Satira contro Erdogan, Turchia vuole censurare la tv tedesca

L’austero presidente turco Recep Tayyip Erdogan si mostra allergico al dissenso e alla satira, anche provenienti dall’estero. In questi mesi diversi intellettuali e giornalisti ne hanno fatto le spese. Il clima si è surriscaldato, con pesanti restrizioni alla libertà di stampa e al diritto di cronaca.

Il quotidiano di opposizione Zaman, sospettato di complottare contro il governo, è stato commissariato con l’insediamento forzato di redattori governativi, accompagnati dalla polizia tra le proteste di piazza. Il caporedattore Bulent Kenes, è stato condannato a due anni e sette mesi con l’accusa di aver insultato Erdogan via Twitter. È appena iniziato il processo contro altri due giornalisti del quotidiano di sinistra Cumhuriyet, Can Dundar e Erdem Guld, per spionaggio e terrorismo. Avevano osato rivelare il coinvolgimento dei servizi segreti nel passaggio di un carico di armi al confine con la Siria, con un video che ha fatto scalpore.

Il pugno di ferro del governo ha destato imbarazzo tra i paesi europei, che hanno reagito solo con timide proteste formali. Proprio la scorsa settimana è stato infatti siglato l’accordo con l’Ue per gestire l’emergenza migranti: saranno respinti verso il territorio turco i clandestini che arrivano in Grecia. La Turchia riprenderà i disperati, in spregio ai principi internazionali di accoglienza e senza che sia ben chiara la loro sorte, in cambio di sei miliardi di euro e nuovi negoziati per l’entrata della Turchia nell’Unione Europea.

L’atteggiamento spavaldo di Ankara raggiunge livelli grotteschi, prendendosela persino con Berlino. Martin Erdmann, ambasciatore della Germania, è stato convocato dal ministro degli Esteri turco che ha preteso la censura di una trasmissione satirica tedesca. Il programma Extra 3, dell’emittente pubblica ARD, ha avuto l’ardire infatti di mandare in onda una clip che ironizza su Erdogan. Nel testo di Erdowie, Erdowo, Erdogan si allude all’incarceramento di giornalisti sgraditi al presidente, alle pose da impero ottomano, alla repressione contro oppositori e curdi. Il video è una carrellata di comparsate del presidente turco inframezzate da scene di repressione poliziesca, scandite da una canzoncina ingenua. Tanto è bastato alla Turchia per alzare la voce. Per zittire il dissenso tanto in patria quanto tra i nuovi “alleati” europei.

di Valentino Salvatore




Ddl intercettazioni e obbligo rettifica: rischio indipendenza editoria on line

Intesa in comitato dei nove della commissione Giustizia di Montecitorio sulla norma cosiddetta ammazza-blog presente nel ddl intercettazioni: mettendo insieme proposte di modifica arrivate un po da tutti i gruppi, la Commissione ha elaborato un emendamento per l’aula che toglie l’obbligo di rettifica entro 48 ore per tutti i siti informatici e lo lascia in vigore solo per le testate giornalistiche on-line. “E’ l’unica nota positiva della riunione di oggi – commenta l’Udc Roberto Rao l’intesa sulla norma sui blog”.

Giulia Bongiorno che per due anni ha lavorato da relatrice del ddl intercettazioni, si è dimessa per protesta per l’approvazione a maggioranza dell’emendamento Costa-Contento che prevede il divieto di pubblicare intercettazioni fino all’udienza filtro senza considerare le proposte di modifiche avanzate.

A protestare contro il provvedimento un presidio organizzato dalla Fnsi al Pantheon, a Roma. Ilaria Cucchi, Patrizia Moretti, Lucia Uva e Domenica Ferrulli si sono date appuntamento mercoledì mattina sotto la Camera dei deputati per denunciare il proprio dissenso sul ddl intercettazioni in discussione a Montecitorio per chiedere «che i politici tornino ad occuparsi della gente e non delle proprie cose private».

Di seguito un estratto non definitivo del ddl relativo all’obbligo di rettifica che inizialmente riguardava anche il blog:

 

29. All’articolo 8 della legge 8 febbraio 1948, n. 47, e successive modificazioni, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) dopo il terzo comma è inserito il seguente:

«Per le trasmissioni radiofoniche o televisive, le dichiarazioni o le rettifiche sono effettuate ai sensi dell’articolo 32 del testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici, di cui al decreto legislativo 31 luglio 2005, n. 177. Per i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, entro quarantotto ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono.»;

b) al quarto comma, dopo le parole:

«devono essere pubblicate» sono inserite le seguenti: «, senza commento,»;

c) dopo il quarto comma è inserito il seguente:

«Per la stampa non periodica l’autore dello scritto, ovvero i soggetti di cui all’articolo 57-bis del codice penale, provvedono, su richiesta della persona offesa, alla pubblicazione, a proprie cura e spese su non più di due quotidiani a tiratura nazionale indicati dalla stessa, delle dichiarazioni o delle rettifiche dei soggetti di cui siano state pubblicate immagini o ai quali siano stati attribuiti atti o pensieri o affermazioni da essi ritenuti lesivi della loro reputazione o contrari a verità, purché le dichiarazioni o le rettifiche non abbiano contenuto di rilievo penale. La pubblicazione in rettifica deve essere effettuata, entro sette giorni dalla richiesta, con idonea collocazione e caratteristica grafica e deve inoltre fare chiaro riferimento allo scritto che l’ha determinata.»;

d) al quinto comma, le parole: «trascorso il termine di cui al secondo e terzo comma» sono sostituite dalle seguenti: «trascorso il termine di cui al secondo, terzo, quarto, per quanto riguarda i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, e sesto comma» e le parole: «in violazione di quanto disposto dal secondo, terzo e quarto comma» sono sostituite dalle seguenti: «in violazione di quanto disposto dal secondo, terzo, quarto, per quanto riguarda i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, quinto e sesto comma»;

e) dopo il quinto comma è inserito il seguente:

«Della stessa procedura può avvalersi l’autore dell’offesa, qualora il direttore responsabile del giornale o del periodico, il responsabile della trasmissione radiofonica, televisiva, o delle trasmissioni informatiche o telematiche, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, non pubblichino la smentita o la rettifica richiesta».




Vasco Rossi denuncia Nonciclopedia che decide di chiudere

Vasco Rossi ha denunciato i gestori di  Nonciclopedia, l’enciclopedia satirica che fa il verso a Wikipedia, costringendoli a chiudere per evitare ulteriori beghe legali. Ora il messaggio che compare sul sito: «Care lettrici, cari lettori, cari creditori Nonciclopedia chiude a causa di una denuncia che Vasco Rossi ha sporto contro il sito. Vasco Rossi si è sentito diffamato dalla pagina che lo riguardava. Probabilmente si terrà un processo, al termine del quale quel brufoloso ragazzino quindicenne che ha scritto la pagina dopo essere stato picchiato dai suoi compagni di classe, adesso dovrà anche pagare gli alimenti al nullatenente Vasco Rossi. Un uomo che ha vissuto l’esperienza della droga, l’esperienza del carcere, l’esperienza di stadi e folle che lo acclamavano, non poteva proprio sopportare l’idea di essere oggetto di satira su Nonciclopedia». La reazione degli internauti non si è fatta attendere, la pagina ufficiale del cantante di Zocca è assalita da messaggi indignati e commenti di protesta.




Italia, 50.000 blog a rischio censura

Una sentenza della prima sezione penale della  Corte di  Appello di Catania ha condannato il giornalista blogger  Carlo Ruta per stampa clandestina, equiparando così il blog ad una testata giornalistica,che  in conseguenza di ciò va registrata presso  il  tribunale competente, come previsto dalla legge sulla stampa n 47 del  1948.  Il blog si chiamava Accadeinsicilia e denunciava la corruzione e l’intreccio tra mafia e politica. Il blog in seguito alla denuncia è stato sequestrato e oscurato nel 2004.  Secondo Massimo Mantellini parte della colpa sarebbe da addebitare a chi, Giuseppe Giulietti e Vannino Chiti, ha presentato in Parlamento e fatto approvare  la Legge 62 sull’editoria, che definiva  la natura di prodotto editoriale delle pagine web. Ora il rischio sarà che chi vorrà imbavagliare un blog scomodo potrà appellarsi a questa sentenza, che costituisce di fatto un precedente. E i blog in Italia, prendendo in considerazione quelli censiti da BlogBabel sono circa 31 mila, se ne contano 50.000 in totale. La libertà di espressione e d’informazione in Italia va difesa e tutelata, in nome dell’articolo 21 della Costituzione, intanto Ruta e i suoi legali ricorreranno in appello in Cassazione.




Liberate Ai Weiwei!

ai weiwei

Ai Weiwei è uno degli ultimi artisti vittima della spietata censura del governo cinese, non disposto a tollerare dissensi interni rispetto alla propria politica ultra-capitalista che considera la libertà individuale un pericoloso ostacolo da eliminare a qualunque costo. Inesorabile anche la censura sulla rete, che filtra contenuti, parole e immagini che possono “sobillare” il popolo contro il governo in nome della “libertà”. Ai Weiwei è un architetto, attivista, da sempre impegnato con le sue opere artistiche a dare voce al dramma della popolazione cinese. È uno dei firmatari della Charta 08, il documento del premio nobel per la pace Liu Xiabo, ed è diventato un punto di riferimento per la comunità artistica internazionale.

Ai Weiwei è stato arrestato all’aeroporto di Pechino lo scorso 3 aprile, mentre cercava di lasciare il paese. Il motivo del fermo da parte del governo cinese è che Weiwei avrebbe commesso dei “crimini fiscali”, da allora di lui si è persa ogni traccia. Da giorni artisti e istituzioni internazionali si stanno mobilitando per la sua liberazione, così sulla facciata del Tate Museum di Londra è stata esposta la scritta : “Realease Ai Weiwei”.

Si trova a Parigi l’architetto e scultore inglese di origini indiane Anish Kapoor per presentare la sua ultima opera ‘Leviathan’ che ha deciso di dedicare ad Ai Weiwei. “Bisogna fare qualcosa per Ai Weiwei – ha detto l’artista in un’intervista a LiberationI musei potrebbero organizzare una giornata di sciopero generale in suo favore. Dobbiamo trovare i modi per promuovere il movimento per la sua liberazione. E’ estremamente importante”. Secondo Kapoor “dagli anni ’70 gli artisti e gli scrittori erano perseguitati e imprigionati in Unione Sovietica: era la stessa cosa. Ora sappiamo che tanto non funziona”.

“Non conosco Ai Weiwei personalmente, ma come artista originario di un Paese vicino che ha più di un miliardo di abitanti sono a maggior ragione più sensibile a questa ingiustizia. Impediremo a un miliardo di persone di esprimersi? E’ ridicolo!”. E ha concluso: “Il governo cinese sostiene che si tratti di un affare interno. Si sbaglia: ci coinvolge tutti. Nessuno può privare gli artisti del diritto di esprimersi e della loro libertà”.

Petizione italiana dell’Associazione Pulitzer
Petizione Internazionale




Mark Twain censurato in nome del politically correct

di Valentino Salvatore


Mark Twain

“Tutta la letteratura americana moderna viene fuori da un libro di Mark Twain: Huckelberry Finn” così scriveva Ernest Hemingway nel suo Verdi Colline d’Africa. “E’ il nostro libro più bello, e tutto quanto è stato scritto in America viene di lì: prima non c’è niente e dopo niente che lo valga”, aggiungeva lo scrittore statunitense. Queste dichiarazioni, solenni e telegrafiche nel puro stile dell’autore, erano la risposta a Kandinsky che lo aveva interrogato su quali fossero gli autori che lui riteneva più validi. D’altronde, l’epopea adolescenziale di Hucklberry Finn contiene in nuce tutta la voglia di evasione, se non di vera e propria ribellione, tipica di quell’età, ma anche la passione e gli slanci pionieristici dell’America della frontiera e del profondo sud. L’avventurosa odissea in miniatura del ragazzino allergico alla scuola e amico dei reietti (come lo schiavo nero Jim) lungo il grande fiume Mississippi è tutto questo.

Le avventure di Huckelberry Finn, pubblicato ormai nel 1884, rimane uno dei capisaldi della letteratura per i più giovani. Ma non è un libro così innocuo, visto che già un anno dopo la pubblicazione, venne bollato come non adatto ai ragazzi. Sia per il linguaggio troppo crudo e ricco di inflessioni gergali, sia per le vicende narrate, tanto da essere bandito dalla biblioteca pubblica di Concord, in Massachusetts. Non solo, ma raggiunse la poco invidiabile quinta posizione tra i libri più bannati dall’American Library Association negli anni Novanta. Ma l’amico anarchico di Tom Sawyer continua creare imbarazzo persino oggi, in un’America che parrebbe proiettata nell’era moderna. Il romanzo ha infatti subito già diversi mesi fa un’opera di restyling, da parte della casa editrice statunitense New South Book. Circa 200 termini, giudicati “offensivi”, sono stati censurati. Come la parola nigger (negro) che ricorre per la precisione 219 volte, sostituita da slave (schiavo), di certo più politically correct ma meno efficace. Stessa sorte anche per la parola injun (“indiano” in gergo), ritenuta poco rispettosa nei confronti dei nativi americani. Ad operare le correzioni chirurgiche, il professor Alan Gribben della Auburn University di Montgomery, che ha realizzato una nuova versione del testo. Secondo lo stesso Gribben, sostituire questi “due epiteti offensivi” può servire a “evitare la censura preventiva” che hanno subito titoli come questo di Twain. Spesso infatti accade nelle scuole che libri incisivi come quello di Twain, a causa delle espressioni usate o delle tematiche affrontate, subiscano l’ostracismo delle scuole, dagli amministratori locali o dai comitati di genitori, evidentemente scandalizzati da certe letture.

Egli stesso ammette di trovarsi in imbarazzo nel leggere ad alta voce durante le lezioni certi dialoghi contenenti parole offensive: “ogni decennio che passa queste offese sembrano guadagnare la loro capacità di impatto, piuttosto che perderla”. Ma Twain descrive con crudo realismo proprio la realtà americana della metà dell’Ottocento, fatta di razzismo e schiavitù. La sua era però anche una denuncia, tanto che si distinse come sostenitore per l’emancipazione dei neri, aiutando il suo amico Booker T. Washington per l’apertura di scuole per afro-americani e facendo donazioni al NAACP (National Association for the Advancement of Colored People). Ma altri studiosi non hanno apprezzato questi tentativi di igiene linguistica. Perché ad esempio, il valore di quest’opera non è solo letterario ma storico, come fotografia di un passato fatto di violenza e schiavitù, che traspare anche nel lessico.

Il fenomeno di adeguamento al politically correct etnico o religioso è in espansione. Anche altre case editrici corrono ai ripari, temendo che in una società sempre più multiculturale qualcuno possa sentirsi offeso da certe espressioni usate nei testi. Come l’olandese WordBridge Publishing, che l’anno scorso ha rimosso il termine dal titolo e dal testo del racconto di Joseph Conrad The nigger of Narcissus, del 1897.

Interessante analizzare la realtà degli Usa, storicamente in bilico tra libertà di espressione e occhiuto moralismo. Secondo un sondaggio della società Harris, realizzato su 2379 americani adulti e pubblicato recentemente, solo il 13% si è detto a favore del ritocco di Huckelberry Finn. Circa il 77% si è detto contrario. Le percentuali cambiano di pochissimo a seconda della posizione politica, per quanto riguarda eventuali modifiche del libro di Twain: sia conservatori, sia moderati, sia liberali sono contrari, attestandosi al 77% circa. Il range è più ampio in base al grado di istruzione: i più acculturati per l’87% sono contrari alla censura di Huckelberry Finn, mentre si oppone solo il 73% chi è arrivato alle high schools. Differenze ci sono anche se si considerano i gruppi etnico-culturali:  l’80% dei bianchi è contrario alla censura del libro in questione, ma la percentuale scende tra gli ispanici (71%) e tra i neri (63%).

Da Huckelberry Finn si passa poi al giudizio sulla presenza di libri nelle biblioteche scolastiche. La maggioranza ritiene che la Bibbia debba essere disponibile per i ragazzi (83%), ma il dato cala se si parla di libri che trattano l’evoluzionismo (76%) e le altre confessioni religiose. Solo il 59% accetterebbe la presenza della Torah e del Talmud e ancora meno (57%) del Corano. Problemi anche per i libri in cui si parla di vampiri (57%), sempre più diffusi tra i giovanissimi grazie a fenomeni come Twilight. Più resistenze verso testi con riferimenti a droghe o alcool (approvati solo dal 52%), o con stregoneria e magia stile Harry Potter (50%). Senza contare quelli dove è presente il sesso (48%) e la violenza (44%), o quelli dove c’è linguaggio esplicito (bocciati dal 62% degli americani).

Tendenzialmente, i liberali sono, come prevedibile, contrari alla censura dei libri, mentre la percentuale cala tra i moderati e i conservatori. Allo stesso modo, sono più bacchettoni sulla disponibilità di certi libri gli anziani rispetto ai giovani. Ma c’è una piccola sorpresa, che è segno probabilmente della maggiore secolarizzazione delle giovani generazioni americane. Per quanto riguarda la Bibbia, l’andamento è in parte invertito, sebbene si parli sempre di minoranze esigue. Per il 15% degli echo boomers (quelli tra i 18 e i 34 anni) il testo sacro non dovrebbe essere disponibile nelle biblioteche scolastiche, posizione sostenuta solo dal 9% degli over 66. I più giovani però si dicono in maggioranza contrari alla “completa esclusione” di libri dai circuiti di insegnamento, posizione che sfuma con l’aumento dell’età.




Jafar Panahi, il regista iraniano condannato a sei anni di carcere e 20 di silenzio

Il regista iraniano Jafar Panahi

Di Valentino Salvatore
Cinque anni di reclusione, in quanto accusato di appartenere ad una organizzazione illegale con lo scopo di sovvertire lo Stato. Un altro anno inflitto per propaganda sovversiva e lesiva dell’immagine della Repubblica. Non stiamo parlando di un pericoloso terrorista, ma del regista iraniano Jafar Panahi. Evidentemente, per la Repubblica islamica dell’Iran la macchina da presa imbracciata da una mente critica può fare più danni di un kalashnikov in mano ad un terrorista esaltato. Non solo, a Panahi è stato imposto il divieto di dirigere film di qualsiasi tipo, persino di scrivere sceneggiature, concedere interviste alla stampa (anche internazionale). Gli sarà proibito di recarsi all’estero. A meno che non sia per motivi di salute o – perché le tradizioni vanno sempre rispettate – per recarsi in pellegrinaggio alla Mecca. Anche se, specificano i giudici, dietro cauzione.
Un duro colpo alla cultura iraniana di questi anni, che vede proprio in Panahi uno dei suoi esponenti più promettenti e riconosciuti a livello internazionale. Il cineasta, classe 1960, fa la gavetta nella tv e si segnala come assistente ad Abbas Kiarostami per Sotto gli Ulivi (1994). L’anno dopo col suo film Il palloncino bianco, commovente favola urbana che ha per protagonista una bambina, si aggiudica la Caméra d’Or al Festival di Cannes. Vince il Pardo d’Oro alla kermesse di Locarno nel 1997 con Lo specchio, dove cinema e realtà si confondono in maniera spiazzante. Nel 2000 conquista il Leone d’Oro a Venezia con Il cerchio, pellicola che affronta il tema della difficile condizione femminile in Iran raccontando storie di donne reiette e in fuga dall’oppressione. Non manca tre anni dopo il riconoscimento della giuria di Cannes per la sezione Un certain regard con Oro rosso, pungente noir che denuncia con realismo le profonde differenze sociali del suo Paese. Così scomodo che ne viene vietata la diffusione in patria. Stessa sorte per il successivo Offside, di nuovo sul tema delle discriminazioni contro le donne dietro la metafora calcistica, che ottiene il Gran premio della giuria del festival di Berlino, nel 2006. Con la sua regia, Jafar Panahi sa cogliere le contraddizioni della società iraniana, in bilico tra modernità come fuga e rigido tradizionalismo. E lo fa portando sullo schermo una umanità semplice e dolente, il tutto con una sensibilità cinematografica quasi pasoliniana.
Non a caso il suo lavoro di regista è indissolubilmente legato all’impegno politico, per l’affermazione di un Iran più aperto e democratico. E’ esponente del Consiglio nazionale della pace in Iran, che si impegna per allontanare lo spettro della guerra e al tempo stesso per abolire le sanzioni. La nascita di questa associazione è stata promossa nel luglio del 2008 dal Centro per la difesa dei diritti dell’uomo del premio Nobel Shirin Ebadi. A causa del suo attivismo, Panahi viene arrestato una prima volta nel luglio del 2009. Il regista viene preso mentre si trova nel cimitero Behesht-e-Zahra di Teheran per la commemorazione di Neda Agha-Soltan, giovane uccisa in una manifestazione seguita alle discusse elezioni che hanno riconfermato il presidente Mahmoud Ahmadinejad. Rilasciato, gli viene però imposto di non lasciare l’Iran. Per questo non può raggiungere Cannes per il festival del 2010, dove era stato scelto come membro della giuria. Il responsabile del festival, Thierry Fremaux, ha simbolicamente lasciato una poltrona vuota tra i giurati dell’ultima edizione.
La polizia del regime gli è però sempre addosso. Viene arrestato ancora una volta a febbraio proprio nella sua casa di Teheran insieme a famiglia, amici e colleghi. Agenti in borghese fanno irruzione e portano via un quindicina di persone. Finisce dentro anche un altro promessa del cinema iraniano, il regista Mohammad Rasoulof. Sono reclusi nel famigerato carcere di Evin, a Teheran. Solo dopo diverse settimane il ministro per la Cultura e l’Orientamento Islamico spiega il motivo dell’arresto: Panahi è infatti ritenuto colpevole di voler girare un lungometraggio sulle elezioni presidenziali del 2009, giudicato antigovernativo. Il cineasta protesta con uno sciopero della fame e viene rilasciato dietro cauzione a fine maggio. Ma il regime iraniano non molla e arriva la pesantissima condanna del tribunale, il 20 dicembre. In totale, sei anni di reclusione come sovversivo, ma soprattutto pesano i divieti, con lo scopo preciso di troncarne l’evoluzione artistica e di silenziare una voce scomoda. Per ben vent’anni non potrà scrivere o dirigere film, rilasciare interviste o recarsi all’estero. Sei anni anche per l’amico Rasoulof. A Jafar Panahi sarà impedito di espatriare per presenziare al prossimo festival del cinema di Berlino, a febbraio. Era stato invitato da Dieter Kosslick, il direttore della kermesse, a far parte della giuria. Lo ha chiarito in maniera lapidaria il viceministro della Cultura per il Cinema, Javad Shamaqdari.
Il caso Pahani ha attirato l’attenzione del mondo del cinema, con una mobilitazione generalizzata da parte di attori e registi. Sono soprattutto i francesi a muoversi, come il filosofo Bernard-Henri Levy (già in campo contro la lapidazione di Sakineh Ashtiani), l’attrice Juliette Binoche, il regista Costa-Gavras e il direttore della Cineteca francese Serge Toubiana, oltre al già citato Fremaux. Per il regista Antonio De Palo la condanna è «prima di tutto una questione universale». Infatti «la privazione del linguaggio, l’impossibilità derivante del poter dire, del poter manifestare il proprio sentimento, è per un artista una condanna a morte». Perché impedisce «l’espressione di un punto di vista utile alla comprensione di un mondo culturale arido, impenetrabile», continua. Ma anche il cinema americano si fa sentire, con Steven Spielberg, Francis Ford Coppola, Martin Scorsese, Sean Penn. Non solo registi e attori però si interessano alla sorte di Panahi. Hamid Dabashi, docente della Columbia University, paragona la condanna inflitta al cineasta alla distruzione della monumentale statua del Buddha da parte dei talebani in Afghanistan. Lo scrittore Hamid Ziarati ha sentito il regista telefonicamente: «mi dice che se il mondo vuole fare qualcosa per tutti i cineasti iraniani deve agire ora o mai più, perché hanno condannato non solo lui ma tutta la cinematografia iraniana». Se il verdetto tra un mese sarà confermato, «per lui – incapace di chiedere clemenza, visto che non ha commesso nessun reato, e la Repubblica islamica incapace di concedere clemenza, visto che non ne ha mai avuta per nessuno – sarà la fine».
Anche in Italia, l’associazione 100Autori ha lanciato un appello invitando le autorità italiane a attivarsi. «Non permetteremo che questa palese ingiustizia ai danni di un nostro collega, finisca sotto silenzio», si legge nel comunicato, «tanto più nella consapevolezza che altri cineasti, anche più giovani e meno noti, da tempo subiscono, in Iran come in altri paesi, altrettanta violenza». Si invita quindi a firmare la petizione on line per il rilascio di Panahi, di modo che questi sia «nuovamente un cittadino libero, come uomo e come cineasta» Petizione promossa, tra gli altri, dal Festival di Cannes, quello di Locarno, la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Il regista Maurizio Sciarra, che rappresenta l’Italia nella Fédération Européenne des Réalisateurs de l’Audiovisuel, lancia la provocazione. Per sensibilizzare l’opinione pubblica sul caso Panahi invita le tv a mandare in onda i film del regista iraniano e a parlare delle sue opere. Nei prossimi giorni sono previste proiezioni in alcune sale e manifestazioni di sostegno. Nella speranza che la prossima poltrona non sia lasciata vuota. E che, magari, si possa vedere al cinema il suo prossimo film, oltre a quelli già girati.
Il video di  uno dei suoi film