Marte, inaugurata a Roma una mostra sul pianeta rosso

Il quarto pianeta del sistema solare viene celebrato a Roma con una esposizione presso l’Aula Ottagona del Museo Nazionale Romano alle Terme di Diocleziano dal titolo Marte – Incontri ravvicinati con il Pianeta Rosso, dal 16 dicembre al 28 febbraio e a ingresso gratuito. La mostra è promossa dall’Agenzia Spaziale Italiana e dal Ministero dei Beni, delle Attività Culturali e del Turismo, in collaborazione con la European Space Agency e l’Istituto Nazionale di Astrofisica e la partnership di Leonardo Finmeccanica, Thales Alenia Space e National Geographic.

In sette sezioni multimediali viene ripercorso ciò che gli umani hanno visto, sognato e cercato in questo misterioso pianeta. Si parte dalla mitologia, con il dio della guerra greco-romano Ares/Marte che ha ispirato il nome del pianeta ritratto in possenti statue. Si prosegue con la storia della ricerca scientifica che nel corso dei secoli ha indagato sull’astro rosso, con un occhio attento al contributo italiano nella ricerca: basti citare l’osservazione dei canali su Marte di Giovanni Schiaparelli, studioso che ha dato il nome alla sfortunata sonda inviata per la missione spaziale ExoMars dall’ESA e dalla russa Roscosmos, recentemente schiantata contro la superficie marziana.

Non viene dimenticata la profonda influenza sulla cultura popolare e sull’immaginario, il corposo filone artistico-letterario che ha ispirato il Pianeta Rosso, tra cinema, musica (David Bowie nei panni di Ziggy Stardust) letteratura fantascientifica. Il flop del lander Schiaparelli non fa però demordere gli astrofisici, tanto che partirà una nuova missione ExoMars nel 2020 capitanata proprio dall’Italia, grazie a una joint venture siglata tra Thales e Finmeccanica. La mostra ricostruisce infatti anche le varie missioni verso Marte, con sonde come Viking e rover come Curiosity e Opportunity, e rende conto dei progetti per la ricerca della vita sul pianeta, lo sbarco di astronauti e l’ipotetica colonizzazione e terraformazione da parte della specie umana, nel segno di una epopea che unisce avanzamento tecnologico e aspirazioni scientifiche raccontati anche dalla nuova serie televisiva Mars di Ron Howard (di cui la mostra ospita una video installazione).

Tra le chicche da vedere, due esperimenti dell’INAF, il modello del trapano che sarà utilizzato dal rover per scavare la superficie e raccogliere campioni, lo spettrografo Ma Miss (Mars Multispectral Imager for Subsurface Studies) che analizzerà questi campioni, lo strumento Micromed per studiare le polveri delle vorticose tempeste di sabbia su Marte. Insomma un evento da non perdere per tutti gli appassionati di scienza e fantascienza.

Dal 16 dicembre la mostra sarà aperta dalle 17.00 alle 20.00. In seguito, tutti i giorni dalle 9.30 alle 14.30, tranne lunedì.

di Valentino Salvatore




Il dark Peter Murphy al Quirinetta nel segno di Bowie

Un teatro gremito di gente, occhi truccati pesantemente che brillano in direzione del palco. E’ facilmente intuibile che Peter Murphy abbia segnato indelebilmente dentro e fuori generazioni intere con i Bahuaus ed il loro sound inconfondibile, più volte considerato una punta di diamante della scena goth e new wave degli anni Ottanta.
L’artista si trova in Italia per tre date del suo tour europeo che lo vede in giro con il chitarrista John Andrews “Loud Boy” e il bassista-violinista Emilio China. Un’occasione più unica che rara per vedere l’artista che in una versione semi acustica ripercorre la sua carriera artistica, dagli esordi con i Bahuaus fino ad oggi.
Quando Peter sale sul palco, preceduto dai suoi musicisti, tutta l’attenzione è su di lui. Per chi non ha mai avuto il piacere di vederlo prima, ciò che salta subito all’occhio è la dignità della sua persona. Impeccabile nel suo outfit nero, sottile e aggraziato come è sempre stato, è difficile immaginare che aldilà di questa presenza scenica ci sia un uomo di 60 anni. Nel corso di quasi un’ora e mezza di concerto ci dimentichiamo dei particolari, e veniamo subito rapiti da un’aurea che sembra lo rivesta e lo faccia brillare nel buio del palco.
Peter apre le danze, non solo metaforicamente parlando, con la bellissima “Cascade”, dall’album omonimo del 1995, ed è il perfetto inizio per perderci nelle atmosfere rarefatte della new wave. Seguono un paio di canzoni dall’album del 1989 Love Hysteria durante le quali le emozioni si mischiano e si passa dalla malinconia di “All Night Long” alla vivacità di “Indigo Eyes”. Poi arriva il momento del tributo a David Bowie, con una bellissima “The Belway Brothers”, dove la somiglianza non solo vocale ma anche artistica in generale – in particolare nelle movenze –  col Duca Bianco diventa inequivocabile. Peter abbandona il suo sguardo vivo e presente diretto alla folla, per guardare più volte al cielo, come a voler creare un legame con il cantante recentemente scomparso.
A sottolineare l’hype del momento, Peter e gli altri ci regalano la struggente e romantica  “A strange Kind of Love”.
Quando arrivano i pezzi del repertorio dei Bauhaus il pubblico ha ormai attraversato tutti i vari stadi dell’emotività e non c’è più ritorno. Siamo tutti da qualche parte negli anni Ottanta, e siamo mossi da una miriade di sensazioni.
Peter termina il suo concerto riportandoci negli  anni più recenti del suo percorso solista, con una “Never Fall Out” degna di nota (dall’album Ninth del 2011) senza mai perdere compattezza nella voce, il suo timbro baritonale rimane fedele ed impeccabile per tutta la durata della performance. L’encore è un altro tuffo nel passato, e laddove sarebbe comprensibile un po’ di stanchezza da parte della band, al contrario violino e chitarra creano danze, unioni e separazioni improvvise, poi di nuovo unioni, come se si fosse in un campo di battaglia.
A conti fatti, penso che mai più di ieri si possa dire che la musica non abbia età. Peter Murphy e soci hanno dimostrato che si può avere sessant’anni sulla carta ma sentirsi comunque ragazzi un po’ introversi delle periferie inglesi. Si può vivere negli anni duemila col corpo ma per sempre negli anni Ottanta con lo spirito.

di Giorgia Atzeni

Foto di Serena De Angelis

 




Gus Van Sant/Icons, la mostra dell’eclettico regista in arrivo a Torino

L’immaginario cinematografico anticonformista, postmoderno ed eclettico di Gus Van Sant viene passato al setaccio con una mostra organizzata dalla Cinémathèque Française a Parigi fino al 31 luglio. All’esposizione, dal titolo Gus Van Sant/Icons, collabora il Museo Nazionale del Cinema di Torino, il Musèe de l’Elysèe parigino e la Cinémathèque Suisse di Losanna. Proprio dal 6 ottobre al 9 gennaio l’esposizione sarà anche a Torino, al Museo Nazionale del Cinema presso la Mole Antonelliana, dove in concomitanza sarà proiettata una rassegna personale dedicata. La mostra raccoglie foto, dipinti, sculture, contributi musicali, opere d’arte con cui lo stesso Van Sant ha impreziosito i suoi film. Senza dimenticare le collaborazioni con personalità come David Bowie, William Burroughs, William Eggleston, Bruce Weber. Per esplorare il mondo interiore del cineasta e osservare in maniera inedita e da più angolazioni la sua produzione cinematografica, confezionata con cura maniacale per i dettagli.

Van Sant oltre che regista è infatti scrittore, fotografo e musicista, un mostro sacro del cinema di avanguardia, che ha contribuito a traghettare, senza snaturarla, una produzione indipendente verso il pubblico di massa. La sua filmografia alterna sguardi lucidi sull’America più torbida o inedita (come Cowgirl – Il nuovo sesso, Da morire, Drugstore Cowboy, Elephant, Gerry, Last Days, Paranoid Park) a pellicole più hollywodiane ma sempre con taglio radicale (come Milk, Promised Land, il remake di Pyscho del suo ispiratore Alfred Hitchcock, Will Hunting – Genio ribelle).

Non manca nel suo cinema un colto legame con la sensibilità europea, che non a caso lo premierà con la Palma d’Oro al Festival di Cannes del 2003 per Elephant, straniante e (dis)umana storia ispirata al massacro della scuola Columbine in Colorado, e con il Premio del sessantesimo anniversario dello stesso festival nel 2007 con Paranoid Park, toccante addio alla giovinezza perduta consacrato dai critici della prestigiosa rivista Cahiers du Cinéma come film dell’anno. Van Sant ottiene anche riconoscimenti agli Oscar: non si concretizzeranno le nomination come miglior regista, ma due film saranno premiati. Prima, nel 1998, Will Hunting – Genio ribelle che lancerà Matt Damon regala l’Oscar come attore non protagonista a Robin Williams e la statuetta per la migliore sceneggiatura allo stesso Damon e a Ben Affleck. Poi, nel 2009, l’impegnato Milk – sentito omaggio da un regista omosessuale ad Harvey Milk, uno dei primi politici dichiaratamente gay, ucciso nel 1978 – regala l’Oscar per l’attore protagonista a Sean Penn e per la sceneggiatura a Dustin Lance Black.

La mostra a Parigi, che sbarcherà anche a Torino, diventa una imperdibile occasione per scoprire questo regista che ha tracciato un solco nel linguaggio cinematografico contemporaneo, avvicinando Usa ed Europa, oltre che l’indie a Hollywood.

di Valentino Salvatore




David Bowie Is, la mostra evento a Bologna

A gennaio la stella nera del rock David Bowie abbandonava il pianeta Terra, proiettato in un viaggio nello spazio senza ritorno lasciando dietro l’eco della sua musica. Un performer che ha segnato in maniera profonda la cultura pop e l’immaginario collettivo contemporaneo, con il suo stile eccentrico, teatrale, provocatorio. Per 50 anni ha captato e veicolato tendenze di massa, ha saputo reinventarsi in maniera unica senza tradirsi e tradire, tra le atmosfere spaziali di Space Oddity, il trasgressivo Ziggy Stardust, la classe dandy del Duca Bianco, le incursioni stranianti tra rock e pop, fino al crepuscolare singolo Lazarus del suo testamento musicale, il disco Blackstar uscito pochi giorni prima della sua morte.

Il suo universo creativo, che con eclettismo e all’insegna della sperimentazione andava oltre i confini della musica per toccare altri ambiti come teatro, moda, poesia e design, continua a rivivere con il documentario David Bowie Is, al cinema dall’11 al 13 luglio, guida di una omonima mostra che ha fatto il giro del mondo. Dal 14 luglio fino al 13 novembre apre infatti al MAMbo di Bologna una esposizione dedicata al Duca Bianco, uno degli eventi di punta del bè bolognaestate 2016. Unica tappa italiana e ultima europea di una mostra inaugurata nel 2013 a Londra dal Victoria and Albert Museum, che ha registrato 300 mila visitatori. Da lì ha toccato paesi come l’Australia, il Brasile, il Canada, la Francia, la Giappone, la Germania, l’Olanda e gli Usa, osannata dalla critica internazionale.

La mostra curata da Victoria Broackes e Geoffrey Marsh comprende 300 oggetti scelti con cura dall’archivio personale dell’artista, grazie alla sua disponibilità generosa, tra strumenti musicali, fotografie, video, lettere e scritti, bozzetti per le scenografie e gli iconici costumi. Nel film lo spettatore viene accompagnato da contributi di personaggi che gravitavano al suo mondo o che si sono ispirati, come Jarvis Cocker, cantante dei Pulp, e il noto stilista giapponese Kansai Yamamoto. Una carrellata che esplora l’evoluzione estetica di Bowie, in tutte le sue metamorfosi per mezzo secolo. Spiccano le foto di Brian Duffy alle copertine degli album firmate da Edward Bell e Guy Peellaert, i videoclip e i live di successi come Boys Keep Swinging e The Man Who Fell to Earth, il costume di Ziggy Stardust disegnato nel 1972 da Freddie Burretti, persino gli arredi su misura per il Diamond Dogs Tour del 1974.

L’esposizione – multimediale nel senso più nobile del termine – si sviluppa in tre sezioni. Si comincia con gli esordi nel crogiolo londinese degli anni Sessanta, fino al punto di svolta di Space Oddity (1966). Nella seconda sezione il visitatore viene accompagnato dentro al processo creativo di Bowie, tra gli stimoli che l’hanno ispirato. Quindi si passa a una selezione di video e audio delle sue esibizioni e ai costumi di scena, esplorando la dimensione live rivolta al pubblico.

Chi passerà per Bologna sarà contento di sapere che avrà diritto allo sconto al cinema, tra le sale aderenti alla promozione, se presenterà la prenotazione della mostra. Con il biglietto del cinema si potrà inoltre avere un ingresso ridotto per la mostra. Intanto viene lanciato l’hashtag #OmaggioABowie sui social network: i contributi più sentiti e originali saranno condivisi dal sito della mostra.

davidbowieis.it

di Valentino Salvatore




Forever Heroes

di Marina Capasso

10 gennaio 2016 muore David Bowie. Poliedrico e trasformista artista inglese, ha accompagnato con la sua musica rivoluzionaria intere generazioni e trasformato in modo viscerale non solo la musica rock, ma anche il modo di esibirsi e di donarsi al pubblico giocando con la propria identità. 7Attraverso le celebri impersonificazioni, Ziggy Stardust e il Duca Bianco, Bowie ha inciso album leggendari come Space Oddity del 1969, The Man who sold the world del 1970 e The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars del 1972. Bowie era malato da tempo, ma evidentemente non si è arreso, se non dopo aver lasciato il suo testamento al mondo intero, l’ultimo album “Blackstar” uscito due giorni prima di morire, nel giorno del suo sessantanovesimo compleanno. La notizia ha fatto in un attimo il giro del mondo, arrivando a toccare la sensibilità dei fans più accaniti, ma anche di chi lo conosceva per la sua universale fama. Quello che suscita così tanta vicinanza, quello che rende così partecipi in questo avvenimento, non è solo la scomparsa di uomo o di un artista che comunque, con la sua immensa produzione musicale, resterà sicuramente immortale. Quello che coinvolge emotivamente e che forse in fondo ci spaventa di più, non è la morte di un uomo, quanto la scomparsa di un altro “mito”. Appare sempre più radicata, soprattutto tra le ultime generazioni, la mancanza della coraggio e la reale capacità di controvertire l’arte e le sue molteplici espressioni, ancorati sempre più saldamente a ciò che deriva dal passato e dai feticci in esso creati. david-bowieSembra che le ultime generazioni abbiano smesso di creare nuovi valori, ma soprattutto di credere in sé stessi; una sorta di crepuscolo degli idoli in chiave moderna, che condurrebbe verso la sedimentazione dei vecchi miti e all’incapacità e di conseguenza all’impossibilità di crearne di nuovi. Sta di fatto che negli ultimi tempi Dio o chi ne fa le veci, ci stanno mettendo a dura prova, scegliendo tra i migliori artisti a disposizione. Forse proprio per capire se siamo in grado di crearne di nuovi? Quello che è certo e che se un Dio esiste, ha sicuramente buon gusto in fatto di musica!




JULIAN ASSANGE: LA ROCKSTAR DELL’ANNO DI ROLLING STONE

La “Rockstar dell’anno” – riconoscimento che Rolling Stone Italia tradizionalmente assegna al personaggio che si è distinto nel corso degli ultimi 12 mesi per il suo carattere e temperamento rock’n’roll – quest’anno è Julian Assange.

L’assegnazione del premio – in questa edizione 2010 per la prima volta in associazione con Dagospia.com – sarà annunciata da oggi, 13 dicembre, in contemporanea sul sito di Rolling Stone e su quello di Roberto D’Agostino e verrà quindi ufficializzata sul numero di gennaio 2011 del mensile – in edicola dal 29 dicembre.

Le motivazioni?

Il rock informatico dell’argentato Assange sarà quello che porteremo con gioia insieme a noi per l’intero 2011. È l’angelo sterminatore di ogni segreto dei poteri. È l’Uomo che cadde (dalla Rete) sulla Terra. La sua somiglianza col David Bowie del film di Nicolas Roeg del 1976 (“The man who fell to earth”) è semplicemente impressionante.

La sua strategia è degna dei migliori fumetti Marvel e dell’intero immaginario del “villain” platinato che mette in pericolo i potenti del pianeta, dagli anni Sessanta a oggi, passando per il cyberpunk di William Gibson e il ciclo di “Matrix”.

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