Ice: la web series delle Calipso Chaos

Calipso Chaos

Calipso Chaos

Il bello di una normalità non ordinaria

‘Ice: Niente brucia come il ghiaccio’ è la serie che con estrema leggerezza racconta la realtà, spesso pesante, dei giovani in Italia.

Il ghiaccio così anomalo se accostato all’idea di bruciare, è metafora del loro modo di esprimersi diverso dal trend commerciale che vede sempre più artisti ricorrere ai talent show per farsi conoscere, o  modificare la propria immagine per rientrare nel genere musicale interpretato.

La serie, ideata da Laura Avallone, leader delle Calipso Chaos,  punta a lanciare il nuovo singolo della band tutta al femminile.

Roma, metropolitana e caotica, fa da scenografia alla narrazione, che vede le tre protagoniste lottare con  amori, lavoro e relazioni incerte e precarie.

Laura(interpretata dalla stessa Avallone) è una cantante ritardataria e orgogliosa, che tenta disperatamente di non mostrare i suoi sentimenti a Viola, sua ex fiamma, anch’essa amareggiata dalla fine di quel rapporto turbolento quanto intenso.

A completare la triade c’è Diletta, una restauratrice, che purtroppo si trova a lottare con la problematica sempre più urgente della disoccupazione giovanile.Questi personaggi ci conducono nella loro vita normale, ma non ordinaria.

Infatti la serie si propone di affrontare il tema dell’ omosessualità, per molti ancora un  taboo, nel modo più naturale possibile, senza evidenziarlo o metterlo in mostra eccessivamente, ma con la sensibilità di chi ha capito che l’amore è amore a prescindere dall’oggetto dell’amore stesso.

Calipso Chaos

Calipso Chaos

Simpatico è vedere ‘nella serie’ attrici interpretare il ruolo delle altre tre componenti delle Calipso Chaos, Annalisa Baldi (chitarrista) e Martina Bertini (bassista), Tamara Scacciati delle quali vengono esaltate le caratteristiche più curiose.

Da sottolineare la presenza di Roberto Ruberti, gf13, nel ruolo di manager della band.

Il progetto è sicuramente promettente, sia per la sua capacità di unire due arti, la recitazione e la musica, sia per l’intelligenza di riuscire a sfruttare il canale digitale, con un idea nuova e originale.

 

 

Di Eleonora Quadrana




Il Bosone di Higgs e la nostra vita

di Mariano Colla

“Il Bosone di Higgs e la nostra vita” è lo stimolante titolo della conferenza tenuta ieri dalla dott.ssa Fabiola Gianotti all’Accademia dei Lincei.
Fabiola Gianotti è nota per gli importanti risultati raggiunti con le sue attività di ricerca e di coordinamento presso il CERN di Ginevra.
Una scienziata italiana di successo, un esempio per le giovani generazioni, a conferma della capacità e della professionalità che la scienza italiana può esprimere a livello internazionale quando le vengono forniti i mezzi e le opportunità.
Dunque il bosone di Higgs, evocato a volte, in chiave trascendente, come “la particella di Dio”.
Intanto è bene classificarlo: si tratta di una particella fondamentale come gli elettroni, i neutrini, i quarks e i fotoni che sono tali perché, al momento, non risultano ulteriormente scomponibili.
Il bosone è dunque una particella elementare sulla cui presunta esistenza Peter Higgs, fisico britannico, elaborò negli anni 60’ una complessa teoria fisico-matematica, ma si è dovuti giungere ai giorni nostri per dimostrarne sperimentalmente la presenza.
La Gianotti ha coordinato l’equipe scientifica internazionale che, presso il CERN di Ginevra e tramite il potente e sofisticato acceleratore di particelle LHC (Large Hatron Collider), ha confermato, lo scorso Luglio, l’esistenza di una particella dalle caratteristiche compatibili con le teorie di Higgs.
Di tale equipe hanno fatto parte molti giovani fisici e ricercatori italiani, quasi 200. La scienziata ha illustrato gli incredibili sforzi scientifici e tecnologici del CERN, dell’industria fornitrice della raffinatissima tecnologia dell’LHC, a cui ha contribuito l’eccellenza dell’industria italiana, dei sofisticati strumenti di calcolo e di rilevazione dei dati e degli scienziati e delle maestranze coinvolte.
Lavoro imponente, per consentire a due fasci di protoni di percorrere in senso inverso ad altissima velocità, prossima a quella della luce, i 27 chilometri del condotto sotterraneo dell’LHC (cento metri sotto la superficie), per poi collidere, in un punto preciso dell’anello, disintegrandosi in una miriade di particelle elementari. L’evento è stato fotografato da dispositivi in grado di scattare 40 milioni di fotografie al secondo, pari al numero di collisioni dei protoni. L’acceleratore lavora a una temperatura prossima allo zero assoluto (1,9 gradi Kelvin) per consentire l’impiego di superconduttori ad alta intensità di corrente in grado di alimentare i campi magnetici che devono orientare il tragitto circolare dei protoni. Un grande sforzo per un grande risultato, osserva la Gianotti, ed è lecito porsi domande sul perché di un tale impegno. La risposta sta nel desiderio di conoscere.
Secondo la scienziata noi, oggi, conosciamo abbastanza bene il mondo delle particelle elementari e delle loro interazioni, un po’ perché le abbiamo osservate tramite opportune sperimentazioni e un po’ perché sono state descritte da una teoria denominata “modello standard”, che ne ha consentito, con precisione assoluta, la rilevazione. L’unica particella elementare mancante, per completare la conferma delle teorie del modello, era il bosone di Higgs.
Senza entrare nella categorizzazione delle diverse tipologie di particelle, quali elettroni, quark, fotoni, gluoni, W, Z che ci porterebbe lontani, sappiamo, tuttavia, che il modello standard non è completo, ossia non è in grado di spiegare nella sua totalità il comportamento dell’universo.
Rimangono inevase importanti domande.
Sappiamo, per esempio, che la materia ordinaria occupa circa il 5% dell’universo. Un altro 20% è fatto di una materia denominata “oscura” perché non rilevabile dagli attuali strumenti scientifici e perché nessuna delle particelle descritte dal modello standard ha le caratteristiche compatibili con tale materia. Pertanto dovremo affidarci a qualche altra teoria che esplori il mondo fisico oltre il modello standard per spiegare il 75% dell’universo che, tuttora, risulta incomprensibile o ignoto, e che indaghi le apparenti asimmetrie tra materia e antimateria e le loro complesse dinamiche.
L’esperimento dello scorso Luglio ha consentito, dopo ben 10.000 miliardi di collisioni, di osservare una particella con massa 130 volte maggiore del protone, con caratteristiche molto simili a quelle attese per il bosone di Higgs.
E’ ora opportuno descrivere l’importante funzione associata a questa misteriosa particella, così come l’aveva intuita Higgs nella sua teoria.
Bisogna intanto premettere che prima di tale intuizione, ora sperimentata, non era nota l’origine della massa delle particelle elementari.
Il primo modello standard, infatti, descriveva particelle prive di massa, ma Higgs introdusse un meccanismo (il campo di Higgs) che consentiva di fornire una massa anche a queste particelle. Secondo la teoria del fisico britannico le particelle elementari hanno acquisito la loro massa un centesimo di miliardesimo di secondo dopo il Big Bang, quando il così detto campo che ha preso il suo nome è entrato in funzione. Le particelle che avevano una interazione forte con il campo hanno acquisito una massa, le altre no.
Semplificando al massimo i concetti, con buona pace dei fisici teorici, immaginiamo che nel momento del Big Bang vi sia stato un gas di particelle senza massa che vagavano per l’universo alla velocità della luce. In questo universo primordiale esisteva già un campo di Higgs, un sistema di onde elettromagnetiche trasparente al movimento delle particelle elementari.
Con la progressiva diminuzione della temperatura, dopo il Big Bang, il campo di Higgs ha subito una trasformazione che ne ha determinato una maggiore densità (cambio di fase) tale da consentire una interazione forte con le particelle che lo attraversavano. Poiché, secondo i principi della meccanica quantistica, a ogni campo è associata una particella, al campo di Higgs è stata associata la particella omonima, ossia il bosone, la cui caratteristica più importante, all’interno del modello standard, è quella di interagire con tutte le altre particelle fornendo loro una massa. In modo semplicistico è come dire che il bosone è una specie di generatore di massa e, forse anche per questo, è stato chiamato particella di Dio. In effetti, nell’economia dell’universo non è un ruolo di poco conto.
Quale può essere il ruolo dell’errore in questo complesso meccanismo? La Gianotti, sollecitata da una mia domanda, ha risposto che anche l’errore, in fisica, è considerato con rigore e precisione, e che sperimentazioni ripetute tendono a limitarne l’impatto. Sarà, ma quanto accaduto poco tempo fa sulla velocità dei neutrini, considerata per un po’ di tempo maggiore di quella della luce, qualche perplessità la fa nascere.
Quali saranno i prossimi passi?
L’LHC è stato costruito per rispondere a molte domande. Alcune, come l’origine delle masse sono prossime a una risposta, altre, sulla materia oscura, costituiranno l’impegno per il futuro. La tecnologia dell’LHC dovrebbe consentire 20 anni di esplorazione, è stato confermato dalla Gianotti, la quale, a questo punto della conferenza, ne ha evocato il titolo: “il bosone di Higgs cambierà la nostra vita?”.
Per l’uomo comune sorge, infatti, spontanea la domanda: ma a me che cosa importa della massa delle particelle?
Il punto è che se noi esistiamo è proprio perché le particelle hanno massa e si comportano in un determinato modo e, quindi, ogni ulteriore scoperta svela qualcosa in più della nostra natura. Osserva, inoltre, la scienziata: ogniqualvolta si fa un passo avanti nella conoscenza, è prevedibile un progresso. La nostra vita è cambiata perché per trovare il bosone la tecnologia ha dovuto fare molti passi avanti e la comunità, prima o poi, ne trarrà dei benefici (es.: positron emission tomography inventato al CERN).
L’Italia ha dato un grande contributo al CERN, già partendo dal fisico Amaldi e poi con i direttori Rubbia e Majani, l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, e oltre 600 ricercatori che hanno fornito la loro collaborazione.
La logica conseguenza di tutto ciò è un’amara riflessione della Gianotti sullo stato penoso della ricerca in Italia, disciplina abbandonata a se stessa, soggetta al progressivo depauperamento delle eccellenze e di una scuola scientifica dalla lunga tradizione. Un’altra voce si aggiunge al coro che ritiene la cultura e la conoscenza un incubatore indispensabile per la formazione delle giovani generazioni. Laddove la politica sostiene che la “cultura non si mangia” quali speranze ci sono? Cerchiamo di essere tutti ottimisti e crediamo in un’Italia migliore.




La lobby gay

di Mariano Colla

Nei giorni scorsi diversi quotidiani e reti televisive hanno riportato la notizia che all’interno della Chiesa sembra risiedere una non meglio specificata “lobby gay”, sufficientemente potente per interagire sull’ordinamento corrente delle attività ecclesiastiche.
Conferme e prove in tal senso, almeno per gli osservatori esterni al Vaticano, sono ancora in fase di confezionamento, tuttavia il problema sembra esistere.
Che le lobbies siano presenti ormai ovunque nel nostro ordinamento politico non è una novità.
I centri di potere fanno parte delle democrazie sin dalla loro nascita ed esercitano sugli esecutivi pressioni di ogni genere, pur di tutelare i propri interessi.
Ora, anche la Chiesa è un centro di potere e non stupisce più di tanto che anche nel regno di Pietro esistano delle lobbies.
Ciò che mi sorprende, pertanto, non è tanto che nella Chiesa esistano delle lobbies, quanto il fatto che una di esse possa essere identificata come lobby gay. Che cosa vuol dire?preti_gay
Che esistono dei clerici omosessuali che, a differenza dei preti pedofili o degli eterosessuali, esercitano una particolare influenza dovuta proprio alla loro specificità?
La distinzione non mi convince. Non si è peggio o meglio perché si è omosessuali, come non si è peggio o meglio perché si è eterosessuali.
Essere omosessuali non è un reato e né, tanto meno, implica automaticamente un orientamento immorale. Diverso è essere pedofili, laddove il comportamento sottostante ha ben altre implicazioni di carattere etico-morale.
Il problema, quindi, a mio avviso, non è tanto se nella Chiesa esistono degli omosessuali, forse ci sono sempre stati, quanto se essi sono imputabili di qualche malversazione come categoria.
Se di peccato si vuol parlare, sia esso di carattere sessuale o di corruzione o di smodato carrierismo, esso non è imputabile alla omosessualità, quanto all’uomo in quanto tale, senza ulteriori qualificazioni di natura morfologica che sembrano già includere giudizi di merito sull’esistenza di una diversità che, di per sé, alimenterebbe propensioni a comportamenti moralmente sanzionabili.
In ambito psichiatrico, la pedofilia, a differenza della omosessualità, viene considerato un disturbo del desiderio sessuale e non vi è distinzione tra omosessuale ed eterosessuale. Quindi, eliminata quest’ultima categoria, sulla quale la Chiesa da tempo si dibatte per cercare una soluzione onorevole ( per chi?), ritorniamo sul termine gay.
E’ noto come la disputa in corso da tempo sulle unioni tra omosessuali, ha trovato in paesi quali la Francia, la Spagna e, parzialmente, gli Stati Uniti, soluzioni che sanciscono i diritti degli omosessuali nella forma e nei contenuti del tutto simili a quelli degli eterosessuali. Ciò ha determinato violente manifestazioni da parte di coloro che ancora ritengono i soggetti appartenenti alla categoria gay come dei diversi, come soggetti che infrangono le regole della comunità eterosessuale, regole secondo molti, non negoziabili.
Il termine gay sembra quindi venir assunto in tutta la sua negatività, come portatore di valori etici discutibili, anzi come possibile personificazione del peccato.
Che all’interno della Chiesa possano esistere dei mali lo ha dichiarato recentemente anche Papa Francesco. Che poi sia effettiva l’esistenza di gruppi che, facendo leva su ricatti di natura sessuale, possono condizionare l’ordine curiale non vi è certezza ma le voci sono tante.
Se nelle buone intenzioni del nuovo pontificato, intenzioni peraltro emerse nel Ratzinger degli ultimi mesi, vi è, come pare, il desiderio di ripulire vecchie incrostazioni, al fine di ridare alla Chiesa quella purezza originaria da tempo auspicata, forse può essere sviante categorizzare il peccatore anziché isolarlo e condannarlo come individuo.

foto: queerblog.it




La Siria non raccontata

di Mariano Colla

Il perdurare del conflitto in Siria, senza apparenti soluzioni immediate, mi suggerisce di mettere a confronto due diverse opinioni sulle cause di tale conflitto, opinioni maturate in contesti diversi da parte di persone ed organizzazioni che hanno vissuto un’esperienza diretta della tragedia che da anni insanguina il paese mediorientale.
Sono punti di vista in buona misura contrastanti, emersi in alcuni seminari organizzati sul tema nei mesi scorsi, ma che ritengo ancora attuali e che testimoniano della difficoltà interpretativa delle ragioni del conflitto. Considerazioni da mettere a confronto, quale contributo per consentire al lettore eventuali approfondimenti e per favorire la maturazione, se possibile, di un approccio imparziale al dramma siriano. siria
La prima serie di esperienze proviene da “Convergenza delle culture”, organismo umanista di carattere mondiale, organizzatore di un incontro sul tema: “La Siria non raccontata”.
La locandina di presentazione della conferenza recitava:
“La Siria sta vivendo un delicato momento storico.
La verità rispetto agli eventi, purtroppo, non viene mai rivelata dal popolo siriano, ma dai media che, con immagini crude, ci parlano di guerra e di violenza, e ci privano degli strumenti per capire.
Siriani, cittadini italiani, volontari e attivisti di varie organizzazioni umanitarie, da tempo operanti in Siria, hanno raccontato le loro esperienze, fornendo un quadro del conflitto in corso nel paese mediorientale assai diverso dallo scenario che un osservatore superficiale può aver ricavato dalle informazioni diffuse da gran parte delle reti televisive e delle fonti giornalistiche.

Secondo le esperienze di tali testimoni è emersa una Siria in cui le iniziali manifestazioni pacifiche di una parte dell’opposizione contro il regime di Assad sono state successivamente strumentalizzate, con l’obiettivo di far precipitare il paese nel caos per favorire interventi armati sia da parte governativa che da parte dell’opposizione dove, quest’ultima, avrebbe ottenuto aiuti in armi e mercenari, al fine di scardinare l’attuale assetto politico a favore di presunti interessi occidentali nell’area.
Lo spirito degli interventi ha sostanzialmente delineato uno scenario in cui la Siria è inserita nell’ambito di uno scacchiere strategico la cui gestione è stata rimessa in discussione dai movimenti della così detta primavera araba.
Con la caduta del muro di Berlino, e con la ridotta influenza dell’ex Unione Sovietica nella regione, il complesso sistema di alleanze del mondo occidentale ha via via cercato di intensificare la propria presenza in medioriente, legittimando o favorendo ogni movimento che potesse salvaguardare il mantenimento di una posizione di forza nella regione, sia per la presenza del petrolio, sia per isolare quei paesi ostinatamente contrari a ogni forma di ingerenza, tra i quali l’Iran ha un ruolo preponderante.
Secondo i conferenzieri, con la caduta di Gheddafi, l’instabilità politica dell’Egitto e i fragili equilibri in Tunisia, la Siria rappresentava il paese meglio organizzato, anche militarmente, nella zona.
Favorire e alimentare dissidi interni con l’obiettivo di far cadere Assad, al fine di indebolire il paese, anche alla luce della sua vicinanza con l’Iran, costituiva un’accattivante opzione strategica e il diffondersi dei movimenti di protesta alimentati dalla primavera araba poteva costituire un alibi dietro cui coprire progetti geopolitici di ben altra natura.
La Siria, come l’Iraq, come la Libia come l’Egitto, è preda di una devastazione che, oltre al bagno di sangue in corso, riduce in polvere ricchezze e imponenti testimonianze storiche e la gravità della situazione richiede responsabilità politica e compromessi.
Le manifestazioni di violenza e odio sono così intense che con difficoltà si possono attribuire a un popolo che vanta confessioni ed etnie diverse, reciprocamente tolleranti, che hanno vissuto in pace per secoli, dove i cittadini sono tutti uguali per diritti e doveri e dove lo spirito d’accoglienza si esprime con generosità. La Siria, infatti, ospita circa 2 milioni di rifugiati su una popolazione di circa 27 milioni di persone. Secondo gli interventi è difficile credere sino in fondo che un contrasto politico, più che religioso – la Siria non ha una religione di Stato – possa aver determinato tale tragedia.

La versione che gli oratori accreditano come più probabile, secondo il loro punto di vista, è che in Siria non c’è una guerra civile, in quanto le fazioni in lotta solo marginalmente contengono siriani, bensì una guerra indotta da potenze straniere per esportare, formalmente, un modello democratico, secondo la struttura del così detto PNAC (Project for the New American Century), redatto a suo tempo dai conservatori statunitensi.
In Siria c’è un islam moderato e tale tendenza si presta a delineare una speranza che dovrebbe consentire alla popolazione siriana di riprendere il controllo della situazione.
In alternativa a quanto sopra scritto la SIOI, Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale (Ente senza fini di lucro sottoposto alla vigilanza del Ministero degli Esteri; presidente: Franco Frattini), ha organizzato un convegno in cui le posizioni degli oratori hanno delineato uno scenario sostanzialmente diverso.
Dagli interventi è emersa, infatti, la conferma che il regime di Assad era ed è basato su un controllo poliziesco violento, senza controlli e vincoli di sorta, a carattere criminale.
L’iniziale pacifica serie di dimostrazioni anti regime è stata seguita da infiltrazioni di organizzazioni siriane e straniere con connotazioni di integralismo islamico sunnita (la classe dominante, Assad in testa, è sciita alawita) che, con azioni più accese, hanno provocato la reazione bellica delle forze governative.

Al momento è impossibile dire quale quota degli insorti sia riferibile a tali organizzazioni supportate da Stati stranieri islamici (Iran, Qatar, Sudan, Algeria e altri), ma sicuramente si tratta di una quota elevata. Pare che la forza meglio organizzata e più temibile sia la brigata Al Nusra, una filiazione di Al Qaeda. Inoltre, sembra che i civili temano più le forze governative che quelle degli insorti.
La Russia terrebbe, con qualche ansia, la posizione di grande protettrice di Assad; la Turchia si limita a lasciare entrare – obtorto collo e senza svenarsi in assistenza – cospicui flussi di profughi siriani, non rammaricandosi troppo dell’autodistruzione di un vicino ben armato e animato da mire di leadership internazionale sull’area.
Non vi sono stati specifici riferimenti a disegni di influenza sul focolaio siriano da parte USA o di Stati europei. La questione è stata presentata come faccenda essenzialmente interna al mondo arabo.
Alcuni giornalisti relatori hanno parlato della devastante ed indiscriminata azione bellica delle forze governative con ricorso a fuoco di artiglierie e bombardamenti aerei che stanno causando migliaia di morti tra i civili; sono stati distrutti quartieri di Damasco, gran parte della città di Aleppo, numerosi villaggi sospettati di ospitare ribelli (sembra che in questi casi la popolazione venga avvertita dell’azione aerea con due giorni di anticipo; si tratterebbe quindi di raid puramente punitivi). Si è anche accennato all’uso di gas tossici.

Per quanto riguarda il “che fare” da parte dell’occidente, non sono mancati interventi di rappresentanti di associazioni e ONG di vario stampo che hanno auspicato imprecisate azioni affinché “tacciano le armi”, forze di interposizione e supporti allo sviluppo economico sociale. A prescindere da tali pur lodevoli idee di anime belle, alla domanda se sia giusto e desiderabile un più massiccio ed articolato invio di armi agli insorti, numerosi sono stati i “non lo so”, dato che, tra l’altro, non sarebbe possibile avere la certezza che le armi finiscano in mani “moderate”.
Generale è risultata la previsione che Assad cadrà; tutti si son detti d’accordo sul fatto che, ove ciò accadesse, seguirebbe il massacro di circa mezzo milione di alawiti e l’esodo di non meno di 5 milioni di profughi.
E’ emersa l’opinione che un sostegno in materiale bellico agli insorti da parte dell’occidente potrebbe indurre Assad a ritirarsi da Damasco in una zona definita “oltre il fiume Oronte” e a trattare per la costituzione di una Federazione di Stati omogenei per religione.
Nessun accenno è stato fatto a cosa succederebbe ai siriani cristiani (circa il 10% della popolazione) se, grazie al deciso sostegno in materiale bellico da parte dell’occidente, la parte jhaidista/qaedista finisse per travolgere violentemente Assad instaurando una repubblica islamica basata sulla sharia. Per quanto i cristiani siano stati definiti estranei alla guerra civile (la “fitna”) in corso, è rimasto oscuro il motivo dell’assenza di preoccupazione per la loro sorte.

Come si può notare da questi succinti appunti il quadro politico in Siria è complesso e difficilmente sbrogliabile. Il Medio Oriente continua a rappresentare un focolaio di instabilità, soprattutto alla luce della presunta morte del re saudita Abdullah. Fragili equilibri sono in gioco e l’unica speranza di una pace siriana risiedono, a mio avviso, nel successo delle conferenze occidente-oriente che vedono, in particolare, coinvolti USA, Russia e Turchia e dove il ruolo della Cina sembra non andare al di là della tutela dei propri interessi nella zona. A Ginevra se ne parlerà, ma la strada è ancora lunga.




L’arte di Louise Nevelson

di Mariano Colla

La Fondazione Roma ha organizzato, dal 16 Aprile al 21 Luglio 2013 a Palazzo Sciarra, un’esposizione dedicata a Louise Nevelson (Pereyaslav-Kiev 1899 – New York 1988), scultrice americana di origine russa, particolarmente nota per le sue attività artistiche nelle avanguardie del Novecento.
Recita la locandina di presentazione della mostra: “Attraverso l’esposizione di oltre 70 opere, raccolte grazie alla collaborazione della Fondazione Marconi, la manifestazione racconta in maniera emblematica l’attività artistica di Louise Nevelson, considerata tra gli artisti più illustri dei secondo dopoguerra. Il percorso espositivo raccoglie disegni e terracotte degli anni Trenta, periodo in cui ebbe inizio la sua carriera artistica, e le meravigliose sculture dei decenni successivi, con lo scopo di sottolineare come il lavoro della Nevelson abbia segnato l’evoluzione dell’arte americana del XX secolo. La sua produzione artistica, infatti, si colloca tra quelle esperienze che, dopo le avanguardie storiche del Novecento, in particolare il Futurismo e il movimento Dada, hanno fatto uso di frammenti e oggetti recuperati dal contesto quotidiano con intenti compositivi.nevelson_4
La pratica dell’assemblage, portata a qualità linguistica da Duchamp, Picasso, Schwitters e altri scultori, diventò per l’artista la forma dì espressione caratterizzante. Le sue sculture, infatti, si compongono di oggetti di recupero ai quali lei ha ridato una nuova vita “spirituale”, diversa da quella per la quale erano stati creati. Realizzò opere con l’utilizzo di materiali più diversi quali l’alluminio e il plexiglass, anche se il suo materiale prediletto è senza dubbio il legno. A partire dagli anni Cinquanta, introdusse nelle opere anche la funzione simbolica del monocromo passando dal nero opaco (anni ’55-’59), al bianco (anni ’59-’60), all’oro (anni ’60-’61) e rendendo indistinti i confini tra scultura, collage e altorilievo”.
Fin dalla fine degli anni 20’ la Nevelson è interessata a conoscere e a studiare i maestri cubisti, interesse che coniuga con una innata attrazione per le civiltà native mesoamericane. La scultura, secondo il pensiero dell’artista americana, deve aprire la visione verso un ulteriore stato, la quarta dimensione, indicatale, appunto, dall’arte cubista e dagli interessi e studi filosofici coltivati in quegli anni.
La perfezione, dice la Nevelson, non proviene da un calcolo razionale ma dalla semplicità e dalla immediatezza dell’istinto creativo, basi e dimensioni dell’arte cubista. Il disegno ha giocato un ruolo importante nella produzione artistica della Nevelson e ha accompagnato il suo lavoro con quella immediatezza espressiva che l’artista ha considerato, da sempre, componente fondamentale del suo fare.
Diceva Louise negli anni 30’: “la scultura, sino ad ora, era mettere e togliere in tre dimensioni. La quarta dimensione, manca una definizione migliore, non è ciò che si vede, ma la facoltà di completare ciò che si sta vedendo”.
Certamente la Nevelson precorreva i tempi. Fu infatti la prima a scegliere il nero totale per le sue opere. In merito al colore nero diceva: “ non credo di aver scelto io il nero. Penso che lui abbia scelto me per dire qualcosa”.
Diceva inoltre: “a volte il materiale prende il sopravvento, altre volte sono io ad impormi. Permetto un gioco come un’altalena. Uso l’azione e il contrappunto, come nella musica, per tutto il tempo. Azione e controazione “
La Nevelson era considerata dai critici come l’architetto dell’ombra e della luce.
Negli anni 70’, contemporaneamente alla produzione di collages e stampe, crea cicli di opere in cui sembra attenuare gli impeti compositivi del passato, attraverso una maggiore attenzione all’equilibrio e al bilanciamento delle parti.
L’idea di produrre piani in legno lavorati, inchiodati e accumulati, era un concetto nuovo per la cultura statunitense .
Molto importante è per l’artista il passo verso gli environment, diversamente chiamati istallazioni.
Gli environment sono opere non solo addossate alle pareti, ma anche collocate nello spazio della galleria e del museo, a formare piani o elementi verticali che, posti a terra o pendenti dal soffitto, riassumono in sé l’idea dell’elemento totemico proprio delle culture dei nativi americani, ammirate e amate dall’artista. Sono la nonna dell’environment, diceva, e proprio in questo ambiente da lei creato si immergeva nei colori a lei più cari: il nero, il bianco e l’oro.
A un giornalista disse: “amo l’oro che riflette il grande sole, dopo il nero e il bianco. In realtà era per me un ritorno agli elementi naturali : ombra, luce, sole, luna”.
Il legno è stato senz’altro il suo materiale preferito.
Di esso diceva: “mi sono rivolta istintivamente al legno perché volevo un mezzo che fosse immediato. Potevo comunicare quasi spontaneamente e ottenere ciò che volevo”.
In mostra a Roma si possono ammirare alcune delle sue opere più maestose, insieme di elementi scatolari addossati alle pareti, spesso di grandi dimensioni, dal forte impatto visivo sull’osservatore, come l’opera “Homage to the Universe”.
Aveva un comportamento estroso e anticonvenzionale, emblema della cultura artistica degli anni 60’ e 70’.
Affermava infatti: “la ricerca completamente consapevole della mia vita è stata quella di un nuovo modo di vivere, una nuova immagine, una nuova percezione”.
Amava New York al punto da dire: “quando guardo la città la vedo come una immensa scultura”.
I collages affiancano l’attività scultorea della Nevelson. Anch’essi visibili in mostra, sono realizzati in diverse dimensioni, su supporti lignei e cartacei, in una serrata bidimensionalità o con un minimo rilievo, essi permettono all’artista di ritrovare immediatezza esecutiva e mostrano la continua attenzione per l’equilibrio della composizione, per i piani prospettici che si determinano e per i rapporti cromatici tra le parti.
In occasione della mostra, la Fondazione Roma-Arte-Musei ha anche organizzato un ciclo di conferenze e tavole rotonde dedicate alla figura dell’artista americana e al suo rapporto con l’arte del XX secolo in Europa e in America, tra cui:

GIOVEDÌ 23 MAGGIO, ORE 18.00
LOUISE NEVELSON E L’ARTE EUROPEA
Tavola Rotonda
MERCOLEDÌ 29 MAGGIO, ORE 18.00
LOUISE NEVELSON E L’ARTE DEL SUO SECOLO
Thomas Deecke, relatore
GIOVEDÌ 6 GIUGNO, ORE 18.00
LOUISE NEVELSON E L’OLTRESCULTURA
Thierry Dufrène, relatore
MERCOLEDÌ 19 GIUGNO, ORE 18.00
LOUISE NEVELSON E LA SCULTURA DEL XX SECOLO
Tavola Rotonda

Le conferenze e le tavole rotonde hanno una durata di circa 1 ora e 1/2 e si svolgeranno presso la sala conferenze al secondo piano di Palazzo Sciarra.
Sarà possibile partecipare, previa presentazione del biglietto di mostra, prenotandosi presso la biglietteria del museo o chiaman¬do al T +3906697645 99. La prenotazione è consigliata, fino a esaurimento posti (max 140).




La retorica del perdono

di Mariano Colla

Mentre Giuseppe Giangrande, il carabiniere rimasto gravemente ferito domenica 28 aprile, davanti a Palazzo Chigi, resta in prognosi riservata, la figlia Martina è sottoposta a un intenso fuoco mediatico, fatto di domande, interviste, conferenze stampa.
Con il viso sofferente Martina si adegua all’irruenza dei media, rispondendo alla miriadi di quesiti personali che le vengono posti, ma dinanzi a una domanda, giustamente dubita, preda, come probabilmente è, di pulsioni interne contraddittorie. Le si chiede se potrà perdonare l’artefice dell’atto inconsulto che ha gravemente ferito il padre.
Viviamo in un paese di lunga tradizione cattolica e mi sono chiesto quanto l’influenza religiosa può determinare ruoli, significati e contenuti del termine perdono, vocabolo che viene spesso evocato ogni qualvolta singoli individui, famiglie o comunità subiscono un torto o una offesa grave, tale da scatenare il pronto intervento di stampa e televisione.
Fateci caso. Dinanzi a persone profondamente turbate da drammi e tragedie personali che improvvisamente hanno invaso la loro esistenza, dinanzi a visi storditi dalla sofferenza, il giornalista di turno, quasi facesse parte di un meccanico “leitmotiv”, pone la fatidica domanda: “ ma lei è disposta a perdonare? Può avere una parola di conforto per chi l’ha offesa ?”, riferendosi all’assassino, al delinquente o al drogato di turno.
A dei poveri disgraziati che poche ore prima hanno perso persone care, vittime di aggressioni, vendette, disgrazie e chissà che altro, si chiede se possono perdonare.
Quale contributo alla cronaca di un evento drammatico possa provenire dal sondare la propensione della vittima al perdono, non mi è del tutto chiaro, bensì mi appare frutto di una inutile investigazione priva di quella sensibilità che un dramma che ha scosso coscienze familiari richiederebbe.
Il perdono non è una vocazione, se non, forse, per pochi spiriti eletti, i quali lo sanno esprimere come valore esistenziale. Per i comuni mortali è la difficile elaborazione di un sentimento intimo, vissuto a diretto contatto con la propria coscienza e sensibilità, sfere emotive che, per molti, sottendono una particolare disposizione religiosa.LA FORZA DI MARTINA, 'SPERO IN MONDO MIGLIORE'
Una disposizione d’animo di cui bisogna avere rispetto e il farne oggetto di articoli e interviste rappresenta, a mio avviso, una forma di invasività, una lacerazione della riservatezza, che conduce a una inutile retorica, la retorica del perdono, appunto. La cronaca che vuole appropriarsi degli aspetti più intimi della personalità umana va oltre il diritto d’informazione.
Dinanzi alla domanda sulla propensione al perdono, così immediata e invasiva, le risposte variano, sono spesso fornite senza riflessione, ignorando il turbinio di sentimenti che le generano.
Il perdono, sentimento troppo complesso per esaurirsi in una semplice risposta al giornalista che cerca lo scoop, si manifesta in modi diversi, sempre che una persona sia disposta a concederlo.
Nella domanda è insita la ricerca di una sincerità, strappata quasi con violenza e, proprio per questo, non ponderata, ovvero adattata alle esigenze di una folla curiosa di lettori e spettatori che, come in una fiction, ama il melodramma, il lieto fine.
Perdonare, credo, non è il primo atto che ci viene in mente quando riceviamo un torto.
Il perdono è frutto di una complessa elaborazione psicologica. Il rapporto tra vendetta e perdono ha fatto la storia dell’uomo. Vendetta e perdono sono due componenti dell’animo umano in perenne conflitto, ognuna alla ricerca di una propria realizzazione da cui estrarre piacere e godimento.
La soggettività gioca un ruolo fondamentale in questo difficile contrasto. E’ umana la tendenza al perdono, oppure essa si fa spazio prevalentemente all’interno di un percorso religioso e fideistico che prescrive redenzione e salvezza per chi la mette in pratica?
Come può la domanda di un giornalista trovare una risposta adeguata? Ha senso porre quesiti di tal genere?
Per un credente l’immagine di Cristo inchiodato sulla croce che perdona i suoi aguzzini “perché non sanno quello che fanno”, oppure che afferma “perdonate e vi sarà perdonato” (Lc. 6,37) è un formidabile esempio per applicare nella vita reale lo stesso principio.
Pertanto, forse, anche nel dramma personale vissuto pubblicamente, scatta un impulso esteriore, una reazione immediata guidata da valori a lungo introiettati, a dire sì, perdono, ma la complessità della natura umana non si esaurisce dinanzi a un microfono che ci incalza, strumento idoneo ad alimentare una sterile retorica buonistica, laddove manifestare pubblicamente odio, desiderio di vendetta, rancore non appartiene del tutto alla nostra cultura.
Nella dimensione religiosa Dio ci ha perdonato di una colpa che l’umanità ha assunto su di sé dall’inizio dei tempi, colpa inquadrata nell’ambito di una teologia creazionista, ma che è priva della sua necessità di redenzione nell’ambito di una concezione laica del mondo.
Una teoria sostiene che l’assenza di perdono con tutto il suo corollario di risentimenti, odio, amarezze induce un senso di malessere che contribuisce a peggiorare la nostra salute e che quindi il perdono è una forma di guarigione, di sollievo, una completa rimozione delle angosce, dei sensi di colpa e dei rimorsi.
Tuttavia perdonare non è facile perché significa rimuovere il torto subito, un ingiustizia patita o il rancore provato per anni.
Quindi alla domanda “lei lo perdonerà” non c’è da attendersi una risposta affidabile. Il microfono del giornalista non è certo in grado di sondare le imperscrutabili profondità del nostro animo e delle nostre pulsioni primordiali, laddove perdono e vendetta sono parte integrante del DNA umano.
Nella rabbia del momento in cui si realizza tutta la portata dell’offesa ricevuta credo che il perdono sia il sentimento più lontano, compreso il risentimento verso un eventuale Dio che, all’occhio del sofferente, pare quasi corresponsabile della sofferenza subita, magari per tutta le volte che Lo abbiamo invocato per salvare una persona cara ed Egli, apparentemente, non ci ha risposto.
Per molte persone la parola “perdono” non ha alcun senso. Non è così automatico che nel cuore della gente alberghi il sentimento della carità e del perdono.
Non è certo un caso se Nietzsche, Shopenauer e lo stesso Freud fossero contrari al perdono che soprattutto per il primo era caratteristica dei deboli e degli incapaci nell’affermare i propri diritti.
La legge del perdono, grande rivoluzione spirituale del cristianesimo e la legge del “fai come ti è stato detto” rappresentano due filoni basilari della morale umana che non possono essere semplicemente sondati dall’invasiva domanda di una troupe televisiva.




A piedi per l’isola d’Elba

di Mariano Colla

Il GTE non è la sigla di una vettura sportiva granturismo bensì è l’acronimo di “Grande Traversata Elbana”.
GTE è quindi il nome del suggestivo percorso di trekking che si snoda tra le valli, i crinali, le creste, le baie, i dirupi scoscesi e le vette dell’isola d’Elba. Si tratta di un sentiero immerso nella rigogliosa natura che arricchisce i morbidi rilievi isolani e che l’incipiente primavera punteggia di affascinanti fantasmagorie floreali che vanno dal corbezzolo all’asfodelo, dalla ginestra al fiordaliso, al biancospino, al ciclamino e al mirto, giusto per citare alcune specie. Un ampio corredo di flora con campioni a volte diffusi a volte rari ed esclusivi, i cui profumi si diffondono nell’aria e inebriano l’olfatto.
In tre giorni ho percorso una parte di questo itinerario che, nella sua completezza, da est a ovest richiede circa una settimana per dei buoni camminatori e si articola su una serie di tappe e percorsi diversi a seconda dei gusti e delle esigenze degli escursionisti.
Spostarsi a piedi sull’isola è da sempre una tradizione che dà piacere e soddisfazione.g-t-e-grande-traversata
Ci si può affidare a strutture come il Viottolo (per informazioni +390565978005 – info@ilviottolo.it), che curano l’organizzazione dell’intero itinerario, compreso il trasporto dei bagagli, ovvero a forme autonome di trekking, dove ognuno si organizza il viaggio a proprio piacere con tanto di zaino a spalle. Informazioni relative ai trekking sull’isola d’Elba sono comunque ampiamente disponibili su Internet.
Io ho scelto la forma più artigianale, del fai da te, organizzata con un amico, ed è andato tutto molto bene, anche se mi sono limitato, appunto, a una copertura parziale dell’intero percorso.
Normalmente il GTE parte da Cavo, all’estremità est dell’isola e, infatti, proprio da questo paesino, da cui si vedono in lontananza le scheletriche strutture delle ormai quasi inoperose acciaierie di Piombino, si inizia a salire.
Il sentiero si snoda su e giù per pendii e rigogliose vallate, valicando creste da cui si ammirano scenari mozzafiato, laddove la morfologia dell’isola, ricca di calette e insenature, si distende in continue curvature lambite dal mare, quieto e azzurro in questi primi giorni di primavera, che accoglie, sfumati all’orizzonte, i profili dell’Argentario e del Giglio.
Circondati dalla macchia ci si inoltra per gli antichi viottoli con il volto ancora battuto da un vento fresco e frizzante che non si è ancora congedato per lasciare il posto alle calure estive.
Profumi delicati si diffondono nell’aria nel corso della giornata, con intensità che varia con il passare del tempo, fragranze che si mescolano in un armonioso bouquet all’imbrunire.
Da Cavo si può giungere sino a Porto Azzurro in una sola giornata di cammino, ma ci si può anche fermare prima, se l’allenamento è modesto e si vogliono centellinare le energie. In tal caso, Rio nell’Elba, o Rio Marina, sono degli ottimi borghi in cui passare la notte e godere della quieta atmosfera e dei sapori primaverili che l’isola, discretamente, diffonde.
Fioriture intensamente aromatiche annunciano il risveglio della macchia mediterranea.
Da Rio nell’Elba a Porto Azzurro ci si inerpica per i pendii di Cima del Monte e del Monte Castello, e dai loro crinali si apprezza il suggestivo panorama dei ruderi dell’antico castello del Volterraio che si stagliano, con un profilo zigrinato frutto dell’incuria e della corrosione, sullo sfondo della baia di Portoferraio. Lungo la strada per giungere a Porto Azzurro, sui pendii rocciosi dei monti fanno capolino le variopinte fioriture dalle tonalità che vanno dal giallo al bianco, dal rosa all’azzurro. Tra l’ampia gamma di profumi si stacca, netta, la fragranza dell’aglio selvatico. Qua e là si intravedono, nel fitto fogliame dei lecci, alcuni esemplari di uccelli, che solo gli esperti di birdwatching, assai più di noi, potranno classificare e apprezzare. Si dice che questo sia il regno del gheppio e del falco pellegrino, che nidificano sulle vicine scogliere a picco sul mare.
Per chi ama l’impresa più impegnativa, ovvero scendere per un sentiero scosceso e dirupato, scelta da noi tentata ingloriosamente, si può giungere a Porto Azzurro, passando per il Santuario della Madonna di Monserrato, edificio del XVII secolo.
Viceversa, per chi ama una più dolce discesa, una serie di ampi tornanti lo condurrà ad una rigogliosa radura prima di approdare nella tranquilla baia del vecchio porticciolo che accoglie, nella suggestiva insenatura, piccole barche da diporto, in attesa di chissà quanti yacht, di ben altro cabotaggio, che la stagione estiva condurrà nelle tranquille acque della darsena, circondata da variopinte casette, con le persiane ancora chiuse per l’evidente assenza del popolo dei vacanzieri.
Uno scroscio d’acqua rende l’aria ancora più limpida e trasparente e nelle prime ombre della sera i lampioni che costeggiano le banchine del porto brillano diffondendo una luce sulfurea sugli ampi spazi in cui si affacciano i ristoranti semivuoti.
Per gli amanti delle tappe forzate o, forse, per i camminatori impegnati, quale forse io e il mio compagno non siamo, è possibile, sempre seguendo le tracce del GTE, andare a piedi da Porto Azzurro a Marina di Campo ( circa 20 chilometri), altra suggestiva località della costa sud dell’isola.
Animati tuttavia dal desiderio di cogliere la dimensione più selvaggia dell’isola, ossia la zona che volge a Ovest, su cui troneggia il Monte Capanne, mastodontico blocco di granito alto circa 1000 metri e vetta più alta dell’Elba, ci siamo avvalsi di un mezzo di trasporto pubblico per giungere in località San Piero, piccolo borgo da cui si dipartono i sentieri che conducono verso il fatidico monte e verso l’intera zona che lo circonda, arida e rocciosa, da cui si godono i panorami più emozionanti e completi dell’Elba. A poca distanza da San Piero si possono ancora visitare le antiche cave di granito, attive già dai tempi dei Romani e che, ancor oggi, conservano tracce di colonne alte quasi dieci metri. Lungo la strada si incontrano anche rifugi in pietra a pianta circolare, che nella forma ricordano gli igloo, adibiti ad ospitare pastori e mandrie, ma la cui origine sembra, in base a studi archeologici, molto più antica. L’Elba, particolarmente in questa zona, presenta diverse testimonianze della presenza di nuclei umani nel 500-600 a.c.
I segnavia bianchi e rossi, che indicano i sentieri, funzionano bene sino alla base del Monte Capanne ma, non appena il sentiero si fa scosceso, si deve dire grazie agli altri escursionisti che di qui son passati e che hanno lasciato qua e là piccoli mucchietti di sassi, se si riesce a seguire un percorso senza il rischio di perdersi.
Il Monte Capanne, come detto è un blocco di granito che, col tempo, si è in parte sfaldato, facendo precipitare lungo i suoi fianchi le scaglie della sua potenza, migliaia di lastre di pietra che si sono accumulate le une sulle altre e su cui bisogna arrampicarsi sfidando a volte condizioni di precario equilibrio. Qui, la flora lussureggiante della parte occidentale dell’isola fa capolino con più difficoltà. Muschi e licheni compaiono tra le rocce. Due esemplari di mufloni giovani ci hanno osservato nelle goffe posture imposte dalle spigolosità del terreno e, quasi a voler sottolineare le deficienze dell’essere umano, si sono lanciati in un’agile danza tra i massi con sicurezza e leggerezza, saltellando di roccia in roccia con straordinaria eleganza.
Quasi che il Monte Capanne volesse rafforzare le difficoltà nell’ascesa, una consistente massa di nubi plumbee si è raccolta ad oscurarne la sommità, promettendo scrosci di pioggia che, per fortuna, non si sono manifestati, giacché in tale circostanza la superficie levigata del granito sarebbe divenuta sdrucciolevole e di difficile appiglio anche per le tecnologiche scarpe da trekking.
La sella della Filicaie ( metri 870) è il massimo che abbiamo potuto o forse voluto permetterci. Per andare oltre sarebbe servito più allenamento e una certa professionalità escursionistica che non ci appartengono. Chiunque venga da queste parti è bene che ne tenga conto. Tuttavia, anche rinunciando all’ultimo strappo, ci siamo emozionati nell’ammirare l’imponenza delle due valli che si possono ammirare da quassù, ossia la vallata di Pomonte a sud-ovest e quella della Nevera a nord-est.
All’orizzonte, appena velate dalla foschia, appaiono le isole di Monte Cristo e di Pianosa.
La discesa verso la località di Poggio non è più agevole della salita, anzi.
Un susseguirsi di lastroni di granito incastrati gli uni negli altri, e a cui il vento ha dato spesso fogge stravaganti, rende poco visibile il sentiero e, se da un lato bisogna avere buone gambe per mantenersi in equilibrio, dall’altro bisogna attizzare il senso d’orientamento per non imboccare una pietraia al posto della retta via.
Erica e corbezzoli si alternano ai grandi lastroni color bianco slavato del granito del Monte Capanne e, sebbene i tetti del paesino di Poggio, termine della tappa, sembrino relativamente vicini, muscoli e ginocchia si devono sottoporre ad almeno un paio d’ore di faticosa discesa prima che il sentiero termini direttamente nei vicoli del borgo di Poggio a metri 350. Il nostro viaggio termina in questo graziosa località che si affaccia, come una terrazza, sull’intera costa nord dell’isola.
Nel caldo colore dell’imbrunire, una leggera brezza rimuove le ultime nuvole e, sul mare immobile come una tavola blu, appare in lontananza lo scuro profilo della Corsica. Alcuni gabbiani rompono con il loro stridio il silenzio che sembra regnare sovrano.




La crisi della rappresentatività

di Mariano Colla

In questi giorni di contorsionismo politico, di apparente dialogo tra sordi, di insanabile protagonismo di politici di antica estrazione o di avidi neofiti, sorge spontanea una domanda: i partiti, che hanno l’ambizione di governarci, rappresentano realmente la volontà degli elettori o ne travisano il mandato elettorale, agendo secondo convenienza propria e alterando, in tal modo, il rapporto con i cittadini, ovvero quel legame che, almeno in teoria, dovrebbe costituire il principio della rappresentatività?
Terminate da tempo le appartenenze ideologiche a favore o di interessi economici di parte o di necessità ed impellenze sociali, mi sembra che la politica sia preda di una certa crisi di rappresentatività.
I cittadini italiani, ben consci dei problemi del proprio paese che, con diversa intensità, stanno cercando di sopportare e risolvere, due mesi fa sono andati diligentemente a votare, animati in gran parte da un sentimento di cambiamento, stimolati dal desiderio di dare al paese un governo stabile e, per quanto possibile, non inquinato da scandali e malversazioni.
Hanno votato per dei programmi, non sempre chiaramente espliciti nei loro contenuti, confusi da una campagna elettorale dai toni particolarmente accesi, come se la vittoria dell’uno passasse attraverso la demonizzazione dell’altro e non tanto sull’effettiva validità ed esecutività del programma proposto.
Forse la democrazia promuove tale vivace confronto ma può venirne penalizzata qualora lo scontro politico si incentri sulla conflittualità più che sulle idee e sulle proposte concrete. Non è certamente un caso se l’assenteismo elettorale è cresciuto radicalmente in questi ultimi anni.
Il risultato della consultazione elettorale ha prodotto un mostro a tre teste, mostro perché frutto di un meccanismo elettorale battezzato “porcellum” che, nonostante l’emblematica definizione, tale è rimasto.
Tuttavia, anche se queste erano le regole del gioco, ritengo non fosse nelle intenzioni degli elettori, al di là della loro scelta politica, condurre il paese in una situazione di stallo istituzionale da cui è difficile vedere una via d’uscita. Situazione di stallo per la quale, almeno mi pare, non è stata data nessuna delega.
Si dice che il popolo italiano sia saggio e paziente ma, pur accogliendo queste qualità, la grottesca commedia che da più di due mesi è in scena sul palcoscenico parlamentare, laddove attori, presunti attori e comparse recitano a soggetto, seguendo la falsariga di un canovaccio che neppure la fervida mente di Machiavelli avrebbe potuto immaginare, va oltre ogni ragionevole accettabilità, alimentando ulteriormente quel rigetto della politica già in corso da anni. Il popolo italiano è il muto spettatore di una lotta per il potere senza vincitori né vinti.
Un complesso intreccio di veti incrociati su ruoli e poltrone paralizza il paese. Un balletto in cui i vari figuranti, a turno, sfoderano veroniche e pose plastiche per ammaliare un pubblico che non segue più la musica di scena e si assopisce nel totale disincanto.
Nella retorica che ne accompagna sempre più l’azione, i partiti ci vogliono forse convincere che i bizzarri bizantinismi di questi giorni siano comunque imputabili alla comune dialettica politica?
Può essere, ma se pur così fosse, lasciatemi esprimere l’opinione che da tale politica sembra mancare una componente fondamentale: il buon senso.
Buon senso particolarmente importante quando vigono situazioni di massima urgenza.
Probabilmente i cittadini italiani, sia quando hanno votato ma, a maggior ragione ora, questo buon senso hanno il diritto di richiederlo e sempre meno sono disposti a sopportare
le suadenti coreografie della politica.
Insomma fino a che punto la delega rappresentativa dei cittadini deve essere distorta da interessi di parte? Sino a che punto i cittadini si devono sottoporre ad un atto di volontaria sottomissione quando il meccanismo rappresentativo viene messo in crisi da una errata interpretazione dello stesso?
A Montecitorio e a Palazzo Madama c’è chi invoca la rivoluzione, chi lo status quo, chi un cambiamento più moderato, chi ….non si sa.
I “Talk Show” rimandano quasi quotidianamente ad immagini di discussioni e di confronti senza fine che non fanno altre che confondere il già complesso scenario. Il cittadino, a mio avviso, da tutto ciò ne esce frastornato.
Ma i cittadini che cosa vogliono? Le ansie e i problemi della vita quotidiana richiedono soluzioni rapide, efficaci e tempestive. Non è più tempo di parole ma di fatti. La gente è stanca di chiacchiere, e ai propri governati richiede concretezza e non funamboliche alchimie che passano attraverso i capricci ora di uno schieramento politico, ora di un altro. Mi sembra questa l’opinione più diffusa tra gli italiani, sondaggi alla mano. Si trovi il modo di rappresentarla adeguatamente tra gli scranni del parlamento.
Le manifestazioni di piazza che i partiti e i loro leader invocano ed organizzano per veicolare messaggi intrisi di retorica, laddove non si sa sino a che punto le presenze dei cittadini siano pilotate, dovrebbero costituire le occasioni i cui gli elettori manifestano il proprio dissenso, per far sì che la comunicazione non sia tanto nel verso politici-piazza, quanto in senso inverso, ossia nel senso che sia la piazza a comunicare in termini forti e chiari che la pazienza è alla fine.
Anche le moderne tecnologie, da Internet a Facebook, a Twitter possono rappresentare delle utili piattaforme su cui manifestare il dissenso verso gli oscuri meandri della politica. La politica non deve essere più lasciata sola a gestire il nostro destino.
Ritornare a votare, con i costi che tale processo richiederebbe, sarebbe un grave errore soprattutto con una legge elettorale dentro cui già si annida il tarlo della non corretta rappresentatività.




Istituzioni e differenze: Saussure e il linguaggio

di Mariano Colla

L’istituto svizzero di cultura di Roma (ISR) ha organizzato un ciclo di conferenze dal titolo “Ripensare le istituzioni al tempo della crisi – istituzioni e differenze”, cinque momenti diversi per verificare l’attualità del pensiero del linguista elvetico Ferdinand de Saussure, nel centenario della morte.
Il contenuto dell’intero programma è sul sito: www.differenzadesaussure.istitutosvizzero.it.
Le nostre società sono state colpite da scosse che ne hanno minato le fondamenta, riporta la locandina di presentazione dell’iniziativa, e facciamo l’esperienza di una crisi che sta radicalmente trasformando il mondo in cui viviamo, dall’economia alla politica, alla cultura, mettendo radicalmente in crisi le nostre istituzioni di riferimento. In Italia i musei sono sempre più vuoti, le università perdono iscritti, le biblioteche sono costrette a chiudere.
Una soluzione a tali problemi non è semplice, soprattutto da parte di un Istituto di cultura, ma proprio per superare forme di passività l’ISR ha dato vita al seminario: “Istituzione e Differenza, un dispositivo per riflettere sui mutamenti e la crisi delle istituzioni culturali, cercando di approssimare risposte nelle profonde trasformazioni del nostro tempo”.
Nel caso specifico è stato dato spazio alla linguistica e alla filosofia del linguaggio, seguendo la lezione di Saussure, linguista ginevrino del XX secolo che già all’età di ventuno anni pubblica quello che fu giudicato il più bel libro di linguistica storica che sia mai stato scritto, il “Mémoire sur le système primitif des voyelles dans les langues indo-européennes”.
Nell’ambito delle cinque conferenze proposte dall’ISR, di particolare significato è stata la “lectio magistralis” di Tullio de Mauro.
Tullio De Mauro è un profondo studioso di Ferdinand de Saussure, e ha elaborato l’edizione critica del Cours (1967), importante lavoro del linguista svizzero, che è stato uno strumento indispensabile per afferrare la forza e la novità del pensiero saussuriano.
Tutti noi abbiamo una nostra teoria del linguaggio. Questo stato di cose non caratterizza solo noi come individui, ma tutto il percorso culturale della nostra civiltà attraverso i secoli. Ogni epoca, ogni cultura ha espresso una teoria dominante sulla natura del linguaggio a tal punto che, seguendone lo sviluppo, possiamo avere un campione dello “spirito del tempo”. La storia della riflessione sul linguaggio però non procede in modo lineare. Ci sono tantissime opinioni: alcune attuali, altre decadute, altre ricorrenti; ma spesso non ce ne accorgiamo e anche per il linguaggio, ognuno si costruisce lo schema preferito.
Saussure ha provato a pensare problemi che sono i nostri problemi.
La lingua è la più importante istituzione umana, quella originaria che è costituiva di tutte le altre.
La lingua è sociale, essenziale, ha natura omogenea. La parola che la costituisce è invece individuale, accessoria, disomogenea.
Il linguaggio è istituzione, la più naturale, perché ha base biologica e ha campo applicativo illimitato.
Diceva Saussure: “ci vuole la parola perché la lingua esista”. Ma il punto è se veramente ci capiamo quando parliamo. Ognuno ha un suo mondo interiore che potrebbe far pensare che la lingua non ci consenta veramente di comunicare. La lingua viene dopo la parola e la lingua è in qualche modo la parola percepita. Tuttavia tutte le lingue sono effimere ma più stabili delle parole.
Diceva Don Milani:” le lingue le inventano i poveri e i ricchi le scrivono per fregarci”.
Saussure insisteva anche molto sulla rilevanza dei processi di ricezione, dei processi di comprensione che costituiscono le lingue. La linguistica, prima delle intuizioni di Saussure, non aveva più di tanto preso in considerazione tale componente.
Saussure aveva capito la complessità linguistica.
Sostiene Tullio de Mauro: “è la realtà del multilinguismo che si impone. Una realtà ovvia, se appunto consideriamo che oggi le lingue vive del mondo, censite da Ethnologue, sono arrivate ormai a quasi 7.000 e che i paesi che hanno un seggio alle Nazioni Unite sono poco più di 200. Basta fare un conto per rendersi conto che qualsiasi paese ha in sé mediamente una trentina di lingue diverse. Certo, molte di queste sono dialetti, ma sappiamo che sono oltre 2.500 le lingue anche scritte, che hanno solidità e dignità non inferiore alle grandi lingue di circolazione internazionale”.
Per lo scritto ci aiuta naturalmente Internet, con masse sterminate di documenti per ogni lingua, per verificare, anche nello scritto, ciò che il parlato rivela in modo sfacciato e impudico: la natura oscillante tra tendenze opposte di ciò che chiamiamo una lingua
Continua de Mauro: “in altre parole ciò che classifichiamo come una lingua, e che i vecchi vedevano come qualcosa di monolitico, Saussure lo considerava un traguardo verso cui convergono o possono convergere in modo mutevole e contraddittorio i parlanti. L’uso mutevole, impetuoso e sempre diverso, dei parlanti, sta sotto la crosta di ghiaccio apparentemente stabile dell’uso scritto e ogni tanto non possono esserci altro che frane, che agli occhi dello storico dei fatti linguistici si presentano come improvvise e impreviste, laddove nell’uso erano già andate maturando le condizioni che soltanto poi vediamo emergere nelle lingue scritte”.
La lingua non ha trasformazioni brusche, ha un’inerzia legata all’universalità e incorpora una pattuizione e non un’imposizione delle regole. Sussiste una tenacia della tradizione. La mutabilità nasce dalle parole. La creatività/libertà umana nasce nella mutabilità della lingua. La lingua è un vestito coperto di toppe fatte con la sua stessa stoffa, sostiene de Marco.
Vi è un accesso privilegiato del parlare a temi esistenziali quali l’essere, il divenire, l’autocoscienza. Nella facoltà di linguaggio risiede la potenza del parlare e gli atti di parola sono l’attuazione di questa potenza.
Il linguaggio come prassi configura l’essere umano come uomo politico. Se parli, infatti sei una mente/corpo pubblica. Il fondo dell’anima umana è connesso con la politicità, con la pubblicità. Saussure diceva:” la lingua può paragonarsi a una sinfonia la cui realtà dipende da come la si esegue” e se la lingua è una sinfonia ogni attore è un artista esecutore.
Scrive il filosofo Felice Cimatti: ”Saussure è il filosofo che nella modernità ha colto forse meglio la centralità della lingua nella vita umana, mentre lo psicoanalista Jacques Lacan ha tratto le conseguenze psicologiche di questo fatto. Per Lacan la specifica malattia umana, quella che colpisce solo gli umani, è una malattia causata dal linguaggio. Essere un ani¬male umano, infatti, significa vivere in un mondo complicato in cui, oltre al sole, ci sono anche «io», numeri primi, e da ultimo, features e contratti subprime.
E così Saussure, con Lacan, sta lì a indicarci il problema fondamentale della nostra epoca: è tempo, nella nostra vita, di riprenderci il reale”.
Per concludere: Saussure può parlare, oggi, a chi vuole aprirsi alla descrizione e all’analisi dei fatti linguistici, più di quanto non potesse farlo in passato.




L’informazione, questa seduttrice

di Mariano Colla

Non è una notizia, semmai una riflessione.
L’altro giorno ero in edicola. Dinanzi a me un signore di mezza età stava ordinando dei quotidiani, più di uno e di tendenze politiche diverse. Il giornalaio glieli porge, l’uomo li guarda, sta per pagarli quando, all’improvviso, con un gesto meccanico, li restituisce al sorpreso edicolante e afferma: ”basta, mi sono stufato; tra giornali, internet, tv sono sommerso da notizie, non ne posso più, mi manca l’aria”.
Certamente è un caso un po’ estremo, ma un dato è certo: l’informazione, come un inestricabile dedalo, fatto di caratteri, di immagini, di suoni, di parole ci avvolge e pervade la nostra vita quotidiana, chiudendoci all’interno di un bozzolo le cui fitte trame ci confondono, ci sviano e ci privano di una capacità inquisitiva e indagatoria, relegandoci nel ruolo di spettatori, più che di attori, nel palcoscenico del mondo.
L’informazione, nelle sue varie articolazioni e sottigliezze, a volte delicate, a volte irruenti e invasive, è sempre pronta a soddisfare e alimentare i nostri appetiti conoscitivi come, forse, è giusto che sia se desideriamo “essere informati”.
Ma in quest’ultima espressione si insinua comunque un rischio, quando l’essere informati dipende solo ed unicamente da altri, ossia il rischio del’interpretazione.
Già, l’interpretazione.
Essa è inevitabile perché insita nei soggetti che in modo sempre più ampio ci sostituiscono nel contatto diretto con gli eventi reali, laddove essi vengono visti, vissuti, registrati ed elaborati dai professionisti dell’informazione, quali giornalisti, conduttori televisivi, intervistatori etc.
L’interpretazione, che ne è il laborioso frutto, confluisce all’interno di un messaggio, di una comunicazione, di un servizio, di un articolo che ne fa notizia recependo gli aspetti mediaticamente più attrattivi del fatto accaduto, privandoci dell’esperienza diretta e soggettiva.
Non vi sono alternative, direbbe qualcuno.
Il mondo è ormai spalmato sulla rete, l’informazione è globale, è tempestiva, è diretta, e, come in un grande imbuto, i flussi digitali ricchi di dati, di notizie, di scoop, si assiepano per essere poi sparati a pioggia su una umanità che accoglie il centrifugato di tanto sapere più per abitudine che per interesse.
In un linguaggio tutto suo, l’informazione penetra nelle nostre case, nei nostri uffici, nel lavoro e nel tempo libero e, nel suo quotidiano divenire, ci fornisce immagini di una realtà che ha perso la sua oggettività, violata dall’esigenza di una chiave di lettura che richiede tempi rapidi e capacità di sintesi.
Nell’entropia del sistema più sono le informazioni e maggiormente è presente la mediazione e l’interpretazione.
Un po’ per necessità, un po’ per distrazione o insensibilità, forse anche un po’ per protesta, sembriamo ignorare il fenomeno, consegnandoci alle seduzioni del “pret-à porter” dei media.
Nella seduzione dell’informazione precostituita si annida l’insidia del disimpegno, del distacco dalle cose reali.
Pur riconoscendo l’indispensabilità dell’informazione confezionata dai media, nonostante l’inevitabile compromesso tra realtà e comunicazione, rinunciare, quando possibile, al’’esperienza diretta, quasi fenomenologica, con gli eventi a noi fisicamente accessibili, può, più del dovuto, consegnarci all’opinione altrui con tutti i rischi conseguenti.
La dinamica del “qui e ora”, ovviamente limita la nostra presenza, ma non la esclude. Sia pure in forma limitata dobbiamo favorire ogni esperienza che ci proietti nel reale, nella dimensione sociale. La mediazione professionale attraverso cui percepiamo notizie, fatti eventi, per quanto, spesso, competente, ci trasmette un’immagine comunque interpretata di ciò che ci accade intorno. Non potrebbe essere diversamente.
Si potrebbe obiettare che il rumore di fondo che costituisce l’informazione attenua il desiderio di andare in mezzo alla strada per saperne di più, per vedere, sentire, interagire con le cose dal vivo.
Subentra una certa pigrizia nel selezionare ciò che più ci interessa. Sono, infatti, tante le forme accattivanti che l’informazione adotta per essere recepita e consumata nell’ambito, per esempio, di una comodità domestica, comodità che reca il rischio di privarci di quello stimolo che dovrebbe condurci all’origine della cose.
E in questo distacco, in questo parziale oblio si insinua il reale mediato e interpretato da altri. Ciò, nonostante che alcune realtà siano a portata di mano, ci consentano, se solo lo volessimo, un rapporto e una scoperta diretta della loro oggettività.
Ogni evento si esprime con un proprio linguaggio e i nostri sensi lo percepiscono e lo sintetizzano secondo la nostra soggettività, la nostra sensibilità emotiva e culturale.
Anche se in piccoli spazi non dovremmo rinunciare a tale esperienza.
L’informazione ci parla, possiede una potente facoltà di linguaggio.
Negli atti verbali, scritti, visivi che la caratterizzano si attua la potenza di tale linguaggio che, nella sua asimmetria tra fornitore dell’informazione e fruitore, esprime tutto il suo potere come strumento di comunicazione.
L’umanità è passata, in pochi decenni, da un’esperienza diretta del proprio ambiente, all’interno del quale si svolgeva la sua esistenza e del quale l’informazione costituiva un aspetto collaterale, a un’esperienza che è diventata a sua volta marginale nell’ambito di un mondo dell’informazione che ha saturato emozioni, pensieri, aspettative e alimentato sogni.
L’informazione a pioggia ci priva di una certa intenzionalità.
Delegare ad altri, più del necessario, le relazioni soggetto-oggetto e coscienza-mondo ci può privare della ricchezza del nostro pensare, dimensione questa, quanto mai indispensabile per non essere inghiottiti da un mondo omologante.
Dobbiamo conservare un nostro angolino su cui sintonizzare le lente della nostra attenzione e della nostra esperienza, in cui far sì che sia il nostro linguaggio a prevalere e non il linguaggio del mondo informativo che, per quanto nobile, non potrà mai sostituirsi all’esperienza e al vissuto diretto.
Non so se il signore incontrato dal giornalaio ha fatto tutte queste riflessioni quando ha restituito all’edicolante i quotidiani, però di una cosa sono certo, ossia che la sua improvvisa e spontanea reazione ha trasmesso un segno di malessere, il desiderio di riappropriarsi di quell’aria che l’informato lettore sente, piano piano, di perdere.