la volontà dei signori del petrolio di investire anche e soprattutto in Europa e Stati Uniti, hanno portato all’attenzione del grande pubblico l’area mediorientale e la sua storia antica e recente. Ecco che qualcuno ha iniziato a farsi due conti: la prima lingua madre parlata nel mondo per numero di parlanti è il cinese (mandarino). La seconda è lo spagnolo (è lingua ufficiale in Spagna e in quasi tutta l’America centrale e meridionale). L’inglese è abbastanza indietro in questo senso, ma è la prima lingua non madre, o come dicono i linguisti, la “seconda lingua” più parlata. Per venire incontro alle nuove, inevitabili esigenze che si sviluppano in queste situazioni, sia commerciali sia di altro tipo, iniziò a prendere corpo l’idea che l’inglese, in termini numerici, potesse essere minacciato da altre lingue e che per fare affari con i mediorientali, i russi e in particolare con i cinesi, era auspicabile, quando non necessario, farlo attraverso la loro lingua.

L‘inglese è stato, fin dagli inizi dell’era informatica, la lingua del web e finora non c’è stato il benché minimo accenno di concorrenza. Con l’ascesa ed espansione della Cina, che sta diventando una potenza mondiale con un tasso di crescita tra i più sostenuti, la tendenza potrebbe mutare. Dati i record sulle percentuali di crescita a due cifre nell’utilizzo del web in Cina, si può forse cominciare a parlare di un nuovo asse informatico che tende verso il continente asiatico. È questo il risultato a cui è giunto il blog The Next Web, riportato fra gli altri dal sito dell’emittente Fox News e dall’Ansa, secondo cui gli utilizzatori del paese più popoloso al mondo stanno per raggiungere quelli che preferiscono l’inglese. Attualmente, i fruitori delle pagine web in lingua inglese sono poco più di 555 milioni nel mondo, mentre quelli in cinese arrivano quasi a 445 milioni. Il tasso di crescita è in rapida ascesa ormai da un decennio e solo quest’anno ha visto gli utenti dagli occhi a mandorla crescere di 36 milioni. Secondo alcuni, queste variazioni degli equilibri potrebbero avere effetti anche sulle lingue parlate.

David Graddol, linguista britannico, ha così commentato: “In termini di lingue parlate, l’inglese sta già scendendo nelle classifiche ed è ora al quarto posto minacciato da vicino dall’arabo. Nei prossimi 50 anni il cinese potrebbe diventare la seconda lingua imparata nel mondo, sostituendo l’inglese”. E’ di diverso avviso John McWhorter, articolista di The New Republic, il quale afferma senza mezzi termini sull’Economist di questa settimana che no, lui proprio non ci sta: imparare il cinese mandarino non serve, perché l’inglese, come lingua delle relazioni internazionali, non arretrerà in termini di popolarità. Secondo McWorther, a differenza di quanto accadde dopo l’avvento di Alessandro Magno al greco antico (considerato, al tempo, la lingua del mondo per sempre), l’inglese ha il gene della permanenza perché si è diffuso in una maniera endemica, spinto in poppa dall’istruzione e, in fin dei conti, dai media e dalle nuove tecnologie di comunicazione. Sono state proprio queste ultime a rendere persistente questa lingua, come mai prima nella storia, almeno secondo l’autore dell’articolo. A questo punto ci si potrebbe chiedere cosa succerebbe se, presa la macchina del tempo, atterrassimo nell’agorà di Atene e dicessimo al primo dei passanti “lo sa che la sua lingua sparirà e sarà quella di un Paese indebitato fino al collo?”. Probabilmente ci riderebbero in faccia.

Ma non è tutto qui. McWhorter, per rincarare la dose, sottolinea che il dominio dell’inglese sarà facilitato dalla difficoltà di apprendimento del cinese e che il mondo, sebbene economicamente oggi molto legato alla Cina, soddisfa ordini di fornitura che, però, giungono dal lontano oriente in lingua inglese. Nel suo articolo, tuttavia, il nostro teorizzatore tralascia alcuni fondamentali dell’apprendimento linguistico, peraltro sottolineati dai lettori. In primis, non esistono lingue difficili da apprendere. Semmai quello che va misurato è il grado di diversità dal proprio sistema fonetico e sintattico. Tanto per darvi un’idea, in giapponese i numeri (un ombrello, due penne, ecc.) cambiano a seconda della forma della cosa che si numera. In serbo esiste il caso locativo: per esprimere ciò che è relativo alle idee (“a cosa pensi?”) si usa il locativo, perché l’idea è il luogo in cui si trova la mente in quel momento. In tedesco esistono i verbi separabili e nella frase si mette la seconda parte dopo il soggetto e la prima alla fine della frase (cioè finché non si finisce la frase, non si capisce il verbo). Si potrebbero riempire libri di questi esempi. Poi ci sono lingue strutturalmente e foneticamente affini e per un italiano non è difficile imparare un discreto spagnolo, ma ricordate che la “s” alla fine delle parole italiane da sola non basta!

Il cinese è un lingua cosiddetta tonale, cioè non è sufficiente sapere come si dice una cosa: se sbagliate a pronunciare il tono (verso l’alto o verso il basso) o l’accento, state dicendo qualcos’altro. Apprendere una lingua di questo tipo può risultare facile a coloro i quali parlano un’altra lingua tonale, come avviene in Indocina o nell’Africa sub sahariana. Predire la lenta scomparsa dell’inglese, o riaffermarne con assoluta certezza l’immanenza mi sembrano due tentativi piuttosto azzardati. In primo luogo non c’è nessuna certezza che la Cina continui a crescere così come lo sta facendo oggi. La sua economia è forte, ma in passato anche altri giganti come il Giappone hanno subito battute d’arresto quasi epocali. In secondo luogo, la storia delle lingue dimostra, da un lato, che il latino e il greco, pure enormemente diffuse come lingue del popolo, prima, e della cultura, poi, sono scomparse come lingue parlate e oggi sopravvivono, particolarmente il primo, nella bocca degli insegnanti, degli studenti, dei prelati cattolici e degli appassionati. Dall’altro, che la diffusione di una lingua non dipende dalla quantità dei parlanti, ma dalla funzione di collegamento che essa garantisce. Ieri non si poteva pensare di avviare alcun commercio senza conoscere il greco. Oggi impariamo l’inglese non perché sia più o meno semplice, ma perché ci consente di interagire con uno di New York, ma anche con uno di Nuova Delhi, una di Stoccolma e uno di Kiev. Oggi le pagine web in inglese nascono per rivolgersi a tutto il mondo, mentre quelle in cinese pur avendo una dimensione quasi continentale, restano di carattere esclusivo nei confronti dell’Occidente.