Mariella Romano: in Italia manca una cultura della mediazione

di Mario Masi

Con il disegno di legge n. 735 (Norme in materia di affido condiviso, mantenimento diretto e garanzia di bigenitorialità) proposto dal senatore Simone Pillon si sono innescati una serie di conflitti di opinione, spesso purtroppo supportati solo da pregiudizi ideologici, che hanno il sapore più di difesa di interessi di parte che di una autentica ricerca di una soluzione che tuteli prima di tutto i minori nei casi di separazione.

Uno degli argomenti più dibattuti riguarda quella della mediazione familiare. Molti solo ora apprendono di questa opportunità che permette di andare oltre la formula del conflitto giudiziale .

In Italia sembra essere quasi del tutto assente una cultura della gestione del conflitto nel rispetto dell’altro. Penso si tratti di una vera e propria questione educativa. Noi adulti i non alleniamo i nostri bambini o adolescenti a saper litigare , rispettando sé stessi e gli altri , attraverso il confronto , il dialogo , l’ascolto, provando a trovare una strategia  vincente per le parti configgenti , senza per forza distruggersi e /o offendersi” afferma la dott.ssa  Mariella Romano, mediatrice familiare- scolastica e  conduttore di gruppi di parola.

Uno dei meriti del DDL 735 è stato anche quello di far prendere coscienza di come manchi in Italia una cultura della mediazione, specialmente quella rivolta agli adolescenti. Ne parliamo con la dottoressa Romano

Cosa sono i gruppi di parola?

I Gruppi di Parola sono una risorsa per la cura dei legami familiari durante la separazione dei genitori. Un  intervento innovativo che apre sentieri  inediti per i bambini e le loro famiglie. In ogni  fase della separazione  è fondamentale  la capacità dei genitori  di aiutare i figli a dare un senso a ciò che sta accadendo  e a ricomporre i tanti sentimenti che affollano la loro mente e il loro cuore. Ciascun bambino ha un proprio modo di reagire, diverso a seconda dell’età e della sua storia con i genitori, ma di sicuro per nessuno è facile comprendere cosa stia succedendo, cosa accadrà domani e cosa vogliono dire frasi come “Anche se mamma e papà non stanno piu’ insieme continueranno a volerti bene”. Ecco che allora diventa importante ascoltare i bambini, offrire loro uno spazio in cui senza  patologizzare  né banalizzare la separazione, possano “mettere parola  sul dolore”con l’aiuto di conduttori, professionisti specializzati.  I  GDP  consentono ai bambini e agli adolescenti  di avere un tempo ed uno luogo in cui narrare i propri vissuti rispetto all’evento  separativo. La circolarità all’interno del gruppo permette la ricostruzione della storia di ciascuno e di dare  un senso a quanto sta accadendo, nonchè ai futuri scenari di vita.

Come si svolgono gli incontri?

I GDP possono essere formati da bambini di età compresa tra i 6 e i 12 anni o adolescenti tra i 13 e i 16 anni; i gruppi normalmente composti da 8/10 partecipanti, prevedono quattro incontri a cadenza settimanale, di due ore ciascuno, con merenda nell’intervallo.  Ai GDP si puo’ partecipare  solo se iscritti da entrambi i genitori. Durante i primi incontri  i sentimenti, le emozioni, i desideri, le paure, trovano voce attraverso i giochi, i collage, i cartelloni, i disegni, le rappresentazioni  teatrali, la scrittura,  i libri illustrati e la parola appunto, come risorsa principale. Il quarto incontro sarà poi suddiviso in due momenti, il primo con i bambini, il secondo  con la mamma ed il papà per uno scambio tra genitori e figli con una letterina finale. L’elaborato composto con le frasi dei singoli ma che rappresenta il lavoro del gruppo,  parla di come i figli percepiscono i cambiamenti dovuti alla separazione e dei propri genitori.  La lettura è sempre un momento delicato, alcune frasi mettono a dura prova i genitori che spesso ignorano di quanta consapevolezza e profondità di sentimenti possano essere capaci i bambini.

In quali altri ambiti dell’adolescenza può agire la mediazione?

Imparare a mediare è una necessità  storica in risposta all’aumento della conflittualità ed aggressività registrati nei maggiori centri di aggregazione sociale (famiglia, scuola , lavoro…). Anche attraverso il conflitto le persone entrano in relazione tra di loro, litigare puo’ diventare un momento importante e produttivo di crescita, tutto dipende da come il conflitto verrà affrontato.  Scegliere la mediazione come tecnica di risoluzione della conflittualità  per gestire situazioni difficili senza trasformarle in inevitabili rotture, rappresenta una scelta innovativa, controcorrente rispetto ai messaggi prodotti per le grandi masse, promotori  di una tendenza in cui si predilige il piu’ forte e non sempre necessariamente il piu’ valido.  Sulla scorta della mia esperienza di mediatrice dei conflitti , ho potuto constatare come  la mediazione rappresenti una valido strumento per ripensare le relazioni , in special modo all’interno del contesto scolastico.  Poiché non esiste un età precisa per imparare a mediare, la mediazione fra pari (peer mediation) potrebbe essere proposta  anche a partire dalla scuola primaria come una sorta di live learning program. Un programma di apprendimento per tutta la vita che consenta di attuare un processo di sviluppo o recupero delle capacità relazionali , che unisca i curricula didattici tradizionali a questo innovativo strumento di formazione.

Che risultati si riescono a ottenere?

Grazie alla peer mediation (mediazione tra pari), i ragazzi appositamente formati da un mediatore scolastico, aiutano i loro compagni, coinvolti in dispute, a trovare soluzioni soddisfacenti per tutte le parti coinvolte. In particolare la mediazione tra pari valorizza l’educazione nel gruppo dei pari restituendo senso di responsabilità ai ragazzi, rendendoli piu’ consapevoli delle dinamiche  e delle emozioni che nascono dalle relazioni quotidiane.  La peer mediation consente ai giovani di acquisire  competenze, quali la capacità di ascolto, di accoglienza e  di collaborazione, tramite laboratori esperenziali  condotti  direttamente con i compagni.  Al contempo essa permette alla scuola di (ri)acquisire la propria identità di centro di aggregazione sociale e di produzione di identità,  su cui occorre fare affidamento per la costruzione di sani rapporti sociali.

 

 

 

 

 

 

 

 

 




L’anno accademico dell’Università Europea di Roma si apre nel segno dei Giovani e l’Europa

Lunedì 18 febbraio 2019, alle 11.00, in via degli Aldobrandeschi 190, si terrà la cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico 2018 – 2019 dell’Università Europea di Roma.

Sarà aperta dal saluto e dalla relazione del Rettore Padre Pedro Barrajón LC.

Il tema dell’incontro sarà “I Giovani e l’Europa”.

Ne parleranno l’On. Antonio Tajani, Presidente del Parlamento Europeo, Mons. Paolo Selvadagi, Vescovo Ausiliare della Diocesi di Roma per il Settore Ovest, e il Prof. Filippo Vari, Ordinario di Diritto Costituzionale all’Università Europea di Roma.

L’università – ha spiegato il Rettore Padre Pedro Barrajón LC. – deve essere al servizio della persona umana, del vero sviluppo sociale, culturale ed economico, della grande potenzialità che sono i giovani, vera speranza di una nazione.

È più che mai necessario realizzare nella formazione universitaria quella combinazione tra competenze professionali, giustamente richieste dal mondo del lavoro, con una profonda visione etica che sia capace di umanizzare la cultura, l’economia, la politica, le relazioni”.

L’Università Europea di Roma, infatti, ha tra i suoi obiettivi principali la formazione della persona. Una formazione che consenta non solo l’acquisizione di competenze professionali ma che orienti anche lo studente ad una crescita personale e sviluppi uno spirito di servizio per gli altri.




Jannis Kounellis – L’Artista greco-romano per cui l’essere umano è sempre stato il punto d’arrivo delle sperimentazioni

di Lara Ferrara

Jannis Kounellis un personaggio che ricorderemo per il suo percorso eclettico: dalla Grecia, suo pese d’origine, ai quadri informali su sfondo bianco degli anni ’60, alla libera interpretazione del fuoco, all’arte che si estende intorno a noi rendendoci partecipe. A vent’anni lascia la Grecia, dove è nato, per trasferirsi in Italia dopo aver contribuito al rinnovamento dell’arte negli anni sessanta. Allestisce la sua prima personale italiana alla galleria La Tartaruga, nel 1960, quando ancora frequentava l’Accademia, ma aveva già chiaro dove sarebbe arrivato: al coinvolgimento del pubblico, fondamentale per completare l’opera d’arte.

La sua ricerca, iniziata dal quadro nudo e puro, sfonda i limiti della pittura e sfocia presto nel rifiuto dei mezzi tradizionali. Il passo successivo e la svolta definitiva sono la performance e l’uso di materiali organici e inorganici, che rimandano comunque alla realtà, come ferro, legno, carbone, iuta, animali vivi, brandelli di carne. Nel 1969 espone dei cavalli vivi da Fabio Sargentini, a Roma, e rappresenta il conflitto ideale tra cultura e natura, in cui l’artista è ridotto al ruolo marginale di artefice e l’opera si realizza nella partecipazione e nella relazione tra pubblico e opera.
La storia per Kounellis è una misura, una proporzione dove costruire uno spazio, una dimensione in cui la storia diventa presente e viceversa. Una dinamica che ha sempre mostrato nelle numerose mostre nel mondo, e ciò è evidente anche in due più recenti nelle quali Kounellis cerca di spingere come la storia sia una dimensione materiale legata a una pratica fisica, non solo un concetto, ma anche un’immagine. Gli artisti infatti sono stati per la storia i testimoni attraverso la produzione delle immagini. Hanno immaginato la storicità del mondo, guardano come una figura di Giano al passato e al futuro contemporaneamente, creando nella simmetria temporale un luogo ideale dell’arte. Kounellis riesce a porre l’attenzione sulla relazione tra un passato a cui fare riferimento e un futuro che inevitabilmente vede ripetersi con cadenza periodica.

Nel 1972 Kounellis partecipa per la prima volta alla Biennale di Venezia.
Gli anni proseguono poi con le installazioni nelle quali alla vitalità del fuoco subentra l’oscura presenza della fuliggine mentre gli animali vivi cedono il passo a quelli imbalsamati.

Jannis Kounellis, Untitled, 1979. London, Tate Gallery, © Jannis Kounellis

Il culmine di questo processo è forse il grandioso lavoro presentato all’Espai Poublenou di Barcellona nel 1989, caratterizzato da quarti di bue appena macellati fissati mediante ganci a lastre metalliche e illuminati da lanterne a olio. Negli anni più recenti l’arte di Kounellis si è fatta virtuosamente manieristica e ha ripreso temi e suggestioni che l’avevano caratterizzata in precedenza con uno spirito più meditativo, capace di interpretare con una rinnovata consapevolezza la primitiva propensione all’enfasi monumentale. Esempi di questa nuova direzione di ricerca sono l’installazione del 1995 in piazza Plebiscito, a Napoli, e quindi le mostre in Messico (1999), Argentina (2000) e Uruguay (2001). Nel 2002, l’artista ripropone l’installazione dei cavalli alla Whitechapel di Londra e, poco dopo, alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma costruisce un enorme labirinto di lamiera lungo il quale pone, quasi fossero altrettanti approdi, gli elementi tradizionali della sua arte, come le “carboniere”, le “cotoniere”, i sacchi di iuta e i cumuli di pietre (“Atto unico”). Nel 2007 lavora alla realizzazione del 383° festino di Santa Rosalia a Palermo disegnando il carro trionfale della Santa.

Jannis Kounellis era un ermetico romantico, vicino ad Ungaretti, anche nel cogliere il lirismo epico di Roma, unica città al mondo in cui poteva davvero far esperienza del “sentimento del tempo” e nel pensare tutto come conseguenza di un’illuminazione folgorante e rara, di una immagine che potesse poi tradursi in lingua.

Come lasciava scritto Ungaretti: “oggi il poeta sa e risolutamente afferma che la poesia è testimonianza d’Iddio, anche quando è una bestemmia. Oggi il poeta è tornato a sapere, ad avere gli occhi per vedere, e deliberatamente vede e vuole vedere l’invisibile nel visibile”.




Sul palcoscenico del Teatro Planet approda la coinvolgente storia “DOKTORO ESPERANTO” scritto diretto e interpretato da Mario Migliucci e prodotto da Terre Vivaci.

Il Doktoro Esperanto è Lejzer Ludvik Zamenhof e questa è la sua storia.

La storia di un uomo che vuole dare al mondo una voce unica, una voce umana.
Come un laborioso artigiano, il Doktoro Esperanto, l’omino con gli occhiali, fabbrica il suo strumento e lo offre a chiunque lo voglia adoperare.
Ma una lingua è uno strumento particolare, non si crea dall’oggi al domani.

Questa è una storia fatta di torri e di uomini che le costruiscono.
Come altri uomini prima di lui, Lejzer abbandona la pietra e sceglie il mattone.
I mattoni di Lejzer sono parole e la sua lingua è l’esperanto.

Patro nia kiu estas en la cielo.., qualcuno sta recitando il Padre Nostro in una strana lingua, che neppure Dio ricorda di conoscere. Questa lingua è l’esperanto e il suo ideatore è Lejzer Ludvik Zamenhof, oculista russo-polacco di fine ottocento. Con in testa il mito di Babele, Lejzer fabbrica con passione il suo particolare strumento: una lingua universale. Una lingua nuova, una lingua comune a tutti gli uomini, accessibile a tutti, una lingua che come un ponte possa far incontrare persone delle più diverse origini comprendendosi reciprocamente. Prima ancora però persegue un ideale di reciproca comprensione, sospeso allora come oggi, all’alba di nuovi secoli o millenni, tra catastrofi, scontri di civiltà e incontri di esseri umani. Per questo Lejzer si firma Doktoro Esperanto, il dottore che spera.

Sabato 16 febbraio e Domenica 17 febbraio 2019

sabato ore 21.00 e domenica ore 18.00 e ore 21.00

di e con Mario Miglicci

regia Mario Migliucci

Produzione Terre Vivaci Associazione Culturale

Teatro Planet

via Crema, 14 – 00182 Roma

https://www.facebook.com/teatroplanet/




Paestum: ricostruire una casa greca del 500 a.C. si può? Workshop con università e associazioni al Museo il 15 febbraio


Che i famosi templi di Paestum in antico stessero in mezzo a una città fiorente, non è facile da spiegare ai tanti visitatori che oggi vengono da tutto il mondo a vedere il sito magno-greco meglio preservato: perché, mentre i templi sono meravigliosamente conservati, le case di chi li costruì sono ridotte a tratti di muretti di difficile lettura. La risposta elaborata dal Parco Archeologico di Paestum insieme all’Istituto Universitario “L’Orientale” e alla Federico II di Napoli è di ricostruire una casa greca del V sec. a.C. con le tecniche e i materiali dell’epoca. Un progetto di “archeologia sperimentale” dunque, come sono molto diffusi nell’ambito dell’archeologia preistorica e medievale, ma pressoché totalmente assenti nell’archeologica classica della Magna Grecia. “Non si tratta solo di un modo per far capire ai visitatori cosa significava vivere in una colonia greca di V sec. a.C. – afferma il direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel – è anche un percorso di ricerca, che ci darà delle risposte a molti interrogativi, per esempio quante risorse erano necessarie per costruire una casa e per manutenerla a quei tempi. Il progetto sarà un’integrazione significativa dell’offerta di visita ma anche della ricerca sull’antica Magna Grecia. Per realizzarlo, abbiamo bisogno della partecipazione di cittadini e associazioni che siano coinvolte attivamente in questo percorso”.

Per discutere del progetto e per coinvolgere la cittadinanza, il Parco Archeologico ha organizzato un workshop pubblico che si terrà il 15 febbraio nel Museo Archeologico Nazionale di Paestum. Tra gli ospiti il prof. Marco Valenti dell’Università di Siena e il prof. Giuliano Volpe dell’Ateneo barese, due esperti del Medioevo con importanti esperienze nell’ambito dell’archeologia sperimentale.

“La collaborazione fra il Parco Archeologico di Paestum e l’Università “L’Orientale” continua con questa importante iniziativa, finalizzata a rendere più chiaro ai visitatori il modo di vivere in una colonia magno-greca – afferma il professore Fabrizio Pesando – La scoperta e lo scavo della casa arcaica detta di Mnastor, oggetto della ricerca dell’Orientale, potrà infatti fornire importanti informazioni sulla struttura e sulla funzione delle stanze di un’abitazione di VI secolo a. C., rappresentando un punto di riferimento per il progetto di ricostruzione che si andrà a discutere nel corso del workshop”.

Con il progetto, che si elaborerà proprio nel corso del workshop, si porrà in essere un metodo di lavoro rigoroso, dove il risultato finale non sarà solo il manufatto in sé, ma anche l’insieme delle conoscenze che si ricaveranno durante tutto il lavoro di ricerca.




Il ciclone DDL 735 spazza via interessi e ipocrisie

di Teodora Tiziana Rizzo(*)

Sono stata ad  osservare in questi mesi le dinamiche, i comportamenti, le prese di posizione di tanti professionisti che si occupano di diritto di famiglia e di relazioni di aiuto. Da anni si è sempre detto che tante cose non funzionano nel delicato mondo delle conflittualità familiari ma, nonostante i tanti appelli, mai nessuno aveva assunto una posizione legislativa di attenzione come l’ha assunta il Senatore Pillon.

Tengo a precisare che il mio  assolutamente non è un condizionamento politico, se il Senatore fosse stato di un partito diverso avrebbe avuto il mio gradimento lo stesso. Tengo a precisare che quando parlo di DDL 735 il mio plauso va all’attenzione e al riconoscimento che il Senatore ha riposto verso l’istituto della Mediazione Familiare.

Con il DDL 735 si è aperto un sipario dove tanti attori sono entrati in scena togliendo le proprie maschere e offrendo alla platea il peggio di sé. Donne che si sono sentite attaccate, uomini da sempre vittime di una giurisprudenza che non è stata mai a loro favore, avvocati che hanno paura di perdere clienti e parcelle, psicologi che creano confusione, che smentiscono le stesse loro linee guida, mediatori familiari che sono rimasti per tanto tempo in silenzio, vivendo di copia e incolla e che all’improvviso diventano i migliori esperti…. Mah….Spero che questa farsa finisca presto!!!!

Fa male vedere tutto ciò. Chi ha a cuore il benessere delle persone e dei minori non può più assistere a questo spettacolo ipocrita e fallimentare condotto da professionisti che non hanno a cuore  nessuna tutela dei minori ma pensano a tutelare solo i loro interessi, anche economici. Chi ha a cuore il benessere dei minori la conosce bene la strada giusta … ma si ostina a non volerla attuare…. Nel nostro mondo sono sbagliate tante cose… La pedagogia insieme alla medicina e al diritto sono le prime scienze nate….ma la psicologia ha un albo e allora patologizziamo  tutto e tutti…

Il Senatore Pillon conosce bene l’istituto della Mediazione Familiare. Chi effettivamente fa mediazione familiare sa, ne tocca con mano i suoi benefici. Bambini sereni, con genitori presenti, con padri non umiliati ma collaborativi e con il diritto di vivere la quotidianità dei propri figli come le mamme. Non dimentichiamo quanti bimbi contesi, rapiti, violentati nel loro diritto più puro: amare ed essere amati da entrambi i genitori. Non dimentichiamo quante false accuse, quanti bambini strappati alle loro famiglie, le lacrime di tanti nonni.

I minori non meritano questo. I minori non chiedono di nascere, i minori hanno il diritto al rispetto e all’amore. Sono questi i diritti puri dei figli e dei genitori e di questi diritti ne beneficiano gli altri membri della famiglia, i nonni, gli zii. Da Mediatrice Familiare ho un dubbio che rivolgo al senatore: mi chiedo quali saranno i criteri per stabilire la professionalità, le competenze, l’umanità di un mediatore familiare? Non basta essere iscritti ad una associazione e far parte di un albo, le conosciamo bene queste dinamiche, c’è business anche qui, e allora si deve fare attenzione a questo, perché oggi tutti possono fare i mediatori ma in pochi hanno la preparazione e la sensibilità di entrare nella vita e nei sentimenti delle persone e dei minori. Quando un mediatore si improvvisa, commette errori, gli avvocati scrivono e fanno bene!!! Non e una professione che ci si può improvvisare!!!

Il mio augurio più grande è che venga riconosciuta questa importante figura e che il primo incontro informativo sia obbligatorio e gratuito. Il mio augurio è che tutti i professionisti chiamati in causa  facciano un esame di coscienza, si spoglino di personalismi politici e professionali e pensino esclusivamente al superiore interesse dei minori e delle persone. Non si fermi Senatore Pillon!!!

 

(*)Pedagogista- Mediatrice Familiare e Penale
Presidente Nazionale INAMEF
Assessore alle politiche Sociali, Scolastiche, Pari opportunità




Liu Bolin porta la Cina a galleria Borghese

Dopo Paolina Bonaparte nel 2012, Liu Bolin si è mimetizzato tra due opere Caravaggio della collezione Borghese: Il San Giovanni Battista e il San Girolamo. «Il percorso che porta l’artista allo scatto finale parte dalla selezione dell’opera e dello spazio, la scelta della posizione esatta, la pittura mimetica dell’abbigliamento e infine quella del volto», si legge in una nota del lavoro.

L’evento si è svolto in concomitanza con l’esposizione di alcune sue opere fotografiche all’interno di selezionate boutique del luxury district di Roma, una sorta di “mostra diffusa” con circa 30 scatti realizzati in città e dedicati alla pop art.

L’obiettivo, come spiegato da Andrea Amoruso Manzari – promotore di questo secondo format legato al mondo del lusso dopo la Vendemmia (KRT™), era creare un forte connubio fra arte, fashion e lusso. Liu Bolin, che può essere considerato l’artista della moda e del lusso con all’attivo prestigiose collaborazioni con Valentino, Mocler e Tod’s, è stato il collante ideale per legare perfettamente la Cina e la moda e la città eterna, rappresentando al tempo stesso l’identità culturale della popolazione orientale e l’internazionalità.
Il percorso che porta l’artista allo scatto finale parte dalla selezione dell’opera e dello spazio, la scelta della posizione esatta, la pittura mimetica dell’abbigliamento e infine quella del volto», si legge in una nota del lavoro.




Cosa fa soffrire i figli di genitori separati?

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Cosa fa soffrire i figli di genitori separati? La separazione è un evento che ha un forte impatto su tutta la famiglia. Essa riguarda in primis la coppia genitoriale, ma inevitabilmente ha ricadute sull’intero sistema familiare, in particolar modo sui figli. Spesso i genitori mi chiedono se la separazione di per sé può causare conseguenze negative sui figli. In realtà non è così. Quando mamma e papà si separano, infatti, i bimbi inevitabilmente sperimentano sentimenti forti e contrastanti. Dolore, rabbia, senso di impotenza, tristezza, paura e senso di colpa sono emozioni fisiologiche che i bambini sperimentano di fronte alla comunicazione della separazione. Queste emozioni, con il tempo, però, tendono a sfumare. I bambini, infatti, elaborano la sofferenza e la possono tradurre in punti di forza. Attivano, così, la loro capacità di resilienza.

Non è la separazione in sé a causare conseguenze negative a lungo termine sui bambini. La separazione è un vero e proprio lutto e, come tale, deve essere elaborato. Cosa fa soffrire i figli di genitori separati, dunque? Oltre alla sofferenza fisiologica a seguito di una separazione, infatti, possono esserci delle situazioni che esacerbano questi sentimenti e li mantengono nel tempo, non permettendo una elaborazione della separazione di mamma e papà. Di seguito, alcune riflessioni su cosa fa soffrire i figli di genitori separati e rischia di causare malessere e disagio nei bimbi.

 

COSA FA SOFFRIRE I FIGLI DI GENITORI SEPARATI? IL CONFLITTO ESPERITO

  • CONFLITTO. Sono molte le ricerche che evidenziano che non è la separazione in sé a sviluppare conseguenze negative sui figli, ma il livello di conflittualità che viene esperito durante la separazione. Se anche dopo la decisione di andare a vivere in due case separate le liti sono molto frequenti, i bambini assorbono quest’atmosfera ostile, sviluppando sentimenti di tristezza e rabbia, con il rischio di rispondere a questa situazione con comportamenti sintomatici. Ricordiamo che la conflittualità non è solo quella esplicita, caratterizzata da urla e gesti plateali, ma anche quel continuo battibeccare latente, basato su ripicche e giochi subdoli di potere.

 

  • STRUMENTALIZZAZIONE DEI  BAMBINI. I bambini sono inevitabilmente coinvolti nella separazione di mamma e papà. La situazione, però, si aggrava nel momento in cui i bimbi vengono coinvolti nelle discussioni dei genitori, assumendo il ruolo di strumento per attaccare o ferire l’altro genitore. Anche i continui litigi sulle questioni dei bambini, sulla loro educazione dopo la separazione e sulla loro gestione, pone i piccoli al centro del conflitto, accrescendo il loro senso di colpa.

COSA FA SOFFRIRE I FIGLI DI GENITORI SEPARATI? L’IMPORTANZA DEL RISPETTO

  • IL GENITORE FANTASMA. Anche se ci si separa, mamma e papà continuano a essere e fare i genitori. Questo è un diritto e un dovere dei genitori. Ci possono essere due situazioni altamente pericolose. Quando un genitore si allontana dalla vita del bimbo in modo volontario e quando uno dei due coniugi fa di tutto per isolare l’altro genitore, impedendogli di avere rapporti con il piccolo. Situazioni di questo tipo possono essere molto gravi per l’intero sistema familiare, perché trasmettono il messaggio che la separazione non riguarda solo mamma e papà, ma anche il legame genitoriale. E’ molto importante evitare questo tipo di situazioni, perché le uniche vittime sono i bimbi.

 

  • MANCANZA DI RISPETTO. I bimbi, non dimentichiamolo, sono persone. Hanno sentimenti, emozioni, soffrono e gioiscono come i grandi. Non è vero che i bimbi non si accorgono di nulla. I piccoli, spesso, sono molto più ricettivi degli adulti e hanno la capacità di cogliere cosa sta succedendo intorno a loro in maniera molto più sensibile dei grandi. Per questo è sempre importante basare il rapporto sul dialogo e sul confronto, parlando con i propri figli in maniera sincera e aperta. Questo non vuol dire sobbarcare i piccoli dei propri problemi o affidando a loro responsabilità che non gli spettano. Ciò, invece, significa parlare loro di quello che sta succedendo e di come si possono affrontare insieme le difficoltà che si incontrano. Ovviamente, tenendo conto dell’età e del livello di sviluppo del piccolo.



Fotoconcerto: Calcutta live @Roma

Dopo il sold out di ieri, oggi la seconda data romana per Calcutta in un Palalottomatica gremito di fans.
Foto: Serena De Angelis




Dal 5 al 7 febbraio approda sul palcoscenico del Teatro Porta Portese l’emozionante e bizzarra storia “ADELINA LUCKY LOVE”

Adelina ha ottantaquattro anni di vita e 63 anni di matrimonio alle spalle, ma oggi ha perso ogni certezza: Antonio, suo marito, se ne è andato. Cosa riesce a mettere in discussione di sé una donna abbandonata a 84 anni? Cosa porta un uomo di 85 anni a lasciare la moglie?

“Sul tram numero sedici, si avvicina un giovanotto, senza conoscermi mi dice: ‘Lei ha bellissime mani, sono delicate, deve essere bello ricevere carezze da mani così’. L’ho sposato. L’ho tenuto vicino per 63 anni.”

La storia di Adelina racconta l’inatteso abbandono e il percorso tortuoso e buffo che ne segue.

Per lei il gesto di Antonio diventa un’occasione di crescita individuale e di evoluzione del loro rapporto.

Possono l’amore e la passione mantenersi intatti per molti anni, senza raccontarsi bugie, senza diventare ipocriti?

Adelina e Antonio sono anziani, i loro corpi e i loro pensieri non sono più quelli di quando si incontrarono la prima volta, ma i loro sentimenti sembrano non aver perso di forza.

La storia ci racconta quanto le individualità possono essere compromesse dalla vita di coppia e come, nel tempo della separazione, si riesca a guardare alla relazione con occhi diversi. Adelina dice: “ A volte, perché niente cambi, bisogna cambiare”.

Dopo il tradimento il rischio è di rimanere invischiati in desideri di vendetta, o in una visione cinica della vita, nella negazione di sé o dell’altro, ma superate le fasi negative è possibile accedere al perdono e tramite il perdono liberarsi e trovare una nuova consapevolezza.

L’ abbandono di Antonio, il marito di Adelina, viene vissuto dalla donna come un tradimento che la costringerà a fare i conti con se stessa, il proprio ego, la rabbia, la solitudine, la gelosia, la voglia di morire e la voglia di rinascere.