Teatro Valle “occupato” e l’omaggio a Mario Monicelli

Avremmo potuto chiamare questa serata Festa di Mario ma abbiamo preferito una sua celebre frase “Muoiono solo gli stronzi“. Sarà una festa, non una commemorazione. Si parte alle 19,30 da Piazzetta Madonna dei Monti per un saluto al Maestro. La Banda Malancia ci accompagnerà e alle 21,15 al Teatro Valle occupato inizieranno le danze. Sarà un’immersione profonda nell’universo di Mario Monicelli. Come per magia per una sera faremo rivivere il suo straordinario e lucido umorismo e cinismo che tanto ci manca.

La serata sarà aperta da un coro di madrigalisti che canterà alcune brani tratti dalle colonne sonore dei film di Mario. Seguirà una serie di contributi video e rarità tratte dalla sua vita pubblica e privata e la proiezione del suo ultimo lavoro, “Vicino al Colosseo c’è Monti”. Poi faremo una chiaccherata con i suoi amici e collaboratori più stretti, Annetta Antonelli, Marco Cucurnia, Lorenzo Baraldi, Leonardo Baraldi, Luciano Tarquini, Gianna Gissi e Chiara Rapaccini, la moglie di Mario, che ci ha fornito materiali inediti. Verrà poi proiettato il cortometraggio “L’ultima Zingarata ideato e prodotto da Francesco Conforti, regia di Federico Micali e Yuri Rapaccini, remake della celebre scena finale del film “Amici Miei”, presentato alla 67° edizione della Mostra del cinema di Venezia.

Alla serata sarà presente anche la Brigata Monicelli e tutti coloro amano e ameranno il maestro.

“Viva voi, viva la vostra forza, viva la classe operaia, viva il lavoro. Dobbiamo costruire una Repubblica in cui ci sia giustizia, uguaglianza, e diritto al lavoro, che sono cose diverse dalla libertà”  Mario Monicelli

www.teatrovalleoccupato.it




Amici miei, il prequel di Neri Parenti: tra amore e polemiche

di Valentino Salvatore


E uscito il 16 marzo in ben 570 sale cinematografiche, anticipato da non poche polemiche e malumori, l’ultima fatica del regista Neri Parenti, il film Amici miei. Già il titolo pare suggerirlo, nelle intenzioni il regista voleva rendere omaggio ai film della serie Amici miei firmati dal maestro del cinema Mario Monicelli, che a sua volta volle rendere omaggio al suo amico Pietro Germi. L’ambizioso progetto, quantomeno nelle intenzioni, è costato sui 15 milioni di euro, con tanto di produzione di Aurelio De Laurentiis, girato tra Cinecittà e in diverse località toscane (tra cui la stessa Firenze epicentro delle zingarate del gruppo di amici). L’ambientazione storica è quella della Firenze di fine ‘400, quella di Lorenzo De’ Medici, i protagonisti sono cinque amici di estrazione sociale diversa che non riescono a fare a meno d’inventarsi burle e scherzi ai danni di chiunque gli capiti a tiro. Si tratta di Duccio (Placido) un consigliere che tale non si dimostra, Cecco (Panariello) l’oste che trova sempre il modo di far lavorare la moglie, Jacopo (Hendel) il medico che s’accorge di preferire gli uomini, Manfredo (Ghini) un perditempo con numerosa prole al seguito e Filippo (De Sica) nobile ed infedele.

I critici e gli estimatori del compianto Monicelli hanno fin da subito accolto con freddezza e perplessità l’idea di un prequel dell’amata serie Amici miei, nella quale brillavano il talento e il guizzo irriverente di Ugo Tognazzi, nei panni del nobile decaduto “Lello” Mascetti, Adolfo Celi, il cinico professor Sassaroli, Gaston Moschin, lo svampito architetto Rambaldo Melandri sempre alla ricerca disperata di una donna, Philippe Noiret alias il giornalista Giorgio Perozzi  e Duilio Del Prete nei panni del barista Guido Necchi, ruolo che poi diventerà di Renzo Montagnari. Ad amalgamare il tutto, una frizzante dose di comicità iconoclasta e anarchica, volutamente irrispettosa e sfacciatamente maschilista. Amici miei, scanzonati, irriverenti, ma malinconici uomini randagi assediati dalla noia e dall’ansia generata dalla fuggevolezza del tempo.

D’altronde, chiosava proprio il Perozzi, il genio è “fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione”. L’omaggio di Parenti cerca di rincorrere l’originale ricalcandone personaggi e situazioni.  Quella di Amici Miei è una formula che nonostante tutto, passati ormai 36 anni, ancora attira la simpatia di schiere di fedeli estimatori. Molti di quelli che non hanno affatto gradito  il prequel di Neri Parenti, tanto da organizzare una virtuale seppure sempre rumorosa mobilitazione sul web. Soprattutto su FaceBook, dove tra commenti ferocissimi spicca una pagina di protesta intitolata Giù le mani da Amici Miei, che conta ormai almeno 58mila iscritti, e un evento che invita all’esplicito boicottaggio del nuovo film, con ormai 34mila aderenti.

Gastone Moschin, l’ex architetto Melandri, intervistato non infierisce perché ognuno “ha il diritto di fare quello che vuole”, ma parla di “filone che si era esaurito”. D’altronde lo stesso Monicelli non volle fare il terzo episodio (lasciato a Nanni Loy) perché, continua, “le trovate mancavano, insomma il limone era stato spremuto abbastanza”. Neri Parenti si aspettava reazioni del genere. Proprio perché fiorentino, ma a taluni parrebbe un’aggravante “so che i fiorentini prendono subito d’aceto, prendono foco, sono integralisti”. Ma minimizza, parlando di “manifestazione localistica” e pochi utenti “rispetto ai venti milioni” di FaceBook. “Io e loro partiamo dallo stesso sentimento, quello dell’amore”, commenta ecumenico, “entrambi siamo innamorati, ma loro non vogliono che qualcuno tocchi il film”.

Aurelio De Laurentis invece assicura che Mario Monicelli non fosse esplicitamente contrario al film, sebbene ormai in condizioni tali da non potergli sottoporre la sceneggiatura. Gli altri attori imbarcati nel progetto ci tengono a ostentare rispetto verso il regista scomparso e verso i fan, consapevoli dell’eredità scomoda con cui devono confrontarsi. In coda al film appena uscito ci sono le dediche agli sceneggiatori storici di Amici Miei, cioè Piero De Bernardi, Tullio Pinelli e Leo Benvenuti, che hanno collaborato anche a questo quarto episodio. Ma manca la dedica proprio a Mario Monicelli, fanno notare i critici. Il regista assicura che è un gesto di rispetto, perché “non avremmo mai potuto dedicargli qualcosa senza prima averglielo chiesto”. Ma lo stesso Moschin si è detto stupito, parlando di “mancanza di delicatezza” e aggiungendo sconsolato: “noi artisti siamo delle mucche da mungere, quando non abbiamo più latte da dare, non contiamo più niente e veniamo dimenticati”.

Al di là di chi abbia ragione intanto, continua il confronto tra i puristi che non vogliono nuove versioni di Amici Miei e coloro che invece non se ne scandalizzano. Le polemiche sicuramente faranno pubblicità al nuovo film di  Parenti.

Il trailer del film




Inaugurato a Roma il Teatro Ambra con un “Dialogo su Monicelli”

Di Mariano Colla

Roma, Teatro Ambra

In  tempi di cultura vessata, martoriata, declassata, privata di fondi, inaugurare  un nuovo teatro è  un atto eroico e, al  contempo, una grande festa civile. Il Teatro Ambra, in Piazza Giovanni da Triora, nel cuore della Garbatella, ha accettato la sfida e lo scorso 12 dicembre ha iniziato la prima  stagione. Tra i primi eventi ospitati merita particolare attenzione la conferenza  tenuta da Nicola Piovani, musicista,  e Curzio Maltese, giornalista di Repubblica, su Monicelli, sull’uomo, oltre che sul regista, attraverso la narrazione di episodi ed esperienze che hanno avvicinato i due relatori, o per lavoro o per amicizia, all’artista recentemente scomparso. E il pubblico ha risposto numeroso all’iniziativa Una serata dedicata a raccontare episodi di vita vissuti con il grande regista; non tanto una commemorazione, quanto un dialogo tra amici, senza toni evocativi.

Si parla di lui e delle sue opere, come se fosse dietro le quinte ad ascoltare e giudicare con la sua inseparabile graffiante  ironia. Curzio Maltese ha incontrato Monicelli in diverse occasioni, prima da  giornalista e, poi, con il tempo, anche come amico. Maltese sostiene che nel cinema, come nelle  arti in generale, non si inventa tantissimo, anzi, spesso si copia, ma Monicelli è stato, invero, in grado di innovare. Lo ha fatto affermandosi come uno dei rappresentanti di un irripetibile gruppo di geni della cinematografia italiana, quali Fellini e Risi, anch’essi innovatori con la introduzione del “plot” e del  “road movie”.  Monicelli ha inventato la commedia all’italiana, una storia che partiva  da un gruppo di italiani alle prese con un compito più grande di loro, sia che esso fosse eroico, come nella “Grande Guerra”, o storico, come ne “L’armata Brancaleone”, o poliziesco, come ne “I soliti ignoti”. Film che propongono le gesta di personaggi ingenui e sprovveduti, poco avveduti ed anzi  comici e goffi nel tentativo di dare concretezza alle imprese intraprese. Storie in cui i caratteri dei protagonisti non sfuggono al realismo e alla spontaneità.

Maltese sottolinea che la narrazione di Monicelli si ispirava alla quotidianità, con la capacità di cogliere la complessità della vita anche nei suoi aspetti apparentemente superficiali, evidenziando quanto di comico risiede in ognuno di essi. La proiezione di brevi estratti da “I soliti ignoti” e “L’armata Brancaleone” strappano ancora momenti di sana ilarità. Piovani esalta l’originalità delle scelte musicali di Monicelli, ben prima dell’inizio della sua collaborazione con il regista. Per esempio, ne “ I soliti ignoti” , Monicelli sceglie una  colonna sonora che rimanda alla musica dei film gialli americani, fatta di sax, di jazz. Una musica che evoca  personaggi alla Robert Mitchum, del tutto diversi dagli incauti e sprovveduti eroi della storia nostrana, resi ancor più ridicoli dal compassato swing.

Vi è in Monicelli una attualità sconcertante. La battuta di Brancaleone al termine del film, quando la compagine si sfalda, “andate puro voi senza meta ma da un’altra parte”, non si discosta molto dal rappresentare quanto accaduto recentemente in Parlamento. Piovani sostiene che  Monicelli, a differenza di Fellini, non apprezzava musiche da film melodiche, sentimentali o nostalgiche, che generassero coinvolgimenti emotivi dello spettatore. Pare infatti che Monicelli, in occasione di un incontro con celebri musicisti da film, come Morricone, abbia detto che secondo lui il cinema “andava fatto senza musica”, come se la musica riempisse la mancanza di fantasia e creatività nella ripresa. Sosteneva che “è ruffianeria appoggiarsi alla musica se il film è debole”. La musica deve intervenire solo come accompagnamento  della narrazione, come è nei film “Romanzo Popolare”, con colonna sonora di Enzo Jannacci e “Risate di Gioia”, con inserimenti di pezzi cantati da Totò e Anna Magnani, direttamente nella trama del filmato.

Piovani afferma, poi, che nel mondo dello spettacolo la genialità di Monicelli era giudicata da alcuni un po’ dispettosa. Tuttavia, anche se alcuni sue posizioni potevano sembrare estreme e contro corrente, non erano mai banali. Insomma, dal racconto dei due ospiti, appare sempre più un Monicelli dai modi spicci, senza retorica. Piovani ricorda la prima esperienza con Monicelli, quando fu chiamato dal regista a musicare “Il marchese del grillo”. Proveniente da composizioni serie, era chiamato a cimentarsi per la prima volta con un film comico. Il successo del film e la capacità del compositore, confermano a Monicelli la giusta scelta dell’autore della musica, tanto da fargli affermare  : “visto, Nicola, che non sei più un musicista mortaccino , la tua musica sa anche essere allegra e non solo mortuaria”. E’ l’inizio di un sodalizio che durerà per ben sette film.

Monicelli odiava ripetersi, girare film anche solo vagamente simili. Ogni opera doveva avere l’impronta della originalità. Amava raccontare storie di amici, disancorati e disincantati, e “Amici miei” rappresenta una icona irripetibile. E allora perché non narrare la storia di  una banda  di sole donne?   E’ l’originale storia narrata nel film “Speriamo che sia femmina” e qui, Piovani fa accettare al maestro una musica nuova, non di pronta presa come Monicelli avrebbe preferito, bensì con un salto stilistico idoneo a ricamare le atmosfere del film. Con l’accompagnamento del trombettista Nolito Bambini, Piovani, al pianoforte, ripropone al pubblico il tema musicale del film. Uno stacco delizioso e morbido, una carezza musicale che esalta l’atmosfera   informale stabilitasi nella penombra del piccolo teatro alla ricerca della sua nuova identità.

Poi Curzio Maltese riprende il dialogo con il  pubblico ricordando un  Monicelli  vagamente moralista, quando affermava che

Mario Monicelli

diventare vecchi e saggi non significava perdere la facoltà di indignarsi e l’indignazione è quella che emerge nel corso di una delle sue ultime interviste, in cui non tralascia critiche al popolo italico, assuefatto all’altrui comando e incline ad atteggiamenti poco dignitosi, quali chinare il capo ed essere complice di sotterfugi, l’intrallazzi,  scorrettezze morali. Un paese, l’Italia, di pagine mai voltate, dalla grandezza repressa, dove la speranza è solo una trappola inventata da chi comanda per alimentare illusioni e false aspettative. Un Paese che per riscattarsi ha bisogno di una rivoluzione.Un riscatto che richiede dolore e sacrifici, ma che è l’unica via  per riacquistare dignità e rappresentatività. Lo afferma alla soglia dei 95 anni,  ancora intellettualmente giovane e vivo, tant’è che molti studenti, nelle loro recenti manifestazioni, ne citano il nome sui cartelloni. “Sono invecchiato bene perché ho bevuto il vino dal bicchiere e non dai calici” affermava , “e poi perché ho frequentato le persone più giovani e più vecchie di me da cui potevo imparare, mentre mi sono accompagnato di meno ai miei coetanei coi quali, inesorabilmente, si fa memoria del passato”.


Le note dell’allegra colonna sonora del film “Il marchese del grillo”, suonata da Piovani e  Bambini chiudono la serata, e il caloroso applauso del pubblico può essere un buon auspicio per i futuri successi del teatro Ambra, nonostante le ristrettezze e il clima nefasto che incombono sulla nostra cultura.
Foto: Gianni Dominici



Il suicidio di Mario Monicelli, l’ultima scena del regista

Mario Monicelli

Di Anna Esposito


Come se avesse voluto girare l’ultima scena, il regista e sceneggiatore Mario Monicelli,  affida gli ultimi istanti della sua vita ad un lucido folle guizzo irriverente ad anticipare un finale scontato e prevedibile, lanciandosi dal quinto piano dell’ospedale San Giovanni di Roma, dove era ricoverato per una grave malattia. Nessuna retorica di commiato avrebbe desiderato a far da corteo al suo ultimo congedo, che giunge inaspettato quanto beffardo. Così come suicida era morto il padre, Tomaso Monicelli nel 1946, giornalista e scrittore antifascista.

A molti par strano che ci si possa suicidare a 95 anni, molti di quelli che li contano per dedurne d’invecchiare, ma il suo pensiero limpidamente irrequieto non s’era mai pacificato con il passar degli anni, mai contraddire la propria natura, diceva, e così egli ha fatto fino alla fine, non rinunciando a far giungere alta la sua voce, il suo sguardo  critico, spesso caustico senza possibilità d’assoluzione, rivolto ad un’Italia stanca e compromessa, che resta immobile perennemente in attesa di un cambiamento di cui non riesce ad essere artefice, che vuol credere a promesse, che s’affida a speranze, che non sa reagire.

In una delle sue ultime interviste, che tanto scalpore suscitò, invitava i giovani o coloro che credevano d’esser tali, alla rivoluzione, alla ribellione, come ad affidar loro la missione di un riscatto della dignità del Paese, così come fecero i protagonisti eccellenti del film La Grande Guerra, nella scena finale. “Quando ho cominciato a dirigere film nel primo dopoguerra, l’Italia era alla fame, una società culturalmente sottosviluppata, biecamente cattolica e con una mentalità contadina, tutto al più piccolo borghese. A partire dal boom economico, l’esplosione della ricchezza stimolò gli aspetti più bassi dell’italianità, che trovò terreno fertile per sfogare la sua volgarità. Per noi della commedia fu una manna, per l’Italia un po’ meno. Raccontare questa evoluzione attraverso gli episodi che ho girato nel corso degli anni sarebbe una maniera divertente per ripercorrere la storia di un fallimento…” (Mario Monicelli in Sebastiano Mondadori, La commedia umana, ed. il Saggiatore, Milano, 2005, pag.175)

Il viareggino Monicelli realizzò nel 1934 il suo primo mediometraggio, I ragazzi della via Paal, con la collaborazione del cugino Alberto Mondadori, aveva appena 19 anni. Il suo primo lungometraggio è datato invece 1937, Pioggia d’estate, ma il vero e proprio debutto cinematografico arriverà nel 1949 con il film Totò cerca casa, cui seguiranno dei veri e propri capolavori indiscussi del cinema italiano, basti pensare a I soliti Ignoti dove a convolare a nozze è il talento comico di Totò, Vittorio Gassman e Marcello Mastroianni che daranno alla luce la più alta rappresentazione della “commedia all’italiana”. La Grande Guerra, riuscì senza retorica a restituirci una rilettura impietosa e tragicomica della Prima Guerra Mondiale che aveva da poco svoltato l’angolo della storia, e che gli valse il Leone d’Oro a Venezia nel 1959. Degno di menzione seppur molto sottovalutato Risate di Gioia (1960), film in cui una inarrivabile Anna Magnani interpreta Gioia, una donna che vive di avventure clandestine e Totò l’affiancherà nel ruolo di Umberto un truffatore che vive d’espedienti. Dietro la scrittura delle storie dei due la presenza dei racconti di Alberto Moravia.

Nei suoi film sfileranno tutti, i protagonisti anonimi e mediocri della storia della società italiana, che Monicelli come nessun altro saprà ritrarre illuminandone bassezze, miserie, innalzandoli sull’altare della commedia di cui fu indiscusso maestro insieme a Steno, Dino Risi e Luigi Comencini, utilizzando come pochi il registro tagliente dell’ironia. Girò circa 66 film e fu autore di piu’ di 80 sceneggiature, tra i suoi successi, impossibile non citare Guardie e ladri (due premi a Cannes nel ’51) che vide impegnato Ennio Flaiano, tra gli altri, alla scrittura della sceneggiatura; L’armata Brancaleone (1965). La ragazza con la pistola (1968) con la straordinaria interpretazione di Monica Vitti; l’epico film Amici miei del 1975 con cui  omaggiò l’amico Pietro Germi. Il drammatico e intenso Sordi nel film brechtiano del 1977, Un borghese piccolo piccolo. Fino alle produzioni degli ultimi anni, come Speriamo che sia femmina (1985) e Parenti serpenti (1993) dove tradurrà con ferocia e disincanto ipocrisie e cannibalismi della moderna società italiana. Infine Le rose del deserto nel 2006, liberamente ispirato a Il deserto della Libia di Mario Tobino e a Guerra d’Albania di Giancarlo Fusco.

Immancabile nei film di Monicelli la presenza della morte, di funerali, ma lui volle precisare che fu solo un’esigenza narrativa, nulla di personale. Su tutto la certezza che ciò che conta, l’arte, ci sopravviverà: “Il cinema non morirà mai, ormai è nato e non può morire: morirà la sala cinematografica, forse, ma di questo non mi frega niente”.





Una retrospettiva su Pupi Avati, poeta fuori dal coro

Il regista Pupi Avati sul set

Di Valentino Salvatore


Quest’anno la Cineteca Nazionale collabora alla XV edizione del Roma Film Festival con una rassegna dedicata a Pupi Avati, uno dei registi più poliedrici ed interessanti del panorama italiano. Dopo aver omaggiato nel corso degli anni grandi maestri del cinema italiano come Roberto Rossellini, Mario Monicelli, Bernardo Bertolucci, Alberto Sordi, Marcello Mastroianni, Ettore Scola, è la volta del regista bolognese, con alle spalle una storia d’amore con il cinema lunga circa quarant’anni,  tra commedia agrodolce, racconto intimista, musical e horror.

Nelle vesti di regista, sceneggiatore e musicista (mancato, confessa ricordando i suoi trascorsi con Lucio Dalla) si dedica al cinema con l’infaticabile costanza e la sobrietà di un artigiano della macchina da presa, sfornando in media un film all’anno. Sebbene il suo impegno profuso sia stato sempre notevole, non altrettanti sono stati i riconoscimenti a lui tributati. Per rendergli omaggio, dal 28 novembre al 5 dicembre presso il Cinema Trevi di Roma, sarà sugli schermi una retrospettiva, intitolata Pupi Avati, un poeta fuori dal coro. Espressione ripresa dal titolo di un libro dedicatogli dal presidente del Roma Film Festival, Adriano Pintaldi, legato ad Avati da una lunga amicizia. Un omaggio che raccoglie appunti, documenti, aneddoti, ricordi forniti dallo stesso autore, che aiuta a ripercorrerne la ricca e stimolante produzione. Un “poeta fuori dal coro”, chiarisce Pintaldi nell’introduzione al libro, “non solo per il suo inconfondibile tratto narrativo”, ma anche “per la sua totale autonomia, che lo ha reso libero di operare sempre le sue scelte artistiche e produttive al di fuori dalle mode e dalle tendenze commerciali del momento”.

Lo stesso regista emiliano sarà presente ad un incontro col pubblico la sera del 30 novembre, affiancato da Pintaldi e Marcello Foti, direttore generale del Centro Sperimentale di Cinematografia. A seguire, la proiezione del documentario su Pupi Avati, prodotto da Roma Film Festival col patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, la Regione Lazio, con la collaborazione di Medusa, 01 Distibution e il Centro Sperimentale di Cinematografia-Cineteca Nazionale, una carrellata che ripercorre i quarant’anni di cinema del regista, con testimonianze di collaboratori, amici e attori che con lui hanno lavorato. Come il fratello, Antonio Avati, suo braccio destro nella scrittura delle sceneggiature; Maurizio Costanzo, altra penna che gli si affiancò per scrivere i film; Lucio Dalla, amico e rivale nel mondo del jazz, oltre a Gianni Cavina, Carlo Delle Piane e Neri Marcorè, interpreti di alcuni suoi film.

Anche il critico e sceneggiatore Tullio Kezich esaltava la capacità di Pupi Avati di tratteggiare con acutezza “eroi e antieroi vivi e concreti” e di spaziare con estrema libertà tra i generi più disparati, senza remore intellettualistiche, “travalicando tutte le barriere, tant’è vero che non si può mai prevedere se il suo prossimo film sarà una commedia intimista o un horror”.
La rassegna parte domenica 28 novembre con La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone (1975), parabola eretica e grottesca interpretata da Ugo Tognazzi e Paolo Villaggio e Tutti defunti… tranne i morti (1977). Da segnalare anche film che scavano nel passato di Pupi Avati e che riadattano i suoi ricordi di famiglia al cinema, come Una gita scolastica (1983) e La via degli angeli (1999). Non vanno dimenticati i thriller e gli horror in cui il regista è maestro, con un classico come La casa dalle finestre che ridono (1976) per il quale gli venne persino affibbiata l’etichetta di “Polanski emiliano”, Zeder (1983) e L’arcano incantatore (1996).

Il regista dai trascocrsi di musicista jazz che traspone su pellicola il suo Mozart inedito in Noi tre (1984) e ricorda  Leon Beiderbecke in Bix (1991). Avati affronta, seppure con una certa introversione, le contraddizioni e i tormenti dell’amore in Il testimone dello sposo (1998), Il cuore altrove (2003) con Neri Marcorè e Vanessa Incontrada e La seconda notte di nozze (2005), sempre con Marcorè e Antonio Albanese. Senza tralasciare il dramma familiare Il papà di Giovanna (2008), che valse a Silvio Orlando il premio come miglior attore alla mostra del cinema di Venezia.

Tra i film che verranno presentati durante la rassegna segnaliamo anche Impiegati (1985) con Luca Barbareschi, Festa di laurea (1985), Regalo di Natale (1986) con Diego Abbadantuono, sul tradimento dell’amicizia consumato attorno ad un tavolo da poker. Ma anche Ragazzi e ragazze (1989) con Alessandro Haber e Ultimo minuto, con un crepuscolare Ugo Tognazzi che si confronta col mondo del calcio. Tratteggia la famiglia in crisi con Fratelli e sorelle (1992) e rappresenta i retroscena meschini del mondo del cinema con Festival (1996). Da ricordare l’intenso Magnificat (1993), sontuoso e tragico affresco del mondo medievale, dove fede e violenza sono onnipresenti e si intrecciano. Oltre al documentario di Adriano Pintaldi, sarà proiettato l’omaggio del regista Claudio Costa intitolato Pupi Avati, ieri oggi domani, che ricalca l’autobiografia del Sotto le stelle di un film e ripercorre i primi anni di vita e le alterne fortune di questo grande protagonista del cinema italiano.

Il programma completo della rassegna




Parte oggi Il Festival Internazionale del Film di Roma nel ricordo di Ugo Tognazzi

Il regista e attore Ugo Tognazzi

Di Valentino Salvatore

Parte oggi la quinta edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, che durerà fino al 6 novembre. E che cerca di unire le memorie del passato con la tensione verso la contemporaneità, slancio ben incarnato dall’anteprima dall’attualissimo The Social Network di David Fincher. Anche con l’intrusione creativa di forme d’arte diverse ed eventi in strutture come Maxxi e Macro. E soprattutto, viene reso noto, a prezzi che ne permetteranno l’accesso ad un pubblico più ampio possibile. Tra le location interessate per le proiezioni e gli eventi, l’Auditorium Parco della Musica, la Casa del Cinema e il Villaggio del Cinema, la Sala Trevi “Alberto Sordi” e il cinema Metropolitan.

La kermesse è stata inaugurata con una dedica speciale al mattatore Ugo Tognazzi, proprio a vent’anni dalla morte. Un documentario sull’attore irriverente e sull’uomo malinconico, firmato dalla figlia Maria Sole, dal titolo Ritratto di mio padre. Un collage di interviste a parenti, amici, colleghi come Raimondo Vianello e registi quali Bertolucci e Scola, di spezzoni presi da film e di filmati amatoriali in super 8 che ne hanno catturato pezzi di vita sul set o in famiglia. La presenza dell’artista aleggerà impertinente per tutto il festival, con sequenze dello stesso film prima di diverse proiezioni della kermesse.

Sedici film in concorso, di cui quattro nostrani. Ma anche con influenze e lingue di altri paesi, come Io sono con te di Guido Chiesa (greco antico e arabo), Gangor di Italo Spinelli (lingua indiana), Una vita tranquilla di Claudio Cupellini (con un inedito Toni Servillo che recita in tedesco), La scuola è finita di Valerio Jalongo, con Valeria Golino. Tra i film stranieri, Rabbit Hole di John Cameron Mitchell con Nicole Kidman (anche lei forse a Roma), In a Better World di Susanne Bier, Last Night con Eva Mendes e Keira Knightley, firmato da Massy Tadjedin. Ma spazio anche per opere indipendenti e autori emergenti. Tra i fuori concorso, da segnalare The Kids Are Allright di Lisa Cholodenko, il pilota del serial Boardwalk Empire di Martin Scorsese, dove brilla Steve Buscemi, l’ultima fatica del compianto Alain Corneau Crime d’amour, il film di Ricky Tognazzi con Ksenia Rappoport e Alessandro Gassman, Il padre e lo straniero, quindi We Want Sex di Nigel Cage e Let Me In di Matt Reeves.

Previsto un ricco menu di appuntamenti con protagonisti del mondo del cinema ma non solo, come Ennio Morricone, Andrea Camilleri (dal cui libro La scomparsa di Patò è stato tratto un film), Fanny Ardant, Silvio Orlando e Margherita Buy.
E’ previsto un omaggio anche ad Akira Kurosawa, col capolavoro rimasterizzato in digitale Rashomon, che il 28 ottobre apre il Focus Japan 2010 dedicato al cinema di questo paese. A seguire un incontro col critico Goffredo Fofi, la segretaria di edizione Teruyo Nogami che per anni ha lavorato fianco a fianco a Kurosawa e Vittorio Dalle Ore, l’unico tecnico italiano nella troupe che ha girato il film. Il tutto condito da fotografie e spezzoni di documentari sul regista al lavoro.

Un altro omaggio del festival è quello a Satoshi Kon, prematuramente scomparso quest’anno e autore culto dell’animazione nipponica, con proiezione dello psycho-thriller Perfect Blue presentato da Andrea Fontana, il primo novembre. Da segnalare anche il Premio Marc’Aurelio il 2 novembre alla memoria di Suso Cecchi D’Amico, che ha contribuito a scrivere grandi perle del cinema italiano. La consegna del premio ai figli da parte del regista Mario Monicelli, che a lungo a collaborato con lei. Tre note sceneggiatrici italiane come Iaia Fiastri, Cristina Comencini e Francesca Marciano si confronteranno sul contributo e l’eredità dell’autrice scomparsa.

Per il cinquantesimo anniversario de La dolce vita di Federico Fellini, sarà presentata in anteprima mondiale la versione restaurata in digitale del film, il 30 ottobre alle 18:00 presso la Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica. Ospite d’eccezione, il regista premio Oscar Martin Scorsese. Previsto anche un documentario, Il backstage ritrovato Dolce Vita Mambo! che raccoglie filmati girati sul set e durante le anteprime dell’epoca. Per celebrare la pellicola, una retrospettiva e tre mostre. Dal 30 ottobre al 30 gennaio 2011 una mostra curata dalla Cineteca di Bologna dal titolo Labirinto Fellini, presso il Macro Testaccio. Con una sezione curata da Sam Stourdzé con fotografie, rarità, disegni e spezzoni e un’altra da Dante Ferretti e Francesca Loschiavo, con una installazione che proietterà lo spettatore nel mondo del regista.

Da segnalare anche la rassegna presso l’emeroteca del Polo bibliotecario parlamentare della Biblioteca “G. Spadolini” del Senato, con foto e articoli, dal titolo 1960. Il mondo ai tempi de La dolce vita. Gustosa la mostra sui divi di quegli anni curata da Marco Panella e promossa dalle istituzioni capitoline, da Artix e Cinecittà Luce, La Dolce Vita, 1950-1960. Stars and Celebrities in the Italian Fifties. Nella retrospettiva Le notti pazze de La Dolce Vita, realizzata dal Centro sperimentale di Cinematografia – Cineteca Nazionale, film che hanno anticipato o catturato la sensibilità felliniana, di registi come Dino Risi, Monicelli, Antonioni, Carlo Lizzani, Sergio Corbucci.

Il programma completo della rassegna:
http://www.romacinemafest.it/tower-file-storage/cinema/10299/attachment/FILE1287161072650-34.pdf