Caltanissetta: al via convegno “Scienza e Società tra fede e ragione”

Oggi, 7 maggio, alle ore 17.30, presso il Palasport “Giuseppe Maira” di San Cataldo (Caltanissetta), si terrà un importante convegno dal titolo “Scienza e Società tra fede e ragione” a cui hanno già dato l’adesione di partecipazione migliaia di persone.

Il convegno, ideato e promosso dall’On. Alessandro Pagano, che ne sarà anche il moderatore, vedrà la presenza illustre e autorevole del ministro della Giustizia On. Angelino Alfano e del Prof. Antonino Zichichi, fisico nucleare di indiscussa fama internazionale.

“Lo smarrimento delle società post-moderna, – afferma l’On. Pagano – sempre più annichilita di fronte alle grandi sfide dall’ora presente, non è che la manifestazione tangibile di un inesorabile e costante processo di degrado etico e morale che sta investendo tutti i livelli”.

“La diffusione del relativismo e del nichilismo – prosegue – ha sferrato, senza alcun dubbio, un duro colpo alla nostra società. Tuttavia, è altrettanto indubitabile che l’uscita dalla crisi nella quale la nostra società è sprofondata, dipenderà molto dall’impegno che uomini di buona volontà, in ciascun campo e ambito di competenza, daranno come loro contributo”.

In altre parole, traendo spunto da un’espressione di Benedetto XVI, i cristiani devono tornare ad “essere capaci di evangelizzare il mondo del lavoro, dell’economia, della politica”.

“Lo scopo del convegno – conclude – sarà dunque quello di dare un segnale forte di riscossa per superare lo stallo e la crisi attraverso la riproposizione di valori non negoziabili”.




Habemus Papam, la ‘palombella vaticana’ di Nanni Moretti

di David Spiegelman

Era il Bufalo Bill, con una effe, di De Gregori a uccidere «per essere il migliore». Talento e privilegio opprimono, hanno un risvolto nero vertiginoso da investigare. «Mi comporto come se fossi Dio? Devo pur avere un modello cui ispirarmi» diceva invece Allen. Non è la prima volta che Nanni Moretti affronta temi assoluti, volgendo in apparenza lo sguardo altrove da se stesso: continua invece a raccontare la propria storia ed è verosimile lo faccia anche con questo Habemus Papam, tenuto segreto nelle fasi progettuale e attuativa e solo adesso distillato nella desecretazione, alla vigilia dell’uscita nelle sale.

Da tempo era nota l’alberatura della pellicola, in cui il cineasta romano – che tornerà a Cannes, dieci anni dopo la controversa Palma d’oro nel sopravvalutato e per certi versi ricattatorio La stanza del figlio – interpreta uno psico-analista chiamato in Vaticano per contribuire a risolvere la questione dell’inettitudine del Papa eletto al ruolo appena assunto. Elementare in assoluto è il riferimento al precedente e ormai remoto La messa è finita, per analogia tematica e di contesto: in realtà il solo parametro di possibile parallelismo è la costante assoluta della poetica morettiana: la solitudine del talento. I personaggi di Moretti brillano di una desolazione ontologica, una diversità morale e antropologica meccanicamente collocata su un piano improprio da definirsi politico. Tutti i suoi film raccontano la solitudine, perfino quello costruito sulle vicende di uno sport che si vorrebbe di squadra: invece Michele Apicella è solo, davanti a Mario Scotti Galletta, nella piscina delle terme di Acireale quasi a notte fonda, per il tiro di rigore: stilizzata rarefazione di un confronto con se stesso.

L’esempio pare appropriato per affrontare la cifra di un lavoro che consolida la vocazione di Moretti a raccontare il silenzio, l’esilio e l’astuzia: cardini joyciani di ogni esistenza decente, nel senso più proprio del termine. Nessun uomo è più distante dal mondo di colui che sia chiamato per compito istituzionale a fare da tramite con l’Inattingibile: ecco che nella figura di un Pontefice, ineludibile riferimento dell’orizzonte culturale del romano Moretti, si assume il canone dell’impossibilità di un esercizio consapevole del potere. Infatti il Celestino VI di Michel Piccoli resta imprigionato dalla certezza dell’umana inadeguatezza a un ruolo strutturalmente impossibile, perché aggravato dalla natura stessa dell’essere vivente. L’originalità della sceneggiatura morettiana, per quel che ne è emerso dalle maglie strettissime del segreto, sta nel ricorso a una scienza spiazzante, almeno per i riferimenti vaticani: la psico-analisi, preferibile a declinarsi con tanto di trattino secondo la dizione sveviana, è infatti una disciplina mai accreditata di piena cittadinanza nell’orizzonte cattolico. La storia dei rapporti tra Chiesa e dottrina freudiana, infatti, è costellata di incomprensioni, anatemi, scomuniche, come d’altra parte è logico, nella prospettiva di una dottrina programmaticamente inconciliabile con il dogma dell’immortalità dell’anima. Padre Gemelli sconsigliava ai fedeli il trattamento in analisi, Pio XII sancì l’inconciliabilità tra psico-analisi e cattolicesimo esecrando in particolare il “pansessualismo” freudiano, né i successori – compreso Roncalli e a dispetto dello specifico moderatismo del Concilio – ebbero modo di rivedere tale ostilità. Perciò desta sorpresa e curiosità la visione morettiana di una Chiesa del dubbio, molto wojtyliana si direbbe, protesa alla ridiscussione delle proprie certezze fino al punto di accogliere oltre le Mura Leonine un discepolo del medico israelita viennese che adoperò i cardini della mitologia greca per fissare i punti del conoscibile nell’animo umano.

Il compito del professionista, definito con vezzo neotogliattiano il migliore («Dobbiamo fare qualcosa subito, perché lei è il più bravo»: così viene accolto in Vaticano Moretti, con la replica scontata «Che condanna, me lo dicono sempre…») è quello di indagare il dubbio del Pontefice designato, per rimediare al vuoto di potere e soprattutto per consentire alla Chiesa di non abdicare alla propria funzione di guida nel mondo, ma non per il mondo. Tra i primi e si direbbe i pochi a visionare in anticipo la sceneggiatura, un uomo di rara erudizione curiosamente accreditato di un possibile futuro proprio da Papa: il “ministro della cultura” pontificio Gianfranco Ravasi, creato cardinale nello scorso autunno da Benedetto XVI. Uomo di libri come di fede, già prefetto della Biblioteca Ambrosiana, Ravasi ha così descritto la prospettiva del film: «E’ la storia di un uomo che si sente incapace di essere all’altezza della missione che gli è stata data». Cioè quella di chiunque abbia sufficiente contezza di se stesso, per comprendere l’impossibilità di governarsi e quindi di estendere la funzione di tale dominio. E’ una ‘palombella vaticana’ quella che forse racconta Moretti, in un tempo in cui mai come prima Occidente e tramonto assumono un’identità semantica irredimibile.

Il trailer del film




Il Sapere tra scienza e fede

di Mariano Colla


La strada del sapere è tortuosa, poco lineare, ricca di imprevisti e di ostacoli. Nella sua ricerca della conoscenza l’uomo non si è mai sottratto all’incognita dell’imprevedibile e dell’imprevisto, ma tra le maggiori difficoltà incontrate occupa una posizione di tutto rilievo il rapporto con il trascendente, la relazione tra scienza e fede. Rapporto inconciliabile ? Un ossimoro ? Su questo tema Umberto Veronesi ha tenuto venerdì scorso una conferenza all’Accademia dei Lincei, di fronte a un folto pubblico di accademici e persone comuni, stimolate da un argomento quanto mai attuale e dall’ autorevolezza dell’oratore. L’incipit è provocatorio. La scienza, dominatrice degli ultimi decenni, sembra oggi confusa e priva di una adeguata popolarità. Più la scienza avanza e più si avvicina ai segreti ultimi dell’umanità, al mistero, luogo simbolico in cui il trascendente, da sempre, detta le sue leggi e dove ogni irruzione della mente umana è causa di rigurgiti etici e morali. Nel mistero si annida il contrasto tra scienza e fede nella ricerca ultima della verità. “Può la fede staccarsi dalla scienza e porsi contro di essa, se questa, attraverso nuove e migliori conoscenze sposta in avanti il confine del mistero? No, questo non dovrebbe accadere”, scriveva Giuliano Amato. Da un lato vi è la responsabilità della vita, che consente di autodeterminarsi e, dall’altro, la sacralità della vita stessa che non lo consente.

La scienza nasce con Adamo, metafora dell’uomo che vuole conoscere e che, proprio per questo, danna l’umanità. Scienza, quindi, che, in un orizzonte metafisico, risente di un marchio originario, di un peccato originale esito dell’infrazione umana alle regole divine. Regole che peraltro ne guidano, per molto tempo, il percorso. Tuttavia, pur con un gravoso fardello iniziale, la scienza, per circa 10.000 anni, ha proceduto, attraverso grandi salti, dai Sumeri ai Babilonesi, dalla filosofia greca alla cultura islamica, dal medioevo al Rinascimento, con una visione geocentrica dell’universo e della creazione. Ma nel 1545 l’umile Copernico scardina la concezione antropocentrica dell’universo, contrassegnando la prima delle grandi fratture tra scienza e fede. Montaigne, e poi Cartesio e Spinoza pongono le basi di una nuova filosofia in cui l’uomo non è più creatura ma soggetto autonomo e pensante. Veronesi si chiede come Copernico, uomo religioso, osò proporre l’eliocentrismo come struttura dell’universo. Sfida coraggiosa e irriverente nei confronti di una Chiesa intollerante e aggressiva, resa ancor più tale dallo scisma Luterano, ferita insanabile per il dominio della Santa Sede di Roma. Galileo non ha avuto lo stesso coraggio ed è stato costretto all’abiura. La paura della tortura ha arrestato la scienza, precipitandola, in un momento decisivo, in pieno oscurantismo. Ma l’uomo non si è fatto irretire a lungo dai veti religiosi e fede e scienza han proceduto in parallelo per secoli, in una continua diffidenza reciproca.

Scienza della materia e scienza della vita vanno avanti di pari passo, da Newton ad Harvey, da Maxwell a Pasteur, da Einstein a Freud, da Fermi a Fleming, finché, con l’avvento della scienza informatica e con la scoperta del DNA, si concretizza la possibilità di scrutare i meandri della nostra fisicità. Materia e vita si compenetrano agli occhi degli scienziati, aprendo nuovi orizzonti di ricerca che vanno alla radice dell’esistenza umana. Ma proprio in questa fase delicata della storia scientifica, in cui si possono violare le leggi della natura, alterare equilibri organici tramite clonazioni, riproduzioni in vitro, alterazioni biologiche, etc,, la ricerca pura, lentamente, abdica, nel suo ruolo guida, a favore di una ricerca applicata guidata da interessi economici e finanziata nella prospettiva di una presunta capacità di fornire risposte immediate a mercato.

Dalla ricerca istituzionale, schiacciata come è tra mercato e politica, stanno uscendo, come dice Veronesi, le ultime gocce di idealismo. La scienza lascia il posto alla tecnologia. Veronesi, parafrasando anche il pensiero di Severino e Umberto Galimberti, ne richiama il ruolo sempre più invasivo. La tecnologia, da strumento scientifico si trasforma in fine, in struttura autonoma che non aspetta più nessuna legittimizzazione per entrare nel mondo dei consumi. Autonomia che non rispetta più i valori della scienza (verità, universalizzazione, etc.) ma diventa preda di appetiti mercantili e delle invasive logiche del mercato e del “tutto subito”. Violazioni di equilibri naturali dall’esito opposto, benevoli qualora portatori di benefici per l’umanità (per esempio il cibo per tutti), discutibili e forieri di perplessità allorché coinvolgano trasformazioni genetiche del DNA animale e umano.

E qui, anche se non esplicitato con chiarezza, mi è sembrato di rilevare nelle parole di Veronesi che, indipendentemente dalla fede, si deve insistere sulla responsabilità della libertà, si tratti anche della libertà della scienza, e proprio sul terreno di tale responsabilità si verifica oggi lo scontro con la Chiesa, perché quanto più tale responsabilità sarà responsabile tanto meno dovrebbe essere intollerante la fede. Nello spirito di responsabilità della comunità scientifica devono risiedere regole ed eventuali limiti della scienza, dice Veronesi. La scienza non può spingersi indefinitamente in avanti senza esaminare le conseguenze di tale processo.

Il dilemma che parte della comunità scientifica si pone è: continuare il lavoro scientifico o rispettare i dettami della fede ? E qui si ritorna al quesito iniziale : fede e scienza sono un ossimoro? Il fedele è intransigente, non ha margini di manovra su temi di natura morale ed etica. La scienza non ha invece verità assolute, vive nel dubbio sistematico. Vi è spazio per una ricomposizione tra due contesti in cui già il concetto di male e di dolore hanno radici, chi nel peccato e nella deterministica sofferenza umana, e chi nella naturale alterazione della fisicità? Dobbiamo scegliere tra un Dio buono e non onnipotente oppure un Dio onnipotente ma non buono, dove anche il male ha la sua collocazione ontologica ?

Veronesi sostiene, a questo punto, a mio avviso in modo opinabile, che la complessità del rapporto sembra oggi far scaturire tra fede e scienza una relazione più colloquiale, anche se su temi di natura etica il contrasto è ancora molto forte. E cita, per esempio, il confronto tra il filosofo Habermas e il cardinale Ratzinger che, partendo da basi diverse, individuano nel dialogo una posizione post-secolare. I pronunciamenti di Papa Benedetto XVI sul ruolo della ragione, essa stessa volontà di Dio, e sul fatto che ogni azione, senza ragione, non è nella natura di Dio, vengono letti da Veronesi come aperture della Santa Sede verso la scienza. L’uomo contemporaneo, nella sua ricerca di senso, sembra allontanarsi dalla razionalità per lenire le angosce del divenire, e la scienza ne risente, in chiave di popolarità, per non essere più una risposta adeguata a tale ricerca. Tuttavia il rapporto con essa può essere ripristinato tramite una adeguata informazione ed educazione tale da renderla meno ostica, oscura e foriera di inquietudine.

I limiti al nostro sapere devono essere dettati dalla ragione e non dalla paura. Occorre umiltà per non schierarsi senza i necessari approfondimenti, perché l’ignoranza non porta a nulla. Credenti e non credenti possono reciprocamente arricchirsi nel dialogo e non nello scontro.




Se la società multiculturale è un fallimento

Di Maria Rosaria De Simone

Negli ultimi giorni si sta avviando una riflessione riguardo al tema della multiculturalità, perchè alla 47esima Conferenza Internazionale di Monaco, il Primo Ministro britannico, David Cameron, ha affermato, che il modello del multiculturalismo, accettato in Inghilterra e nei vari Stati europei, è fallito. “Con la cultura del multiculturalismo abbiamo incoraggiato culture differenti a vivere vite differenti, separate l’una dall’altra e da quella maggioritaria. Abbiamo fallito, -continua Cameron- non siamo riusciti a fornire una visione della società in grado di far desiderare loro di appartenervi.” Cameron, nel suo intervento, havoluto dare un quadro preciso al riguardo, e ha asserito che in genere gli stati occidentali, nel desiderio di praticare la tolleranza, hanno accolto in maniera passiva gli immigrati. Questo ha portato, per esempio, ad avere in Gran Bretagna immigrati di terza generazione, con passaporto e cittadinanza britannica, ma che vivono ai margini della società, che non si riconoscono nei valori comuni, e che danno vita a nicchie di terrorismo interno. Dunque, secondo Cameron, la tolleranza passiva deve lasciare il posto ad una politica più attenta a promuovere una forte identità nazionale, dove i diritti, le leggi, la libertà di parola, la democrazia, siano valori condivisi. Parole dure queste, che sono la cartina di tornasole di una realtà davvero complicata, che rischia di esplodere. Perché purtroppo molti gruppi di immigrati non credono nei diritti umani universali, né accettano le leggi del paese ospitante, né credono nell’uguaglianza e nella democrazia. E non sarà semplice trovare un nuova strada, considerando la crescita esponenziale al sl suo interno, ad esempio, della comunità islamica. Ma la prima ad ammettere il fallimento della società multiculturale era stata la Cancelliera tedesca Merkel, che lo scorso anno aveva detto che la Germania ha bisogno di lavoratori immigrati qualificati, ma che si integrino ed adottino la cultura ed i valori tedeschi.

Non è semplice affrontare la tematica perché, a voler troppo approfondire, nella ricerca di una strada risolutiva, si rischia di essere tacciati di intolleranza e di razzismo. Eppure è assolutamente necessario discuterne se non vogliamo lasciare questa patata bollente, assieme ad altre, alle future generazioni. La Gran Bretagna si fregiava di essere un modello multiculturale da seguire ed ora invece si ritrova ad aver perso la propria identità. Non si festeggia più il Natale  con recite scolastiche e cartoline di auguri, le infermiere ad esempio non possono portare il crocifisso sul posto di lavoro, proprio per non offendere chi non è cristiano. Ma, per contro, se oggi, qualcuno osa dire che le donne completamente coperte con il velo debbono invece rendersi riconoscibili, scatta un dissidio enorme e si viene tacciati di razzimo dalle stesse comunità islamiche, che tende ad applicare sempre più le leggi della Sharia. Recentemente lo stesso lord Carey of Clifton, ex arcivescovo di Canterbury, aveva confutato la tendenza degli inglesi a vergognarsi delle loro tradizioni cristiane, dei loro simboli, considerati vecchi e desueti e, per contro, ad accettare con facilità quelli provenienti da altre religioni. L’arcivescovo ha affermato che ciò conduce ad un multiculturalismo esasperato. In generale, I maggiori Stati Democratici cominciano a rendersi conto che il rischio insito nel multiculturalismo potrebbe essere proprio la perdita di identità per l’Europa stessa, oltre al fatto del pericolo di profonde e inattese lacerazioni sociali. Lo stesso Benedetto XVI, pochi mesi fa, durante l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, aveva ricordato che, nel contesto della società attuale in cui avvengono incontri fra i popoli e le varie culture “è imperativo sviluppare sia la validità universale di quresti diritti, sia la loro inviolabilità, inalienabilità e indivisibilità”. Alla luce di queste considertazioni, due quindi sembrano essere i punti cardine di una politica che tenda all’integrazione. Da una parte si rileva la necessità che gli immigrati accettino le leggi dei paesi in cui hanno scelto di vivere e rispettino la libertà di religione e l’uguaglianza  tra le persone. Dall’altra, si comincia a ritenere che un’Europa, che nasconda a se stessa che i principi di cui si è cibata, sono legati alle radici cristiane, non può essere in grado di realizzare una buona accoglienza degli immigrati, né una reale integrazione.

E in Italia? L’Italia dovrebbe avere il coraggio di aprire un serio dibattito sulla questione, perché, sulla falsariga della Gran Bretagna, forse sta abiurando anch’essa alla sua identità e, in una sorta di desiderio di tolleranza ed accoglienza, non trova sconveniente tralasciare le proprie tradizioni culturali e religiose per non disturbare la sensibilità dei nuovi venuti. Ma questa, non sembra essere la strada giusta. Un popolo senza storia, senza radici e senza identità, è un popolo senz’anima. Quando le comunità di immigrati entrano in relazione con un popolo anonimo, senza volto e senza storia, senza valori fondamentali e principi comuni, vi si inseriscono come se entrassero in una terra di nessuno, in cui coltivare solo la propria identità, magari maturando ostilità verso ciò che non appartiene alla loro cultura. L’Italia non può presentarsi in questa veste, e deve ritrovare senza alcuna vergogna  l’orgoglio dei propri valori civili e spirituali, operando un’accoglienza aperta e rispettosa, combattendo anche estremismi e fondamentalismi. Indispensabile che a seguire l’accoglienza ci si possa incontrare su un piano di parità e rispetto reciproco. Questa è una condizione pregiudiziale: credere nei propri valori, affinché siano riconosciuti e rispettati dagli altri. Forse è maturato il tempo di voltare pagina.
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Il linguaggio giovanile: un’affermazione di identità

Di Vanessa Mannino

Nonostante siano passati ben 150 anni dall’Unità d’Italia, l’unità linguistica sembra tuttavia non essersi ancora realizzata, non solo per le varietà linguistiche dialettali diffuse nelle varie Regioni, ma anche per la crescente propagazione tra i giovani di un linguaggio nuovo, definito come un vero e proprio atto di identità tra gli adolescenti. Quando si parla di linguaggio giovanile, o più opportunamente di “uso linguistico dei giovani”, si intende un tipo di linguaggio che secondo Sobrero è caratterizzato essenzialmente da cinque componenti quali: una base di italiano colloquiale informale, scherzoso; uno strato dialettale; uno strato gergale «tradizionale»; uno strato gergale «innovante» (spesso effimero); uno strato proveniente dalla lingua della pubblicità e dai media. A caratterizzare nello specifico il linguaggio dei giovani, non sono tuttavia i singoli elementi che lo compongono, ma il modo in cui essi vengono mescolati tra di loro al fine di originare un nuovo idioma. Tale idioma, legato alla comunicazione tra coetanei, ha il fine di solidificare l’appartenenza al gruppo attraverso un accorciamento delle parole (tranqui per tranquillo, fanta per fantastico), una loro deformazione o attraverso l’applicazione di suffissi. Del linguaggio giovanile, tuttavia, fanno parte anche molti termini tratti dalle lingue straniere: ne è un esempio l’uso diffuso di parole come cabeza, flash, puta o sister. Nella sociolinguistica si evidenziano le diverse funzioni di tale linguaggio, tracciando un iter che va dalla funzione ludica, quindi di divertimento, fino alla funzione di autoaffermazione, dove il ragazzo utilizza la sua creatività linguistica per farsi notare. Non a caso, infatti, un aspetto essenziale del linguaggio giovanile è la sua evoluzione continua: si tratta spesso di invenzioni che non lasciano alcuna traccia, di trasformazioni che non sopravvivono a lungo. Oggi un ruolo importante nell’evolversi di tale idioma è giocato anche dall’uso delle nuove tecnologie e dalle possibilità comunicative da esse offerte.

Il linguaggio giovanile può essere un espediente per non farsi capire dagli adulti, un codice segreto che non permette l’accesso a chi non fa parte del gruppo. E’ con l’evolversi della tecnologia che le parole del mondo dei computer entrano prepotentemente nel lessico. A sedurli sono soprattutto le forme abbreviate: come “nick” per dire nome, o “mandami una mail” invece di scrivimi una lettera. Oppure, l’uso di “SMS” che sostituisce la parola “messaggio”. E’ proprio con l’avvento dei nuovi media che la scrittura è tornata a rivestire un ruolo importante nella comunicazione e si è inserita nei domini appartenenti da sempre all’oralità, trasportando l’informazione in tempi vicini a quelli del parlato e in quelli della comunicazione face to face. Questo avviene anche grazie alla diffusione delle chat o dei social network, che richiedono una comunicazione veloce e un linguaggio rapido per definire emozioni o stati d’animo, a volte rappresentate tramite brevi smiles o emoticons che tutti i giovani sono in grado di decodificare. E’ stato Benedetto XVI, nella 45esima Giornata Mondiale per le Comunicazioni Sociali, a sottolineare come le tecnologie non stanno solo modificando il modo di comunicare, ma la stessa comunicazione. Non a caso, molti sono gli studiosi che affermano come questo tipo di scrittura comporta da una parte un impoverimento nel vocabolario dei ragazzi, che adattano il linguaggio orale alla scrittura, dall’altra una barriera che i giovani creano nei confronti degli adulti, rendendo tramite tale idioma il loro mondo impenetrabile e inaccessibile.



Intervista a Pippo Corigliano: tra i “miti” e i misteri dell’Opus Dei

Pippo Corigliano, Direttore Ufficio Informazioni della Prelatura dell'Opus Dei in Italia

Di Cinzia Colella

Un piccolo portone che ha ancora i segni della notte brava trascorsa nella vicina Capo dei Fiori, un citofono con tante etichette ed una interminabile con su scritto: “Ufficio Informazioni della Prelatura dell’Opus Dei”. Suono. Mi apre un simpatico ragazzotto dai tratti orientali in completo scuro che mi accompagna all’ascensore: “Terzo piano, anche io sta andando su, ma preferisco fare le scale”. Una volta premuto il tasto corrispondente al “tre” – e l’ho intuito che fosse quello, vista l’usura del bottone – capisco perché. E’ stato il viaggio in ascensore più lungo mai fatto. Mi sono tornate alla mente le pagine più angoscianti e concitate de “Il Codice da Vinci”. Quello spazio stretto e lento mi ha fatto passare tutto l’entusiasmo di pochi minuti prima. Chi mi aspetterà una volta su? Il monaco albino ancora sanguinante con cilicio avvinghiato sulle gambe? O – peggio – non ci arriverò mai, perché l’ascensore si bloccherà di colpo e piomberà nel vuoto alla stessa velocità generata dal Large Hadron Collider di Ginevra polverizzandosi.
Finalmente arrivo e dopo aver leggermente forzato la porta per uscire, faccio ancora alcuni scalini fino ad una porta che tradisce di molto le mie aspettative. Ha l’aspetto di essere tutto tranne che l’ingresso di un ufficio di rappresentanza dell’Opera. Entro e la cordialità dei padroni di casa mi fa accomodare in un salottino di cortesia, in attesa che arrivi lui, l’ingegnere: Giuseppe Corigliano, Direttore Ufficio Informazioni della Prelatura dell’Opus Dei in Italia.
Accetto un bicchiere d’acqua – sempre con il sospetto che dentro possano esserci delle tracce di cromo esavalente – e inizio a guardarmi attorno. Nell’immaginario comune l’Opus Dei è una sorta di società segreta, magari legata alla massoneria, che si è arricchita grazie a donazioni, a estorsioni, a traffici illeciti non si sa bene di cosa, e che sia in grado di manipolare e gestire costantemente gli affari importanti dell’umanità intera. Ebbene, l’ambiente spoglio di quel modesto ufficio potrebbe tranquillamente assomigliare a quello di uno studio di consulenza non per anime disperse, ma per giovani in cerca di un’occupazione.
Aspetto qualche minuto ed arriva l’atteso ingegnere in un elegante abito scuro ed un sorriso rassicurante. Più tardi mi rivelerà che spesso gli attribuiscono un’aura di infondata potenza, acuita ancor più dalla solennità di quell’anello che indossa sull’anulare sinistro: un ricordo del bisnonno che rappresenta il suo sigillo di fedeltà all’Opus Dei.
Espletate le formalità, mi accompagna orgoglioso a fare un piccolo tour degli uffici facendo soffermare la mia attenzione sui quadri che arredano le pareti. Non hanno temi religiosi, ma infondono comunque una serenità inaspettata. Torniamo nel suo studio e ci accomodiamo nel salottino accanto alla sua scrivania. Iniziamo così a ripercorrere la sua vita all’interno dell’Opus Dei, così come l’ha raccontata nel suo ultimo libro Un lavoro soprannaturale. La mia vita nell’Opus Dei (Mondadori Editore; Collana Ingrandimenti, 129 pagine, prezzo di copertina 17,50 €).
Pippo – così come ama farsi chiamare, per distinguersi dal ruolo ufficiale di Giuseppe – “è un napoletano condotto da Josemaría Escrivá all’amicizia con Dio e che ha impostato la sua vita da questo punto di vista, senza dimenticare la professione di ingegnere navale”. La scoperta avviene per caso durante un sabato pomeriggio del gennaio del 1959, all’età di 17 anni,  quando  Fabrizio, un suo amico, lo invita ad andare ad ascoltare un prete che parla agli universitari, piuttosto che passare il pomeriggio al cinema a guardare un film con Anita Eckberg. L’incontro con Dio avviene il primo settembre del 1960 dopo aver letto “Cammino”, il libro scritto dal fondatore dell’Opera, monsignor Escrivà.  Un incontro forte che gli fa abbandonare il suo sogno da ragazzo: “Una EmmeGi verde, una cabrio che andava di moda, con la ruota di scorta sul retro piena di raggi metallici. Nel sedile posteriore doveva esserci una borsa del tennis, e accanto una bionda, non importava chi fosse”, come racconta nel libro. E invece poi “questo incontro ha dato per prima cosa spessore ai miei progetti professionali, alla base dei quali c’è l’idea del ‘per servire, servire’, cioè essere validi professionalmente e poi alla mia vita interiore. La vita con Dio è una gran risorsa, anche perché ti fa innalzare di quota, malgrado la proprio condizione umana che è sempre tale. Ma la dimestichezza con il Signore, ti rende signore”.

Cosa ricorda con maggiore affetto di lui?   
Il calore, il trascinamento dell’amore.
Nel Suo libro scrive: “Se i cristiani normali fossero tutti buoni cristiani, non ci sarebbe bisogno dell’Opus Dei”. Cosa significa?
Questo è il fascino dell’Opera. In un certo senso è come trovare una bomba atomica. In fondo cos’è la bomba atomica? E’ la capacità di far sprigionare all’atomo l’energia che ha dentro di sé. Allora trovare il valore della vita quotidiana è, in un certo senso, far scoprire l’energia che c’è; le occasioni di vivere d’amore ogni giorno, come in un avventura. Se tutti i cristiani già scoprissero questo – così come avevano scoperto i primi cristiani – non ci sarebbe davvero bisogno dell’Opera. Se uno vede gli atti degli apostoli, colpiscono due cose: la prima che si sentissero essi stessi Chiesa e poi che essendo tutti ebrei – un popolo noto per non sprecare i soldi inutilmente – fossero così toccati che molti di loro cedettero tutto quello che avevano. Questo vuol dire un’adesione al cristianesimo forte, un sentimento profondo. Ecco, l’Opera ha proprio come modello i primi cristiani. Un altro esempio che faccio è Giovanni Paolo II che non è solo un modello di papa, di sacerdote, di vescovo, ma è un modello di uomo vero. Infatti da subito c’è stata un’affinità elettiva con l’Opera. Formare uomini come Giovanni Paolo II, naturalmente con l’aiuto di Dio, perché poi chi forma veramente è proprio lui.
Il Padre fondatore aveva definito l’Opera come “un’organizzazione disorganizzata”, mentre nell’opinione comune è un’organizzazione potente. Quale la verità?
L’Opera non è altro che un colpo sulla spalla da parte di Dio che ti chiede se vuoi essere un buon cristiano e ha bisogno di un minimo di organizzazione perché il suo messaggio rimanga tale. Perciò l’organizzazione è ridotta ala minimo, ma la vera azione dell’Opera è nella creatività del singolo. Un altro discorso sono gli equivoci sull’ Opera,  dovuti alla cultura dominante e al pregiudizio anticattolico. Ci sono dei presupposti proprio culturali: finché i cattolici si occupano degli ultimi, dei malati, dei moribondi allora sono tollerabili, però l’idea che ci sia un’istituzione che faccia un apostolato all’interno della società, questa è intollerabile a priori.
Tanti sono stati i giornalisti con cui è venuto in contatto e coi quali racconta di aver avuto sinceri rapporti di amicizia (uno su tutti è stato Indro Montanelli).  Com’è iniziato il Suo apostolato dell’opinione pubblica?
Con una giacca di renna al Corriere della Sera, come scrivo nel libro. In realtà non ho fatto altro che prendere lo spirito di Escrivà e metterlo in queste questioni, capire che le tecniche non servono a molto se poi non c’è un rapporto umano.
E le relazioni, la comunicazione, rivestono un ruolo fondamentale all’interno dell’Opera, soprattutto quando si trova a dover giustificare delle questioni controverse, come la sepoltura di Enrico de Pedis (detto Renatino, boss dell’organizzazione criminale della Banda della Magliana. Il suo nome è legato anche alla vicenda di Emanuela Orlandi, la ragazza di cittadinanza vaticana scomparsa nel 1983, il cui caso è stato spesso messo in relazione con il caso Calvi  e i rapporti tra Vaticano e Banco Ambrosiano) nella Basilica di Sant’Apollinare, struttura di proprietà dell’Opus Dei, o dei rapporti con il Sudamerica e gli appoggi vaticani ai dittatori sanguinari in Cile e Argentina.                                                                                                                                                                “E’ semplicissimo – risponde sul caso de Pedis – non lo so e non mi interessa, perché noi non c’entriamo per niente. Sant’Apollinare è di proprietà del Vaticano e l’Opus Dei lo ha affittato, ed è stato messo lì dai precedenti affittuari. Per quello che riguarda i rapporti segreti con il Sudamerica – prosegue Corigliano – sono spesso cose inventate. Se c’era una persona che amava l’aria libera e non i sotterfugi era Escrivà. Nemmeno gli piaceva che uno gli dicesse ‘questo è un segreto’, non ha mai voluto la segretezza nell’Opus Dei. Questo è un altro mito.
“L’Opera non fa pane, fa lievito” cerca di inoculare la consapevolezza di sé nel rapporto di amicizia con Dio, un rapporto quotidiano basato anche sulla “preghiera silenziosa in cui si dà del tu con Dio”. Di cosa parla con Dio?
Il fatto di essere piccoli – come chiedeva Gesù – facilita questo dialogo, perché il piccolo non ha nessuna forma di pudore: tutto ciò che gli succede è importante. Questa familiarità è molto importante, oltre al fatto del chiedere attraverso la preghiera che è una vera forza. E la risposta io la avverto quasi fisicamente e maggiormente nella confessione. Per quanto uno possa dargli un valore psicologico, questo dialogo aperto, ti mette in una condizione di familiarità con Dio.
San Josemarìa diceva che “basta dare uno sguardo all’armadio di una persona per capire lo stato della sua vita interiore”. Com’è il Suo, di armadio?
C’è una certa impostazione di ordine e un certo disordine. Nelle cose umane, la perfezione divina non esiste.
Che ricordo ha del 17 maggio 1992, giorno della beatificazione del Padre?
E’ stata molto emozionante. Non è tipico dell’Opera fare delle adunate, per cui per la prima volta c’è stato questo aspetto della collettività. Però l’immagine più forte si riferisce alla canonizzazione, nel 2002. Ero con Minoli e la Merlino sul sagrato e dopo la comunione ero in un attimo di raccoglimento fino a quando mi è stato fatto notare che c’erano tanti questi ombrelli bianchi che accompagnavano l’eucarestia come segno di rispetto. E poiché Escrivà ci teneva tantissimo all’eucarestia, al fatto di  trattare Dio con dignità, in quel momento mi è quasi sembrato una giustizia storica nei suoi confronti dopo tante incomprensioni.
Se avesse la possibilità di passare una giornata con un personaggio storico, con chi preferirebbe farlo?
A parte i Santi e Josémaria, sono incerto tra due persone: Indro Montanelli ed Ettore Bernabei.
Se dovesse ricordare o descrivere con una parola Escrivà cosa direbbe?
Escrivà era un uomo che sapeva amare.

Indro Montanelli?
Montanelli era penetrante con una capacità di analisi e di sintesi eccezionali oltre ad essere un signore.

Leonardo Mondadori?
Una persona gentile.

Ettore Bernabei?
E’ un modello esemplare, perché sa tenere i piedi ben saldi per terra ma con il cuore in cielo.

Enzo Biagi?
Un professionista.

Giovanni Paolo II?
Un grande.

Benedetto XVI?
Un fanciullo sapiente.

Dan Brown?
Indefinibile.

Robert Langdon?
Insignificante.

E Berlusconi?
Berlusconi è un simpatico.

Che rapporto ha con la politica?
Francamente distaccato. Anche perché penso che in questo momento il futuro della politica è nella formazione di giovani. La politica attuale è talmente deludente.

Cosa la rende felice?
L’Amore.




Antonino Zichichi: il mondo ha bisogno di una cultura scientifica

di Mario Masi

L’attuale discussione sull’ambiente è imprigionata nella stantia dicotomia che vede i “catastrofisti”  contrapporsi aprioristicamente agli “eco-ottimisti”.
Il fervore di tale polemica ha ormai travalicato gli argini della difesa dell’eco-sistema in se per assumere il vigore di una appassionato confronto tra due opposti sistemi di pensiero.
La concezione ecocentrica, di matrice relativista, viene così ad infrangersi contro lo scoglio dell’etica antropologica, di origine cristiana, travolgendo tutti i temi legati all’ecologia.
Lo scontro in atto è evidente anche nella strategia comunicativa attuata da una scuola di pensiero di ispirazione luddista, rigurgito di venerazioni neo-pagane verso Gaia, la  Madre Terra, che tende a presentare la scienza come indistinta dalla tecnologia e quindi colpevole degli effetti indesiderati dell’industrializzazione e del capitalismo. Di contro, una visione antropocentrica dell’ambiente, frutto della consapevolezza del ruolo centrale della Fede, esorta l’uomo a non lasciarsi sedurre da facili ritorni alla natura ma a riappropriarsi di una visione unica del creato, dove risalti la sua responsabilità superiore verso le altre forme di vita.
Per fare chiarezza sulle correnti controversie abbiamo posto alcune domande ad uno dei più illustri e stimati scienziati: il Prof. Antonino Zichichi, Presidente della World Federation of Scientists e della Fondazione Ettore Majorana, dedito da sempre ad una corretta divulgazione scientifica.

Prof. Zichichi, sembra che la Scienza attualmente abbia perso la sua funzione formativa ed ogni pecularietà culturale assoggettandosi a ideologie relativiste o scientiste. Lei ha parlato in proposito di ‘Hiroschima culturale’. Nei suoi libri ha ribadito con forza questo concetto, può spiegarlo meglio?

Pensi al darwinismo, considerato la più avanzata frontiera della Scienza, all’ateismo presentato come il trionfo della Ragione, al Big-Bang come se tutto fosse stato capito. La nostra cultura non è in sintonia con le conquiste della Scienza ma con la negazione di queste conquiste; come se Galilei non fosse mai nato.
Per fare Scienza c’è bisogno di rigore matematico e riproducibilità sperimentale. È Galileo Galilei a insegnarci questo, altrimenti si resta fuori dalla Scienza di stampo galileiano. L’evoluzionismo esiste in molte specie viventi, ma non lo si può estendere all’uomo.

Perché?

Esistono centinaia di migliaia di forme di materia vivente. Una e una sola però risulta dotata di Ragione. L’evoluzionismo non sa descrivere come dalle innumerevoli forme di materia vivente prive di Ragione, com’è un albero o un’aquila, sia venuta fuori l’unica forma di materia vivente dotata di Ragione, cioè Noi. Sarebbe formidabile se qualcuno riuscisse a far diventare l’evoluzionismo Scienza. Tutto evolve: dall’esempio più elementare di particella quale è un elettrone, al cosmo. L’evoluzione cosmica parte dal primo Big-Bang e, dopo 20 miliardi di anni, arriva a noi. Però l’unico evoluzionismo che sappiamo descrivere si ferma alla materia inerte. Io conosco benissimo di quanti protoni, neutroni ed elettroni è fatta una pietra o il corpo di una rondine. Se pietra e rondine sono di peso eguale, il numero di protoni, neutroni ed elettroni è lo stesso. Nessuno però sa fare il passaggio dalla pietra alla rondine. È un esempio del secondo Big-Bang.

Quanti Big-Bang sono necessari per arrivare a noi?

Tre. Il primo è quello che dal Nulla produce la materia inerte. Il secondo è necessario per passare dalla materia inerte a quella vivente. Il terzo Big-Bang deve spiegare come si passa dalla Vita alla Ragione. Che l’evoluzionismo esista in moltissime forme di materia vivente non autorizza ad estendere questa proprietà (evoluzione) a Noi in quanto abbiamo una proprietà (la Ragione) che non esiste in nessuna altra forma di materia vivente. Noi siamo esempio unico. Se dalla rondine passiamo all’uomo entra in gioco la sfera trascendentale della nostra esistenza.

La scienza galileana e cultura cattolica camminano dunque insieme di pari passo?

Se oggi la Scienza è arrivata alla soglia del Supermondo, lo dobbiamo a quell’atto di Fede e di umiltà intellettuale, maturato nel cuore della cultura cattolica con Galileo Galilei, che Giovanni Paolo II definì figlio legittimo e prediletto della Chiesa Cattolica. Giovanni Paolo II riportò a casa i tesori della Scienza Galileiana e Benedetto XVI di questi tesori è oggi il massimo custode nella continuità culturale del Suo Apostolato con quello di Giovanni Paolo II che, spalancando le porte della Chiesa Cattolica alla Scienza Galileiana, dette vita alla grande alleanza tra Fede e Scienza.

La cultura atea vuol fare credere di avere basi rigorosamente scientifiche, lei però ha definito l’Ateismo un atto di Fede nel nulla.

La Scienza scopre che esistono le Leggi Fondamentali che reggono tutto; dall’Universo dei quark e dei leptoni, alla nostra Terra con oceani e foreste, Sole, Luna, Stelle, Cosmo. L’insieme di queste leggi rappresenta la Logica che governa il mondo. Siamo figli di questa Logica. È legittimo chiedersi: questa Logica ha un Autore? L’Ateismo risponde: No; ma non sa spiegarlo. Non arriva al No per atto di Ragione, ma di Fede e basta. Fede nel No, che vuol dire Fede nel Nulla. Io penso sia molto più logico un atto di Fede nel Creatore. Chi ne volesse sapere di più potrebbe leggere il mio libro “Perché io credo in Colui che ha fatto il mondo”.

La Scienza può fare a meno della Fede?

Nel Centro di Cultura Scientifica Ettore Majorana a Erice, che dirigo, è incisa su ferro ed esposta la frase «Scienza e Fede sono entrambe doni di Dio». La cultura del nostro tempo è detta moderna, ma in effetti è pre-aristotelica. Infatti né la Logica Rigorosa né la Scienza sono ancora entrate nel cuore di questa cultura che – come ha scritto Benedetto XVI nel Suo discorso alla Sapienza – «costringe la Ragione ad essere sorda al grande messaggio che viene dalla Fede Cristiana e dalla sua sapienza. Così facendo questa cultura agisce in modo da non permettere più alle radici della Ragione di raggiungere le sorgenti che ne alimentano la linfa vitale».
Nella Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri a Roma c’è un’altra famosa frase di Giovanni Paolo II: «La Scienza ha radici nell’Immanente ma porta l’uomo verso il Trascendente». Benedetto XVI sta percorrendo la stessa strada.

Nei Laboratori del Gran Sasso, praticamente una sua creatura, sono stati fotografati i primi neutrini artificiali prodotti dall’uomo. Ci può raccontare questa esperienza?

Ho progettato i Laboratori del Gran Sasso e li ho realizzati avendo presente due motivi di fondo. Anzitutto per dare all’Italia una struttura scientifico-tecnologica in grado di essere in prima linea nella competizione scientifico-tecnologica mondiale. L’altro motivo era di natura puramente scientifica. Io vivevo nel più grande Laboratorio di fisica del mondo, il CERN di Ginevra, e avevo capito che c’erano problemi per la cui soluzione sarebbe stato necessario costruire un acceleratore avente dimensioni grandi quanto tutto il Sistema Solare. Nacque così l’idea di studiare la “macchina cosmica” e i suoi effetti. Infatti il Cosmo brilla più di neutrini che di luce. Studiarne le proprietà ci avrebbe aperto orizzonti mai prima esplorati. Oggi, a trent’anni di distanza, questi orizzonti restano di grande attualità.

Come dovrebbe essere strutturata una corretta ed efficiente comunicazione ambientale?

Dando la parola non a persone che hanno credibilità scientifica zero, ma alla vera grande Scienza. Solo così sarà possibile realizzare il sogno che fu di Enrico Fermi: vivere di una Cultura in cui la Scienza sia veramente protagonista. Il mondo ha bisogno di Cultura Scientifica. Se vivessimo l’era della Scienza non esisterebbero le emergenze planetarie.