Magritte – “La Ligne de vie”

di Lara Ferrara

Magritte, strettamente allineato con il movimento surrealista ha costituito una nuova e importante direzione nel surrealismo.

La storia. (per comprendere meglio la mostra)

I dipinti e collage che Magritte creó a Bruxelles tra il 1926-1927 , in previsione di ciò che sarebbe stata la sua prima mostra personale a Galerie le Centaure.

Mostra che lanció la sua carriera come pittore surrealista leader in Belgio. Poco dopo Magritte partí per Parigi , dove rimase fino al 1930 allo scopo di essere più vicino al centro del movimento surrealista. La mostra si concluse nel 1938 , l’anno in cui Magritte consegnó “La Ligne de vie ” ( ” Lifeline ” ) , una importante conferenza autobiografica, resoconto della sua carriera come surrealista .

Cosí con un’eccezionale selezione di opere, il Museo d’arte della Svizzera italiana, farà rivivere i favolosi capolavori di René Magritte: dagli esordi fino ai più celebri dipinti della sua maturità.

Dall’origine alle fonti di ispirazione delle opere di un pittore che come pochi altri suggestionò il pubblico.

L’anima della mostra sarà la conferenza che Magritte tenne il 20 novembre 1938 al Musée Royal des Beaux-Arts d’Anversa. Intitolata La Ligne de vie, la conferenza rappresentò una delle rare occasioni in cui l’artista si espresse in pubblico sul proprio lavoro. Nell’arco di un’ora, attraverso una ventina di immagini, Magritte rese omaggio ad André Breton e ai surrealisti belgi, ma soprattutto delineò la genesi della sua arte e illustrò i principi che gli avevano permesso di trasformare oggetti quotidiani in qualcosa di sconvolgente.

LAC Lugano Arte e Cultura

Piazza Bernardino Luini 6, Lugano

16.09.2018 – 06.01.2019

Nell’occasione interverranno

Roberto Badaracco
Capo Dicastero cultura sport ed eventi, Città di Lugano

Raffaella Castagnola Rossini
Direttrice Divisione della cultura e degli studi universitari, Cantone Ticino

Tobia Bezzola
Direttore, MASI Lugano

Xavier Canonne, Julie Waseige
e Guido Comis
Curatori della mostra




“ROME RENCONTRE PARIS” – LA MOSTRA PARIGINA DI ROBERTO DI COSTANZO

“ROME RENCONTRE PARIS”, LE BELLEZZE DELLE CAPITALI EUROPEE DELL’ARTE SI FONDONO NELLA MOSTRA PARIGINA DI ROBERTO DI COSTANZO
Un fil rouge d’arte e architettura che fonderà le due capitali europee della bellezza e della cultura in una nuova dimensione, sospesa tra l’orinico e il verismo architettonico. Il Louvre con il Circo Massimo, la Tour Eiffel con il Colosseo: sono queste alcune dei “mash-up” realizzati dall’artista romano Roberto Di Costanzo per l’esposizione “Rome rencontre Paris”. La mostra si aprirà giovedì 7 giugno, ore 18:30, presso la Galerie de La Sablière di Parigi (147 rue de Grenelle 75007) e si chiuderà domenica 15 luglio.

LA MOSTRA – Qui l’artista attraverso i suoi disegni ci presenta una città idealizzata, mélange di Roma e Parigi. Il progetto è nato da un incontro, quello tra il ritrattista Di Costanzo e il gallerista architetto Sacha de La Sablière, uno dei due titolari dello spazio. L’artista, già protagonista di numerose esposizioni parigine (Espace Cardin, Carrousel du Louvre, Hotel Le Mathurine, Galerie du 9art, Galerie Maurizio Nobile) e illustratore per la casa editrice Editions Nomades con i suoi “carnets de voyage” su Roma e Parigi, celebra con l’attuale lavoro l’imperiale bellezza delle due capitali europee. Permeato assai spesso da un gusto onirico, il disegno miscela l’austerità parigina di fine ‘800 e la plasticità marmorea del Barocco romano.

“UNA FANTASTICA SINTESI” – “Dalle pregresse esperienze editoriali nasce il desiderio di un incontro architettonico e visionario tra Roma e Parigi che mi ha portato a narrare una città surreale in cui stili, elementi e persone si fondono tra visione e realtà – spiega l’artista Roberto Di Costanzo – Il risultato non è una contrapposizione bensì una “fantastica sintesi” artistica della storica bellezza che vantano le due città”.

L’ARTISTA – Roberto Di Costanzo, classe ’85, ha già all’attivo numerose mostre di successo su scala nazionale e internazionale. Allievo di Piero Tosi, unisce fin dagli inizi della sua carriera l’amore per la scuola fiorentina alla modernità, sperimentando e producendo opere quasi interamente disegnate a inchiostro di china in cui ritrattistica e disegno architettonico sono assoluti protagonisti. Dopo Roma e Parigi è stato quindi il turno di Milano, le cui principali vedute hanno costituito il concept della serata.

LA GALLERIA – La Galerie de La Sablière è stata aperta nel 2014 da due appassionati d’arte: il decoratore Sacha de La Sablière e lo storico dell’arte Ralf Janglin. I galleristi intendono presentare, mettere in scena e promuovere opere d’arte contemporanea astratte e figurative. La loro volontà di far scoprire i nuovi talenti si unisce a quella di condividere la loro passione, far scoprire al maggior numero di persone possibile l’arte contemporanea, fornire una chiave per apprendere e comprendere l’approccio di artisti viventi o non. Ad oggi, la Galerie de La Sablière ambisce anche a dimostrare ai suoi clienti, ai collezionisti così come agli artisti stessi che i due universi della decorazione e dell’arte non sono antinomici ma al contrario possono essere perfettamente complementari. Qui hanno esposto anche Herbert Zangs, Ferdinand Springer, Regine Kolle, Henri Hank e Catherine Geoffray.

CONTATTI – Indirizzo: 147 rue de Grenelle 75007 Paris. Email e telefono: sachadelasabliere@gmail.com +33(0)6.77.92.49.17

BIOGRAFIA DELL’ARTISTA – Illustratore, ritrattista, pittore. Dopo gli studi presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, si diploma al Centro Sperimentale di Cinematografia in costume, scenografia e arredamento per il cinema con l’aiuto del suo mentore, il Maestro costumista Piero Tosi. Comincia quindi a lavorare come illustratore per numerose case editrici italiane ed estere tra cui Azimut e Editions Nomades. Dopo molte mostre collettive e personali in Italia, presenta le sue opere all’Espace Pierre Cardin su invito dello stesso Pierre Cardin, ed entra in contatto con il pubblico di collezionisti francesi. I suoi lavori vengono poi esposti alla Casa dell’Architettura di Roma, all’Institut Français – Centre Saint-Louis e alla 71esima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia durante la quale rende omaggio a Federico Fellini con una serie di illustrazioni a china ispirate ai suoi film.
Oggi le opere di Roberto Di Costanzo sono entrate in numerosi salotti privati e i suoi carnet de voyage editi da Editions Nomades sono distribuiti in tutto il mondo nelle sette librerie della Maison Vuitton. Le sue ultime mostre, “Human Landscape” presso Galleria 28 e “Doppio Senso” presso SpazioCima, si sono svolte entrambe a Roma alla fine del 2017. Al momento è insegnante di storia del costume all’Accademia del Lusso di Roma, di disegno dal vero all’Accademia Italiana di Roma e di nudo artistico alla RUFA.

 

La mostra si aprirà giovedì 7 giugno, ore 18:30, presso la Galerie de La Sablière di Parigi (147 rue de Grenelle 75007) e si chiuderà domenica 15 luglio.




Apolidi, lucchetti e catenacci – di Barbara Martusciello

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Barbara Martusciello su Apolidi – identità non disperse” (a cura di. Antonietta Campilongo);

“Le porte possono anche essere sbarrate, ma il problema non si risolverà, per quanto massicci possano essere i lucchetti. Lucchetti e catenacci non possono certo domare o indebolire le forze che causano l’emigrazione; possono contribuire a occultare i problemi alla vista e alla mente, ma non a farli scomparire” (Zygmunt Bauman, La società sotto assedio)
Perché una mostra contemporanea affronta oggi il tema dell’apolidia? Perché vi si sono cimentati il duo Valentina Addabbo & Gerardo Rosato, Antonio Agresti, il collettivo Artisti Innocenti, il Movimento non perdono, Karmil Cardone, Antonella Catini, Federica Cecchi, Dario Fo, Daniela Foschi, Ignazio Fresu, Antonella Graziano, Valentina Lo Faro, Fabio Patronelli, Adriana Pignataro, Parlind Prelashi, Eugenio Rattà, Stefania Scala, Vincenza Spiridione, Carmelo Tommasini, Annamaria Volpe, Lisa Yachia, Emre Yusufi, Grace Zanotto?

Con la sua specialissima e qui eterogenea lingua, l’arte si pone e pone domande proponendo nuove prospettive sulla realtà, concreta o eterea che sia. In questo senso, un argomento complesso e attuale come questo dell’essere senza patria (ápolis: dal greco “a”, senza – privativo – e “pólis”, città / Stato), che si rivela, a ben guardare, storicamente più remoto e ciclico nel tempo e collegabile al suo contrario – il mito dell’autoctonia di origine greca (si veda Erodoto) –, torna questione sempre aperta con cui necessariamente gli uomini di buona volontà – e tra questi, appunto, gli artisti e i loro compagni di viaggio come lo sono i critici e i curatori, ad esempio – devono fare i conti. Questi, i conti, non tornano mai, men che meno in questi nostri giorni in cui i numeri aumentano spaventosamente: solo in Italia, più di 15 mila invisibili e, secondo le stime dell’UNHCR, circa 10 milioni nel mondo

L’apolide è una persona priva di qualunque cittadinanza a causa di discriminazioni subite nel proprio paese d’origine (ad esempio durante una dittatura) o a causa di un espatrio (come migranti o rifugiati) in un altro Stato che non gli ha riconosciuto la nuova condizione.
Questi soggetti si trovano in una situazione di limbo, senza diritti né sicurezze, privati di una identità anche sociale e politica, nonostante l’approvazione, nel settembre 1954 a New York, di un’apposita Convenzione – ratificata e resa esecutiva in Italia con legge n. 306 del 1 febbraio 1962 – relativa allo Status degli Apolidi; l’accordo, oltre a determinare le specifiche rispetto a chi rientra nella categoria, ha indicato agli Stati contraenti benefici da garantire loro e doveri da far rispettare.

“Il rifugiato è una persona che nel giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato. Il rifugiato è anche chi essendo apolide e trovandosi fuori del suo Stato di domicilio in seguito a tali avvenimenti, non può o, per il timore sopra indicato, non vuole ritornarvi.” (Convenzione di Ginevra, 1951)

Nella storia sono stati tantissimi gli esiliati dalla propria terra che hanno subito la condizione di apolidia: l’autorevole psicologo austriaco di origini ebraiche Sigmund Freud, ad esempio, che riparato a Londra finalmente ottenne la posizione di profugo politico; o il grande scrittore e intellettuale Luis Sepúlveda, attivista cileno punito durante la feroce dittatura di Augusto Pinochet con il ritiro del passaporto e della cittadinanza. Sepúlveda racconta molto bene, nel suo Storie ribelli (Guanda editore, 2017), la sua vicenda e la sensazione di “essere doppiamente paria”, ovvero oppresso e reietto.

L’artista, figura nobile nella società e al contempo scomoda, per via del suo sottrarsi – generalmente – ai preconcetti, alle regole precostituire e ai rigidi schemi del potere dominante, è stato, proprio per questo suo essere voce non irreggimentabile, spesso sottoposto alla censura, alla tirannia, all’annientamento, dovendo quindi fuggire per aver salva la vita oltre che la libertà. Innumerevoli sono gli espatri più o meno rocamboleschi per la ricerca di ospitalità in Paesi più democratici e/o accoglienti; non sempre lo spostamento è stato facile o è andato a buon fine. Solo per citare uno dei più massicci esodi di intellettuali e artisti: quello durante le persecuzioni naziste, che di fatto hanno provocato un’epocale movimento fisico, ma pure del sapere e creativo, essenzialmente negli USA, determinando di fatto anche la sostituzione del polo culturale dominante, o preminente, da europeo ad americano. Da quel momento in poi, insomma, grazie anche all’apporto di questi nuovi cittadini stranieri, il Sistema dell’Arte – solo per fermarci a questo ambito – è diventato statunitense.
Gli artisti, dunque, emigranti per necessità essi stessi, apolidi o finalmente regolarizzati, sono stati e sono anche categoria che sottopone alla propria società il dubbio. Più di tante altre persone, possono, infatti, farsi portatori di una sensibilità non omologata in grado di includere, attraverso le proprie grammatiche visive, analisi e riflessioni critiche nei confronti di squilibri e problematiche – sia esistenziali, sia tangibilmente quotidiane, sia entrambe – che necessitano di urgente risoluzione. Le risposte spettano ai consessi civile e istituzionali che, oggi meno che mai, non possono permettersi un arroccamento su vecchie valutazioni e posizioni, poiché il mutamento geopolitico è in atto e inarrestabile e ciò che serve è solo e semplicemente prenderne atto e organizzarsi per accoglierlo e governarlo virtuosamente.

E’ interessante vedere come i singoli autori abbiano affrontato il tema: chi in modo più narrativo, anche nelle nominazioni delle opere, chi più concettualistico, scegliendo la figurazione o l’astrazione, la performance, l’installazione o il dispiegamento su superficie. Anche nei titoli dei lavori in mostra è possibile riscontrare il temperamento degli artisti di fronte alla questione e il rispettivo carattere stilistico, che ci dispone una poetica variegata come variegato è il mondo.

Antonio Agresti si esprime tramite meticciaggio, riversando nel mix di materiali e reperti – collage, manifesti murali di carta e colla su legno multistrato di pioppo – una peculiare forza simbolica: i suoi “Anima oscura” e “Onda anomala” ci parlano di diversità, tumulto e di coesistenza possibile; Karmil Cardone con la fotografia digitale ci propone una “Anima Mundi” magnificamente al femminile; Antonella Catini un groviglio di colori e pittura che edifica una moderna versione di “zattera della medusa”, di gericaultiana memoria, non dimenticando, qui, che l’opera-ossessione dipinta dal celebre francese nel 1818-19 raccontava anche una efferata storia di soprusi di una classe sociale e del suo potere su un’altra. Federica Cecchi, con “Alone “ e “Mani” ci consegna immagini quasi monocrome di toccante robustezza evocativa. Dell’immenso Dario Fo, (Sangiano, Varese, 1926 – Milano, 2016) è in mostra una stampa digitale tratta dal dipinto “Sbarco a Lampedusa” (realizzata a cura di Touch Art International appositamente per la manifestazione Apolidi / Identità non disperse). La composizione figurativa mima certe opere medioevali: un’antichità di cui Fo capì e comunicò la grande modernità attraverso la sua letteratura e le sue messe in scena. Non a caso, proprio “seguendo la tradizione dei giullari medievali” dileggiò “il potere restituendo la dignità agli oppressi.” (la citazione è tratta dalla motivazione dell’assegnazione, nel1997, del Premio Nobel per la letteratura). Daniela Foschi, con una tecnica mista d’impatto retinico sottopone al pubblico una ponderazione sui tanti “Dove” e “Quando” (con “Tracce” e “Impronte” contemporanee”.
Ignazio Fresu sceglie le valigie come manufatti e materia emblematica della sua ambientazione: questi oggetti, portati differentemente da molti artisti nella storia dell’arte, quasi tutti affidando ad essi un significato drammatico, in Fresu compongono “Oggetti Smarriti”, definendo quindi una nota allegorica pure nel titolo. L’installazione è costruita con una serie di queste valige in resina, ferro e ruggine e, fatta salva l’inequivocabile durezza del tema evocato, è attraverso la deperibilità e provvisorietà della materia che Fresu ci fa intravedere una certa, commovente bellezza e, dunque, un barlume di speranza. Non tutto è perduto… forse. Antonella Graziano consegna a un piccolo (cm 50×50) acrilico su tela la possibilità di una figurativa “Rinascita” dopo un reale o metaforico peregrinare; Ombretta Iardino fissa i “Movimenti di luce” – geometrie e lacerazioni della serie “Shangai” – composti da tubi modulari, di ferro, assemblati mediante l’utilizzo di calamite strutturali; i tubi lavorati a cannello allocano led dando vita a giochi chiaroscurali. Con tutti questi elementi l’artista compone un’installazione che può modificarsi ad ogni allestimento: non v’è narrazione del tema esplicitato dalla mostra ma un’allusione ad un alfabeto versatile in grado di farsi, di volta in volta, linguaggio diverso e insieme unificante.
Valentina Lo Faro incarica la sua figurina gentile, quasi una Primavera di richiamo neo-liberty (tecnica mista su tela, cm 50×50), della comunicazione di una riflessione sullo stare nel mondo e sull’avere (riconosciuta) un’identità; Fabio Patronelli, con la sua astrazione lirica sui toni acrilici del blu e dell’azzurro, nelle versioni “Mediterraneo” n. 1 e n. 2 inevitabilmente richiama terribili traversate con le famigerate carrette del mare; Adriana Pignataro sceglie il registro didascalico nel suo “Apolidi in cerca di identità” in cui strutture cromaticamente vivide celano impronte di mani; Parlind Prelashi visualizza sulla tela, con la sua tecnica mista, una sorta di spettro che emerge o è risucchiato nel buio cromatico con un grido mefistofelico – da strega delle fiabe – che pare al contempo tragico e ribelle; Eugenio Rattà reitera su un ampio fondo blu un bel volto di donna tra le rose, reso piatto e graficizzato tanto da riconvocare un certo tipo di comunicazione visiva e da rendere “Namless”, costruita sull’uso di collage e acrilico, opera-manifesto. Stefania Scala visualizza, tramite stampa digitale su carta, una sequenza di immagini che ricordano frame luminosi, gorghi di energia, grovigli di vibrazioni e onde, riassumibili nel linguaggio di un “SOS” lanciato affinché qualcuno, dall’altra parte, lo ascolti e non resti sordo e cieco; Vincenza Spiridione ne “L’abbraccio” e “Alì ha gli occhi azzurri” mescola legami letterari e pittorici di storica memoria che richiamano, almeno in un caso, l’Inferno di Dante reso dal visionario segno di William Blake: mai riferimenti furono più pertinenti, aperti al fine alla speranza con un piccolo bronzo “Dal gioco alla gioia”;
Carmelo Tommasini ha edificato due piccole sculture in ceramica – “Mammoccio seduto” e “Mammoccio totem” – dalla forza evocativa inusitata e un legame con l’originario alla base della storia dell’uomo anche universalmente inteso. Annamaria Volpe traccia un percorso minimale nell’apparentemente pacata e candida forma della “ Solitudine”, che si apre alla “Speranza”; Lisa Yachia scombussola i registri – astratto e figurativo – per una messa in opera che vede manifestarsi dalla massa cromatica alcuni elementi riconoscibili (forse); il magma pittorico richiama sia il caos della cronaca sia quello più privato, intimo e personale e non è facile reperire in essi punti di orientamento, approdi sicuri, nemmeno riferibili a se stessi e alla propria identità. Neanche un’impronta digitale può aiutare, anzi, al contrario: diventa il codice a barre di una filiera in cui le merci viaggiano liberamente e gli esseri umani no. Questo ed altro viene in mente di fronte al grande dittico (cm 300×150) a olio su stampa digitale “Road sweet home” e “Confused identity”.
Emre Yusufi produce fotografie lavorate, contaminate, che appaiono realistiche e allo stesso tempo spiazzanti, in molti casi strabilianti: la manipolazione digitale riesce a costruire scene esagerata ma che possono sembrare verosimili, un po’ come le antiche leggende e le favole; tutto è atto a creare un’atmosfera per sottolineare un dato, un percorso di senso, un pensiero, restituito con una leggerezza giocosa dietro cui può celarsi il particolare toccante: come in “Old Man” e “Old Woman” in cui Yusufi enfatizza un dettaglio, quello più pertinente e coinvolgente, il più emblematico: lo sguardo. La prassi, tipica di fumetti e animazione, affida all’ingrandimento esponenziale delle pupille dei soggetti raffigurati quel tanto di commovente e onirico da comunicare. Così, ad esempio, agli acquosi, tristi occhi dell’anziana signora – come fossero quelli di una bambina cresciuta troppo in fretta, che ha visto tanto, troppo – è trasmesso il compito di contenere e annunciare l’intero, articolato tema della mostra. E mentre lo cerchiamo lì nei suoi occhi, che pare ci guardino, sembra in essi rispecchiarsi una frase di Fëdor Dostoevskij: “Io mi sento responsabile appena un uomo posa il suo sguardo su di me.”
Grace Zanotto espone una efficace fotografia documentaristica di street performance, “Love Burka, Missione India”, da un reportage di Malini Kochupillai, fotografa indipendente e ricercatrice urbana di stanza a Delhi. La composizione parla di libertà e Identità celata e allo stesso tempo preservata – a seconda del punto di vista –, mostra controsensi e ingenera preconcetti; ma quel che resta una volta eliminato il rumore di fondo, è la struggente bellezza della composizione, il taglio di luce calda fissata dalla foto, il gesto della donna interamente coperta di stoffe colorate ed eternata da uno scatto che la svincola dal fragile posto nella vita e la consegna per sempre all’Arte.
Infine, tre cooperazioni tra artisti: del gruppo che si riunisce nel nome del Movimento Non Perdono (Roberto Marsella, Grace Zanotto, Alessandra Camera e Angelo Pacifico), che ci propone “Cadavere Squisito” e “La Tratta e il Tratteggio”; così un estratto della loro performance: “Il corpo vale in relazione al passaporto che ne determina il valore. Nel passaporto son scritte le istruzioni per la mercificazione degli organi, come un regolamento per il gioco del dottore. Quando il passaporto non garantisce l’identità del corpo esso diventa oggetto della tratta, tavola da tratteggio.”; e: “Il mare ha l’acqua salata e come un frullatore, nei suoi vortici dimentica e custodisce identità sospese. Mappe e frammenti da secoli rimangono a margine della tratta degli esseri umani. Eppure gli organi sono interscambiabili, solo però con le regole scritte nel passaporto.”
Valentina Addabbo & Gerardo Rosato distendono a quattro mani, sulla parete, una leggerissima installazione di carta e fil di ferro di dimensioni variabili con tantissime piccole farfalle notturne. “Come una falena alla luce” consta di una sovrapposizione di significati che iniziano liricamente e giungono verso il dramma perché per orientarsi in volo, questi lepidotteri seguono la luce – della luna o del sole al tramonto – per arrivare a destinazione; ma il loro istinto non considera ciò che può turbare l’ordine naturale e, purtroppo, spesso confonde la luminosità di una lampada o del fuoco; le falene, quindi, “credendo di seguire una giusta rotta – ci dicono gli artisti – sono disorientate e disilluse dalla realtà”, finendo “per bruciarsi”; ebbene: tale “viaggio verso la meta agognata ricorda i flussi migratori di uomini e donne che partono da paesi in cui non possono più stare per seguire una meta che credono essere la salvezza. Ma la luce in fondo spesso non è quella della luna ma di una misera lampadina. Molti insetti per orientarsi seguono la luna o il sole, un po’ come la stella polare per gli antichi marinai. Ogni anno il nostro paese è sorvolato da una moltitudine di farfalle notturne migratrici, tra cui alcune Sfingi che sono nate in Africa: sulla loro rotta trovano una serie ininterrotta di luci pronte ad ammagliarle e a condurle a morte sicura.”
Gli artisti§innocenti daranno corpo liquido – perché collegati via SKYPE – a una perform/azione (agita da: Petra Arndt, Franco Ottavianelli, Daniele Villa Zorn, Riccardo Marziali, Roberta Guerrera, Federica Santoro, Meletios Meletiou, Armando Moreschi, Monica Pescosolido, Davide Cortese, Mirco Vrummi) che immaginiamo nel pieno rispetto del loro carattere collegiale: densa di ironia, irriverenza dadaisteggiante e sguardo critico sulle cose del mondo. Entrano negli spazi espositivi con delle corone in testa e variamente agghindati con capi d’abbigliamento bordati da acuminati dissuasori per piccioni: quelle strisce plastiche dotate di pungoli che si applicano solitamente su muri e cornicioni per respingere i volatili. Ciò – questo è il loro comunicato – “per sperimentarne, a diretto contatto col pubblico, la prossemica, rifacendosi, ludicamente sottotono, ad una lunga sperimentazione” che passa anche per il “Cadeau” / ferro da stiro (Parigi, 1921) di Man Ray e le fisiche provocazioni di Marina Abramović & Ulay negli anni Settanta.
“I pungoli distanziano i corpi dei performer dallo spazio circostante. A prima vista rimandano a: perni in serie, aculei, antenne, distanziatori, raggiere, trofei, chiodi di fissaggio, canali di scolo per le fusione di statue in bronzo; coincidono insomma con un’aureola di raggi che ritmicamente isola e virtualmente può produrre ferite a chi osasse trascurare la barriera acuminata. Gli artisti§innocenti sono ferri da stiro viventi, il loro abbraccio potrebbe trasformarsi in morsa. Con dissuasivi, basterà vedere affiancati due componenti del gruppo, ugualmente armati di questa sorta di pettini irti (come i gatti lo sono di peli e di baffi), per prospettare l’avvicinamento e l’impossibile contatto col pubblico che non si dovrebbe presumibilmente allarmare. In effetti. i performer andranno diversificando azioni e situazioni intorno alla vicinanza dei loro corpi scenografici con quelli del pubblico.
L’immagine fotografica di dissuasivi è (…) un’immagine-gioco (…) e consta di due foto contrassegnate da un a) ed un b). Con essa gli a§i non rappresentano un’opera (da performer si esprimono infatti con azioni) ma un manifesto che attiene alla categoria del ludico. Il lettore si scoprirà incapace di comprendere il senso del raddoppiamento della figura, se non che l’effetto finale è una disattesa, una delusione. Le due copie identiche invitano a cercare inutilmente differenze (inesistenti), proprio come, allo stesso modo, nel pianeta terra la segregazione che alcuni impongono relega individui fuori dal contesto o dai gruppi di appartenenza. L’esclusione appare insensata, l’aut-aut inammissibile. I sentieri non si possono biforcare.”
“L’esclusione” appare anche a noi come qualcosa di “insensato” e ogni “biforcazione” attinente al dibattito apolidi / rifugiati / immigrati priva di valore costruttivo e di civiltà così come lo è ogni filo spinato, muro e lucchetto di cui scrive Bauman. Questo è un po’ il leitmotiv della mostra tutta e sottinteso in ogni opera esposta che si fa canale di comunicazione stratificata di tale spinosa questione.
“A te. Straniero, se passando mi incontri e desideri parlarmi, perché non dovresti farlo? E perché non dovrei farlo io?” (Walt Whitman).

Barbara Martusciello

• Tutte le informazioni sulla mostra “APOLIDI – Identità non disperse , a cura di Antonietta Campilongo:

https://whatsout.it/event/apolidi-identita-non-disperse/


@Press Office: Lara Ferrara Comunicazione

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laraferrara@outlook.it

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Amore Multiversi. Mostra concorso di Arti visive a Potenza

In Arte Exhibit seleziona artisti che prenderanno parte alla mostra concorso di Arti visive dal titolo “Amore Multiversi”. L’evento artistico si svolgerà presso il Museo Archeologico Provinciale di Potenza dal giorno 3 al 20 febbraio 2017. L’obiettivo della rassegna “Amore Multiversi” è di celebrare con una mostra a tema il mese dedicato agli innamorati e di diffondere l’arte contemporanea e la cultura dell’amore tra le giovani generazioni.

La mostra si inserisce in un progetto più ampio di eventi itineranti denominato “In Arte in Tour” che vedrà coinvolte location prestigiose quali castelli, abbazie, anfiteatri e musei di Basilicata, Puglia e Campania, allo scopo di promuovere su scala nazionale territori ricchi di emergenze storiche, artistiche e architettoniche e di offrire agli artisti delle vetrine prestigiose per esporre le proprie opere. Il messaggio che la mostra “Amore Multiversi” intende veicolare è quello di un recupero dei valori autentici dell’amore inteso nella sua accezione più alta di sentimento sublime e idealizzato, di tensione e aspirazione dell’imperfetto al perfetto come espresso nella concezione platonica. La tematica dell’amore ben si sposa con il concetto di esposizione in quanto entrambi tendono alla bellezza, che può manifestarsi sia in forma materiale e tangibile così come in quella spirituale.

La mostra concorso prevede l’assegnazione di ricchi premi e intende dare spazio e visibilità ad artisti di ogni provenienza operanti nel campo della pittura, scultura, disegno, fotografia, grafica, installazione, arte digitale. Gli artisti sono chiamati a partecipare proponendo una o due opere che abbiano una qualche attinenza con il tema trattato, avendo cura di cogliere le multiformi manifestazioni dell’Amore.

Gli artisti interessati a partecipare alla mostra concorso potranno scaricare il bando dal sito www.in-arte.org oppure richiederlo all’indirizzo di posta elettronica eventi@in-arte.org.




Marte, inaugurata a Roma una mostra sul pianeta rosso

Il quarto pianeta del sistema solare viene celebrato a Roma con una esposizione presso l’Aula Ottagona del Museo Nazionale Romano alle Terme di Diocleziano dal titolo Marte – Incontri ravvicinati con il Pianeta Rosso, dal 16 dicembre al 28 febbraio e a ingresso gratuito. La mostra è promossa dall’Agenzia Spaziale Italiana e dal Ministero dei Beni, delle Attività Culturali e del Turismo, in collaborazione con la European Space Agency e l’Istituto Nazionale di Astrofisica e la partnership di Leonardo Finmeccanica, Thales Alenia Space e National Geographic.

In sette sezioni multimediali viene ripercorso ciò che gli umani hanno visto, sognato e cercato in questo misterioso pianeta. Si parte dalla mitologia, con il dio della guerra greco-romano Ares/Marte che ha ispirato il nome del pianeta ritratto in possenti statue. Si prosegue con la storia della ricerca scientifica che nel corso dei secoli ha indagato sull’astro rosso, con un occhio attento al contributo italiano nella ricerca: basti citare l’osservazione dei canali su Marte di Giovanni Schiaparelli, studioso che ha dato il nome alla sfortunata sonda inviata per la missione spaziale ExoMars dall’ESA e dalla russa Roscosmos, recentemente schiantata contro la superficie marziana.

Non viene dimenticata la profonda influenza sulla cultura popolare e sull’immaginario, il corposo filone artistico-letterario che ha ispirato il Pianeta Rosso, tra cinema, musica (David Bowie nei panni di Ziggy Stardust) letteratura fantascientifica. Il flop del lander Schiaparelli non fa però demordere gli astrofisici, tanto che partirà una nuova missione ExoMars nel 2020 capitanata proprio dall’Italia, grazie a una joint venture siglata tra Thales e Finmeccanica. La mostra ricostruisce infatti anche le varie missioni verso Marte, con sonde come Viking e rover come Curiosity e Opportunity, e rende conto dei progetti per la ricerca della vita sul pianeta, lo sbarco di astronauti e l’ipotetica colonizzazione e terraformazione da parte della specie umana, nel segno di una epopea che unisce avanzamento tecnologico e aspirazioni scientifiche raccontati anche dalla nuova serie televisiva Mars di Ron Howard (di cui la mostra ospita una video installazione).

Tra le chicche da vedere, due esperimenti dell’INAF, il modello del trapano che sarà utilizzato dal rover per scavare la superficie e raccogliere campioni, lo spettrografo Ma Miss (Mars Multispectral Imager for Subsurface Studies) che analizzerà questi campioni, lo strumento Micromed per studiare le polveri delle vorticose tempeste di sabbia su Marte. Insomma un evento da non perdere per tutti gli appassionati di scienza e fantascienza.

Dal 16 dicembre la mostra sarà aperta dalle 17.00 alle 20.00. In seguito, tutti i giorni dalle 9.30 alle 14.30, tranne lunedì.

di Valentino Salvatore




“Ai Weiwei. Libero”, a Firenze la prima grande mostra sull’artista cinese

Palazzo Strozzi a Firenze ospiterà dal 23 settembre 2016 al 22 gennaio 2017 la prima grande mostra italiana dedicata ad uno degli artisti contemporanei più influenti e provocatori: Ai Weiwei. Libero.

Ai Weiwei invaderà Palazzo Strozzi con opere storiche e nuove produzioni che coinvolgeranno tutto lo spazio: la facciata, il cortile, il Piano Nobile e la Strozzina. Per la prima volta Palazzo Strozzi sarà utilizzato come uno spazio espositivo unitario, creando un’esperienza totalmente inedita per i propri visitatori ed esaltando una delle peculiarità dell’arte di Ai Weiwei, il rapporto tra tradizione e modernità, in un luogo simbolo della storia di Firenze.

Le opere esposte spazieranno dal periodo newyorkese tra gli anni ottanta e novanta in cui scopre l’arte dei suoi “maestri” Andy Warhol e Marcel Duchamp alle grandi opere iconiche degli anni duemila fatte di assemblaggi di materiali e oggetti come biciclette e sgabelli, fino alle opere politiche e controverse che hanno segnato gli ultimi tempi della sua produzione artistica, come i ritratti di dissidenti politici in LEGO o i recenti progetti sulle migrazioni nel Mediterraneo. L’artista cinese si muove tra attivismo politico e ricerca artistica, ed è considerato ormai un simbolo della lotta per la libertà di espressione.

Per informazioni:

Palazzo Strozzi, Firenze

Tel +39 055 2645155
info@palazzostrozzi.org

www.palazzostrozzi.org/

 




Il Vittoriano ospita la retrospettiva su Alphonse Mucha, genio dell’Art Nouveau

La nostalgica grazia e lo spirito effervescente della Belle Époque arrivano a Roma con una grande retrospettiva dedicata all’artista ceco Alphonse Mucha (Ivančice, 24 luglio 1860 – Praga, 14 luglio 1939). L’Ala Brasini nel complesso del Vittoriano ospita dal 15 aprile all’11 settembre un’esposizione che comprende più di 250 tra dipinti, disegni, poster, elementi decorativi, gioielli, libri e fotografie. La mostra è curata da Tomoko Sato e organizzata da Arthemisia Group, con collaborazione della Fondazione Mucha che ne cura l’eredità artistica; ha inoltre il sostegno dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano e il patrocinio della Regione Lazio e di Roma Capitale. La ricca esposizione vuole dare un’immagine sfaccettata della complessa personalità di Mucha, ripercorrendone vita e opere. Si divide perciò in 6 sezioni: Un boemo a Parigi, L’artefice dello Stile Mucha, Un cosmopolita, Il mistico, Il patriota, L’artista-filosofo.

Nella prima sezione c’è l’esordio del periodo parigino, a contatto con il sottobosco degli artisti (come Paul Gauguin, suo amico). La notorietà di Mucha viene raccontata nei manifesti pubblicitari e nei prodotti commerciali che gli vengono commissionati. Spiccano i poster con l’attrice Sarah Bernhardt, divenuta la musa ispiratrice e raffigurata come Gismonda, Tosca o La dame aux camélias. Segue la parte dedicata ai suoi viaggi nel mondo, come quello negli Stati Uniti, con la consacrazione a livello internazionale grazie anche alla presenza all’Esposizione Universale di Parigi nel 1900. Non manca il misticismo, in particolare con le illustrazioni per Le Pater, ispirate alla preghiera del Padre Nostro. Mucha aveva interessi filosofici ed era inoltre affiliato alla massoneria, tanto che diverse opere contengono riferimenti esoterici. Nella penultima sezione sono esposte creazioni ispirate al nazionalismo slavo, che coinvolse di nuovo Mucha al ritorno dopo decenni nella sua terra natale. Il patriottismo era però pervaso da uno spirito cosmopolita e utopico, da un anelito di unità e pace del genere umano oltre le divisioni localistiche, nel nome di ideali universalistici (testimoniato dal trittico L’età della ragione, L’età dell’amore, L’età della saggezza).

Mucha, brillante e rappresentativo esponente dell’Art Nouveau, ha profondamente influenzato l’arte contemporanea tra Ottocento e Novecento e continua a ispirare epigoni anche in tempi recenti, specie dalla sua rivalutazione negli anni Settanta. Con lui il prodotto commerciale diventa una raffinata forma d’arte. La sua originale impostazione grafica si inserisce nel mondo bohemien e festoso di Parigi, con i famosi manifesti per spettacoli di teatro o prodotti alla moda. Diventano emblematiche le figure di donne diafane e seducenti che rappresenta nelle litografie, in cornici da fiaba e vesti classicheggianti, tra colori pastello e motivi geometrici e floreali.

La sua attività creativa evidenzia la transizione contemporanea che investe anche la produzione artistica, orientata verso il commercio e la pubblicità: se un tempo i committenti erano nobili ed ecclesiastici, poi si affermano decisamente i borghesi. I suoi manifesti tappezzano Parigi, tanto che viene coniato lo “stile Mucha”. Non si cada però nell’errore di considerarlo un frivolo decoratore di moda. In un periodo storico in cui il popolo ceco lottava per l’indipendenza dall’impero austroungarico, espresse attraverso l’arte la sua passione patriottica. In particolare nel monumentale ciclo pittorico dell’Epopea Slava, che rappresenta in grandi tele gli episodi cruciali della storia e della mitologia degli slavi nel corso dei secoli. Il suo vissuto cosmopolita e immerso nella contemporaneità non gli fece mai perdere il contatto con le sue origini. Da questo incontro tra antico e moderno, tra sensibilità filosofica e contatto con il brulicante e luccicante mondo urbano, tra manualità artigianale e pubblicità commerciale, si afferma l’originalità attualissima di Mucha.

di Valentino Salvatore

Alphonse Mucha tra Art Nouveau e Utopia
A cura di Tomoko Sato, organizzazione Arthemisia – Complesso del Vittoriano dal 15 aprile all’11 settembre 2016

Intero € 13,00 Ridotto € 11,00

Informazioni e prenotazioni
T + 39 06 87 15 111 – ufficiogruppi@arthemisia.it

www.ilvittoriano.com




Venezia sempre di moda, il lato fashion della Laguna in una mostra

 

Venezia è da sempre riconosciuta per la sua unicità nelle bellezze artistiche e architettoniche. Il capoluogo lagunare però ha avuto in passato un ruolo importante anche nel campo della moda e una mostra si propone di rendere omaggio a questo aspetto meno noto, ma che fece per anni sognare le generazioni del tempo.

“Venezia è sempre di moda – Fashion in Laguna dal 1920 al 1970” in corso fino al 30 aprile presso il Centro Culturale Candiani di Mestre è molto più di una semplice esposizione di documenti fotografici. La mostra nasce, tra le altre, da una preziosa collaborazione con l’Istituto Luce che offre i filmati del suo sconfinato Archivio, regalandoci scene d’altri tempi e dal sapore magico tratte dalle settimane Incom dei primi anni ’50, ma degno di nota è anche il materiale video e fotografico messo a disposizione dall’Archivio Carlo Montanaro di Venezia. Lo studioso e professore di cinema ci fa catapultare nella belle Époque del Lido Venezia, quando facoltosi personaggi più o meno famosi soggiornavano presso il moresco Hotel Excelsior e ne affollavano la spiaggia antistante .

Per chi conosce questo luogo, oggi meta di pellegrinaggio durante i giorni della Mostra del Cinema per chi va a caccia di vip o presunti tali, ha la possibilità di assaporare qualcosa di unico e ormai patrimonio di un passato lontano, non solo cronologicamente. La vita da spiaggia, fatta oggi di bagni, sole e aperitivi con o senza dj fu tra gli anni ’20 e nelle decadi successive, luogo di incontri, di spensieratezza, di eleganza e quindi di moda. Molte le sfilate che preannunciavano le nuove mode della stagione in arrivo, abiti di raffinata eleganza di famosi stilisti, passavano al vaglio di un pubblico esperto, composto spesso da artisti, attori e registi.

L’esposizione ci mostra alcuni frammenti di quelle occasioni che non si svolgevano solo al Lido di Venezia durante il periodo della Mostra del Cinema, ma si replicavano in città in luoghi di pregio come Palazzo Grassi.

Non si può non dedicare uno spazio a Roberta di Camerino, stilista veneziana dalla fama internazionale che, ispirata dai tessuti Bevilacqua, realizza la borsa “bagonghi”, vincitrice nel 1956 del prestigioso Neiman Marcus Fashion Award. E’ possibile ammirare non solo gli scatti fotografici, ma anche alcuni pezzi della Camerino come i foulard e le borse.

In una sala che ospita foto di dive come Sophia Loren, Maria Callas o Brigitte Bardot giunte a Venezia per occasioni di glamour e quindi vestite con abiti alla moda, troviamo al centro della stanza un’esposizione di vestiti di grandi firme tra cui Valentino. Un colpo d’occhio davvero interessante.

Una mostra che è un vero e proprio tuffo nel passato della moda, ma che è anche occasione per scoprire come eravamo, se non tutti, alcuni di noi.

 

di Caterina Ferruzzi

 




Mostra su “Il re galantuomo”, celebrazioni torinesi per l’Unità d’Italia

Palazzo Reale a Torino

Di Mariano Colla


Torino si prepara, con la  sobrietà tipica  del carattere piemontese, riservato e un po’ melanconico, alle celebrazioni dei 150 anni dell’unità d’Italia. Cartelloni, drappi, manifesti con le immagini dei grandi statisti e patrioti del Risorgimento,  costellano le vie del centro storico e decorano i suntuosi portici  di una Torino immersa nei primi grigiori autunnali. A distanza di un secolo e mezzo dagli eventi che fondarono il nostro paese, Torino ritrova parte dello smalto che la rese famosa in Europa e ne fece il centro di intrecci politici internazionali. I Savoia furono il  “collante” regale del progetto politico per una nuova Italia e Torino, nei suoi palazzi, testimonia la loro regale presenza.  Non poteva quindi mancare nel programma delle celebrazioni, una particolare attenzione a colui che impose il sigillo formale agli eventi storico-politici del 1861, ossia Vittorio Emanuele II.

Palazzo Reale, imponente struttura e armonica fusione  tra arte antica, medioevale, barocca e neoclassica ospita una mostra dedicata al I° re d’Italia, noto anche come il “re galantuomo”, pseudonimo assegnatogli dal popolo per la sua bonomia e, forse, per la scarsa  propensione agli  intrighi di palazzo. L’occasione fornita dalle celebrazioni dei 150 anni ha spinto le autorità piemontesi a risistemare i vecchi ambienti, ripulendoli e arieggiandoli, e a riproporre le atmosfere del tempo con un minuzioso ripristino dei dettagli della vita di corte, dagli arredamenti agli ornamenti e alle suppellettili dell’epoca risorgimentale. Gli appartamenti del principe ereditario, sui quali vorrei concentrarmi, esistevano  dal 1719 con Carlo Emanuele III e furono realizzati dall’architetto  Filippo  Juvarra.
L’architetto, per dare dignità regale  alle stanze del delfino, ideò una scala che univa l’androne del palazzo reale  direttamente agli appartamenti del principe ereditario.

Filippo Juvarra era siciliano e, un po’ per invidia e un po’ per le sue origini, non era particolarmente benvoluto dai cortigiani di casa Savoia, mentre i sovrani ne apprezzavano l’opera al punto tale da assegnargli gran parte dei lavori  di abbellimento della città. La storia racconta che i cortigiani avrebbero, maliziosamente, dubitato della capacità dello Juvarra di edificare   la scalinata, la cui costruzione, visti gli spazi angusti, presentava non  poche difficoltà realizzative. Lo Juvarra lavorò chiudendo i portoni di accesso al cantiere e li aprì solo ad opera ultimata. La scala in marmo bianco, aerea e leggera nelle forme, entusiasmò non solo i sovrani ma placò anche le maldicenze degli infidi cortigiani ai quali si riferisce il nome “scala delle forbici”, motivo disegnato sulla volta del pianerottolo, per alludere allo strumento più idoneo  per tagliare le lingue ai detrattori dell’architetto siciliano.

Compagna e moglie di Vittorio Emanuele, in quegli anni, fu la giovane  Maria Adelaide d’Asburgo Lorena, cugina del futuro re, il quale pare non fosse un amante del lusso, e che privilegiasse una vita all’aria aperta dove dare sfogo al suo amore per la caccia.  Tuttavia la sobrietà non è  una caratteristica delle grandi sale che si susseguono, varcato  l’ingresso, sino al salone di ricevimento o delle udienze. Arazzi della manifattura di Gobelins, antichi tappeti orientali o di manifattura fiamminga e francese, tappezzerie damascate, mobili intarsiati dalle mani di esperti artigiani, quadri  e suppellettili di pregio adornano il suntuoso appartamento. Nel silenzio ovattato delle nobili stanze aleggiano i fantasmi di coloro che fecero l’Italia. Nella sala da pranzo tutto è pronto per un suntuoso banchetto.   La luce artificiale irrora di un bianco anomalo la candida tovaglia di lino finissimo ricamata a mano, su cui brillano posate e piatti in  ceramica e porcellana. Bicchieri di varia foggia sono pronti a ricevere  i corposi vini piemontesi o il vino bianco del Reno, che, per la sua apprezzata torbidezza, veniva  servito in bicchieri colorati che ne nascondessero la scarsa limpidezza. I futuri sovrani non siedono agli estremi ma  a metà del lato lungo del tavolo, uno di fronte all’altra.  Si dice che in tale posizione strategica potessero “origliare meglio”, a destra e a sinistra, commenti, chiacchiere, pettegolezzi. Manca la calda atmosfera delle centinaia di candele che al tempo illuminavano il salone e che con più discrezione accarezzavano i volti delle signore  e i baffuti volti dei signori. Le sedie sono stranamente parche e modeste, unica caduta di stile in un mondo di cristalli,  argenti, porcellane, quasi a rimarcare la differenza di rango con la sottostante sala da pranzo del re in carica.

I sovrani, futuri o in carica, secondo una antica tradizione, dormivano in camere separate. Lui in un letto singolo, lei nel letto matrimoniale, perché era l’uomo che accordava  la propria “regal” presenza alla donna e nel di lei talamo si concedeva amorevoli amplessi, terminati i quali, a sua discrezione,  ritornava o meno nella sua stanza. Vittorio Emanuele II tuttavia non si poteva lamentare della propria alcova. Grazie all’eredità  dei suoi predecessori e ai raffinati interventi del solito Juvarra, la stanza del principe presenta pareti  ricoperte da antichi pannelli cinesi, ricchi di variopinti motivi naturali dipinti o intarsiati. Il letto alla francese pone le premesse per un rassicurante riposo.

I maligni dicono che Vittorio Emanuele , oltre alla caccia, amasse anche le donne, non tanto di nobile stirpe, quanto di più umile origine ma meno condizionate dall’etichetta nell’offrire i loro servigi. Se il letto nella sua stanza ne abbia ospitata qualcuna è difficile dirlo ma , fuori dal palazzo, in ambienti più dimessi, nessuno lo può escludere.  Lo studio, sulla cui scrivania ancora è posta la candida scultura della mano della moglie prematuramente scomparsa, è ancora impregnato dall’odore del fumo della pipa,  chimicamente ricostruito ad arte. Fucili da caccia, quadri con antiche battaglie condotte dei Savoia, poltroncine per funzionari, politici , militari,  arredano la stanza in stile relativamente sobrio.

Dal canto suo Maria Adelaide si è riservata ampi saloni in cui ricevere ospiti , dame di compagnia e quant’altro la nobiltà del tempo esigeva come facente parte del rango. Ancor più che negli ambienti del futuro sovrano, negli appartamenti di Maria Adelaide, artisti, artigiani, decoratori, tappezzieri, mobilieri si sono sbizzarriti nel comporre armonici luoghi di intrattenimento, dove la solerte servitù offriva il tè o la cioccolata con i pasticcini alle eleganti dame che, in qualche modo, dovevano trascorre la giornata. Un grande quadro di Maria Adelaide  chiude il percorso negli appartamenti dei principi. E’ un quadro estremamente realista che raffigura una donna con i già evidenti  sintomi del deperimento fisico che la porteranno nella tomba a soli 33 anni, sfiancata dalle otto gravidanze a cui il focoso principe l’ha sottoposta. La fragilità dell’espressione e il corpo leggermente ingobbito contrastano con la dovizia di quadri in cui cavalieri reali affrontano con cipiglio guerriero e baldanza orde di nemici. Un piccolo tocco di umanità a sigillare  un mondo di forme.

La sala da ballo annessa agli appartamenti reali  evoca le suggestioni delle feste ottocentesche. Dei manichini indossano gli abiti dell’epoca. Sembrano inizialmente immobili ma poi la musica verdiana del “ Va pensiero” si diffonde negli ampi spazi  e sembra dare vita  agli inanimati fantocci che ricamano, nella fantasia del visitatore,  una danza surreale. Le dame gonfiano in ampie volute gli abiti di seta e taffetà mentre i cavalieri impettiti, in reidingotte nera, timidamente stringono la vita  delle gentildonne mentre le note dolci e morbide accompagnano gli armonici movimenti dei ballerini in un’Italia che stava nascendo.




Fernando Masi, alle radici del colore

Il pittore Fernando Masi

Di Cinzia Colella

‘Nei cosmi che i tuoi occhi di pittore indagano, il cosmo pittorico creato dalle tue mani d’artista, è popolato di tempeste. Nelle tue figure vive la tempesta dentro e tutt’intorno’. Queste sono le parole con cui Augusto Daolio (cantante de I Nomadi che condivide la stessa passione per la pittura) definisce Fernando Masi,  il pittore della Ferrari.  “Radici” – in mostra al Grand Hotel Duca d’Este a Bagni di Tivoli dal 16 al 30 ottobre – mette in scena tutta la poetica di Masi espressa nelle sue creazioni. Di ispirazione quasi futurista nel conferire movimento alle sue tele, privilegia le sciabolate di colore intenso e brillante.

Nato in Irpinia e figlio d’arte, si dedica esclusivamente alla sua attitudine creativa solo dopo aver conosciuto anche il mondo del lavoro. E’ la città di Modena ad accoglierlo come artista ed è proprio da qui che inizia la sua carriera. Il dinamismo prorompente dei suoi quadri non passa inosservato a Maranello dove, affascinato dalla Ferrari, immortala la Rossa ed i ‘Grand Prix’ in una mostra antologica nei saloni della ‘Galleria Ferrari’. Grazie al suo impegno e a suo talento, il suo percorso è scandito da continui successi che gli assicurano la partecipazione a mostre di rilievo in tutt’Italia ed all’estero. Firma il manifesto della 47° Fiera Internazionale di Bologna (Campania e Basilicata) e nel 1998 approda in America con una grande esposizione alla New York University. Non tardano ad arrivare neanche i riconoscimenti, tra cui quello di artista di murales conferitogli durante la  Biennale del ‘Muro Dipinto’ di Dozza Imolese (Bologna).

"Criniera" di Fernando Masi

“… I sentimenti umani si collegano a quelli artistici, quando sono a contatto diretto con il con il creato. La mia è un’attività che mi consente di comunicare con il mondo che mi circonda. Con le mie opere trasmetto all’osservatore ciò che ho dentro di me, quello che mi ha lasciato una determinata situazione, immagine o sgomento, il dramma umano.
Mi affascina anche una cucciolata indifesa, lo sguardo di un randagio con i suoi grandi occhi tristi, fino all’immensità del mare, oppure davanti ad una cascata dove trovo la grandezza di Dio!”.

Ed è infatti l’emozione quella che invade gli occhi dello spettatore: l’accordo cromatico deciso e violento è sempre di forte impatto, e rivela immediatamente il sentimento che ha guidato l’impeto creativo. Una pittura sincera autentica senza mediazioni concettuali che ne condizionino la percezione.

Per maggiori info:
www.fernandomasi.it