Nuovi semafori “intelligenti” a Roma per combatttere traffico e inquinamento

Installati 42 nuovi semafori “intelligenti” agli incroci dei quartieri Prati, Parioli e Flaminio per ottimizzare la durata del “rosso” e del “verde” in funzione dei flussi di traffico. Impianti dotati di una tecnologia in grado di rilevare il numero dei mezzi in transito e regolare di conseguenza la circolazione, che permetteranno un maggior deflusso delle auto e di riconoscere anche il passaggio dei tram. “Per migliorare la viabilità di alcune vie nevralgiche, ed evitare ingorghi nelle ore più difficili, questi semafori danno il via libera o lo stop a seconda delle automobili in circolazione. Gli impianti riconoscono anche il passaggio dei tram, come su via Flaminia, dando quindi priorità al trasporto pubblico. Ottimizzare la viabilità vuol dire ridurre la congestione del traffico e l’inquinamento”, dichiara la Sindaca di Roma, Virginia Raggi.

“Abbiamo stanziato i fondi per questi nuovi impianti semaforici con l’assestamento di Bilancio di fine luglio. Attraverso speciali ‘occhi elettronici’ inseriti sotto il manto stradale il sistema, gestito dalla centrale di Roma Servizi per la Mobilità, è in grado di contare i veicoli in transito e regolare di conseguenza la circolazione di incroci nevralgici come quello tra piazzale delle Belle Arti e ponte Risorgimento, tra viale Parioli e via della Moschea e quello in piazza di Porta Castello”, spiega l’Assessora alla Città in Movimento di Roma, Linda Meleo.

Questi alcuni incroci che fanno parte dell’elenco dei 42 nuovi impianti centralizzati: piazzale Parco della Rimembranza-Viale Pilsudski; Viale Parioli-via Boccioni; Lungotevere Flaminio-ponte Duca d’Aosta; Lungotevere Flaminio-Largo Antonio Sarti; ponte Duca d’Aosta-piazza de Bosis; viale delle Belle Arti-viale Bruno Buozzi; piazzale Manila-via Flaminia-via Fracassini; viale Tiziano-piazzale Ankara; via Cola di Rienzo-via Virgilio; via Cola di Rienzo-piazza della Libertà.




Roma assediata dal cemento: come difendersi?

di Mariano Colla

Recentemente Salvatore Settis, ha scritto che l’Italia, paese dalle tante virtù e dagli altrettanti numerosi difetti, si caratterizza, in Europa, per due singolari aspetti: per il più basso sviluppo demografico nella comunità europea e per il più alto consumo di suolo agricolo a favore dell’edilizia. Negli ultimi dieci anni, infatti, è stata sacrificata all’industria edile  una porzione di territorio pari alla superficie combinata di Lazio e Abruzzo. Stiamo divorando il corpo della nostra madre terra, nonostante che l’edilizia non sia il motore dell’economia. Il paesaggio e la natura rappresentano il volto collettivo di una società  nelle  sue articolazioni estetiche,  politiche  e religiose. Vanno  pertanto difese. In un paese falcidiato dalla crisi economica si continuano a costruire case e strade, ancorché la richiesta di nuovi alloggi si sia fortemente ridimensionata. Treviso, piccolo esempio, conta un invenduto di 100.000 appartamenti.

Distruggere il paesaggio è distruggere la memoria collettiva, perché esso rappresenta la felice combinazione di natura e cultura. La nostra costituzione già nell’articolo 9 tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Vi sarebbero, o meglio vi sarebbero stati, i presupposti istituzionali per garantire una adeguata politica di tutela del territorio ma, purtroppo, non è mai stato così. Gli appetiti edilizi a partite dagli anni 60’, stimolati da una domanda forsennata e da speculazioni che hanno visto nella politica un porto sicuro, si sono sfogati nel ricoprire di cemento la nostra bella penisola. Ciò è stato, direbbe qualcuno, guardiamo avanti. Ebbene è proprio il guardare avanti che è fonte di preoccupazione. Prendo ad esempio un articolo di Paolo Boccacci, comparso recentemente su “La Repubblica” in cronaca di Roma, dal titolo: Piano Casa , un regalo ai costruttori , tanto cemento per i “re del mattone”.

Di tale piano, scrive Boccacci, in particolare va preso in considerazione l’articolo 3 ter. grazie al quale verranno regalati ai “re del mattone” un milione e duecentomila metri cubi  di nuovi edifici, anche per merito dei programmi di compensazione, ovvero la possibilità di costruire in un’area per compensare la man¬cata edificazione in una zona destinata a parco. I cittadini residenti nelle zone incriminate sono gli ultimi a reggere lo scomodo testimone della protesta nei confronti di  forze dominanti che hanno  nella politica il collante giusto in cui far prosperare i propri interessi di parte. Associazioni spontanee lottano per evitare maneggi edilizi, strade inutili, nuovi impulsi edificatori.

Ricordo la lotta, ancora in corso, per la difesa del parco dell’Appia Antica da abusi edilizi e lottizzazioni selvagge, con buona pace del Ministero dei Beni Culturali. E’ il momento di mettere in discussione l’equazione sviluppo = mattone, portatrice, in molti casi, di inquietanti speculazioni a danno della comunità e del paesaggio. Urta l’arroganza con cui si costruisce, disturba la mano rapace di costruttori senza scrupoli, insensibili ai vincoli paesaggistici e alle istanze di protesta poste da migliaia di cittadini convinti che un’area verde valga più di un supermercato.

In merito a questi temi abbiamo intervistato la Dott.ssa Matilde Spadaro, consigliere del XII Municipio del Comune di Roma, da tempo impegnata, con il supporto di una nutrita comunità di associazioni e semplici cittadini, a difendere una zona confinante e omogenea, per caratteristiche paesaggistiche e uso del territorio, al Parco dell’Appia Antica, zona denominata Fosso della Cecchignola e destinata a essere invasa da cemento, ponti, strade. Una ingiustificata incursione dei costruttori in una zona ancora intatta e di pregio dell’agro romano, incursione che graverebbe come un macigno sui quartieri del XII Municipio, alterandone definitivamente la vivibilità, nonostante siano state presentate al Comune di Roma valide alternative.

Dott.ssa Spadaro, il nuovo piano casa varato dalla regione Lazio quale impatto può avere sulla lotta che state conducendo per difendere il vostro quartiere dalle colate di cemento? Quali sono le difficoltà che vi impediscono di concludere positivamente la lotta per la difesa del vostro territorio dagli invasivi progetti viari che inciderebbero pesantemente sulla  qualità della vita della XII Circoscrizione?

Se la politica è chiamata a soddisfare le esigenze dei cittadini, mai come in questo caso le aspettative sono state disattese. Con l’aiuto di professionisti abbiamo più volte presentato soluzioni,quasi a costo zero, per risolvere i problemi di viabilità dei quartieri che insistono su questa zona, purtroppo, finora, senza successo. Tenga presente che se si fa  una stima dei costi per la superstrada, essa ammonta a un costo medio di Euro 8.6 milioni/km. Il percorso  passerebbe davanti a 5  scuole, di cui 2 materne, costituendo, inoltre, una barriera per la comunicazione tra i quartieri. Infine la strada terminerebbe in un imbuto paralizzando l’intero traffico della zona. Insomma  il progetto di superstrada, come voluto sinora dal Comune di Roma e dal Municipio XII, è inutile perché non risolve la questione mobilità del quadrante, dannoso per la qualità della vita dei cittadini, costoso per le caratteristiche plano altimetriche della valle, devastante  per l’ambiente.

La politica che ruolo ha nella vostra battaglia? Qualcuno vi aiuta?

Purtroppo devo dire che la politica non ha fatto molto per aiutarci nella nostra battaglia. In particolare le giunte comunali e regionali di sinistra, mi duole dirlo ma è la verità, non hanno voluto sanare una situazione che poteva essere risolta già due anni fa, se fosse stata varata la legge sull’ampliamento del Parco dell’Appia Antica. Poi nel 2009, la giunta di destra che governa il Comune di Roma ha bocciato la nostra delibera di iniziativa popolare che chiedeva la salvaguardia dell’area e che era stata sostenuta da ben 16.000 cittadini. Ora il sindaco Allemanno sembra finalmente aver aperto un canale di comunicazione, ma è presto per dire se 11 anni di protesta dei cittadini troveranno finalmente un interlocutore con cui discutere e concretizzare le soluzioni alternative che da anni proponiamo. La tutela della Rete ecologica nel Piano regolatore  viene definita così: “Dal centro alla periferia, dai grandi parchi alle sponde dei fossi,dall’Agro romano alle rive dell’Aniene, la componente ambientale diventa un tema centrale del Piano, al punto da condizionare e definire le regole per qualunque trasformazione nella città”.

Dott.ssa ha più volte accennato a soluzioni alternative , ma di che si tratta?

Ci sarebbe da parlarne a lungo ma in breve le nostre proposte presentano le seguenti valenze positive: sono immediatamente realizzabili, utilizzano al meglio le infrastrutture già esistenti, non richiedono  nuovi grandi lavori infrastrutturali, consentono un consistente risparmio della spesa pubblica, incentivano il trasporto pubblico, utilizzano al meglio i nuovi tram su gomma, riducono il traffico da attraversamento e quindi l’inquinamento dell’aria e acustico, migliorando la mobilità interquartiere, la qualità della vita dei cittadini. A titolo di esempio per il traffico proponiamo percorsi alternativi a costi minimi che si basano sull’apertura alle auto private della Citta’ Militare Cecchignola, confinante con l’area prevista per l’intervento e cosa sulla quale le stesse autorità militari si sono dette disponibili. Ecco, i cittadini hanno dovuto fare fisicamente da trait d’union tra il Comune di Roma e le autorità militari perché il comune non tentava il canale del dialogo, giungendo a parlare direttamente con il Sindaco Alemanno. Una dimostrazione di quanto i cittadini siano importanti quando decidono di lavorare uniti e per uno scopo comune.




Share Everest: la ricerca italiana sul tetto del mondo

share Everestdi Marco Milano

E’ partita la scorso 22 aprile la missione nell’ambito del progetto Share (Stations at High Altitude for Reasearch on the Environment – rete di osservatori per il monitoraggio climatico e ambientale in collaborazione con Unep, Wmo, Nasa, Esa e lucn) che ha portato il comitato EvK2Cnr sulla cima del monte Everest, a 8000 metri di altezza, per ripristinare le funzionalità della stazione metereologica installata nel 2008 a Colle Sud. L’obiettivo è misurare pressione, atmosfera, umidità, direzione del vento e intensità, radiazione solare e raggi ultravioletti del ‘tetto del mondo’. Il ripristino consentirà di avere in tempo reale i dati con l’ausilio di nuovi sensori tecnologicamente avanzati, mentre le apparecchiature già presenti continueranno a fornire informazioni su pressione e radiazione. E’ prevista l’ottimizzazione dei sistemi di supporto e di alimentazione, mentre il sistema di trasmissione verrà ripristinato nelle stesse precedenti modalità, visto il buon funzionamento nella passata campagna di test.

La missione si svolgerà in stretta collaborazione tra Cnr e Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (nell’ambito delle celebrazioni per il 150° anniversario dell’unità di Italia), comprendendo tra i responsabili Gianpietro Verza ed Elisa Vuillermoz – rispettivamente referente delle stazioni di monitoraggio e responsabile per i progetti ambientali di EvK2Cnr – gli alpinisti Daniele Bernasconi e Daniele Nardi, Paolo Bonasoni dell’Isac-Cnr (Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Cnr) supervisore scientifico e coordinatore del progetto Share. Il tutto guidato da Agostino Da Polenza, presidente del comitato EvK2Cnr che si occuperà anche di coordinare i lavori del Laboratorio Osservatorio Piramide, installato a 5050 metri di quota sulle pendici dell’Everest.

Dopo i test eseguiti per alcuni mesi nel 2008, le nuove misure previste potranno fornire indicazioni circa la presenza di una forte corrente atmosferica occidentale (Sub Tropical Jet Stream) nell’area himalayana, la cui variabilità annuale è un elemento importante per comprendere la circolazione monsonica estiva, che influenza direttamente il trasporto di masse d’aria stratosferiche nella troposfera. Ma non solo: la stazione di Colle Sud è il tassello finale di altre sette postazioni di misura nella Valle del Khumbu, a partire da ‘Lukla’ – 2500 mt, rete che ha ottenuto lo scorso anno il ruolo di stazione globale del Global Atmosphere Watch del World Metereological Organization, risultando essere la più elevata, oltre che la prima italiana fuori dai confini nazionali, e diventando il 33° punto focale di monitoraggio della composizione dell’atmosfera terrestre.

Dall’Osservatorio Piramide partiranno a breve anche osservazioni atmosferiche relative al monitoraggio del mercurio, in collaborazione con l’Istituto di Inquinamento Atmosferico del Cnr. Questo verrà eseguito presso il Nepal Climate Observatory – Pyramid, fornendo un contributo fondamentale per lo studio dei processi che influenzano le dinamiche del mercurio a scala globale e impongono un impatto sugli ecosistemi acquatici e terrestri. Gli studi si inseriranno nel progetto europeo Gmos – Global Mercury Observation System, finalizzato alla creazione di un sistema di osservazione globale per monitorare l’andamento dell’inquinamento atmosferico da mercurio.

 

Sul sito ufficiale ShareEverest2011 è possibile seguire in tempo reale le fasi della missione:
www.share-everest.org




Primavera: tempo d’allergie

di Vanessa Mannino

L’arrivo della primavera non da tutti è atteso con impazienza: è con le miti temperature e con lo sbocciare dei fiori che arrivanoinfatti i primi tipici sintomi di allergia primaverile. Recenti ricerche stimano che sono ben 20 milioni gli italiani che soffrono di allergia primaverile, i cui effetti si fanno sentire in prevalenza tra marzo e maggio, periodo di massima diffusione nell’aria dei pollini, con starnuti a go go e occhi arrossati, e nel peggior dei casi anche con asma. Si osserva che nel 40% dei casi l’asma è determinato da piante appartenenti all’ordine delle paritarie e spesso può presentarsi dopo anni, ad accompagnare le manifestazioni della patologia. Tali sintomi sono determinati dalla diffusione nell’aria del polline delle piante, cioè i semi maschi dei fiori, che può presentarsi in natura in diverse forme, a seconda della specie vegetale a cui appartiene. Tra le specie che determinano sintomi allergici, le più diffuse sono le graminacee, le piante erbacee, i vari alberi o le composite come, ad esempio, le margherite o i girasoli. I pollini sono in grado di originare reazioni allergiche perchè a contatto con la mucosa respiratoria liberano delle proteine che, in soggetti sensibili, causano a loro volta la produzione di anticorpi specifici.

E’ vero che in piccole quantità il polline è diffuso nell’aria perennemente, ma la sua diffusione raggiunge picchi soprattutto nella stagione primaverile, quando anche le condizioni metereologiche incidono “positivamente” nella sua propagazione. Proprio per questo esistono dei calendari pollinici, elaborati da centri di aereobiologia, che consentono di avere un’idea piuttosto precisa della concentrazione di un determinato polline in un dato periodo dell’anno. Tali calendari sono inoltre suddivisi secondo le diverse regioni italiane, in base ai diversi periodi e alla diversa intensità del polline presente.

A peggiorare la situazione dei molti allergici, quest’anno  giocherà un ruolo fondamentale anche l’aumento di smog e polveri sottili nell’aria. Si rende palesemente noto, da una ricerca condotta dall’Università di Monaco di Baviera, come i tubi di scarico delle automobili trasformano le proteine presenti nell’aria in potenti allergeni e la cappa di smog nelle nostre città non dà alcun cenno di dileguarsi. A pagarne le conseguenze sono soprattutto i bambini che vivono in grandi agglomerati urbani, con un rischio più elevato del 50% di sviluppare allergie e malattie respiratorie. Chi è maggiormente predisposto? Alcuni studiosi sostengono che possano esserci predisposizioni genetiche, altri trovano come risposta, quasi in modo inconsueto, motivazioni legate al carattere della persona: la primavera è il momento della rinascita, del cambiamento e persone particolarmente abitudinarie o rigide mentalmente sono particolarmente incline.

I rimedi tuttavia sono soprattutto chimici, attraverso la somministrazione di farmaci antistaminici, ma vi sono numerose cure naturali che, anche se hanno un’azione più lenta dei farmaci, non danno assuefazione o effetti collaterali, ma anzi coadiuvano positivamente le difese immunitarie. Una recente scoperta afferma come i fermenti lattici probiotici hanno una reazione positiva nei confronti dei pollini, altri sottolineano l’utilità, in caso di disturbi allergici, dell’assunzione di ribes nero che è largamente efficace per qualsiasi tipo di allergia. Di certo anche una corretta alimentazione può aiutare nella riduzione dei sintomi: evitare vino rosso, birra, cioccolata e formaggi, cibi che quindi contengono istamina, può aiutare gli allergici a stare nettamente meglio. A tutt’oggi la prevenzione rimane la terapia migliore da iniziare già durante l’inverno.




Moria di uccelli e pesci, la causa sarebbe naturale

Di Valentino Salvatore

Da qualche tempo, uno strano fenomeno che si sta verificando in varie parti del mondo. Stormi di uccelli che vengono trovati morti senza che al momento si possa fornire una spiegazione univoca. E si fanno strada immancabilmente le ipotesi più disparate, che sfiorano anche il complottismo e l’esoterismo. C’è chi parla di fenomeni atmosferici quali fulmini o grandine, altri chiamano in causa l’inversione dei poli magnetici che farebbe perdere l’orientamento agli sfortunati volatili. Non mancano riferimenti alla presunta fine del mondo del 2012 o – a seconda dei gusti – all’Apocalisse, di cui questi rovesci di pennuti sarebbero le prime avvisaglie. Altri sospettano che la colpa della tecnologia utilizzata dall’uomo o dagli agenti inquinanti che avvelenano gli animali. In mezzo a tutte queste teorie è difficile sbrogliare il bandolo della matassa ed è allettante mischiare tutto in un unico calderone, invece di distinguere caso per caso. D’altronde questi episodi vengono a volte presentati come straordinari, affastellati e amplificati dal rincorrersi di voci e teorie, mentre risulterebbero più frequenti di quanto non si creda.

Ma partiamo con ordine. L’evento che ha attirato recentemente l’attenzione dei media si registra nella tranquilla – almeno fino a pochi giorni fa – cittadina di Beebe, in Arkansas. Qui alcune migliaia di merli sono stati trovati esanimi per le strade, suscitando sconcerto tra gli abitanti. Uno stillicidio iniziato l’ultimo dell’anno e continuato nelle ore successive, che pare il contrappasso de Gli Uccelli di Alfred Hitchcock. Come ha spiegato l’ornitologa Karen Rowe, gli uccelli malati di solito non volano. «Qualcosa deve averli stanati dagli alberi durante la notte, dove se ne stanno solitamente appollaiati», ha aggiunto, facendoli scappare. Secondo Rowe, ad abbattere i volatili può essere stata una grandinata ad alta quota, o dei fulmini.

Uccelli morti in Louisiana

Gli esperti dell’Arkansas Game and Fish Commission, che hanno analizzato diversi esemplari trovati, escludono l’ipotesi di un avvelenamento di massa o una epidemia. Anche perché gli animali che hanno approfittato degli uccelli piovuti per uno spuntino non hanno avuto problemi. Ma sugli sventurati merli sono stati trovati numerose ferite e coaguli di sangue dovuti a traumi interni. Gli uccelli, forse terrorizzati dai botti, sarebbero volati via dai soliti ripari tenendo una bassa quota per sfuggire al rumore, incontrando la morte, secondo l’ornitologa. D’altronde diversi abitanti dicono di aver visto e sentito delle esplosioni in zona poco prima la caduta degli uccelli. C’è chi chiama in causa l’Haarp (High Frequency Active Auroral Research), una installazione utilizzata per la ricerca sugli strati alti dell’atmosfera e della ionosfera, ma anche per comunicazioni militari. La struttura infatti sparerebbe onde elettromagnetiche che disorientano gli uccelli. Ma è remoto lo zampino di questa diavoleria, che dista almeno 5000 km dall’area.

La curiosità cresce quando si viene a sapere che vicino la cittadina di Ozark, a circa 200 km da Beebe, si è assistito da giovedì a una straordinaria moria di pesci-tamburo. Lungo le sponde del fiume Arkansas, per una trentina di miglia, ne sono stati trovati almeno 100mila cadaveri. Gli esperti stanno facendo i rilievi del caso e Keith Stephens, dell’Arkansas Game and Fish Commission, ha spiegato che «se fosse colpa di un agente inquinante dell’acqua, avrebbe colpito ogni specie, non solo i pesci tamburo». Si pensa piuttosto ad una epidemia che ha colpito solo questa specie. E la strage di pesci non pare avere correlazione con la non lontana falcidia di merli.

Viene però riportato un caso simile, stavolta nella baia di Chesapeake nel Maryland. A farne le spese sono stati circa 2 milioni di pesci tamburo. Stando alle dichiarazioni di Dan Stoltzfus, portavoce del dipartimento ambiente del Maryland, il tutto sarebbe riconducibile al brusco abbassamento di temperatura degli scorsi giorni essendo i pesci tamburo particolarmente sensibili al freddo. «C’è stato un freddo che non si vedeva da 25 anni» avrebbe dichiarato Stoltzfus. Anche in Nuova Zelanda, sono stati rinvenuti pesci morti sulle spiagge della penisola di Coromandel, affamati a causa delle avverse condizioni meteorologiche, secondo il Dipartimento per la Conservazione. Un altro caso in Brasile: un quintale tra pesci gatto, sardine e ombrine sono stati ritrovati morti. Il mistero si fa più fitto quando arriva la notizia della morte di centinaia di altri uccelli, trovati nei pressi di Baton Rouge in Lousiana il 4 gennaio. A circa 400 km dalle altre due località dell’Arkansas già salite agli onori della cronaca, stavolta lungo la Route 1 in zona Pointe Coupee Parish sono caduti circa 500 tra merli, storni e altri volatili. Moltissimi avevano becco e ali rotte e segni di ferite: si ritiene che siano andati contro le linee elettriche a causa della scarsa visibilità notturna.

Il veterinario Jim LaCour, che sta seguendo il fenomeno nella zona, fa notare che casi simili si sono registrati in passato, sebbene con meno vittime. Tra le cause, sostiene, ci sarebbero «malattie, fame e fronti freddi dove gli uccelli non possono tenersi caldi». Paul Slota dello U.S. Geological Survey per il National Wildlife Center del Wisconsin rende noto che negli ultimi 10 anni sono stati riportati 188 casi di morie di uccelli, con più di mille capi ogni volta. Ma grazie ad internet, sostiene l’esperto dell’USGS, «più sono riportati eventi del genere, più la gente si interessa» vedendo magari collegamenti dove non ce ne sono. D’altra parte, continua Slota, «il declino di certe specie animali selvatiche è davvero preoccupante, ma non attira attenzione». Come accaduto per la sindrome del naso bianco, causata da un fungo, che ha ucciso ben un milione di pipistrelli da tre anni a questa parte solo negli Usa.

Altri episodi simili sono accaduti in giro per il mondo, sebbene non in grande stile come negli Usa. A Falköping, cittadina circa 100 km da Göteborg, una cinquantina di corvi – alcuni ancora vivi – sono stati trovati a terra. Anche qui, secondo esperti locali, potrebbero essere stati i fuochi d’artificio a spaventarli e tramortirli. Disorientato, lo stormo sarebbe atterrato in strada, finendo vittima delle automobili. Nemmeno la nostra penisola è immune dalla strage di volatili. Circa 400 tortore trovate morte nella zona di Faenza, in provincia di Ravenna. La Forestale ha trovato i corpi vicino ad una distilleria che produce oli alimentari. L’Istituto Zooprofilattico sperimentale di Lugo ha avviato accertamenti, con analisi anche sulle granaglie stoccate nella distilleria, di cui gli uccelli sono ghiotti. Ma altre specie, che si cibano nell’area sempre degli stessi semi di mais, girasole e cereali, non hanno avuto problemi. A Marcianise, in provincia di Caserta, circa 200 storni sono stati poi ritrovati il primo dell’anno sulla Sannitica, nei pressi di un cinema. In questo caso si propende per ingestione di sostanze tossiche, o per una salmonellosi, ma deve ancora arrivare il responso degli specialisti.

Si attendono i risultati delle analisi per avere informazioni più chiare, qui come per gli altri casi. Mentre il gossip giornalistico fa uscire dal cilindro altri episodi, alimentando l’onda mediatica e forse anche una strisciante psicosi. E’ probabile che altri ne salteranno fuori, messi insieme quasi come tessere del mosaico di un complotto su scala mondiale. O come segnali che nasconderebbero chissà quali prospettive epocali sulla sorte dell’umanità. Ad occuparsi in Italia delle analisi del caso eseguendo esami virologici è il dottor Frasnelli, l’indagine è volta ad accertare se dietro la causa della morte delle tortore vi siano malattie conosciute.  Finora l’ipotesi avanzata per il caso di Faenza è che si tratti di un’epidemia virale, ma che non dovrebbe rivelarsi pericolosa per l’uomo. Ciò dovrebbe far riflettere piuttosto su una cosa: quanto sia fragile l’equilibrio della vita sul nostro pianeta. E come dovremmo cercare di tutelarlo, indagando sulle cause che anche noi possiamo contribuire a creare.