Seconda serata per Cesare Cremonini al Palalottomatica di Roma

Dopo il sold out di ieri sera il cantautore bolognese fa il bis al Palalottomatica di Roma.
Le foto di Serena De Angelis.




Bohemian Rhapsody: l’epopea dei Queen al cinema

di Marco Buffone

Dal 29 Novembre, giorno dell’uscita nelle sale italiane, Bohemian Rhapsody, il film che narra le vicende di Freddie  Mercury e  dei Queen, dal 1970 al 1985,   ha raggiunto i quasi  12 milioni di euro incassati.  A livello mondiale, il film, uscito un mese prima, si avvia deciso a sfondare i 700 milioni di dollari con gli Stati Uniti a fare la parte del leone con 150 milioni di dollari. Dato notevole e non poco sorprendente considerando il rapporto non sempre facile del gruppo con il pubblico d’oltreoceano.  Ad oggi il lungometraggio fa registrare il maggiore incasso nella storia per un Biopic musicale.

Fortemente voluto da Brian May e Roger Taylor, i superstiti della band originale, la pellicola ha avuto una genesi lunga e travagliata, segnata prima dalla rinuncia al ruolo di protagonista di Sacha Baron Cohen e successivamente dall’abbandono durate le riprese del regista Brian Singer, sostituito nel finale da Dexter Flechter. Protagonista assoluto l’attore di origini egiziane Rami Malek nei panni del cantante, affiancato dagli altri “Queen” Gwilym Lee (Brian May), Ben Hardy (Roger Taylor) e Joe Mazzello (Jhon Deacon).

Dopo una rapida incursione dietro le quinte del live Aid, la pellicola ci proietta nella Londra dei primi anni settanta, dove un giovane Farrokh Bulsara (questo il vero nome di Mercury) impacciato e dentone, lavora come scaricatore all’aeroporto di Heathrow, cullando il sogno di diventare una star. Tra contrasti appena accennati  con il padre, rigoroso tradizionalista di origine parsi e l’incontro con quelli che diventeranno i membri della sua band, la pellicola ci propone un Mercury che, accompagnato da Mary Austin, una deliziosa Lucy Boynton, prima fidanzata e amante, e successivamente amica di una vita, si dibatte  fra la scoperta della sua identità  sessuale e la folgorante carriera di musicista, che avrà il suo epilogo nella scoperta della malattia e nel grande concerto del Live Aid. Se ambientazioni e costumi sono di pregevole fattura è la sceneggiatura a lasciare perplessi. Il film scivola via senza guizzi e in maniera scolastica, i dialoghi sono spesso banali e i conflitti in studio tra musicisti  sembrano più  battibecchi  isterici da casalinghe disperate che gli accesi contrasti di una rock band che ha fatto la storia della musica. A dare sostanza ad una costruzione piuttosto debole è sicuramente la colonna sonora ottimamente remixata. Si inizia da una squillante Somebody to Love per passare attraverso molti degli immortali successi della band. Il film sembra decollare nelle scene della lavorazione di Bohemian Rhapsody (la canzone in questo caso) e di tutto l’album “A Night At The Opera”, manifesto e  capolavoro dell’intera produzione della Regina.

Si va dai problemi con la casa discografica per l’eccessiva lunghezza del singolo, a tal proposito riuscitissimo l’ironico cameo di Mike Myers,  omaggio al film “Fusi di testa”,  alla registrazione  del brano, con uno nevrastenico Taylor ad incidere gli acuti più alti della sezione  operistica sollecitato da Freddie che vuole sempre un “Galileo” in più.  Di grande impatto, non solo audio ma anche visivo, le ricostruzioni dei tour americani, con i look fiammeggianti sfoggiati nelle esibizioni e una regia dinamica e frizzante grazie alla quale nella riproposizione degli spettacoli, i quattro attori ricordano con feroce realismo le infuocate performance live. Subito dopo però, il copione torna apatico, quasi sospeso, con il protagonista stretto fra conflittuali patimenti nella scoperta dei suoi gusti sessuali e le divisioni sempre maggiori con il resto del gruppo, poco incline ad assecondare l’umore festaiolo del loro frontman e i suoi progetti solisti. Apprezzabile ma non del tutto riuscito il tentativo di Malek di dar corpo ad un così difficile personaggio, tra i più complessi dell’intera storia del Rock e della musica in generale. L’interpretazione risulta sempre in precario equilibrio tra una caricatura stereotipata che non cattura in pieno l’essenza ed il talento di Mercury e un’imitazione a volte eccessivamente meccanica. Se la cava un po’ meglio, quando si esplora l’aspetto intimo del cantante, libero da cliche’e quindi meno esposto a paragoni con l’immagine pubblica.   Stupisce però, in tutta franchezza, la sua candidatura come migliore attore ai Golden Globe.  

La pellicola, in generale, restituisce al pubblico un’idea soltanto parziale e a volte vaga dell’epopea dei Queen, e non riesce ad esprimerne a pieno la grandezza e l’enorme spessore artistico.  Con un Roger Taylor raffigurato più come un grezzo e rissoso teenager che come uno dei migliori batteristi e compositori della sua generazione. Quasi del tutto oscurata,  o nel migliore dei casi ridotta a bizzarra macchietta, la figura di John Deacon, in realtà, per tutta la sua permanenza, elemento di equilibrio all’interno del gruppo, bassista antidivo, eccellente strumentista e prolifico autore di linee di basso leggendarie. Il più convincente risulta essere sicuramente un sorprendente Gwilym Lee, che oltre all’impressionante somiglianza fisica col chitarrista Brian May ne tratteggia espressioni e posture in maniera credibile e mai esagerata.

Se il film, giocando sul grande impatto emotivo del ricordo di un artista amatissimo e mai troppo compianto, può essere apprezzato da un pubblico trasversale o che ha avuto un approccio  superficiale alla musica dei Queen, i  fans di vecchia data non possono non storcere il naso dinanzi alle numerosissime omissioni e discrepanze spazio/temporali con cui vengono trattate vicende fondamentali e alla banalizzazione di una storia che viene depotenziata  per piegarsi in maniera eccessiva  ai tempi della trasposizione cinematografica. Si passa in maniera troppo frettolosa   attraverso le prime vicissitudini e si tende a sorvolare su molti episodi che avrebbero meritato un maggiore approfondimento: dalla Queenmania in Giappone alla   storica  tournée Argentina del 1981, appena un soffio  prima della guerra delle Falkland, dalla collaborazione con Bowie, all’incontro scontro con Sid Vicious dei Sex Pistols fino alla controversa apparizione nel 1984  in Sud Africa, all’epoca ancora impantanata nell’apartheid, che coinvolse i Queen in un vortice di polemiche mai del tutto sopite,  neanche con la successiva amicizia con Nelson Mandela. Passa pressoché inosservato anche il cambio di look di Mercury, dalla chioma lussureggiante in stile glamour decadente al baffo iconoclasta  tanto in voga nella controcultura gay  per tutti gli anni ottanta (Malek baffuto a dire il vero ricorda più Rovazzi) e che nel caso dei Queen  segnò non soltanto un semplice  cambio di immagine, ma coincise  con un approccio del tutto differente alle sonorità del nuovo decennio, con  l’abbandono dei pomposi arrangiamenti degli anni settanta e l’abbraccio dei sintetizzatori a favore di  un timbro più semplice ed immediato. Una mini rivoluzione già iniziata in epoca post Punk e che sarebbe successivamente sfociata in un pop più commerciale ma sempre di altissima qualità, a sottolineare la grande abilità dei quattro nel maneggiare svariati generi senza perdere un briciolo di classe. Il tema della malattia, in un ennesimo stravolgimento cronologico, viene analizzato in modo molto delicato, forse anche troppo, probabilmente per volere di Taylor e May, e sembra più che altro il pretesto per giungere al gran finale.  Il momento culminante arriva con il Live Aid, il megaconcerto benefico voluto da Bob Geldof con la partecipazione del Gotha della musica mondiale per raccogliere fondi in favore dell’Africa, è sicuramente il momento più coinvolgente e riuscito dell’intera produzione. Da solo probabilmente vale il prezzo del biglietto. Quel giorno i Queen, nella loro massima espressione dal vivo, misero all’angolo e oscurarono tutte le altre stelle presenti a Londra e Philadelphia, da Bowie a Elton John, da Mick Jagger e Dylan, passando per i Led Zeppelin, Dire Straits, gli allora emergenti U2 e una infinità di nomi eccellenti. Dopo l’inizio soft, con le mani di Freddie/Malek che danzano sul piano per la intro di Bohemian Rhapsody, la musica tuona dal Dolby Sorround e sgorga torrenziale fra Radio ga ga, Hammer To Fall, le elettriche svisate di May e il braccio al cielo di un Mercury troneggiante sulla folla, dopo una trascinante We are the Champions, che riscatta sul palco tutte le incertezze di una vita vissuta al massimo ma sempre con un retrogusto di malinconica solitudine. Malek e company replicano in carta carbone ogni passo, ogni azione ed espressione, ogni mossa plastica di quella straordinaria esibizione. La sala si scuote, qualcuno addirittura si alza in piedi come in un vero e proprio live, gli altri restano seduti al loro posto, ma si percepisce la fatica di resistere aggrappati al seggiolino con l’anima che vibra e la pelle invasa da note eterne e da quella voce che ti colpisce come un cazzotto allo stomaco.  Si ha davvero, anche per un solo attimo, la sensazione di essere tra il pubblico adorante in quel caldo Luglio del 1985 a Wembley. Moltissimi hanno gli occhi gonfi di lacrime, praticamente tutti restano fino alla fine dei titoli di coda affidati a Don’t stop me now. Forse si poteva fare di più, si poteva fare meglio, una cosa però è certa, la Regina siede ancora saldamente sul trono.




Prima nazionale al Teatro Tor Bella Monaca il 12 e 13 dicembre per lezioni di burlesque. The Secret Show, regia di Francesco Branchetti

Lara Ferrara

Prima nazionale al Teatro Tor Bella Monaca il 12 e 13 dicembre per LEZIONI DI
BURLESQUE. THE SECRET SHOW, con Giulia Di Quilio e Ilaria Mencaroni, drammaturgia
Valdo Gamberutti, regia di Francesco Branchetti, musiche di Pino Cangialosi.

“L’unica regola è che non ci sono regole”.
L’arte del Burlesque è tutta qui, in questo assioma sgusciante.

il regista, attore -Francesco Branchetti

Difficile spiegarla, teorizzarla, eleggerla a stile codificato o a “genere” preciso.
Nel gioco erotico dello svelamento dei corpi femminili che il Burlesque continua a portare in scena,
può esserci davvero tutto e il suo contrario: il gusto del grottesco e l’estrema raffinatezza, la
parodia e la seduzione esplicita, l’ammiccamento pesante e una rarefatta leggerezza.
Lezioni di Burlesque the secret show non ha la reale pretesa di insegnare nulla ma solo l’intenzione
di reinventare teatralmente un linguaggio che fa storia a sé, inafferrabile e, proprio per questo,
eternamente intrigante.

È uno “spettacolo segreto” intessuto di suggestioni visive e frammenti poetici, sospeso tra il gioco
simbolico e il desiderio di raccontare in maniera inconsueta un “mondo” ancora sconosciuto ai più.
Nel corso di un rituale dal sapore underground e quasi clandestino, le diverse tessere del mosaico
prenderanno posto, mescolando la rievocazione “emotiva” degli immancabili, iconici, feticci estetici
(i guanti, le calze, i ventagli di piume) ad una serie di “ritratti” in azione di grandi Dive del passato.
Interprete di cinema e teatro e, parallelamente, vedette del Burlesque con il suo alter ego Vesper
Julie, la Di Quilio accetta una sfida che è la sintesi compiuta del proprio percorso artistico:dare
corpo e voce a figure femminili diverse, sfaccettate e complesse, spesso opposte tra loro, per provare
(come ogni donna cerca di fare ogni giorno) a trovare finalmente se stessa.


foto di Alberto Guerri.

Regia, interpretazione e drammaturgia creano uno spettacolo sul Burlesque ma soprattutto sulla
donna e le sue prismatiche sfaccettature, uno spettacolo pieno di senso del mistero del femminile,
di seduzione nel senso più profondo del termine e di raffinato erotismo. Le musiche, daranno un
apporto fondamentale a questo viaggio nel mondo femminile.

Teatro Tor Bella Monaca
Prenotazioni: tel 06 2010579
Botteghino: feriali ore 18-21.30, festivi ore 15-18.30
Ufficio promozione: ore 10-13.30 e 14.30-19




Dal 17 dicembre 2018 al 7 aprile 2019 nella sede di Banca Generali Private a Milano – “Hana to Yama” di Linda Fregni Nagler

Lara Ferrara

Milano, 10 dicembre 2018 – Banca Generali presenta nella sede Private di Piazza Sant’Alessandro 4 a Milano la mostra d’arte “Hana to Yama” di Linda Fregni Nagler, una delle artiste italiane più interessanti e apprezzate nel panorama internazionale. La personale propone più di 30 fotografie legate alla sua ricerca pluriennale sulla “Scuola di Yokohama” sviluppatasi in Giappone nella seconda metà dell’Ottocento in concomitanza con l’apertura delle frontiere e la modernizzazione del paese, che attirò all’epoca molti artisti e intellettuali in quello che venne definito una sorta di nuovo “grand tour d’oriente”.

Linda Fregni Nagler[/caption]

Patrocinata dal Comune di Milano, “Hana to Yama” offre un nuovo scorcio su uno stile fotografico che univa la tecnica occidentale della stampa all’albumina con la tradizionale maestria dei pittori locali, con risultati artistici innovativi e di notevole pregio. Grande collezionista di fotografie storiche e affascinata dalle peculiarità di questa scuola, Linda Fregni Nagler porta avanti da diversi anni un percorso di raccolta di soggetti appartenenti a questo genere fotografico con l’obiettivo di far rivivere un mondo in via di estinzione e richiamare il carattere artistico di queste immagini, per le quali si presenta anche una grande difficoltà di attribuzione.
L’Amministratore Delegato Gian Maria Mossa: “Siamo davvero felici di ospitare nei nostri spazi questa personale di Linda che rappresenta un qualcosa di unico e molto originale anche per l’attento pubblico di appassionati d’arte a Milano. Il suo lavoro colpisce non solo per la straordinaria eleganza ed espressività, ma anche per il grande studio che c’è alle spalle, come si evince dall’attenzione ai dettagli frutto dell’immenso lavoro di raccolta e catalogazione, ri-fotografia e pittura nella ricostruzione delle opere. Un ringraziamento sincero a Linda per la raffinatezza di questa mostra e a Vincenzo per la passione dimostrata e la disponibilità nel voler accompagnarci in questo percorso assieme a favore del talento italiano”.

Il curatore Vincenzo De Bellis: “Linda Fregni Nagler da anni porta avanti una ricerca puntuale sulla natura, sui meccanismi e sulle ambiguità del linguaggio fotografico che fanno di lei una delle rappresentanti più interessanti e significative dell’arte Italiana della sua generazione. Una generazione che si appresta alla piena maturità artistica”.
Tornando ai dettagli della mostra; il titolo della mostra, “Hana to Yama” (Fiori e Montagna), rispecchia i due nuclei di fotografie presentati: i venditori ambulanti di fiori e le vedute del Monte Fujiyama, ovvero i due tipici soggetti che ricorrono nella Scuola di Yokohama.
Accompagna la mostra un volume Humboldt books in duplice lingua, italiano e inglese.

L’artista ha ri-fotografato gli originali in suo possesso, li ha stampati in camera oscura su carta cotone e li ha colorati a mano, dopo un lungo processo di ricerca e messa a punto di materiali e pigmenti che oggi possono essere assimilati a quelli della Yokohama Shashin. Nel suo studio si è, di fatto, messa in atto una catena di lavoro simile a quella degli studi giapponesi.

Il percorso espositivo prende avvio dai Flower seller che ritraggono venditori ambulanti di fiori che attiravano l’attenzione dei viaggiatori occidentali con le piccole architetture portatili con le quali trasportavano i fiori, elementi della natura imprescindibili nel quotidiano giapponese. Linda Fregni Nagler ripropone queste immagini in otto fotografie di grande formato in cui i soggetti posano, consapevoli di essere guardati, nello studio del fotografo, davanti a un fondale neutro, assumendo pose fiere e ieratiche.

La mostra prosegue con le viste del Fujiyama. Si tratta di fotografie per lo più anonime, scattate dai punti privilegiati per la vista della montagna. Nelle immagini originali, questi luoghi ricorrono e creano dei cortocircuiti visivi: si assomigliano tutte ma sono sempre diverse, a volte in dettagli che non si riconoscono al primo sguardo, perché sono state scattate in tempi diversi, da fotografi diversi, con apparecchi fotografici diversi. L’artista li ha raggruppati, ri-fotografati, ristampati e colorati a mano, cercando di uniformare le atmosfere luminose e cromatiche di questi piccoli nuclei fotografici.

Linda Fregni Nagler. Note biografiche

Linda Fregni Nagler è un’artista italiana che lavora principalmente con il medium fotografico. È nata a Stoccolma e vive a Milano, dove si è diplomata nel 2000 e dove insegna al biennio specialistico di fotografia all’Accademia di Belle Arti di Brera. Nel 2007 ha ricevuto il New York Prize del Ministero degli Affari Esteri e della Columbia University. Nel 2008 ha vinto la residenza della Dena Foundation di Parigi, nel 2014 ha ottenuto una residenza presso lo Iaspis (Swedish Arts Grants Committee’s International Programme for Visual Artists) di Stoccolma e nel 2016 ha vinto il Premio ACACIA. Ha esposto in numerose mostre personali e collettive, fra queste la 55. Biennale di Venezia, in prestigiosi Musei sia in Italia (MAXXI Roma, Fondazione Olivetti Roma, Triennale Milano, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo) che all’estero (Moderna Museet Stockholm, Centre National d’Art Contemporain de Grenoble, Columbia University NY, Nouveau Musée National de Monaco, ZKM | Zentrum für Kunst und Medientechnologie, Karlsruhe). È rappresentata dalle Gallerie Monica De Cardenas (Milano, Zuoz) e Vistamare (Pescara, Milano).

Palazzo Pusterla, in Piazza Sant’Alessandro 4 a Milano. Gioiello architettonico del XVIII secolo – Sede di Banche Generali

Banca Generali

Banca Generali è una banca private leader in Italia nella pianificazione finanziaria e nella tutela patrimoniale dei clienti, forte di una rete di consulenti-private bankers ai vertici del settore per competenze e professionalità. La strategia della società si basa su quattro elementi chiave: la consulenza qualificata di professionisti specializzati nella protezione della ricchezza delle famiglie e nel supporto alla pianificazione del loro futuro; un portafoglio prodotti all’avanguardia con soluzioni su misura per le esigenze personali, servizi innovativi nel wealth management per la cura del patrimonio non solo finanziario, e strumenti innovativi che tramite la tecnologia valorizzano la relazione di fiducia tra consulente e cliente. La mission della banca evidenzia il ruolo di Persone di fiducia al fianco del cliente nel tempo per costruire e prendersi cura dei suoi progetti di vita. Quotata alla Borsa di Milano dal novembre del 2006 gestisce per conto della clientela 58.1 miliardi di euro di masse (dati al 30 giugno 2018). Presente in modo capillare sull’intero territorio nazionale dispone di 45 filiali bancarie e 135 uffici a disposizione degli oltre 1900 consulenti finanziari, e di un evoluto digital contact service per l’operatività. A ciò si aggiunge la piattaforma di digital banking, www.bancagenerali.it, che consente ai clienti di accedere autonomamente ai servizi bancari.

LINDA FREGNI NAGLER. Hana to Yama

Milano, Sede di Banca Generali Private (piazza S. Alessandro 4)
17 dicembre 2018 – 7 aprile 2019

Apertura al pubblico: martedì, mercoledì e giovedì dalle 14.30 alle 18.30, o su appuntamento (receptionprivatemi@bancagenerali.it)




La Collezione Peggy Guggenheim è uno dei più importanti musei in Italia

di Lara Ferrara

Oggi parliamo della Collezione Peggy Guggenheim che si trova presso Palazzo Venier dei Leoni, sul Canal Grande, in quella che fu l’abitazione di Peggy Guggenheim. Il museo ospita la collezione personale di Peggy Guggenheim, ma anche i capolavori della Collezione Hannelore B. e Rudolph B. Schulhof, il Giardino delle sculture Nasher e mostre temporanee.

Dietro un grande artista c’è sempre un grande appassionato d’arte. Una volta si chiamavano mecenati, poi sono diventati collezionisti o galleristi a cui poi si sono aggiunti i critici, i commentatori, gli organizzatori di eventi. Il punto della questione non cambia: un artista, per diventare grande, ha bisogno di un supporto concreto, che gli permetta di dedicarsi alla sua passione a tempo pieno.

La storia non si fa con i sé e con i ma, ma ho il sospetto che senza Peggy Guggenheim forse non avremmo conosciuto artisti come Pollock o Dalì, e che la Avanguardie artistiche del Novecento probabilmente non sarebbero avanzate in Europa con la loro potenza innovatrice. Per questo, pur non avendo mai dipinto né scolpito, ho deciso di raccontarvi la storia di Peggy Guggenheim.

Palazzo Venier dei Leoni, Venezia

Peggy Guggenheim (New York, 1898 – Camposampiero,1979) è stata probabilmente la più famosa collezionista di opere d’arte del XX secolo.

Nacque in una famiglia ricca e influente. Suo padre, Benjamin Guggenheim aveva fatto fortuna nell’estrazione dell’argento e del rame e nell’industria dell’acciaio. La madre, Florette Seligman appartieneva ad una delle più importanti famiglie di banchieri americani.
A Peggy però non interessava accumulare ricchezze e ai ricchi salotti borghesi preferiva gli ambienti delle Avanguardie artistiche, tanto che nel 1922 sposò Laurence Vail, uno squattrinato pittore dadaista. In quel periodo ebbe l’opportunità di conoscere molti di coloro che avrebbero scritto la storia dell’arte del Novecento: Marcel Duchamp, Brancusi, Man Ray.

Il matrimonio con Vail finì nel 1928, così Peggy Guggenheim si trasferì in Europa per vivere tra Londra e Parigi con i suoi due figli, Sinbad e Pegeen.
A Londra nel 1938 inaugurò la galleria Guggenheim Jeune, che avrebbe ospitato le opere di alcuni degli artisti più importanti delle Avanguardie: Kandinskij, Picasso, Ernst, Braque, Boccioni, Brancusi, Duchamp, Dalì, Mondrian.

Era il 1941 quando Peggy Guggenheim sposò l’artista Surrealista Max Ernst. Tuttavia quelli erano anni cupi per l’Europa: le truppe naziste avanzavano verso Parigi e Peggy, di origine ebraica, fu costretta a lasciare il vecchio continente con il suo nuovo marito, per trovare riparo negli Stati Uniti.
Il ritorno a casa segnò anche la fine della sua storia con Ernst, da cui divorziò nel 1943, ma la sua permanenza in America le permise di scoprire e far conoscere al mondo il maggiore esponente dell’Espressionismo astratto: Jackson Pollock.

Oggi, andando a Venezia, possiamo ancora ammirare i pezzi pregiati della collezione Guggenheim. Nel 1966 infatti la città fu colpita da un’eccezionale e improvvisa ondata di acqua alta che allagò completamente il palazzo Venier dei Leoni, che ospitava le opere d’arte. Per fortuna pochi giorni prima i dipinti erano stati impacchettate in vista di un’esposizione a Stoccolma, così restarono miracolosamente illesi.
Il palazzo restò un punto di riferimento per la città di Venezia, diventando meta di artisti e intellettuali. La collezionista visse lì fino al 1979, quando si spense all’età di 81 anni. Le sue ceneri sono oggi conservate nel giardino del palazzo.Prima di morire, Peggy Guggenheim donò la sua collezione veneziana alla Fondazione Solomon Guggenheim, fondata dallo zio nel 1937. Della Fondazione fanno parte anche il celebre Solomon R. Guggenheim Museum di New York e il Guggenheim Museum Bilbao.

Ricordandovi, con orgoglio, che il nostro giornale Italia Magazine,é l’unica testata italiana ad essere stata invitata alla presentazione del Guggenheim di Bilbao.




L’UOMO CHE RUBO’ BANKSY di Marco Proserpio narrato da Iggy pop -In esclusiva al cinema solo l’11 ed il 12 dicembre

di Lara Ferrara

L’UOMO CHE RUBO’ BANKSY di Marco Proserpio narrato da Iggy Pop che arriverà al cinema solo l’11 e 12 dicembre nell’ambito del progetto della Grande Arte al Cinema. Il film, presentato in anteprima al Torino Film Festival, nella sezione Festa Mobile lo scorso 26 novembre, racconta la storia dello sguardo palestinese su un’arte di strada di matrice occidentale e sui messaggi che la Street Art veicola sul muro che separa Israele dalla West Bank. Ma è anche il racconto della nascita di un mercato parallelo, tanto illegale quanto spettacolare, di opere di Street Art prelevate dalla strada senza il consenso degli artisti.

È il 2007. Banksy e la sua squadra si introducono nei territori occupati e firmano a modo loro case e muri di cinta. I palestinesi però non gradiscono. Il murale del soldato israeliano che chiede i documenti all’asino li manda su tutte le furie: passi l’essersi introdotto nei territori e l’aver agito senza nemmeno presentarsi alla comunità, ma essere dipinti come asini davanti al resto del mondo è davvero troppo. A vendicare l’affronto con un occhio al bilancio ci pensano un imprenditore locale, Maikel Canawati, e soprattutto Walid, palestrato taxista del posto. Con un flessibile ad acqua e l’aiuto della comunità, Walid decide di tagliare il muro della discordia. Obiettivo dichiarato: rivenderlo al maggior offerente.

Sono passati più di undici anni da allora e l’asta per quel pezzo di muro non si è ancora conclusa: per oltre centomila dollari una tonnellata di muro di uno degli artisti più celebri è stata trasferita in Scandinavia e ora pensa a volare oltreoceano. Partendo da alcuni casi concreti di opere finite sul mercato all’insaputa dei loro autori, L’UOMO CHE RUBO’ BANKSY affronta tematiche di attualità legate alla comparsa della speculazione nel mercato della Street Art, al diritto d’autore, al confronto tra culture diverse in un’ottica post-coloniale e al recupero di opere percepite come delle vere e proprie sfide tecnologiche anche da restauratori specializzati nello stacco di affreschi rinascimentali.

Il film evento alterna riprese fatte in strada in diversi paesi e interviste a esperti – giornalisti, professori universitari, galleristi, avvocati – e a personaggi chiave del mercato parallelo della Street Art. Una testimonianza straordinaria che dà voce, per la prima volta, a Walid, lasciandogli la possibilità di spiegare la sua scelta di segare, per venderli, i muri offerti da Banksy al popolo palestinese, lasciando decidere al pubblico chi sono i buoni e i cattivi in questa storia, perché, come spesso accade, anche qui è solo una questione di punti di vista.
Con musica originale di Federico Dragogna, Victor Kwality e Matteo Pansana, è prodotto da Marco Proserpio in collaborazione con Rai Cinema e arriverà nelle sale cinematografiche distribuito da Nexo Digital. La colonna sonora è distribuita da C.A.M. Creazioni Artistiche Musicali S.r.l. una Società del gruppo Sugar.

Dove vedere il film

Le multisala che proietteranno L’Uomo che Rubò Banksy l’11 e il 12 dicembre alle 18:00 e alle 20:00 sono: UCI Bicocca (MI), UCI Casoria (NA), UCI Montano Lucino (CO), UCI Firenze, UCI Fiumara (GE), UCI Lissone (MB), UCI Cinepolis Marcianise, UCI Messina, UCI Mestre, UCI Molfetta (BA), UCI Moncalieri (TO), UCI Orio, UCI Parco Leonardo (RM), UCI Pioltello (MI), UCI Porta di Roma, UCI Reggio Emilia, UCI Roma Est, UCI Romagna Savignano sul Rubicone, UCI Torino Lingotto, UCI Verona, UCI Arezzo, UCI Showville Bari, UCI Cagliari, UCI Palariviera

Quelle che lo proietteranno l’11 dicembre alle 20:00 e il 12 dicembre alle 18:00 e alle 20:00 sono: UCI Ancona, UCI MilanoFiori, UCI Meridiana Casalecchio di Reno (BO), UCI Luxe Campi Bisenzio (FI), UCI Curno (BG), UCI Ferrara, UCI Fiume Veneto (PN), UCI Luxe Venezia Marcon, UCI Perugia, UCI Piacenza, UCI Porto Sant’Elpidio e UCI Sinalunga.

Nexo Digital




Prosegue il denso programma di eventi in corso al Macro Asilo

Lara Ferrara

Prosegue il denso programma di eventi in corso al Macro Asilo, il progetto sperimentale di museo “ospitale” curato da Giorgio de Finis che ha totalizzato a oggi ben 40.000 presenze. Anche a dicembre Auditorium e Sala Cinema ospiteranno lectio magistralis e incontri con autorevoli rappresentanti dell’arte e della cultura. L’8 alle 18 Peter Weibel tratterà il tema “Il museo come assemblea”: la trasformazione politica insieme a quella delle pratiche sociali e artistiche, ha prodotto nuovi format espositivi e nuovi scenari.

Il 9 alle 11 Saul Newman in “Post anarchismo e teoria dell’arte”: un’analisi storica sull’epoca della mercificazione di massa dell’arte e della privatizzazione degli spazi pubblici.

L’11 alle 17 “Il contributo della donna al Museo sbagliato” di Laura Palmieri, mentre il 12 alle 18 Luca Vitone presenterà “Muoversi al vento”, il racconto di una parte della produzione dell’artista, dagli esordi ad oggi.

Il 16 dicembre protagonista assoluto della giornata sarà Wu Yuren, l’importante artista e attivista politico arrestato nel 2010 a Pechino per la sua opposizione agli abbattimenti urbani nel quartiere degli artisti e scarcerato dopo la pressione della comunità internazionale, nonché di Ai Weiwei.

Il 19, in Auditorium alle 18, sarà presentato il magazine “Flewid” a cura di Emi Marchionni, Angelo Cricchi e Giulio Cascini: arte, fotografia, moda, cinema, sperimentazione oltre gli stereotipi di genere. Modera: Francesco Lo Sardo. Partecipano: Simonetta Gianfelici, Clara Tosi Pamphili, Klaus Mondrian, Helena Velena, Stefano Mastropaolo, Veronica Plebani.

Il 20 alle 18 il grande fotografo Tano D’Amico racconta le tappe del suo lavoro nell’incontro “Le immagini e i senza potere”.

Il 21, dalle 10 alle 20 in Sala Lettura, la seconda parte dell’autoritratto performativo di Cesare Pietroiusti “Retrospettiva 1977 – 2018”, che dopo il primo appuntamento di ottobre, in cui l’artista ha raccontato, per dodici ore consecutive, il suo lavoro a partire dal 1977, proseguirà la narrazione dal 1996 in poi.

Sempre il 21, Pablo Echaurren si racconta in un autoritratto dal titolo “Non ritratto niente”, in Auditorium alle ore 17.

Il 22 alle 18 Claudia Salaris dedicherà una speciale lezione a D’Annunzio e alle conseguenze rivoluzionarie dell’impresa di Fiume: una quantità di esperienze diverse, desideri di libertà e velleità rivoluzionarie.

Tra le performance, laboratori teatrali e spettacoli che prenderanno vita negli spazi del Macro Asilo segnaliamo fino al 15 dicembre la seconda edizione di Fotonica, un festival unico nel panorama capitolino, che indaga le forme d’arte legate all’elemento luce nel contesto contemporaneo, in collaborazione con partner nazionali ed internazionali. Otto giornate, di cui due weekend dedicati alle performance live, ricche di installazioni audio e video, videomapping, lecture, workshop, laboratori per bambini, NetArt, live set di musica elettronica e vj set.

Macro Asilo – Roma

Il 20 dicembre alle 11 in programma la performance “La bandiera del mondo. 1 + 1 = 3” a cura di Cittadellarte – Fondazione Pistoletto ONLUS e Galleria Pavart. Le 196 tele realizzate da Angelo Savarese, che rappresentano le bandiere di altrettante nazioni, saranno collocate da una scolaresca di bambini a formare il simbolo del Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto, segno di equilibrio, gesto di condivisione e strumento “open source”. Un’opera presentata per la prima volta al Macro Asilo, che rappresenta il concetto di unità nella diversità. Con la partecipazione di Michelangelo Pistoletto e Angelo Savarese.

Lunedì 10 apertura straordinaria per l’evento “La Farfalla – Il ritorno dell’arte nella comunità”, una coproduzione Plexus International Forum Onlus, Accademia Europea di Danza-World Dance Alliance Europe, WAC-Web Activists Community, Slogin, Flaka y Gordyta, Centre for Australasian Theatre, CarovanaSuonoMovimentoImmagine, Atelier d’Art Kre Mbaye pour les Enfants de la Medina-Dakar, in collaborazione con Amnesty International e A Buon Diritto Onlus.

Una installazione monumentale che consta di 843 contributi da 384 artisti, un’opera d’arte collettiva, in occasione del 70esimo Anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

L’11 e il 12 alle 11 nella sala Rome avrà luogo la tavola rotonda “Gli spazi autogestiti. Luoghi di soggettivazione politica, sociale e culturale”, con la partecipazione dei rappresentanti dei più importanti spazi indipendenti nazionali: MAAM Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz_città meticcia (Roma), MACAO (Milano), S.a.L.E. Docks (Venezia), TMO Teatro Mediterraneo Occupato (Palermo), L’asilo – Ex Asilo Filangieri (Napoli), Cavallerizza Reale (Torino), Escuela Moderna/Ateneo Libertario. Sono invitati a intervenire tutti gli spazi indipendenti romani.

Dal 13 al 16 dicembre si terrà il convegno “200 Marx. Il futuro di Karl” quattro giorni di cinema, tv, teatro, fumetti, musica e un convegno di studi internazionale. A duecento anni dalla nascita di Karl Marx alcune fondazioni e istituzioni culturali si impegnano a ricordarne, rileggerne, farne conoscere l’opera e la figura.

Anche a dicembre continua l’attenzione del museo verso le arti performative, il teatro e la danza, con due importanti collaborazioni. Dal 10 al 21 dicembre il MACRO ASILO ospiterà Giorgio Barberio Corsetti, Alessandra Vanzi e Marco Solari, che dopo molti anni di percorsi artistici autonomi si ritrovano per condurre insieme un laboratorio rivolto a giovani attori, attrici, danzatori, danzatrici e acrobati, inizio di un percorso che porterà alla realizzazione di uno spettacolo nel 2019, “Dalle Rane alla Gaia Scienza”.

Il 21 e il 23 dicembre protagonista sarà la danza, con “AND&END”, due giorni di incontri, proiezioni, workshop, talk e performance live per la chiusura del settantesimo anniversario dell’Accademia Nazionale di Danza.

Macro Asilo

MUSEO D’ARTE CONTEMPORANEA DI ROMA

Roma, via Nizza 138 – via Reggio Emilia, 54




Dopo duemila anni, Annibale torna in Italia.Dal 16 dicembre 2018 al 17 marzo 2019, Palazzo Farnese di Piacenza

Lara Ferrara

Palazzo Farnese di Piacenza ospita una mostra che ripercorre l’epopea del grande condottiero cartaginese.
L’esposizione Annibale. Un mito mediterraneo, curata dal professor Giovanni Brizzi, accademico italiano e massimo esperto di Annibale, è un viaggio nella storia del Mediterraneo all’epoca delle Guerre Puniche, attraverso la vicenda dell’uomo che osò sfidare Roma.

Un percorso immersivo che si snoda tra i sotterranei della storica residenza ducale piacentina, recentemente restaurati, dove la tecnologia incontra il rigore della ricerca storica.
Un affascinante itinerario tra preziosi reperti storici e artistici provenienti da istituzioni culturali italiane e internazionali e oggetti perduti, che rivivranno attraverso teche olografiche, oltre a videoinstallazioni, videowall e proiezioni, che ricostruiranno l’avventura di Annibale e il contesto storico dell’epoca, tra Roma, Cartagine e il Mediterraneo intero.

Una particolare attenzione è riservata alla centralità strategica della Piacenza romana.

“Dopo la grande operazione dedicata a Guercino – dichiara Massimo Toscani, presidente della Fondazione di Piacenza e Vigevano – e il percorso di salita sulla cupola della Cattedrale di Piacenza, la Fondazione di Piacenza e Vigevano promuove un nuovo, entusiasmante progetto che ripercorre la vita e le gesta del condottiero cartaginese Annibale”.
“Annibale. Un mito mediterraneo – continua Massimo Toscani – è sì una mostra; in esposizione ci saranno infatti, importanti reperti storici, ma è anche un’iniziativa sorprendente che immerge, fisicamente, il visitatore all’interno di un contesto storico ricostruito attraverso le più innovative tecnologie. Una storia, quella di Annibale, narrata in Palazzo Farnese, che riporterà al centro dell’attenzione una zona geografica importante e addirittura decisiva come quella del Mediterraneo, il Mare nostrum, centro nevralgico alla base dell’evoluzione commerciale, sociale, politica, culturale dell’intera Europa, tornato ora elemento essenziale in questo periodo storico”.

“La mostra ha due cuori e due linee direttive – spiega il curatore Giovanni Brizzi – da un lato Annibale, un personaggio che viene visto come maieuta, colui che muterà per sempre natura e destini, non solo di Roma e dell’Italia, ma dell’intero Mediterraneo. Dall’altro, la città di Piacenza, balcone privilegiato da cui si osserva questo passaggio e nucleo tematico che riguarda anche e soprattutto l’Italia romana. Nel 218 la città è la porta sulla piana del fiume Po che deve esser conquistata e trasformata, ma in seguito alle mutate condizioni del Mediterraneo, alla fine della guerra annibalica, Placentia diventerà il punto terminale a settentrione della res publica romana segnando il confine di quella che all’epoca era l’Italia”.

Il giuramento, acquaforte da Brescia


Palazzo Farnese – Piacenza

La mostra, valorizzata da una declinazione creativa del progetto ideata da TWOSHOT e da Gli Orsi Studio di Milano, con la supervisione scientifica del curatore, è promossa dalla Fondazione Piacenza e Vigevano, dal Comune di Piacenza, dalla Diocesi di Piacenza-Bobbio e dai Musei di Palazzo Farnese, con il patrocinio del MiBAC, della Provincia di Piacenza, di Musei in Rete, di Destinazione Emilia, col contributo della Regione Emilia Romagna, della Camera di Commercio di Piacenza, di Iren, in collaborazione con Capitale Cultura e Fondazione Cineteca Italiana di Milano; main partner Crédit Agricole; media partner La Libertà.

“Il concept – ricordano TWOSHOT e Gli Orsi Studio – è costruito su un obiettivo fondamentale: coinvolgere ed emozionare le persone, presentando argomenti complessi in modo accattivante, con video, proiezioni, installazioni site-specific e videowall. Una serie di ambienti immersivi poi costituiranno un vero e proprio viaggio nel tempo, in cui i visitatori si troveranno letteralmente circondati dagli uomini di Annibale”.

Il percorso espositivo, strutturato in sezioni, si apre con la definizione del contesto storico: due diverse linee del tempo ricostruiscono cronologicamente gli eventi geopolitici dell’epoca e quelli chiave della vita e delle imprese di Annibale, il cui volto è ritratto sulla moneta proveniente dalla Bibliothèque Nationale de France.
Attraverso videoinstallazioni, teche olografiche e proiezioni, la figura di Annibale incrocerà quella di due grandi icone classiche come Alessandro Magno ed Eracle, di cui è esposta la copia in bronzo dell’Eracle Epitrapezios, proveniente dal Museo Archeologico di Napoli.

La mostra offre poi un approfondimento storico sugli aspetti strategici, militari e politici della seconda guerra punica, con suggestive rappresentazioni che vedono schierati Romani e Cartaginesi nelle principali battaglie del conflitto, a cui si aggiunge una sala interamente dedicata all’importanza strategica di Piacenza e della via Emilia – limes – sbarramento che chiude a nord l’Italia romana.

“Nei sotterranei di Palazzo Farnese – anticipa il curatore – ci sarà anche una parte recitata in cui è Annibale in prima persona a raccontare la sua campagna militare: il condottiero stesso accompagnerà il pubblico verso il destino futuro del Mediterraneo. Un destino che egli stesso ha indiscutibilmente contribuito a plasmare”.

Un destino segnato fin dall’infanzia per Annibale, che ancora bambino pronuncia la sua promessa d’odio verso Roma, documentata dallo storico greco Polibio; in mostra si rileggerà il contesto familiare in cui è cresciuto, dal padre Amilcare, ai fratelli, al cognato Asdrubale, la formazione culturale greca e punica del giovane, il suo addestramento militare e la sua ascesa come condottiero.

L’affascinante bozzetto preparatorio di Francisco Goya, Annibale vincitore che rimira per la prima volta dalle Alpi l’Italia, proveniente dal Museo del Prado di Madrid sarà uno dei preziosi contributi alla ricostruzione del mito del condottiero cartaginese: un percorso costellato da video di approfondimento sulla preparazione strategica militare e politica accompagna il pubblico nel cuore della seconda guerra punica, verso lo spettacolare scontro tra Cartagine e Roma, con focus sulle battaglie principali: Trebbia, Trasimeno, Canne e Zama. Seguendo l’intero arco della vicenda biografica di uno dei più grandi comandanti della storia, il progetto espositivo si chiude con la sconfitta di Annibale, il rientro a Cartagine, l’esilio e i suoi ultimi giorni.

È prevista una serie di eventi collaterali: pubblicazioni, incontri, conferenze, convegni storici e divulgativi all’Auditorium della Fondazione Piacenza e Vigevano, oltre a un cartellone di eventi teatrali e musicali, visite guidate in provincia di Piacenza nelle località legate alle gesta di Annibale e allo scontro con Roma e a una proposta didattica indirizzata alle scuole di primo e secondo grado del territorio.

Accompagna la mostra una guida con testo del curatore.

ANNIBALE. UN MITO MEDITERRANEO
Piacenza, Palazzo Farnese (piazza Cittadella 2)
16 dicembre 2018 – 17 marzo 2019

Orari:
lunedì chiuso
dal martedì al giovedì: dalle ore 10.00 alle ore 19.00
venerdì, sabato e domenica: dalle ore 10.00 alle ore 20.00

Aperture straordinarie: martedì 25 dicembre (Natale); mercoledì 26 dicembre (Santo Stefano);
martedì 1 gennaio 2019
Chiusa: lunedì 31 dicembre 2018

Sito Ufficiale: www.annibalepiacenza.it

Palazzo Farnese – Piacenza




MILANO A PALAZZO PIRELLI DAL 14 DICEMBRE 2018 AL 10 GENNAIO 2019 – LONDONIO. IL PRESEPE RITROVATO

a cura di Lara Ferrara

Dal 14 dicembre 2018 al 10 gennaio 2019, il Consiglio regionale Lombardia, in collaborazione con il Museo Diocesano Carlo Maria Martini di Milano, Associazione Consiglieri e AICCRE – Associazione Italiana per il Consiglio dei Comuni e delle Regioni d’Europa, presenta nello spazio eventi di Palazzo Pirelli a Milano uno dei capolavori d’arte sacra del XVIII secolo, appartenente al patrimonio della città e della regione.Torna, come da tradizione per le festività natalizie, l’esposizione di un presepe nel grattacielo sede del Consiglio Regionale della Lombardia.

Palazzo Pirelli

“Il presepe – ha detto il Presidente del Consiglio regionale, Alessandro Fermi – è una tradizione italiana e un elemento della nostra cultura popolare che condensa i significati che si accompagnano alla nascita di Gesù. Ma è anche una rappresentazione dei valori dell’umanesimo cristiano: la sacralità della vita che nasce, la famiglia, la pari dignità degli umili nei pastori che per primi incontrano Gesù, l’attenzione al creato. Nel presepe c’è anche l’attenzione alla diversità delle altre culture, pensiamo ai Magi venuti dall’Oriente. Sono valori universali che tutti credenti e non, possono fare propri. Con questo spirito ospitiamo queste bellissime opere d’arte che sono certo conquisteranno gli ospiti in visita nella nostra sede, offrendo loro una pausa di riflessione e di bellezza”.

Si tratta di circa 60 personaggi del presepe, dipinti su carta o cartoncino sagomati, che costituivano almeno tre nuclei di “presepi di carta” distinti. La maggior parte di essi sono stati dipinti da Francesco Londonio (1723-1783), uno dei più importanti artisti lombardi del Settecento, specializzato proprio in presepi, in scene campestri e raffigurazioni di animali.

Nuova acquisizione del Museo Diocesano Carlo Maria Martini di Milano, grazie alla donazione di Anna Maria Bagatti Valsecchi, la raccolta proviene dalla collezione Cavazzi della Somaglia, nella Villa Gernetto a Lesmo, ed è probabilmente uno dei pochi presepi settecenteschi lombardi di questo tipo.

L’allestimento, curato dall’architetto Alessandro Colombo, darà ragione dei diversi nuclei, ricreando con grande suggestione la disposizione delle figure.

L’opera era destinata, in origine, a essere allestita durante il periodo natalizio in un salone di Villa del Gernetto a Lesmo, in Brianza, acquistata nel 1772 dal Conte Giacomo Mellerio (1711-1782), presso la quale il Londonio era solito passare lunghi periodi di villeggiatura.

Nel corso dell’Ottocento, gli eredi Mellerio, quando fu chiara l’importanza e la rarità del complesso, fecero montare le sagome entro cornici ovali o rettangolari che furono usate come decoro stabile per i saloni della residenza brianzola. Il Presepe del Gernetto, noto alla critica, è citato nella storiografia e in tutte le pubblicazioni dedicate a Francesco Londonio e al presepe in Lombardia.

Un primo, minimo intervento conservativo ha permesso di poter presentare oggi l’inedito presepe; l’opera ha bisogno tuttavia di interventi di restauro più complessi, per i quali si renderà necessario il reperimento di fondi. Per questo il Consiglio regionale intende associarsi con questo evento espositivo al recupero, alla promozione e alla valorizzazione di quest’opera così significativa avviati dal Museo Diocesano di Milano, offrendo la visibilità della maggiore assise regionale italiana.

Accanto al presepe di Londonio, al foyer del piano terra di Palazzo Pirelli viene esposto anche un altorilievo in terracotta raffigurante una “Natività con Angeli” probabilmente di uno scultore dell’Italia settentrionale del XVII secolo, anch’esso proveniente dal Museo Diocesano di Milano.

Nulla si conosce della storia di quest’opera, giunta al Museo da una collezione privata: il recente restauro (2013) ha evidenziato due interventi precedenti, avvenuti in epoca non ben precisabile. Il pannello è costituito da tre pezzi lavorati e cotti singolarmente e poi assemblati con sigillature in terracotta e una graffa di ferro. La scena è ambientata in una frammentaria capanna sostenuta da imponenti colonne in rovina che si perdono nelle nubi, secondo un modello ampiamente diffuso nell’Italia settentrionale. La Sacra Famiglia, sulla sinistra, appare quasi in secondo piano rispetto agli angeli adoranti e ai putti che animano la scena.

Studi figure di Francesco Londonio

Francesco Londonio (Milano 1723-1783), autore dello straordinario presepe recentemente donato al Museo Diocesano di Milano, è uno dei più importanti artisti lombardi del Settecento e dedica interamente la sua attività alla pittura di genere, specializzandosi in tematiche bucoliche, con scene di vita contadina, di animali e veri e propri presepi.

La vena realistica locale, di cui la “pittura della realtà” è espressione, viene però filtrata dalla serena e dedicata sensibilità pienamente settecentesca propria della’artista con esiti raffinati e molto apprezzati in tutta la Lombardia. Londonio diviene così uno dei pittori più apprezzati in Lombardia e annovera fra i suoi committenti l’antica nobiltà milanese, come i Borromeo, gli imprenditori locali e i grandi proprietari terrieri recentemente ascritti alla nobiltà, come i Greppi, i Tanzi, gli Alari e i Mellerio, per i quali realizza il Presepe qui presentato.

Milano, dicembre 2018
“LONDONIO. IL PRESEPE RITROVATO”
Milano, Palazzo Pirelli (via Fabio Filzi 22)

14 dicembre 2018 – 10 gennaio 2019

Orari: lunedì-giovedì, 9.30-16.45; venerdì, 9.30-13.00
Ingresso libero
Informazioni: Regione Lombardia

Alessandro Fermi – Presidente del Consiglio Regionale – Lombardia




Sulle orme di Caravaggio alle Domus del Celio

Ospitato nella mirabile cornice delle Domus del Celio, preceduto da una visita guidata all’interno di questo straordinario luogo ricco di storia ed affreschi, Caravaggio si paleserà raccontando la sua parentesi romana, fra zuffe e crolli emotivi, successi e disfatte, fino alla rocambolesca fuga.
Una visita guidata teatralizzata alla scoperta del grande Maestro della Luce.

Case romane del Celio

Vincenzo Spina e Michelangelo Merisi.
Due figure allo specchio, che si rifletteranno l’una sull’altra per due ore, in una visita guidata che saprà di spettacolo teatrale, ed in uno spettacolo teatrale che saprà di visita guidata. Il tutto alla scoperta del periodo romano di Caravaggio, con i suoi successi e le sue disgrazie, fino alla rocambolesca fuga dalla città di Papa Paolo V. Analisi delle opere ed impersonificazione dell’artista, con gli occhiali di Vincenzo a fare da “sipario”.

case romane del Celio

Domenica 9 dicembre dalle ore 18:00 alle 21:00
Case Romane del Celio
Clivo di Scauro, Roma

Organizzato da Rome Guides

Prenotazioni a prenotazioni@spazioliberocoop.it, oppure telefonicamente, dalle ore 10.00 alle ore 13.00, allo 06.70454544