Operazione San Gennaro riuscita. Accordo tra Curia e Deputazione

Il Tesoro di san Gennaro è salvo, non finirà nelle mani alla Chiesa di Napoli. Dopo settimane di diatribe, lo chiarisce un documento sottoscritto dall’arcivescovo Crescenzio Sepe e da esponenti della Reale Deputazione del Tesoro di San Gennaro, ente non ecclesiastico che da secoli amministra la cappella dedicata al santo nel Duomo di Napoli. Nell’atto si prospettano dialogo e collaborazione per “ridare serenità alla città”, “scossa dalle ultime vicende relative alle incertezze inerenti alla qualificazione giuridica della Cappella e al governo della stessa”.

Un recente decreto del ministro dell’Interno, Angelino Alfano, ha infatti modificato la natura della deputazione, convertendola in fabbriceria (ovvero, ente in cui siedono sia laici sia religiosi preposto alla gestione dei luoghi sacri di valore artistico). Ciò comporterebbe per la prima volta, soprattutto, la facoltà di nomina di 4 dei 12 membri da parte della curia. Un atto visto da molti come un colpo di mano, volto a favorire l’arcidiocesi, che rompe una tradizione secolare di autonomia rispetto al clero locale.

Fondata da esponenti della nobiltà e del governo cittadino nei primi del Seicento, la Deputazione era stata incaricata tramite bolle papali di gestire la cappella che custodisce le reliquie del santo e il tesoro accumulato. Un patrimonio immenso, oggi stimato sui 50 miliardi di euro. Così la Deputazione è passata alle vie legali, con un ricorso al Tar della Campania, nei confronti del Ministero dell’Interno, della Prefettura e dell’Arcidiocesi.

Anche i fan sono scesi in piazza. Nelle settimane scorse manifestazioni e flash mob con lo slogan “Giù le mani da san Gennaro” hanno chiesto a gran voce un passo indietro. Un fronte che ha unito, contro Alfano e il cardinale Sepe, il sindaco Luigi De Magistris, le antiche famiglie nobili che siedono nella Deputazione, il popolo dei devoti e persino i meno devoti esponenti dei centri sociali. Il culto religioso tradizionale si fonde con l’idea che san Gennaro esprima l’anima profonda della “napoletanità”: quella popolana, verace e oggi riadatta in chiave proletaria e precaria. Il caso è arrivato anche in Parlamento, con interrogazioni rivolte al governo: una di Anna Maria Carloni (Pd e moglie di Antonio Bassolino, ex sindaco di Napoli e governatore della Campania) e una dal Movimento 5 Stelle (prima firma di Vega Colonnese).

Ora la curia viene incontro all’opinione pubblica, riconfermando che la Deputazione “è un ente non ecclesiastico di fondazione e dotazione laicale” che è titolato all’amministrazione della cappella e che il vescovo ha competenza solo “per gli aspetti relativi all’esercizio del culto”. Il clima di ritrovata pacificazione dovrebbe suggellarsi il prossimo sabato, con la processione che culminerà nello scioglimento del contenuto dell’ampolla, che si ritiene contenga il sangue del patrono partenopeo.

Per capire la questione bisogna fare un salto indietro di 5 secoli. Nel 1527 Napoli venne cinta d’assedio dalle truppe angioine che volevano riconquistare il Sud: pestilenza e carestia decimarono la popolazione, sconvolta anche dalle concomitanti eruzioni del Vesuvio. Il popolo decise quindi di traslare le presunte reliquie, facendo voto di costruire una sontuosa cappella a patto che venisse risparmiato dai flagelli. L’impegno venne formalizzato in un documento notarile, sottoscritto nella cattedrale dai rappresentanti delle istituzioni cittadine, ovvero i 6 “Sedili” (5 nobili e uno del popolo). Nel 1601 i Sedili vennero incaricati di gestire il ricco patrimonio in crescita – tra preziosi, quadri, ex voto – e nominarono ognuno 2 rappresentanti per farlo: nasce così la Deputazione.

Nel corso dei secoli e nonostante i cambiamenti istituzionali, la Deputazione è rimasta espressione del governo cittadino, ottenendo dal papa autonomia rispetto alla curia. Dal 1646 il Comune versa una somma ogni anno per mantenere la cappella. Dal 1811, con Gioacchino Murat, il sindaco è nominato presidente della deputazione. L’Unità non cambia questa commistione: dal 1946 il presidente della Repubblica approva le nomine dei “deputati” proposti dall’ente. Gli ultimi statuti vigenti risalgono al 1894 e il Comune di Napoli oggi sborsa circa 70 mila euro l’anno. L’ultima bolla, quella di Pio XI, riconosce nel 1927 il diritto di patronato della città, non sulla base di un “privilegio Apostolico ma da una fondazione e dotazione laicale sorta con i beni patrimoniali e di esclusiva provenienza laicale”.

Il paradosso giuridico frutto di una stratificazione secolare è proprio che un ente civico gestisca affari religiosi. Riecheggiano anche tendenze anticuriali e regaliste in voga nel Regno di Napoli, che davano al re autorità sul clero locale. Di certe cose in uno stato moderno dovrebbe semmai occuparsi la Chiesa. O fondazioni e associazioni autonome, nel rispetto delle leggi e senza il contributo – finanziario o amministrativo – dello stato. Suona strano, ad esempio, che la Deputazione sia composta soprattutto da famiglie nobili, quando la Costituzione repubblicana, nelle sue norme transitorie e finali, recita testualmente che “i titoli nobiliari non sono riconosciuti”.

Nella risposta del sottosegretario dello Stato per l’Interno, Domenico Manzione, all’interrogazione Colonnese c’è l’altra parte della storia. Che dà l’immagine di un iter incredibilmente lungo e con agevolazioni uniche da parte delle istituzioni, per venire incontro a pretese della Deputazione.

Già nel 2003 i custodi di San Gennaro avevano ottenuto dal prefetto l’iscrizione nel registro delle persone giuridiche di diritto privato, rifacendosi alla legge relativa agli enti ecclesiastici e con tanto di nulla osta dell’ordinario diocesano di Napoli. Nel 2009 il prefetto aveva chiesto di adeguare lo statuto alle leggi vigenti. Visto che non si riusciva a risolvere la questione, sono stati interpellati Consiglio di Stato e commissione per l’attuazione del nuovo Concordato tra Italia e Vaticano. Questi, dopo “un’attenta valutazione delle attività svolte e dalle finalità perseguite”, hanno ritenuto di inquadrare l’ente come fabbriceria.

È stato avviato persino un tavolo di confronto in prefettura, con la deputazione e la curia, ma non si è riusciti ad elaborare uno statuto che mettesse d’accordo tutti. Lo stallo si è trascinato per anni. Vista l’incertezza, nel 2011 non sono state più disposte nomine di deputati.

Per questo il Ministero ha emanato il 22 gennaio un decreto per avviare un “percorso transitorio”, con l’ok del prefetto, che rinnova i componenti per un anno sulla base delle richieste dell’ente stesso. E che, a detta di Manzione, “non interviene sulla natura dell’ente; sicché le doglianze sembrano indirizzarsi alle premesse narrative del decreto in cui l’organo ministeriale da atto dei suddetti pareri”. Il sottosegretario sostiene che l’atto “non ha dato luogo ad alcuna lesione della laicità dell’ente, non avendo affatto inciso sulla sua composizione e sui metodi di scelta dei componenti”.

Chi ha ragione? I napoletani che temono lo scippo della memoria e l’intromissione della curia, o il ministero che vuole adeguare lo statuto alle leggi che valgono già per tutti gli altri? La diatriba mostra comunque come sia difficile inquadrare il concetto di laicità in un paese come l’Italia, dove il cattolicesimo pervade le istituzioni. Non sono pochi a rivendicare la “laicità” della Deputazione. Ma questo ente civico ha una natura religiosa, sebbene non sia capeggiato da sacerdoti. Custodisce, dentro il duomo, i resti di un santo proclamato dalla Chiesa, portati in città per dimostrare la devozione di un popolo che credeva di aver ottenuto la grazia in un momento tragico della sua storia. E un enorme patrimonio, donato da generazioni di fedeli. Una ricchezza che non è solo materiale ma ormai storica, artistica e anche emotiva, intorno alla quale si consuma un gioco delle parti che ricorda il celeberrimo film con Totò e Nino Manfredi: Operazione San Gennaro.

 

di Valentino Salvatore




Il Concordato della discordia

Di Mariano Colla

“L’11 febbraio 1929, un lunedì, poco prima di mezzogiorno, il corteo ufficiale che accompagnava Mussolini, si avviò, in una giornata piovosa, verso Il Palazzo Apostolico Lateranense, dove sarebbe avvenuta la cerimonia della firma dei Patti tra Stato italiano e Stato pontificio. Per primo firmò il cardinale Gasparri, e, quindi, fu il turno di Mussolini. Dio era stato ridato all’Italia e l’Italia a Dio. Sembrava tutto risolto, ma, in realtà, non era così. L’interpretazione dei Patti Lateranensi avrebbe creato non pochi problemi ”. Questa è la ricostruzione divulgativa redatta da Indro Montanelli sul Concordato. Con tale citazione si è aperta  laconferenza  del prof. Alberto Melloni, storico italiano, esperto di storia della Chiesa, docente all’Università di Modena e Reggio Emilia,  svoltasi  all’Auditorium Parco della  Musica in concomitanza con l’anniversario del Concordato. Ne è emerso un excursus storico delle premesse della importante intesa  e delle incongruenze e contraddittorietà di un  accordo che, se da un lato, ha sanato la difficile e apparentemente irrisolvibile conflittualità tra Chiesa e Stato, dall’altro, ha lasciato aperti problemi di interpretazione che tuttora hanno effetto sulle relazioni tra le due Istituzioni. Una conferenza ricca di episodi e aneddoti che, non sempre, trovano adeguato spazio nei libri di storia. Nel 1929  i giornali celebravano, con toni trionfalistici, l’evento storico e Mussolini veniva additato, anche dalla Chiesa stessa, come l’uomo della provvidenza. Bisogna tenere conto che la Chiesa era  pervenuta all’accordo sentendosi assediata dal liberismo  e dal razionalismo incombente in Europa alla  fine del XIX secolo, ciò che essa stessa chiamava, in senso lato, il modernismo. La Chiesa si riteneva timone della morale religiosa e civile delle masse e, quindi, rifiutava  soluzioni che implicassero la sua rinuncia al potere temporale e alla  “presa confessionale” sullo Stato italiano.  Erano i tempi del  “non expedit”,  disposizione della Santa Sede con la quale, nel 1868, i  cattolici italiani furono “caldamente invitati” a non partecipare alle elezioni politiche italiane e, quindi, alla vita politica del nuovo Paese. La condanna del modernismo crea un clero “scervellato”, sostenevano diversi intellettuali di allora. La Chiesa, d’altro canto,  associava alla cultura un ruolo maligno. “Va visto positivamente il prete che fa opere buone mentre quello che studia non è detto”, dicevano gli ecclesiastici. E’ in corso nel clero una vera decapitazione intellettuale, i cui effetti arriveranno sino al Concordato. Contro il modernismo la Chiesa si esprime con termini caustici e retorici, favorendo, nei propri addetti,  una abulia culturale. Già  nel 1911, in  occasione del cinquantenario del Regno di Italia, il Vaticano, tramite gli editoriali di “Civiltà Cattolica”, si scaglia contro il dissacrante simbolo del nuovo paganesimo – il Vittoriano -,  eretto a sfida simbolica, secondo la Santa Sede, contro la basilica di S. Pietro, e testimone di una cultura massone. Gli anni 20, tuttavia, indicano un chiaro spostamento del Vaticano verso il regime, restauratore, agli occhi degli ecclesiastici, di valori spirituali contro il liberalismo. Tale atteggiamento, in qualche modo, favorisce i Patti del 29. Di fatto essi risolvono la questione sulle proprietà della Chiesa, stabiliscono una convenzione finanziaria  per i risarcimenti dei beni incorporati dallo Stato, e, fissano dei principi nelle  relazioni tra Stato e Chiesa in base ai quali, tra l’altro, la religione cattolica è  la religione di Stato, è l’unica insegnata nelle scuole e il matrimonio viene regolarizzato. Ma, dietro i trionfalismi dei primi momenti, il Concordato anima, con il passare del tempo, incertezze e perplessità, già sottoscritte da personaggi, quali De Gasperi e Arturo Carlo Jemolo. Celebre è, infatti, la frase “il Papa ha inchiodato il coperchio sulla bara della libertà degli italiani”, attribuita a Ernesto Bonaiuti.

I contrasti tra Pio XI e Mussolini, sull’effettiva sovranità della Chiesa, fan parte della storia del trentennio. Il mancato ossequio del Papa all’accordo, scatena il regime contro le associazioni cattoliche, come la FUCI del cardinale Montini e, a sua volta, monsignor Tardini, intellettuale ecclesiatico, scrive un memorandum contro il regime fascista. In Vaticano c’è chi sostiene che la Chiesa stava meglio quando la questione romana era aperta, perché poteva dimostrare tutta la sua indipendenza, e la sua sovranità non era messa costantemente in gioco da una società civile riottosa e arrogante. Attriti che giungono, nella loro asprezza, anche alla fase costituente della Repubblica italiana. I Patti Lateranensi, viziati, secondo alcuni dei padri fondatori della Repubblica, dall’intervento del regime fascista, non avrebbero dovuto essere in alcun modo incorporati nella nuova Costituzione. Ma il mondo cattolico, fortemente radicato nelle masse popolari, spingeva per una rappresentatività degli accordi nella nuova carta istituzionale. I democristiani vanno in Vaticano per sentire le istanze ecclesiastiche sul tema. Interlocutori sono i padri gesuiti della civiltà cattolica. E’ un dialogo difficile, che parte da richieste assurde del Vaticano, come la costituzione di uno Stato confessionale come quello franchista. Ma i tempi sono cambiati e la Chiesa deve scendere a più miti consigli. Va bene, quindi, anche uno Stato democratico, purché la Costituzione inserisca il contenuto dei Patti nel proprio dispositivo. I costituenti ci lavorano su  e il massimo che la Chiesa ottiene è scritto negli articoli 7 e 8 della Costituzione stessa, che mettono in equilibrio  i diritti civili e quelli della libertà religiosa, senza includere formalmente il dettato dei Patti, ma incorporando il principio bilaterale che sta alla base del  Concordato stesso.

Una nuova Italia introduce e afferma i principi laici della propria Costituzione e seppellisce, almeno nelle intenzioni, le ambizioni e le nostalgie vaticane per uno Stato confessionale. Dice il prof Melloni: “i cattolici italiani esistono soltanto come una specie di giubbotto antiproiettile intorno al papato, visto, quest’ultimo, come un corpo unico, inglobante, senza distinzione, il Papa, i vescovi, il cattolicesimo, i cattolici, la Chiesa,  simile a una azienda in cui l’amministratore delegato è il Santo Pontefice”. E’ una idea radicata nella cultura del cattolicesimo italiano, parzialmente  superata con la  revisione del Concordato, effettuata nell’84 da Casaroli e Craxi, che  riuscirà ad operare quelle distinzioni funzionali, anche economiche, all’interno del corpo granitico della Santa Sede, come, per esempio, il dare  una maggiore evidenza al ruolo pastorale della Chiesa.

Osservo che, per noi contemporanei, il tramestio che ha portato a tutto ciò può sembrare, ormai, sfumato nel tempo. In realtà, il contrasto è ben lungi dall’essere sopito. Il “non expedit” fa ancora parte delle recenti dichiarazioni vaticane e le pressioni sul mondo politico cattolico sono all’ordine del giorno,  nell’opinabile  tentativo di limitare la libertà dell’individuo nel nome di una morale trascendente, non discutibile. In un’epoca di incessanti sviluppi scientifici, di multiculturalità, di migrazioni, di superamento del concetto di nazione, di globalizzazione, circostanze non del tutto prevedibili nell’84, il ruolo dei Patti appare in parte anacronistico, soprattutto quando ne scaturisca ancora una primogenitura fideistica e morale che detti comportamenti a scapito della libertà individuale, valore indiscutibile, anche per un credente, di una società democratica e laica. Semmai, sarebbe auspicabile una revisione del Concordato che tenesse conto di queste nuove istanze, sempre che l’accordo del lontano 29, abbia, oggi, ancor senso. Se il soggetto del Concordato passato  era il popolo con una certa pratica religiosa, come diceva Jemolo, oggi il popolo ha una maturità per essere maggiormente autonomo. Il rispetto di quei diritti, non negoziabili, che alla Chiesa stanno a cuore, non deve implicare il non rispetto di istanze simmetriche, con  pari dignità, che devono trovare posto in un concetto di Stato non confessionale.