Al Qaeda e la nuova Libia

di Fernando Termentini

Dall’inizio della primavera araba ed in particolare della guerra in Libia si è spesso ipotizzato e discusso sulla possibile presenza di militanti di Al Qaeda fra i protagonisti delle vicende che si sono succedute sulle coste mediterranee dell’Africa. Forse oggi ne abbiamo una conferma. Il Daily Mail ha pubblicato le foto di una bandiera dell’organizzazione terroristica che sventola sul palazzo di giustizia di Bengasi. Una fortuita circostanza, lo scherzo di un burlone ? E’ difficile esprimere una valutazione certa dell’accaduto, ma se qualcuno è arrivato fin sul tetto di un

Mustafà Abd al- Jalil

edificio governativo della Capitale della rivolta libica, ha avuto sicuramente qualche appoggio esterno. Probabilità che dovrebbe impensierire in quanto conferma la presenza di cellule di Al Qaeda sul territorio libico, peraltro guardate con simpatia. Non è il solo episodio. Il 29 ottobre un attacco terroristico è stato effettuato a Derna in Cirenaica davanti agli uffici del CNT locale. E’ esplosa un’autobomba che come riferiscono fonti locali è stata attivata da simpatizzanti di Al Qaeda. In pochi giorni due segnali che sicuramente non contribuiscono ad indurre ottimismo nell’immediato futuro della stabilizzazione nella Libia del post Gheddafi, ma confermano, invece, quanto ribadito nel tempo su un possibile ruolo attivo delle cellule terroristiche di Al Qaeda negli avvenimenti libici. E’ certo che personaggi molto vicini all’Organizzazione terroristica hanno partecipato alla guerra. Costoro sicuramente hanno avuto ed hanno legami con gli ex commilitoni che portano avanti l’eversione risiedendo nel Magreb africano. Primo fra tutti il Comandante della Brigata che ha conquistato Tripoli, Abdel Hakim Belhaj un islamico radicale protagonista della resistenza afgana, militante talebano vicino ad Al Qaeda che con il nome di battaglia di Abu Abdallah Assadaq ha partecipato da protagonista alla rivolta contro Gheddafi. Noto combattente islamista, arrestato in Tailandia nel 2004, interrogato dalla CIA e poi consegnato alle autorità libiche è stato rilasciato poi dalla polizia anche se erano conclamati i suoi stretti legami con Al Qaeda e con lo stesso mullah Omar. Belhadj ha anche operato in Iraq ed è rimasto sempre in collegamento con le cellule eversive presenti a Bengasi e Derna, due città che nel tempo hanno fornito all’eversione irachena un consistente numero di combattenti, superiore a quelli arrivati dall’Arabia Saudita. I reduci libici tornati dall’Iraq e le strutture di Al Qaeda operanti nel Paese e nel vicino Maghreb, hanno sicuramente approfittato della situazione di belligeranza per rifornirsi di materiale bellico e potrebbero essere entrati in possesso di armi non convenzionali. Munizionamento chimico e scorie radioattive nascoste nel deserto libico come confermato dai ritrovamenti dichiarati ufficialmente di volta in volta dal CNT durante l’appoggio NATO ed ora negate da Mustafà Abd al- Jalil, attuale Capo di Stato (ad interim) della Libia. Le dichiarazioni di Abd al- Jalil non convincono in quanto dal 2007 pedina importante dello Staff di Gheddafi quale Ministro della Giustizia, non poteva non sapere o quanto meno sospettare della disponibilità da parte di Gheddafi di aggressivi chimici e di scorie nucleari. Non averne smentita la loro esistenza durante la guerra ed averlo fatto solo ora che l’ONU sembra voler coinvolgere l’Agenzia Atomica Internazionale, non depone sicuramente a suo favore. Un comportamento non limpido quello dell’attuale responsabile della delicata transizione libica che, peraltro, per le sue pregresse esperienze giuridiche, prima come Presidente di Tribunale poi come Guardasigilli, non può non conoscere il curriculum di Abdel Hakim Belhaj, da lui stesso designato Comandante di un’importante Brigata dell’esercito rivoluzionario libico e nominato recentemente Consigliere Militare di Tripoli. Non è azzardato ipotizzare che la Libia stia per vivere un periodo buio, molto vicino all’era irachena dell’immediato post Saddam, che potrebbe essere anche complicato dalle realtà tribali molto influenti nel Paese. La Nazione potrebbe scivolare verso una situazione simile a quella dell’Afghanistan immediatamente l’invasione sovietica ed, al limite, vicina alla realtà della Somalia del post Siad Barre. Se ciò avvenisse la comunità internazionale non ne guadagnerà in termini di sicurezza globale e di stabilità dell’area mediterranea.




Residui nucleari e gas letali in Libia

di Fernando Termentini

Il 23 settembre le forze rivoluzionare libiche hanno comunicato di aver rinvenuto a Sabha, a circa 750 chilometri da Tripoli, un deposito di materiale nucleare. Centinaia di fusti con sostanze radioattive e sacchi di plastica gialla. Notizia interessante, ma non a sorpresa, in quanto all’Agenzia Atomica (AIEA) era noto che in Libia esistessero depositi di materiale nucleare anche se non ne era conosciuta l’esatta natura e consistenza rispetto a quanto dichiarato a suo tempo da Gheddafi. Sono stati trovati bidoni e sacchi sigillati con nastro adesivo con riportate scritte solo in inglese e senza nessuna notazione in arabo. Nelle sacche di plastica una polvere gialla come pubblicato in un sito di Internet, le cui immagini non permettono, però, di capire con certezza la natura del materiale contenuto nei bidoni. La polvere gialla, invece, è con ogni probabilità “yellowcake” (torta gialla), scoria dei processi di purificazione dei minerali che contengono uranio. In sintesi, ossidi di uranio (biossido e triossido) con scarsa valenza radioattiva ma molto tossici se ingeriti o inalati. Il deposito di Sabha non è la sola scoperta negli otto mesi di guerra. Altri nascondigli sono stati individuati come confermato dall’Istituto di Studi Strategici di Londra. Scorie radioattive provenienti dalla vecchia centrale di Tajoura ubicata nella periferia di Tripoli e materiale chimico altamente letale, parte integrante dell’arsenale di Gheddafi. Lynn Pascoe, Capo ufficio politico dell’ONU ed altre fonti delle Nazioni Unite precisano, a tale riguardo, che Gheddafi dopo aver aderito nel 2003 agli accordi internazionali sull’uso di armi chimiche, nel 2010 aveva distrutto solo il 55% dello specifico armamento, con una disponibilità residua di ancora qualche tonnellata di iprite. Valutazioni confermate dai ritrovamenti del CNT a Jufra ed a Ruwangha dove sono accatastati fusti di iprite e gas nervini ed a Sabha dove sono immagazzinati centinaia di proiettili contenenti iprite fabbricati in Corea.

Gheddafi è stato frettolosamente trucidato. Con la sua morte è diventato tombale il segreto su dove poteva essere nascosto il materiale nucleare e chimico e, soprattutto, chi nel tempo aveva fornito alla Libia le necessarie materie prime e le tecnologie per trattare l’uranio e fabbricare gas letali. Anche l’archivio del Rais trovato nel bunker di Tripoli sicuramente non potrà fornire notizie utili nello specifico, in quanto ormai abbondantemente epurato nei molteplici passaggi di mano dal momento del ritrovamento. I gas e le scorie nucleari difficilmente potranno essere utilizzate per scopi militari, ma rappresentano un’appetibile fonte di rifornimento per scopi eversivi qualora qualcuno intendesse effettuare attentati terroristici “sporchi”. Rappresentano, inoltre, una consistente risorsa economica, se immessi sul mercato clandestino degli armamenti. E’ imperativo, dunque, che la comunità internazionale attui immediate iniziative per individuare tutti i possibili depositi, inventariandone i contenuti per metterli in sicurezza per eliminare qualsiasi rischio di minaccia specifica sul piano globale.

L’ONU dovrebbe essere promotore, quindi, di iniziative appropriate perché lo specifico problema sia affrontato e risolto il più rapidamente possibile, come avvenne nel 1989 in Afghanistan per la bonifica di mine e di ordigni bellici non esplosi, quando fu avviato un intervento finalizzato, l’Operation Salam, con il coinvolgimento di tutta l’expertise internazionale. Una risoluzione delle Nazioni Unite da promuovere, questa volta, non solo per garantire una “formale” protezione dei civili libici, ma per assicurare l’effettiva salvaguardia della popolazione mondiale.




Libia: ucciso Gheddafi per mano dei ribelli

L’annuncio della cattura e’ stato dato dalla tv libica dopo che Sirte, la citta’ natale di Gheddafi, e’ caduta in mano dei ribelli. Gheddafi e’ morto per le ferite subite nel corso della sua cattura a Sirte. Lo riferisce Al Jazeera, secondo la quale sarebbe morto anche il capo delle truppe lealiste, Abu Bakr Younus Jabr, mentre il portavoce del regime, Moussa Ibrahim, sarebbe stato catturato vivo. Intanto, il Cnt starebbe trasferendo il corpo di Gheddafi verso una localita’ segreta. Tra poco il presidente del CNT, Mustafa Jalil, dovrebbe inviare un messaggio al Paese. Poco prima della morte del Colonnello, il portavoce militare del Cnt della Libia aveva annunciato che Sirte, l’ultimo bastione dei combattenti fedeli al Rais, e’ ”quasi liberata.” ”La citta’ e’ quasi liberata. Gli scontri sono sempre meno intensi”, ha detto Abdulrahman Busin. ”Il comando del Cnt riferisce che Sirte e’ stata liberata, questo comporterebbe la fine delle ostilita’ dal punto di vista dell’avvio del governo provvisorio. E’ una grande notizia, non solo e’ finita la missione ma finisce la fase di transizione”, ha detto il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, al termine della presentazione del calendario 2012 dell’Esercito. ”La norma che si sono dati prevede che dalla conquista di Sirte e dalla fine delle ostilita’ – ha aggiunto La Russa – passino non piu’ di 30 giorni per la nascita del governo provvisorio, dunque non piu’ del Comitato. Il governo provvisorio dara’ a sua volta spazio ad un governo democraticamente eletto”. ”Si apre – ha concluso La Russa – semmai, ma dovra’ decidere il Parlamento, la questione di come aiutare la crescita del nuovo governo libico”. (Fonte: Asca)




L’impegno di Croce Rossa, Movimento e Comunità al Transit Camp di Ras Adjir

di Emanuela Ronzitti

A due mesi dall’inizio del conflitto armato in Libia alla frontiera tunisina di Ras Adjir il flusso di profughi provenienti dalle aree bombardate non si arresta. Ogni giorno continuano ad arrivare, sulla linea del confine tunisino, in fuga dal territorio, centinaia di persone di diverse etnie: sono quasi tutti giovani, uomini, che lavoravano in Libia.

Dallo scoppio del conflitto, la speranza per loro rimane la stessa, tornare a casa. Secondo i responsabili del campo i profughi sosteranno nell’area almeno per una settimana, in attesa del rimpatrio. Per coloro che possiedono i documenti la strade è apparentemente più semplice. Per quelli che ne sono privi, una grossa fetta, il rietro in patria si complica, tutto dipende dai fondi e dai mezzi necessari all’operazione.

Nel Transit Camp di Ras Jdir dove opera il team CRI, in collaborazione con i volontari di Movimento e Comunità, nella giornata di ieri, 10 maggio, sono arrivate altre 100 persone provenienti dalla Libia. Per loro, come previsto, è scattata la procedura di identificazione. Un numero che si aggiunge alle già mille persone ospitate nell’area di accoglienza. Al momento si registrano presenze di diverse nazionalità, con una prevalenza di cittadini provenienti dalla Nigeria, dal Chad, dal Ghana, Mali e Niger.

Le famiglie presenti non superano il 10 per cento, mentre gli uomini sono il 90 per cento circa, in prevalenza adulti, mentre i bambini sono l’8 per cento. La Croce Rossa Italiana, impegnata anche nella prepazione dei pasti, ha cosegnato ieri circa 2 mila e 400 porzioni tra pranzo e cena. Di questi, 400 sono stati trasportati al confine che dista dal campo attrezzato solo 5 chilometri. Movimento e Comunità ha collaborato nella prepazione dei pasti e nelle varie attività logistiche, oltre alla raccolta di dati e materiale video per la realizzaione di un reportage sulla zona di confine.

 

 




I temi caldi della politica secondo Chiara Colosimo

di Mario Masi

Chiara Colosimo nel 2010 diventa il consigliere più giovane della Regione Lazio dove ricopre la carica di Vicepresidente Commissione Lavori pubblici e politica della casa ed è membro della Commissione Scuola, diritto allo studio, formazione professionale e università. La politica è per lei una missione e quel che rimane di tempo libero lo dedica al pugilato, alla lettura e alla musica. Amante del sigaro e della sua vespa, che ogni giorno la accompagna in giro per Roma.

Affrontiamo con lei i temi più accesi, dalla guerra in Libia, ai disagi giovanili, passando per il sovraffollamento nella carceri e energia nucleare.

Gli ultimi dieci anni sono state combattute cinque guerre sotto l’ombrello della Nato:  Iraq 1990, Serbia 1999,Afghanistan 2001, Iraq 2003 e, ora, la Libia, come spiega che la comunità internazionale non interviene in paesi come la Cina o l’Iran, dove i diritti più elementari sono calpestati quotidianamente?

Come prima domanda non c’è male! Credo che in politica estera si debba valutare caso per caso, analizzare il contesto, la collocazione geografica, culturale, sociale economica e soprattutto la storia di quel paese. Nelle controversie internazionali quindi non ci sono ricette da utilizzare per ogni situazione. I casi ad esempio citati nella domanda sono molto differenti tra di loro. Oggi nel mondo sono decine le nazioni in cui non vengono rispettati i diritti umani. Spesso ci si chiede quanto possa essere esportabile il concetto di democrazia e se questo concetto per come lo viviamo noi in occidente sia adattabile a culture molto diverse da quella europea o nord americana. Ma Cina, Cuba e Iran , i tre esempi forse più eclatanti, il problema non si riduce a forme di governo dittatoriali o sistemi elettorali fasulli. La questione riguarda il fatto che in questi paesi si viene imprigionati, torturati e uccisi se si cerca di ribellarsi a governi sanguinari e oppressivi. Sulla Cina in particolare come movimento giovanile da sempre ci siamo battuti affinché la comunità internazionale prenda posizioni forti e decise, ma non è facile. Visto che parliamo di una potenza mondiale, che siede permanentemente nel consiglio di sicurezza dell’Onu, che ha interessi economici ormai in tutto il mondo e viceversa. L’assegnazione delle Olimpiadi nel 2008 proprio alla Cina potevano essere l’occasione giusta per affrontare determinate questioni, magari partendo anche dalla possibilità di non concedere al governo di Pechino l’organizzazione dei giochi. In Iran abbiamo una situazione gravissima sul piano dei diritti umani, inoltre la situazione si aggrava considerando la situazione di instabilità continua dell’area mediorientale. Permettetemi di chiudere con una provocazione, una mozione Onu ha deliberato un referendum popolare per fermare il conflitto tra Sahara Occidentale e Marocco nel 1990…il popolo Saharawi attende un’azione francese  per poterlo svolgere.

Il 12 e il 13 giugno i cittadini si dovranno esprimere sui quesiti referendari relativi alla privatizzazione delle risorse idriche e ritorno al nucleare. Qual è la sua posizione?

Chiarisco subito una cosa. In questi mesi ho avuto l’occasione di affrontare la questione nucleare per quanto riguarda il Lazio. Ed ho espresso i miei dubbi e la mia contrarietà all’ipotesi di centrali sul territorio regionale. Questa regione ha dato e continua a dare molto sul piano energetico, inoltre risulta essere autosufficiente. Gli investimenti si dovrebbero quindi indirizzare verso fonti di energia alternative. Sul piano nazionale invece, credo che una questione così importante per il futuro dell’Italia non si possa risolvere partendo da basi  ideologiche. La politica comporta delle scelte, e oggi siamo chiamati a scegliere se investire in una tecnologia nucleare che altri paese come Germania e Francia stanno dismettendo o provare per una volta ad essere avanguardia. Nella prima ipotesi ci ritroveremmo in un ritardo imperdonabile, con centrali non sicure al 100% e superate. Sono convinta che di nucleare se ne deve comunque parlare, anzi tutti gli sforzi devono essere fatti nella direzione della ricerca, per un nucleare di quarta generazione, che magari tra 50 anni possa permettere di produrre energia pulita e a costi bassi.

In Italia le carceri scoppiano e il 50% dei detenuti è in custodia cautelare. A questo dramma si aggiunge quello dei bambini costretti a passare i primi anni della vita dietro le sbarre per non separarsi dalle proprie madri. Come si può intervenire?

Il primo problema del carcere è quello del sovraffollamento e, per porre rimedio a questa situazione, ritengo che le uniche strade percorribili siano la modifica della ex Cirielli, l’attuazione di pene alternative e soprattutto il reinserimento del detenuto nella società attraverso il lavoro. Dall’inizio del mio mandato ho preso molto a cuore questa tematica organizzando visite negli istituti romani e laziali e ho attenzionato la situazione attuale ai miei colleghi, ma anche ai cittadini che spesso per mancanza di informazione non possono neppure immaginare in che stato sono le carceri, i detenuti ma anche gli agenti di polizia penitenziaria. Ai problemi economici e strutturali si aggiungono quelli di carattere sociale. Misurare il livello di civiltà di un paese inizia proprio nel valutare il modo in cui quel paese tratta chi ha sbagliato nei confronti della legge e della società. Per fare degli esempi basti pensare alla condizione del carcere di Regina Coeli che oggi raggiunge le 1125 unità, a fronte di una capienza regolamentare di 950,in cui i detenuti devono fare i conti con la mancanza di acqua calda nei mesi invernali. Come regione Lazio, un passo in avanti è stato fatto con la proposta di legge di cui sono firmataria per l’istituzione dell’ ICAM, istituti di custodia attenuata per le madri detenute in cui potranno risiedere insieme ai loro bambini. Una situazione quindi più vicina a quella di una casa famiglia che a quella di un istituto penitenziario con tutto quello che comporta.

I disturbi alimentari non sono più un problema di genere, ma di identità. Gli adolescenti oggi devono fare i conti con ciò che viene universalmente definita come una assenza di desiderio. Questa è l’epoca delle passioni tristi, della scomparsa dell’aspettativa. Qual è il suo impegno per arginare questa nuova piaga sociale?

La mia generazione è costretta a vivere una situazione devastante, la precarietà lavorativa crea di conseguenza un forte senso di sconforto. Ma davanti a questo non posso personalmente accettare uno spirito di rassegnazione. Ho 24 anni e ho iniziato a fare politica quando ne avevo 16, e ho iniziato proprio perché ero stanca di aspettare che qualcuno facesse le cose al posto mio, anche nella mia piccola scuola, volevo scendere in campo, volevo combattere. Senza un forte senso di coraggio e ribellione, quello che oggi forse contraddistingue quelle giovani coppie che decidono nonostante tutto di gettare il loro cuore oltre l’ostacolo e creare un famiglia mentre il mondo le avversa, non si può immaginare un cambiamento. In particolare quest’anno in cui la nostra Italia compie 150 anni, abbiamo cercato in ogni modo di ricordare aI cuori dei giovani italiani che se oggi possiamo sentirci appartenenti ad una Nazione, non è grazie ai giochi di potere, ma grazie a quei folli ventenni che 150 anni fa scelsero di credere in una pazza idea chiamata Italia

Non trova che oggi si parla molto di politica ma pochi la fanno sul serio?

Aggiungerei che purtroppo c’è pure chi ne parla e ne parla male. Qualcuno ha provato a inculcare in noi giovani il concetto dell’antipolitica. Si tende a generalizzare, a vedere la politica e la classe che la rappresenta come una casta con cui fare i conti. Marci sono i politici, la politica è  la splendida arte del fare il bene comune. Di politica, quella vera se ne deve parlare, ma tra la gente, non può essere autoreferenziale, chiusa dentro le istituzioni o nei convegni spot. La si deve fare seriamente, dai municipi al parlamento. Non mi va di dilungarmi in parole che potrebbero sembrare bella ma vuote e già sentite. Per me la politica è una missione. Ma soprattutto un’assunzione di responsabilità nei confronti dei cittadini, di tutti non solo quelli della mia parte.




‘Gli occhi della guerra’, l’orrore della guerra in una mostra fotografica

di Anna Esposito

“La guerra e la malattia, questi due infiniti dell’incubo” le parole con cui Louis-Ferdinand Céline tenta di raccontare l’abisso, che privo di occhi resta uno sgomento e atterrito silenzio. Céline scelse di sporgersi per guardarlo, quando partì come volontario per il fronte, quello della Prima Guerra Mondiale. Ne tornerà provato nel corpo e nella mente, la grave ferita riportata alla testa gli varrà una medaglia al valore e una serie innumerevole di fantasmi, che riempiranno le pagine del suo capolavoro, Viaggio al termine della notte (Voyage au bout de la nuit, 1932). Tante, troppe ancora le guerre che infiammano i popoli della Terra, ciascuna ha un nome, ma in tutte c’è lo stesso volto, lo stesso inferno, il medesimo incubo per chiunque ne venga risucchiato.

E stata inaugurata oggi al Parlamento Europeo una mostra fotografica “Gli occhi della guerra” di Almerigo Grilz, Fausto Biloslavo e Gian Micalessin,  gli occhi di tre giornalisti che in questi 25 anni si sono resi testimoni instancabili, rischiando la propria vita, di dilanianti conflitti fin negli angoli più remoti e dimenticati dall’uomo, spinti da una passione “maledetta”. “Quando ho pensato di proporre la mostra fotografica ‘Gli occhi della guerra’  al Parlamento Europeo – dichiara l’ on. Marco Scurria–  non era neanche immaginabile che il regime libico, come pure quelli di Tunisia ed Egitto, potessero essere rovesciati da nuovi venti di guerra. La mostra assume, quindi, un carattere di stretta attualità per gli argomenti che tratta.” Presente all’inaugurazione della mostra anche l’ambasciatore afghano, Homayoun Tandar, che condivide a appoggia il messaggio che ha ispirato la mostra. “Sono foto di 30 anni di guerra realizzate da tre “pazzi” come Almerigo Grilz, Fausto Biloslavo e Gian Micalessin che hanno voluto raccontare anche guerre “dimenticate”, quelle contro dittatori che non assurgono agli onori delle cronache perché la strada per la libertà di quei popoli  non corre lungo le viscide corsie del petrolio.”, inequivocabile il riferimento dell’on. Scurria alla questione libica e alla decisione delle forze Nato di lasciar precipitare ogni intermediazione procedendo con la forza delle armi.

“Almerico Grilz– continua Scurria- è caduto nel 1987  durante un reportage sulla guerra in Mozambico;  Fausto Biloslavo, non è con me, oggi, perché si trova in Libia dove prova, regime libico permettendo, a raccontare una guerra  ancora per molti versi poco chiara. E’ importante che la mostra sia allestita al Parlamento europeo a Bruxelles, centro dell’ Europa, perché  l’ Europa tutta gioca un ruolo importante per i futuri assetti nel Mediterraneo.  Il richiamo ai principi di libertà e di democrazia che ispirano l’ Unione Europea, debbono far riflettere sulle situazioni che si vivono in paesi come la Cina o l’Iran dove mancano o sono carenti il rispetto della dignità umana e le più elementari forme di libertà. Gli orrori che si generano dalla guerra”.

E di orrori Fausto Biloslavo deve averne visti tanti, quelli intrappolati negli scatti in mostra a Bruxelles hanno il colore rosso del sangue versato in Africa negli anni ottanta:in Uganda, Angola e nel disperato Ruanda. Poi il reportage durante la prima invasione israeliana del Libano nel 1982 fino all’ultima drammatica tragedia dell’Iraq.  Le fotografie scandiscono tutto il martoriato cammino dell’Afghanistan  dall’invasione sovietica fino ad oggi, alcuni scatti per ricordare le guerre più feroci, quelle dimenticate, come nel caso della Birmania o del Nicaragua. La mostra è stata realizzata con il sostegno del Mo.D.A.V.I., un’associazione no-profit impegnata a livello internazionale in iniziative di solidarietà in favore di aree particolarmente disagiate e difficili.

Gli occhi della guerra, di chi la vive suo malgrado, se ne trova scaraventato e come Davide combatte il suo Golia, nel tentativo di sopravvivere. Gli occhi della guerra sono anche quelli dei giornalisti, dei fotografi, che convivono con “l’infinito dell’incubo” per potercelo raccontare. “La guerra è crudele”, dice Biloslavo “e non guardarla negli occhi non basta ad eliminarla.”

Di seguito il videomessaggio dell’on. Marco Scurria che ha presentato la mostra ‘Gli occhi della guerra’ al Parlamento Europeo di Bruxelles. E quello che Fausto Biloslavo ci ha fatto pervenire in occasione dell’inaugurazione della mostra, impossibilitato a presenziare perché in queste ore impegnato nel difficile compito di dover raccontare la guerra di una Libia ferita da una pioggia di bombe e dalle violente rappresaglie del regime di Gheddafi.




Gheddafi: “No-fly zone? Il popolo prenderà le armi”

di Paolo Cappelli


Gheddafi

Mentre la situazione in Libia continua ad essere tesa e gli scontri tra forze governative e i ribelli continuano, particolarmente nella città petrolifera di Zawiyah, c’è grande attesa per il prossimo incontro tra i Ministri della Difesa della NATO che si terrà a Bruxelles domani e venerdì. Tra le ipotesi, l’utilizzo di forze navali per garantire la consegna di aiuti umanitari e bloccare l’invio di armi al governo di Gheddafi, nonché l’istituzione di una zona di interdizione al volo, altrimenti nota come no-fly zone, anche senza l’avallo delle Nazioni Unite. L’insieme delle possibili opzioni, che segue un giro di consultazioni avviato nei giorni scorsi tra le diverse capitali, è ancora in preparazione nelle stanze e nei corridoi della sede centrale della NATO a  Bruxelles, dove l’attività è quanto mai in fermento.

L’amministrazione Obama, gli alleati della NATO e gli altri attori internazionali, come l’Unione Europea, tuttavia, sono concordi sul fatto che un eventuale intervento militare in Libia ha bisogno di una qualche forma di copertura internazionale, che le Nazioni Unite non sembrano essere molto inclini a concedere e per questo si stanno considerando forme di sostegno alternative. A ulteriore conferma di un simile indirizzo d’intenti, è stato ricordato, infatti, che le operazioni aeree del 1999, volte ad annichilire il regime  serbo di Slobodan Milosevic in Serbia, furono condotte senza la benedizione delle Nazioni Unite. Nelle parole di un rappresentante della NATO: «Una volta che si ha l’approvazione di organismi regionali, come la Lega Araba, l’Unione Africana e l’Unione Europea, ovvero da blocchi che comprendono tutti i Paesi entro un raggio di 5 mila chilometri dalla Libia, l’azione avrebbe un certo grado di legittimità».

La Francia e l’Italia, attraverso i rispettivi Ministeri degli Esteri, hanno reso noto di aver preso contatti con diverse figure dell’opposizione, mentre gli Stati Uniti sono riluttanti a dichiararsi apertamente favorevoli all’azione militare. I responsabili della pianificazione strategica presso la NATO stanno elaborando una serie di alternative che prevedono l’istituzione di ponti aerei e/o navali per garantire l’afflusso di aiuti umanitari o la protezione di navi civili dirette verso il porto di Bengasi o altre aree sotto il controllo dei ribelli, oltre ad assicurare il pattugliamento marittimo volto ad assicurare l’attuazione dell’embargo. Eventuali azioni navali non avrebbero bisogno di una risoluzione delle Nazioni Unite. L’argomento sul quale ancora non c’è un accordo formale è l’istituzione di una no-fly zone. La Russia e la Cina, che hanno potere di veto nell’ambito del Consiglio di Sicurezza, si sono dette contrarie, ma sull’altra sponda dell’Atlantico l’appoggio degli organismi regionali è visto come un viatico per l’approvazione di una Risoluzione delle Nazioni Unite. Anche la Germania non sembra essere favorevole e poiché il meccanismo di approvazione della NATO si basa sul consenso, nessuna risoluzione sarebbe approvata dopo che un membro dell’Alleanza ha deciso di opporvisi apertamente.

Nei suoi colloqui con i colleghi statunitensi e britannici, il Ministro degli Esteri Frattini ha affermato che l’Italia potrebbe rendere disponibili le proprie basi per operazioni di interdizione aerea qualora queste fossero supportate dalla NATO, dalla Lega Araba e dall’UE. Tuttavia, nessuna di queste organizzazioni ha finora dimostrato di essere apertamente a favore di un’opzione militare. Nell’ambito della stessa Lega Araba, ci sono voci contrastanti in merito. Lo stesso accade all’interno dell’amministrazione americana: per alcuni infatti, l’ipotesi di mostrare i muscoli potrebbe non essere la più adatta al ribilanciamento del potere nel paese nordafricano. In passato, la no-fly zone sul Kosovo è stata in vigore per tre anni, prima di passare all’offensiva contro Belgrado. Oggi, la catastrofe umanitaria sarebbe il motivo migliore per giustificare l’adozione di una simile misura, ma anche in questo caso le basi non sono troppo solide. Quante persone, infatti dovranno morire prima che il fenomeno costituisca una legittimazione giuridica ad agire?

Intanto il leader libico nel corso di un’intervista rilasciata alla televisione turca TRT, si è scagliato contro gli occidentali, che a suo dire sarebbero intenzionati a  condurre un «complotto colonialista» contro il suo paese. «Se al Qaida riuscirà a impadronirsi della Libia, l’intera regione fino ad Israele sarà preda del caos». «La comunità internazionale ha cominciato a comprendere ora che siamo noi ad impedire a Osama Bin Laden di prendere il controllo della Libia e dell’Africa», ha aggiunto Gheddafi, che parlava in arabo ed era sottotitolato in turco.

In merito alla decisione di istituire una no-fly zone Gheddafi non ha lasciato alcun dubbio sul tipo di reazione:«Se prendono una decisione del genere, sarà utile per la Libia perchè il popolo vedrà la verità e cioè che quello che vogliono è prendere il controllo della Libia e rubare il suo petrolio. Allora, il popolo libico prenderà le armi contro di loro».




Libia: i delicati equilibri di un paese da ricostruire

Di Paolo Cappelli


Dopo che una sempre più ampia fetta della popolazione libica sembra credere all’inevitabile capitolazione di Muhammar al-Gheddafi, il mondo continua a interrogarsi sul futuro di una nazione che dovrà ricostruire dalle fondamenta una società squassata da un regime invasivo e pervasivo per decenni. In Libia, oggi, non esistono istituzioni formali legittime né una società civile nel senso proprio del termine.

Alcuni manifestanti a Bengasi

L’era che si affaccia all’orizzonte, quella di una Libia priva del suo dittatore, vedrà probabilmente gruppi interni emergere e lottare per la supremazia in quella che, c’è da scommetterlo, sarà una scena politica a dir poco caotica. Per quarant’anni, la Libia è stata un luogo in cui l’ego del suo leader e una burocrazia spinta all’estremo hanno bloccato qualsiasi anelito di sviluppo. Nel prossimo futuro, anche nel dopo-Gheddafi, il Paese potrebbe continuare a oscillare tra coloro che vogliono una Libia libera e lo zoccolo duro del regime. Saranno in particolare i figli del dittatore, Saif al-Islam, Khamis, Al-Saadi, e Mutassim e le relative milizie a resistere maggiormente al tramonto di un mondo ormai destinato all’oblio. La lotta per togliere la scena a questi protagonisti potrebbe essere lunga e violenta. Saif al-Islam, che per anni è stato noto all’occidente come riformista, ha gettato la maschera, mostrando il volto di un reazionario che, nel promettere un “bagno di sangue” durante un recente comizio televisivo, è apparso deciso come e forse più di suo padre. Nelle strade, molti degli attacchi ai danni dei dimostranti e dei loro simpatizzanti sono stati ordinati dal Capitano Khamis al-Gheddafi, comandante della 32ª Brigata, l’unità meglio addestrata e meglio equipaggiata al servizio del regime. Al diffondersi dei primi disordini, Al-Saadi, Brigadier Generale delle Forze Speciali, è stato incaricato di placare e successivamente reprimere la rivolta in corso a Bengasi il 16 febbraio scorso. Non ultimo, Mutassim, consigliere per la sicurezza nazionale, ha forti legami con diversi estremisti.

Contro la discendenza del dittatore sono schierati i membri dell’establishment militare. A partire dagli anni ’90, Gheddafi ha volutamente indebolito la categoria degli Ufficiali in seguito a ripetuti tentativi di colpo di stato da parte di esponenti (militari) delle tribù al-Warfalla e al-Magariha – sempre più isolate dalla tribù al-Qaddadfa, quella di Gheddafi stesso – motivati dal risentimento per la disastrosa guerra contro il Chat nei primi anni ’80. Per questo Gheddafi ha sempre più razionato le risorse ai militari, destinandole quasi esclusivamente all’addestramento delle unità tribali alleate della tribù al-Qaddadfa, poi assegnate ai propri figli.

Negli anni, l’ambiente libico della difesa si è velocemente impoverito e il suo bilancio è divenuto così scarso che i generali e i colonnelli indossavano abiti civili per non consumare le uniformi. Alcuni degli Ufficiali più anziani, tra cui quelli che furono al fianco di Gheddafi durante il colpo di stato del 1969, sono stati messi forzatamente a riposo dopo lo scoppio delle rivolte in Egitto e Tunisia per impedire che potessero guidare movimenti di opposizione. Ciò nonostante gli Ufficiali, per deboli che siano, potrebbero diventare l’unica istituzione formale capace di rappresentare in maniera imparziale gli interessi libici una volta che Gheddafi fosse uscito di scena, soprattutto evitando che si scateni un’ondata di violenza vendicativa.

Le tribù libiche saranno molto importanti anche negli sforzi per la governance e la riconciliazione. Il colpo di stato con cui Gheddafi salì al potere rovesciò la tradizionale dominazione delle tribù costiere orientali della Cirenaica, favorendo quelle occidentali e interne. Nonostante il regime di Gheddafi fosse, almeno in teoria, contro l’identità tribale, la sua longevità si deve in ampia parte a una coalizione incerta tra tre tribù principali, segnatamente al-Qaddadfa, al-Magariha, e al-Warfalla. Nel 1993 Gheddafi volle sfruttare il potere delle tribù per creare i “comitati per il potere socialpopolare”, responsabili del mantenimento dell’ordine locale. Egli ammetteva così, tacitamente, non solo l’importanza delle tribù e delle elite tradizionali delle politica libica, ma anche che gli strumenti storici del regime, ovvero i disprezzati comitati rivoluzionari, erano divenuti troppo corrotti e sclerotici per controllare la popolazione.

Nell’era post-Gheddafi, saranno proprio le tribù defezionarie al-Magariha e al-Warfalla a giocare un ruolo fondamentale nella legittimazione del nuovo governo.

Il peso tribale, tuttavia, è attenuato da altri fattori come una forte classe media e un afflato religioso sempre più sentito. Tra gli islamisti libici, il Gruppo combattente islamico libico ha da tempo guadagnato l’attenzione dell’occidente a causa dei suoi legami con al-Qaeda. Ma dopo Gheddafi, le reti non salafite, come le confraternite Sufi e i Fratelli Musulmani, avranno un peso maggiore. Nonostante l’opposizione di lunga data al sufismo, quale minaccia potenziale alla sua autorità, Gheddafi stesso aveva avviato una politica di sostegno alle reti sociali Sufi, in quanto fattore attenuante del Salafismo radicale. Dal canto suo, la Fratellanza Musulmana potrebbe riemergere potentemente: è stata infatti tra le prime organizzazioni libiche a supportare il nuovo corso in Egitto.

Tutte queste spinte sono sostenute dalla divisione storica tra Tripoli e la provincia orientale della Cirenaica, bastione storico della monarchia Sanussi. Le due regioni sono divise da differenze culturali e linguistiche, oltre che da una zona desertica di discrete dimensioni. L’Oriente del Paese ha legami tribali con l’Egitto e la Penisola Arabica, piuttosto che con il Magreb. Dopo aver rovesciato la monarchia, Gheddafi concentrò il potere politico e le risorse economiche a Tripoli, accrescendo ancor di più le divisioni.

In una Libia senza Gheddafi, la Cirenaica potrebbe essere tentata di recuperare la propria posizione di preminenza. Per chi non ne fosse a conoscenza, è proprio qui che si concentra la ricchezza petrolifera del Paese e sempre qui sono nati ben due movimenti di resistenza: la guerriglia anti-italiana guidata dal leader Sufi Omar al-Mukhtar e il “Giorno della rabbia”, ribattezzato dai suoi organizzatori, e non per caso, “Rivoluzione di Mukhtar”.

La periferia meridionale, scarsamente popolata e mal governata, cercherà anch’essa di conquistare una fetta delle risorse e del potere disponibili nel nuovo Stato. I gruppi etnici non arabi, come i Berberi, i Tuareg e i Tubou, sono stati repressi sotto Gheddafi e cercheranno quindi di ribilanciare l’ingiustizia facendo sentire le proprie ragioni. Prima ancora che scoppiasse la rivolta a Bengasi, l’attivismo tra i berberi è stato la prima causa di preoccupazione per Gheddafi. I Tuareg hanno portato avanti una lunga ribellione che ha proiettato i suoi effetti in Algeria, Niger e Mali, mentre i Toubou hanno scatenato disordini periodici nelle città del sud.

In futuro, sarà essenziale poter disporre di una governance equa ma forte per ricondurre sotto lo stesso tetto questi gruppi e impedire, nel contempo, che al-Quaeda possa trovare nuovo spazio di manovra nel Magreb islamico, sfruttando ingiustizie di lunga data. La nuova Libia avrà bisogno di istituzioni pluraliste, di una costituzione e di meccanismi per la condivisione delle risorse affinché non si gettino alle ortiche i risultati conseguiti finora a causa della rivalità tra la Tripolitania e la Cirenaica, degli eccessivi poteri tribali e delle ingiustizie etniche. In questo senso, la Costituzione del 1951 è un buon punto di partenza: essa prevede una struttura federale che ha garantito una certa autonomia provinciale e l’alternanza della sede della capitale tra Bengasi e Tripoli (misura poi emendata nel 1963 a favore di un sistema maggiormente centralizzato), nonché un sistema bicamerale.

I leader del nuovo stato dovranno anche guardare con occhi benevoli alla vecchia burocrazia. La Società Petrolifera Nazionale, la Società Arabo-libica per gli Investimenti Esteri e i diversi comitati popolari potranno essere stati i tentacoli dello stato retto da Gheddafi, ma sono anche un serbatoio di esperienza tecnica, amministrativa ed economica. Probabilmente anche la monarchia Sanussi, in esilio da quando Gheddafi salì al potere nel 1969, rientrerà in gioco, pur con un sostegno molto affievolito a causa della lunga assenza dal Paese.

Più importante di tutti, però, è il ruolo che avranno gli apparati militare e di sicurezza: dovranno sviluppare una propria identità che rispetta e stempera i fattori tribali e geografici. Entrambi dovranno estendere il mandato del governo post Gheddafi alle parti più interne del Paese e renderne sicuri i confini. Ancor più significativa, forse, è la ricostruzione dall’interno delle istituzioni per la sicurezza del Paese, di modo che siano subordinate, senza condizioni, all’autorità civile dello Stato. Ma si dovrà garantire, più di tutto, che il militarismo e i privilegi degli Ufficiali, due dei motivi alla base dell’incubo Gheddafi, non possano emergere mai più.




Il fantasma della democrazia e l’esodo biblico dei libici

di Mariano Colla

Gli eventi si rincorrono con tragica fatalità. I media riferiscono quotidianamente di un Nord Africa in movimento, alla ricerca di una sua nuova identità, libera da dispotismi e influenze politiche esterne, in grado di esprimere i valori democratici e laici di una cultura moderna, peraltro ancora di difficile applicazione in molti dei paesi che si affacciano sul mediterraneo. Noi occidentali siamo stupiti e, in parte, impreparati a interagire con le emergenti dinamiche sociali e culturali che si stanno diffondendo con aspri movimenti di piazza in una regione che, anche grazie ai nostri “placet” politici, pensavamo tranquilla e priva di pericolosi ideologismi. La protesta popolare è inarrestabile e un nuovo orizzonte politico si sta affermando in una terra segnata da colonialismi, dittature, ingerenze estere. Una prospettiva nuova e stimolante per un popolo in fermento, pur con le difficoltà di una transizione, potrebbe essere il primo commento.

Vi è, invece, un elemento che sorprende e stona. Un elemento che, a mio avviso, andrebbe accuratamente studiato per capire sino in fondo le dinamiche alla base delle manifestazioni in atto, ossia la forte migrazione che le rivolte in corso stanno determinando. I titoli dei giornali e i notiziari televisivi, sollecitati da un incremento di sbarchi clandestini sulle nostre coste e isole, ventilano la possibilità di un imponente esodo, destinato a infoltire le masse di disperati che ricercano in Europa una nuova vita e una nuova dignità.

Non mi sorprende tanto il fatto che vi siano degli sbarchi, fenomeno fisiologico alimentato da quasi tutti i paesi africani, quanto fa riflettere l’intensificarsi dell’esodo proprio a ridosso dei movimenti rivoluzionari di protesta che hanno determinato il crollo dei regimi in Tunisia, Egitto, Libia, con, inoltre, la prospettiva di un ampliamento, nella regione, delle insorgenze popolari contro ogni forma di assolutismo. Esodo costituito, in buona parte, proprio dai cittadini dei paesi in rivolta.

Forzando un paragone, è un po’ come se parte del popolo francese, animatore della rivoluzione del 1789, se ne fosse andato dalla Francia, appena abbattuta la monarchia e con la prospettiva di una imminente repubblica. I moti di piazza hanno scalzato dittatori, apparentemente irremovibili, e aperto, almeno sulla carta, delle nuove prospettive politiche e di sviluppo, hanno posto le basi per nuove forme di governo democratiche, alimentando le aspettative di una società non più passiva bensì interessata a partecipare attivamente alla vita politica e sociale dei propri paesi, contenendo i privilegi governativi delle èlite intellettuali e militari. Aspettative che richiedono tempo per consolidarsi e trovare una concreta via realizzativa, ma che dovrebbero dare fiducia e credibilità a un futuro migliore, generare un certo entusiasmo nella costruzione di qualche cosa di nuovo e non produrre, come sembra, una fuga massiccia verso le incognite dell’occidente.

Se la dimensione del fenomeno migratorio dovesse effettivamente raggiungere la estensione di un paventato esodo biblico, mi sorge spontaneo un perché. Perché, nella prospettiva di una democrazia, così fortemente voluta, a migliaia abbandonano la scena per imboccare la via dell’emigrazione che offre ben poche speranze di una dignitosa collocazione all’interno di un Occidente, stretto da crisi di sviluppo e di occupazione?

Stupisce la quantità di giovani che mettono a rischio la propria vita per raggiungere le coste italiane su fragili barconi, in mano a scafisti senza scrupoli che prosciugano, per un viaggio della speranza, anni di risparmio. Se si è rischiata la vita per abbattere dei dittatori e per dare un nuovo orizzonte politico e sociale al proprio paese, perché, dunque, rischiare nuovamente la propria esistenza per ridursi in una potenziale schiavitù in un mondo estraneo, perché rientrare in una diaspora identitaria, con la perdita della propria cultura e dei propri riferimenti?

Una prima risposta a queste domande, mi porta a individuare, nei nuovi profughi, vecchi sostenitori dei regimi, terrorizzati da eventuali vendette a loro carico, esercitabili da soggetti che si sentono autorizzati ad agire nella situazione di caos temporaneo, tuttora presente nei paesi in subbuglio. Una seconda risposta potrebbe individuare nei fuggiaschi, elementi non coinvolti direttamente nei movimenti di massa, in qualche modo politicamente agnostici, che vedono nella destabilizzazione incombente motivi di pessimismo e di sfiducia circa il recupero economico del paese. Un qualunquismo politico che induce al nichilismo.

Terza risposta potrebbe riguardare i delusi della prima ora. Noi abbiamo vissuto i movimenti di piazza attraverso stampa, televisione, inviati speciali che, “travet” della notizia e dello ”scoop”, non hanno esaminato a fondo la complessità delle situazioni che hanno generato insurrezioni e proteste. In generale si sono additate le opposizioni come le forze che hanno avviato e determinato il cambiamento, ma opposizione è un termine vago e, spesso, non ne è stata svelata struttura e composizione politica.

La lettura degli eventi può quindi essere aperta a interpretazioni a noi non chiare, ma che possono determinare delusioni e aspettative inevase di protagonisti e militanti, soprattutto quando, caduto il tiranno di turno, si deve, in qualche modo, ridistribuire il potere con programmi e obiettivi. Non posso escludere che alcuni abbiano già rivisto i segni di una potenziale corruzione.

Stupisce che il mondo occidentale, con i suoi simboli in caduta libera, possa essere la soluzione per queste masse migranti, in qualche modo deluse. Stupisce, in particolare, che l’Italia, componente debole dell’Europa, possa garantire agli occhi di tanta gente , condizioni di lavoro e di integrazione soddisfacenti, tali da giustificare, in questo momento, il grande salto. Una diaspora senza prospettive, tanto più drammatica quanto più in contrasto con il senso che le nuove ipotesi ideologiche del paese di provenienza sembrerebbero garantire.

La democrazia nel Nord Africa e in Medio Oriente è un esperimento, e ha il difficile compito di coniugare una sempre più pronunciata laicità con le ombre di un integralismo religioso che potrebbe trovare spazi politici per i suoi rappresentanti. Certamente una sfida che richiederebbe l’impegno di tutte le forze fresche dei paesi alla ribalta.




La Libia brucia, l’Italia teme, l’Europa aspetta

di Paolo Cappelli

La cronaca della rivoluzione in atto in Libia si consuma sui teleschermi delle nostre TV, dove le testate giornalistiche all news aggiornano di ora in ora la conta dei morti e ammoniscono sulla mutevolezza e la volatilità della situazione nel disgraziato paese nordafricano. Nonostante tutto, è possibile già fare alcune riflessioni su quelle che potranno essere le conseguenze di quanto sta avvenendo. Sono principalmente due le dimensioni interessate dalla crisi, segnatamente quella economico-politica e quella sociale. Innanzitutto, bisogna rilevare che, per anni, il ruolo della Libia è stato forzatamente di secondo piano, in particolare comeconseguenza dell’attentato aereo che, per mano dei servizi segreti libici, costò la vita ai 270 passeggeri e membri dell’equipaggio del volo PanAm 103 e a 11 altri innocenti colpiti a terra dai rottami del velivolo esploso nei cieli di Lockerbie, in Scozia, il 21 dicembre del 1988. Gheddafi fu accusato di aver ordinato personalmente la strage dall’ex ministro libico della Giustizia, Mustafa Mohamed Abud Al Jeleil, ma di prove non ne furono mai esibite. Questo bastò, in ogni caso, a destinare il paese e il suo leader all’oblio. Bombardata dagli americani, nello stesso anno la Libia annunciò di voler collaborare con la giustizia internazionale facendo processare gli indiziati dell’attentato di Lockerbie all’Aja. In cambio, nel 1999, l’ONU sospese temporaneamente le sanzioni multilaterali e il Consiglio di Sicurezza dispose di porvi fine permanentemente qualora la Libia avesse rispettato i restanti punti della risoluzione 883/1992, tra cui quelli sul disconoscimento del terrorismo e della trasparenza in materia di armi di distruzione di massa. Da allora, molti sono stati gli sforzi di Gheddafi di riguadagnare un posto al sole nel panorama internazionale: a seguito di colloqui riservati con gli Stati Uniti, accettò di abbandonare qualsiasi programma nucleare e di consegnare tutte le armi non convenzionali possedute. Poté così ottenere, mentre si procedeva a smantellare l’arsenale nucleare e chimico libico, di uscire dalla lista nera degli Stati finanziatori del terrorismo, nonché la rimozione delle sanzioni americane (2004) e il ripristino delle relazioni diplomatiche con il Paese a Stelle e Strisce.

A sancire il definitivo riavvicinamento con l’Europa, il 27 aprile 2004, a 15 anni dal suo ultimo viaggio ufficiale in Occidente, Gheddafi si è recato a Bruxelles, dove ha espresso la volontà libica di partecipare ai lavori dell’iniziativa sul Partenariato Euro-Mediterraneo in qualità di osservatore, dopo che negli anni precedenti si era sempre dimostrato critico verso l’iniziativa, se non apertamente contro. La decisione di collaborare segnò l’apice di un processo di riformulazione della propria politica estera e interna attuato dalla leadership libica. Il Paese prese le distanze dal terrorismo, cacciò i gruppi che vi avevano trovato rifugio e condannò incondizionatamente gli attentati dell’11 settembre 2001 al World Trade Center e al Pentagono. Gradualmente, anche la retorica del Colonnello sulla questione israelo-palestinese cambiò, diventando più pragmatica e favorevole per una soluzione pacifica del conflitto. Le relazioni italo-libiche, inoltre, sono state tutt’altro che noiose a partire dal 1970, anno in cui vennero confiscati tutti i beni alle imprese e ai privati italiani e avanzate richieste libiche di risarcimento per danni coloniali e di guerra. Nel 1986, poi, ci fu l’attacco missilistico contro Lampedusa.

In tempi recenti, però, Gheddafi ha trovato nel Bel Paese un alleato importante nella sponda settentrionale del Mediterraneo, attraverso il quale ha tentato di sviluppare il proprio piano di investimenti esteri. In seguito alla sottoscrizione del Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione nell’agosto del 2008, la Libia ha posto il sigillo a un processo di interazione economica avviato già da tempo. Le entrate italiane da esportazioni in Libia ammontano a 2,38 miliardi di euro, pari al 17,5 per cento del totale (dati 2009). Per contro, le importazioni raggiungono quota 10,6 miliardi, di cui 7,1 miliardi di solo petrolio greggio, cui si devono sommare i 3,7 miliardi di investimenti in azioni italiane da parte dei libici, che detengono l’1% di Eni e il 7,5% di Unicredit (e una posizione da vicepresidente). Gli interessi economici italiani sono enormi, specie nel settore petrolifero. L’Italia è il primo acquirente del greggio libico, mentre da noi la Libia importa principalmente prodotti petroliferi raffinati (oltre il 28% del totale). Aziende come Eni, Enel e Finmeccanica hanno ricevuto commesse importanti, che dovrebbero garantire introiti e la fornitura del meglio della tecnologia italiana per molti anni. E’ questo il motivo alla base delle recenti, significative flessioni registrate nel valore di questi titoli in borsa. Fiat investe in Libia dal 1976 e oggi il 15% della società è stato acquistato con fondi libici. Per contro, circa il 25% delle importazioni di veicoli provengono dall’Italia. Prossimamente, inoltre, l’italiana Sirti stenderà circa 7.000 chilometri di cavi in fibra ottica, mentre la Fininvest ha rapporti indiretti, mediante aziende controllate, con Lafico, la principale finanziaria governativa libica. Per non parlare di un fiore all’occhiello della produzione italiana all’estero, Finmeccanica (il 2% della quale è in mano libica), che dovrà fornirà le tecnologie per il segnalamento, l’automazione, le telecomunicazioni, l’alimentazione, la sicurezza e l’emissione delle credenziali di viaggio per il tratto stradale dal Golfo della Sirte a Bengasi. In totale, il valore degli interessi economici tra Libia e Italia sfiorerà, nei prossimi anni, la cifra di 40 miliardi di euro. Inoltre le autorità libiche, prima della crisi, avevano espresso il desiderio di partecipare al capitale di Eni, come di Telecom, Impregilo, Terna e Generali. Un bel quadro, non c’è che dire.

Molto meno bello è invece il panorama dal punto di vista umanitario. Alle migliaia di morti, dovute all’atteggiamento sanguinario del dittatore libico, tanto da farlo definire “un assassino” persino da Al-Qaeda, fa da sfondo la sistematica e pluriennale violazione dei diritti umani, denunciata a più riprese non solo dalle maggiori organizzazioni non governative che di diritti umani si occupano, ma dalle stesse Nazioni Unite, in particolare dopo la decisione di non prevedere nella legislazione nazionale la possibilità di chiedere asilo politico e la chiusura forzata della locale sede dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, la cui attività fu definita illegale. Non è illogico ipotizzare un forte flusso migratorio verso l’Europa, di cui l’Italia e in particolare l’isola di Lampedusa, sono il naturale cancello d’accesso. Ma è in grado, il nostro Paese, di sopportare da solo un così forte impatto? Il Ministro dell’Interno Maroni, nel suo incontro di ieri con i suoi colleghi dell’area mediterranea, ha ribadito il carattere inedito delle potenziali conseguenze della crisi libica: “Frontex (centro europeo di coordinamento tra Stati Membri dell’UE nel campo della sicurezza frontaliera, ndr) ha stimato non centomila ma 1 milione e mezzo di possibili profughi. E’ una dimensione che non si è mai verificata prima. Occorre – ha insistito il ministro – un nuovo e diverso approccio. E’ qualcosa di completamente nuovo, di completamente diverso da ciò che è successo negli anni scorsi”. Non solo. Voce preoccupata è anche quella del ministro degli Esteri Frattini, il quale ha ricordato come la situazione sia “grave, anzi gravissima, e il tragico bilancio sarà un bagno di sangue, anche per i propositi espressi ieri da Gheddafi, in cui ribadisce di voler colpire il suo stesso popolo”. Ultima, ma non in ordine d’importanza è la notizia non confermata che Al Qaeda avrebbe costituito un emirato islamico a Derna, nell’est del Paese, imponendo l’obbligo del burqa per le donne e uccidendo chi si rifiuta di collaborare.

Non si può non tenere in giusta considerazione, allora, anche alla luce degli aspetti economici sopra richiamati, che l’evoluzione della situazione nel paese africano, più dell’immediata catastrofe umanitaria e del conseguente esodo, costituisce il vero nodo della questione. Lo ha sottolineato il Ministro della Difesa La Russa in un suo intervento di questa mattina, evidenziando che “alla base di un flusso migratorio eccezionale, forse di dimensioni bibliche, vi e’ una somma di motivazioni, molte nobili, ma alcune pericolose: sicuramente un anelito di libertà, in alcuni casi la povertà, ma preoccupa anche l’infiltrazione del terrorismo islamico, che c’e’ sicuramente nella Cirenaica, che secondo noi e’ già a forte rischio. Va bene l’esecrazione generale – ha ricordato il titolare del dicastero – ma poi non avere dall’Europa un appoggio forte in termini di risorse, se non di condivisione di accoglienza come noi ci augureremmo, ci sembra veramente un atto di debolezza e non di forza dell’Europa”.

E infatti, ancora una volta, bisogna evidenziare il consapevole immobilismo dell’Europa, la cui politica estera e regionale sembra essere infarcita di roboanti proclami, ma non è certo prodiga di soluzioni pragmatiche per il breve, medio o lungo termine, sebbene il Presidente della Commissione Europea Barroso, a margine della riunione di oggi del Consiglio Europeo per gli Affari Interni abbia affermato che “al problema si dovrà dare una risposta in modo europeo, attivando un’azione della Commissione per la cooperazione dei governi”. Le parole di Barroso sono però smentite dalla decisione con cui l’Europa, oltre a dimostrarsi poco incline alla concessione di fondi all’Italia per affrontare una potenziale emergenza, respinge l’ipotesi di distribuire i migranti che dovessero arrivare tra i diversi Paesi membri. L’UE sta considerando la possibilità di un intervento militare quale tentativo di risolvere, almeno in parte, l’emergenza umanitaria in loco, ma per bocca degli stessi rappresentanti di Bruxelles, “l’ipotesi allo studio riguarda un tema delicato e complesso”. Il ministro della Difesa Ignazio La Russa ha però detto che si tratta di un’ipotesi ancora lontana dal concretizzarsi: “Per azione militare umanitaria – ha sottolineato – immagino che si intendano azioni di peacekeeping come quelle in cui siamo impegnati in diverse parti del mondo, ma non mi pare che ci siano le condizioni in questo momento”.

Consultazioni a stretto giro sono invece state concordate telefonicamente tra i principali leader europei (Sarkozy, Berlusconi e Cameron) e il presidente degli Stati Uniti in merito alla possibilità di pianificare azioni coordinate e concrete al fine di assicurare un’adeguata assistenza umanitaria. E’ ovvio che la situazione nel Paese africano è tutt’altro che stabile e solo i prossimi giorni ci diranno come evolverà. Di certo le due dimensioni cui abbiamo accennato in apertura sono le due gambe sulle quali questa crisi si muoverà verso l’Europa e questo è il motivo che dovrebbe spingere l’UE ad agire in maniera unitaria e pragmatica, piuttosto che meramente politica.