11 settembre. Io c’ero

Di Stefania Taruffi

Sembra ieri, eppure sono passati dieci anni da quella data, da quel fatidico giorno, la mattina dell’11 settembre 2001, che rievoca scenari apocalittici, dolore e distruzione. Ha rappresentato uno degli attentati più drammatici del nostro secolo, quando diciannove affiliati all’organizzazione terroristica di matrice islamica al-Qāʿida, dirottarono quattro voli civili commerciali. I dirottatori fecero intenzionalmente schiantare due degli aerei sulle torri 1 e 2 del World Trade Center di New York, causando poco dopo il collasso di entrambi i grattacieli e conseguenti gravi danni agli edifici vicini. Il terzo aereo di linea fu fatto schiantare dai dirottatori contro il Pentagono. Il quarto aereo, diretto contro il Campidoglio o la Casa Bianca a Washington, si schiantò in un campo vicino Shanksville, nella Contea di Somerset (Pennsylvania), dopo che i passeggeri e i membri dell’equipaggio ebbero tentato di riprendere il controllo del velivolo.

Gli attacchi terroristici dell’11 settembre causarono poco meno di 3.000 vittime. Nell’attacco alle torri gemelle morirono 2.752 persone.

Un atto terroristico dalle dimensioni catastrofiche e dalle modalità plateali, che ha abbattuto uno dei simboli principali degli Stati Uniti e del mondo occidentale, il World Trade Center. L’attentato lasciò in quel luogo, cumuli immensi di macerie per lungo tempo e poi un grande vuoto, che non è stato colmato per dieci anni, divenendo meta di pellegrinaggio e di commemorazione. Un vuoto che simbolicamente rappresenta anche la desolazione e la tristezza degli abitanti di New York, ma anche di tutti gli Stati Uniti d’America.

Oggi non si celebra solo il World Trade Centre Memorial ,  il Memoriale dell’11 settembre, ma s’inaugura anche Reflecting Absence, il grandioso monumento progettato dall’architetto israeliano Michael Arad e dall’architetto paesaggista Peter Walker. Due grandi vasche e una cascata d’acqua a formare un velo ai piani inferiori. Attraverso il vuoto di due grandi vasche situate dove un tempo sorgevano le due torri, il progetto di Arad evoca il senso di perdita e assenza causate dalla tragedia. I visitatori possono raggiungere lo spazio interrato attraverso un percorso di discesa che li isola dalla luce e dai suoni della città accompagnandoli solo col suono generato dalle cascate d’acqua.

Per ricordare questo giorno vorrei presentare il nuovo libro di Giorgio Radicati che nel 2001 era il Console italiano a New York e quei giorni drammatici li ha vissuti in prima persona. In particolare, quella mattina, era nel traffico per raggiungere la sede del consolato.

A dieci anni da quell’evento che ha sconvolto i rapporti tra Oriente e Occidente, Giorgio Radicati ricorda le difficili responsabilità del suo incarico in quelle ore drammatiche, che dal suo cuore pulsante hanno lacerato e trasformato irrimediabilmente l’America. Il difficile supporto alla comunità italiana, la stretta collaborazione fra le istituzioni, i cittadini e le imprese. Un viaggio nella New York di quei giorni ripercorso attraverso la voce dei suoi protagonisti: il sindaco Rudolph Giuliani, i vigili del fuoco, i connazionali scampati al disastro, i parenti delle vittime.  Il panico, le macerie, le paure, la corsa agli approvvigionamenti, tipici di ogni situazione di alta emergenza.

Tuttavia, ciò che colpisce e che emerge da ogni situazione descritta da Radicati, è ancora una volta il forte spirito nazionalistico, l’energia positiva, la volontà di reagire con forza, per sbaragliare il pericolo, la capacità, tutta anglosassone, di affrontare anche le situazioni più complesse con partecipazione, professionalità, senso di appartenenza, cooperazione. Scrive l’autore: ”All’angoscia da stato d’assedio si contrappone un fervore da ore difficili, un generale rimboccarsi le maniche per superare gli ostacoli. Se si preoccupano di riempire i serbatoi delle macchine, i newyorkesi s’impegnano anche in una straordinaria gara di solidarietà… E’ come se in ogni angolo riecheggiassero le note gravi del God bless America, intonato dal Congresso durante una seduta straordinaria, in un’atmosfera di palpabile emozione”. L’accaduto e questo inno sembrano essere penetrati nelle vene della popolazione spronandone l’orgoglio e lo spirito di rivalsa. Il paese non ne è uscito diviso, ma rafforzato.

Interessante anche il lato umano ed emotivo di questo libro: “Ho l’impressione che questa tragedia abbia sortito l’effetto di rendere più umana la città. Mi accorgo che, diversamente dal solito, le persone si guardano negli occhi; come se vi cercassero calore, simpatia, affetto”.

11 settembre. Io c’ero (Iacobelli Editore, 144 pagine, € 16,50) di Giorgio Radicati, coadiuvato dal giornalista Giuliano Capecelatro, propone una narrazione inedita,  corredata di un cospicuo inserto fotografico e delle prime pagine dei quotidiani locali e internazionali – cui si aggiunge uno spazio di riflessione sui nuovi scenari politici dopo l’attentato alle Torri Gemelle.

Da quella mattina sono passati dieci lunghi anni, due guerre, numerosi attentati, fino alla recentissima uccisione di Osama Bin Laden. Eppure” come ci spiega l’autore, “la portata di quell’evento non smette ancora oggi di sconvolgere le nostre vite”.

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Tempo d’Estate Araba’

di Paolo Cappelli

Se volessimo stilare una classifica degli eventi più significativi di questo inizio di secolo, potremmo sicuramente mettere la Primavera araba sul podio e non solo per i mutamenti che ogni paese ha visto e vedrà nell’immediato futuro. Essa è strategicamente importante, forse anche più dell’11 settembre o della crisi finanziaria iniziata nel 2008. Si tratta della terza ondata di democratizzazione radicale, dopo quella dell’America Latina degli anni ’80 e dell’Europa orientale degli anni ’90, ma è di natura più complessa quindi più difficile da decifrare. Coinvolge tre continenti (Africa, Europa e Asia occidentale/Medio Oriente) ed è un fenomeno molto più esteso di quanto si pensi, dal momento che riceve l’attenzione di paesi anche extraregionali, come la Cina. Inoltre, pone le fondamentali questioni della stabilità e della democrazia in quanto realtà che interagiscono, in particolare se si considerano le aspirazioni islamiste nella regione. Infine, si lega direttamente al conflitto israelo-palestinese, elemento che contribuisce all’instabilità dei rapporti tra il mondo occidentale e quello arabo.

Le questioni ancora aperte riguardano il come riuscire a sostenere le legittime richieste dei popoli volte a conquistare una maggiore apertura delle proprie società e dei propri sistemi politici, ma anche quale sia il ruolo delle organizzazioni regionali nella gestione dei diversi attori coinvolti, nonché il peso delle potenze regionali come l’Unione Africana, la Lega Araba, gli Stati Uniti e l’Unione Europea. Le prime due hanno assunto posizioni anche molto diverse in merito a quanto sta accadendo in Libia e in Siria, ma l’idea che sembra prevalere in queste ore riguarda essenzialmente l’attenzione rivolta ai paesi del Maghreb e del più vicino oriente dalla comunità internazionale.

Le Nazioni Unite, dal canto loro, sembrano aver speso gran parte del proprio tempo a discutere di Israele e Palestina (anche se va riconosciuta l’importanza della questione) e troppo poco delle fondamentali questioni sollevate a seguito delle mancate riforme politiche ed economiche nella regione. Anzi, è stato proprio il Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP) a predire, attraverso i propri rapporti tra il 2001 e il 2005, che l’assenza di riforme nei settori citati avrebbe potuto scatenare proteste, anche violente, contro i regimi in carica. Recentemente, tuttavia, le prese di posizione del Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-moon hanno sgombrato il campo dalle ombre relative all’immobilismo del palazzo di vetro. Alle significative dichiarazioni sono seguiti atti concreti volti alla protezione dei civili: l’Assemblea Generale e il Consiglio per i Diritti Umani hanno immediatamente sospeso la Libia e chiuso la porta all’accettazione della candidatura della Siria quale membro del secondo organismo. Non solo, il Dipartimento Affari Politici e l’UNDP hanno offerto la propria esperienza a paesi come Tunisia ed Egitto ai fini della stesura di una (nuova) costituzione, o in caso di organizzazione di nuove elezioni. Inaspettato, in questo senso, è stato il consolidarsi dei membri del Consiglio di Sicurezza, alcuni tradizionalmente con posture anche molto diverse, attorno alla necessità di intervenire. Quando fu redatta la risoluzione 1970, le indecisioni sul se il Consiglio di Sicurezza dovesse o meno pronunciarsi furono spazzate via dalla defezione della prima ora dell’allora Ambasciatore libico all’ONU, il quale paragonò Gheddafi a due sanguinari dittatori del calibro di Hitler e Pol Pot. Successivamente, furono la violenza del linguaggio adottato dallo stesso Gheddafi nel riferirsi al proprio popolo, nonché l’appello della Lega Araba, che spinsero il Consiglio (in particolare i membri africani) ad adottare la risoluzione 1973.

Cosa impedisce, oggi, di intraprendere le stesse azioni contro regimi come quello siriano e yemenita, che si sono dimostrati altrettanto, se non più, sanguinari nel reprimere le richieste di democrazia dei propri popoli? Ci sono due considerazioni da fare a questo riguardo ed entrambe hanno la cautela come ragione di fondo. In primo luogo, a parte incidenti minori (e qui “minore” va inteso in senso quantitativo e non qualitativo), la NATO è stata particolarmente cauta nel tentare di evitare vittime tra i civili, riuscendo finora nell’intento, in termini generali; non si vuole vanificare questo risultato accrescendo la portata dell’intervento e aumentando l’impegno. In secondo luogo, un intervento di questo tipo, replicato in Siria e Yemen, è facilmente strumentalizzabile e pubblicizzabile dai detrattori come uno scontro di civiltà tra il mondo occidentale ricco e tecnologicamente dotato, che tenta di annientare un mondo arabo pronto a invocare in ogni istante la questione religiosa. Una terza considerazione riguarda il consenso interno al Consiglio di Sicurezza. Cina e Russia hanno già fatto sapere di essere pronte a votare una risoluzione di condanna, ma anche a porre il veto su qualsiasi provvedimento che preveda un intervento diretto della comunità internazionale. I motivi di tale atteggiamento si riferiscono, fondamentalmente, ai grandi interessi strategici che i due macropaesi hanno nella regione.
La transizione da una Primavera a un’Estate araba ha più un significato catartico, che politico. Riguarda una trasformazione che vedrà cadere teste importanti, come furono quelle di Pinochet e poi di Tito e Milosevic.

Nonostante le difficoltà che sembrano bloccare gli ingranaggi esistono motivi per essere ottimisti, principalmente per la determinazione che i diversi popoli stanno mostrando nel voler conquistare la propria democrazia. Ci saranno momenti di caos, ci vorrà forse una generazione, ma l’Estate arriverà. La primavera ha già visto la scomparsa di Osama Bin Laden e, grazie alla volontà non violenta dei dimostranti (che hanno imbracciato le armi solo quando è stato imperativo difendersi),  l’affossamento della sua retorica terroristica. Questo non significa che il terrorismo sia destinato all’estinzione, ma sicuramente è già un fatto che non se ne condividano i metodi.
Gli Stati Uniti, dal canto loro, hanno capito che è giunto il momento di fare un passo indietro: la spesa militare non è più sostenibile (e ancor meno lo è aprendo nuovi teatri d’intervento), il sostegno dell’opinione pubblica interna nei confronti delle opzioni militari vacilla e non è auspicabile intervenire contro un ulteriore paese islamico. La parte del leone, ora, possono giocarla le Nazioni Unite, ma la positiva risoluzione delle questioni ancora aperte richiederà la capacità di chiudere quattro partite: in primis, quella in Libia, dove la rapida risoluzione della transizione gioca un ruolo chiave, anche in termini della violenza che sarà necessaria a conseguirla. Maggiore rapidità significa contenere il grado di divisione esistente tra la popolazione. Il secondo campo da gioco è quello egiziano. Una rivoluzione sostenibile ed efficace nel paese avrà un forte impatto ben al di là dei confini nazionali, ma l’individuazione dei giusti meccanismi è tutt’altro che semplice.

L’Unione Europea fu lungimirante nel sostenere la democratizzazione dei paesi balcanici, offrendo loro la prospettiva di un allargamento che oggi vede gli stessi paesi quali membri. Non è questa l’opportunità che è possibile offrire ai paesi arabi, ma l’accesso ai mercati, al credito e al sostegno economico sono forse sufficienti a stimolarne l’interesse. Il terzo processo da portare a conclusione è quello del processo di pace israelo-palestinese. La richiesta dei palestinesi di un riconoscimento quale Stato non può essere separata dalla Primavera araba e un eventuale stallo porterebbe l’ingranaggio avviato nell’intera regione a rallentare, fino anche ad incepparsi. Eventuali progressi, particolarmente grazie a un maggior coinvolgimento delle Nazioni Unite, porterebbero a consolidare i progressi registrati fino a questo momento. L’ultimo settore d’intervento riguarda l’Iran, paese che si è attribuito il merito di aver avviato la Primavera araba, come se il suo presidente non fosse un primatista della repressione di qualsiasi opposizione, o come se il suo arsenale nucleare suppostamente dissimulato e il sostegno offerto alle organizzazioni terroristiche non potessero costituire un ostacolo, se non addirittura un pericolo, per l’intero processo regionale di democratizzazione.
Resta ora da vedere come i diversi attori internazionali, le Nazioni Unite su tutti, sapranno affrontare le significative sfide poste da questa nuova, calda, estate araba.




Al-Zawahiri, nuovo capo di al Qaida

Sarebbe Ayman al-Zawahiri il nuovo capo di al Qaida, che avrebbe acquisito il comando del gruppo terroristico dopo la morte di Osama bin Laden, avvenuta lo scorso 2 maggio in Pakistan. Così ora è il medico egiziano cinquantanovenne l’uomo più ricercato al mondo, sulla sua testa una taglia di 25 milioni di dollari, messa dal Dipartimento di Stato americano.

Classe ’51, Al-Zawahiri nasce a Maadi, vicino a il Cairo. Una famiglia borghese la sua, anche suo padre era un medico e suo nonno un teologo. Divenne membro dei Fratelli musulmani all’età di  15 anni. Finì in carcere per tre anni nel 1981 perché partecipò all’omicidio del presidente egiziano Sadat. Visse in Arabia Saudita, negli Stati Uniti fino a stabilirsi a metà degli anni ’80 in Pakistan. Fu qui che Zawahiri incontrò Osama Bin Laden, lui diventerà suo medico personale e braccio destro. E’ accusato di essere stato una delle menti degli attentati dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelle e al Pentagono.

Al Quaida e il suo nuovo leader hanno recentemente rinnovato l’alleanza con il Mullah Omar, capo supremo dei talebani, e oggi sui siti islamisti, compare la promessa che la guerra santa contro Stati Uniti e Israele continuerà.




Hitchens contro Chomsky

di Paolo Cappellichomsky

Osama bin Laden era l’uomo che avrebbe ispirato, ideato e guidato l’attentato dell’11 settembre contro gli Stati Uniti e che comportò la morte di più di tremila persone. Una strage pianificata a tavolino, in cui le menti prima e gli attentatori poi erano perfettamente consci degli eventi e delle loro conseguenze. Nove anni e 8 mesi dopo, un nutrito commando di incursori della marina statunitense assalta un condominio in una piccola città del Pakistan e uccide quest’uomo, salvo poi recuperarne il cadavere e farlo sparire in mare. Un’operazione militare in piena regola, peraltro perfettamente riuscita, dal momento che, per stessa ammissione del responsabile che l’ha autorizzata, cioè niente meno che il Presidente degli Stati Uniti, la missione era quella di uccidere e non catturare vivo Bin Laden. Sebbene il mondo abbia tirato un sospiro di sollievo dopo il duro discorso del Presidente che annunciava la morte del nemico globale (almeno nella classifica a stelle e strisce) non vanno dimenticate le modalità dell’azione militare, né la sua genesi: un’uccisione pianificata a tavolino, in cui le menti prima e gli esecutori poi erano perfettamente consci degli eventi e del risultato da conseguire. Praticamente un dejà vu.

Due forme di omicidio, dunque? Una di matrice terroristico-stragista e l’altra democratico-giustizialista? Sarebbe troppo semplice ridurre la questione solo a una considerazione di questo tipo.  Ad ogni modo, la discrasia non è sfuggita a Noam Chomsky, professore emerito del MIT, filologo e filosofo americano, da sempre intellettualmente schierato contro quello che considera essere l’imperialismo americano, con i suoi mille tentacoli. In un suo recente post sul web magazine Guernica Chomsky riflette sulle modalità esecutive dell’attività, definendola un “assassinio pianificato” in cui “non c’è stato alcun apparente tentativo di catturare una vittima disarmata”. Non solo, ma aggiunge che “nelle società che professano un qualche rispetto per la legge, i sospettati [di un crimine] vengono catturati e sottoposti a un giusto processo”. Chomsky insiste su un punto, anzi su un termine: sospettati. Secondo il Direttore dell’FBI pro tempore Robert Mueller – egli dice – nel 2002 i risultati dell’indagine preliminare sull’attentato alle Torri gemelle portarono a credere che il piano fosse stato ideato in Afghanistan, né esistono riscontri della supposta confessione di Bin Laden. Anzi, Chomsky la paragona a una qualsiasi dichiarazione che potrebbe essere vera, come dire di aver vinto una maratona, ma che non è possibile verificare. Ancora secondo il professore, la decisione di non informare le autorità pachistane, sconfinando con propri soldati armati nel territorio di un paese sovrano, si rivelerà preso un boomerang per l’America, che così facendo avrebbe contribuito a gettare benzina sul fuoco dell’odio antiamericano. Ironico, poi, il commento sul nome in codice dell’operazione (Geronimo): “la mentalità imperiale è così profonda in tutta la società occidentale che nessuno ha colto la glorificazione che si fa di Bin Laden nel momento in cui lo si identifica con la resistenza coraggiosa contro un invasore genocida. È come se dessimo alle nostre armi assassine i nomi delle vittime dei nostri crimini: Apache, Tomahawk… E’ come se la Luftwaffe avesse chiamato i propri caccia ‘Ebreo’ o ‘Zingaro’ “.

Il commento di Chomsky è perfettamente coerente con l’atteggiamento tenuto fino a questo momento nei confronti di tutte le recenti iniziative di politica estera statunitense, segnatamente i bombardamenti in Libia, il conflitto israelo-palestinese, le relazioni con Cuba, il ruolo dell’Iran e altri. E non si può dire che non abbia suscitato, come spesso accade, reazioni anche veementi da parte di altri intellettuali. Un esempio è quello che Christofer Hitchens ha scritto recentemente in risposta alle opinioni del prolifico filologo. Senza andare troppo per il sottile, Hitchens bolla come “stupide e ignoranti” le parole di Chomsky, frutto di un’analisi “in contraddizione con quelle di coloro che ritengono l’11 settembre una montatura”. Nelle parole del giornalista, il pezzo del quale è intitolato “Le follie di Chomsky”, la summa di quanto appreso da quello che definisce “il guru della sinistra” nell’ultimo decennio sarebbe semplicemente che “non siamo in grado di dire chi ha organizzato gli attacchi dell’11 settembre”, che “un tentativo di rapire o uccidere un ex-presidente degli Stati Uniti (e forse, per estensione, l’attuale) sarebbe giuridicamente giustificato come nel caso dell’azione di Abbottabbad” e che “l’America è un’incarnazione del Terzo Reich che non si preoccupa neanche di nascondere i suoi metodi e le sue aspirazioni genocide”. Quando si dice la compostezza delle parole… Hitchens, inoltre, accusa Chomsky di usare spesso l’espressione “per attenersi ai fatti”, ma gli rimprovera di non essere il depositario di alcuna informazione privilegiata.

La questione dell’Afghanistan non gira unicamente intorno al terrorismo di Osama o ai suoi convincimenti religiosi, quanto piuttosto al tentativo degli Stati Uniti durato sessant’anni di appropriarsi delle riserve di petrolio e gas dell’Asia centrale. George Bush senior si assicurò un pozzo cospicuo nel Golfo Persico, garantendo la protezione o il controllo a distanza di paesi come il Kuwait, l’Iraq, l’Iran, gli Emirati e altri. Ancor più ricchi sono il paniere energetico del Mar Caspio, i giacimenti di uranio dell’Uzbekistan e le risorse di tutti gli altri paesi dell’ex Unione Sovietica il cui nome finisce in “-istan”. Da diversi decenni, a partire dalla guerra del Vietnam, è in atto un tentativo di circondare quella parte del mondo. Ma come già scritto in precedenza, l’eliminazione di Bin Laden non comporterà necessariamente la fine della guerra al terrore, come la cattura di Riina in Italia non significò la fine della mafia. Ma per le grandi potenze occidentali è sicuramente più facile personificare il male e darne una rappresentazione chiaramente identificabile che dichiarare apertamente i propri intenti: Saddam Hussein era l’uomo delle armi chimiche che avrebbero potuto annientare il mondo, Fidel Castro l’anima errante del comunismo spietato e l’elenco potrebbe continuare. A un certo punto, pare, i Talebani iniziarono ad alzare la testa, a mettere i bastoni tra le ruote a un governo occidentale desideroso di stendere un oleodotto tra l’Afghanistan, il Pakistan e l’Oceano Indiano e allora si dovette fare qualcosa. E in quel momento il numero 1 nella lista nera era proprio Osama Bin Laden.




Osama Bin Laden per gli americani e Twitter si trova all’inferno

hell bin laden

Così il presidente americano Obama avrebbe infine deciso di non pubblicare le foto di Osama Bin Laden morto, stando a quanto dichiarato da lui stesso durante un’intervista. Il motivo addotto sarebbe il timore di inevitabili violenze e disordini legati all’atrocità delle stesse foto: per via della ferita aperta sulla testa in seguito al colpo mortale che ha ucciso lo sceicco arabo. L’operazione condotta in Pakistan in modo unilaterale, con elicotteri non rintracciabili dai radar e la mancata pubblicazione di prove che ne testimonino al mondo la veridicità non fa che aumentare tesi complottiste e suscitare polemiche soprattutto per l’epilogo: il corpo di Bin Laden che viene lasciato cadere nel Mar Arabico, sparendo nel fondo dell’abisso. Dello sceicco nella realtà dunque non si sa nulla di concreto, ciò che riguarda Bin Laden lo apprendiamo tramite le fonti governative americane e fin quando non saranno mostrate le prove di ciò che è stato affermato i dubbi sull’operazione non cesseranno.

Secondo un sondaggio condotto dalla CNN poi, il 61% degli intervistati è pienamente convinto di sapere dove si trovi Osama Bin Laden: alloggia tra le fiamme dell’Inferno. Il 10% non crede si trovi proprio all’Inferno, magari nei pressi e il 5% appena dichiara di non credere all’esistenza del regno luciferino. Il 24% non sa, non risponde.

Stando sempre ai dati forniti dalla CNN, la maggior parte degli intervistati che ha sostenuto di credere a Bin Laden all’Inferno appartiene all’area politica dei “conservatori”. Inoltre sono stati maggiormente uomini, con un basso profilo d’istruzione e provenienti in larga parte dal Sud e dal Nordest del paese. Molte le polemiche suscitate dal risultato del sondaggio della CNN, altrettanti gli indignati che hanno tenuto a dissociarsi, ribadendo posizioni più laiche e razionali.

A fugare poi ogni dubbio ci ha pensato Twitter che pare confermare evidentemente dove si trovi attualmente il capo di al Quaeda. L’Inferno ad ogni modo sarà wi-fi free.




L’hard disk di Osama

di Dario Ripamonti

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Indagini sul computer di Osama Bin Laden, si cerca di scoprire chi fosse la sua pornostar preferita.
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Bin Laden sepolto in mare: tensioni con mondo islamico

di Valentino Salvatore

bin laden

Da quando il presidente americano Barack Obama ha dato l’annuncio della morte di Osama Bin Laden, sono molti quelli che si attendono le prove che dimostrino la morte effettiva dello sceicco saudita. L’operazione è stata condotta dalle squadre dei famigerati Navy Seals, in tutto un’ottantina di uomini ben armati e addestrati, che hanno fatto irruzione nel quartier generale del terrorista più ricercato al mondo ad Abbottabad, ad una settantina di chilometri dalla capitale pachistana Islamabad. Calati con quattro elicotteri, lo hanno infine ucciso. Sarebbe stata l’analisi del DNA a confermarne la morte. Intorno all’operazione, dal nome in codice ‘Geronimo’, trapela ben poco per ora.

Obama, nel dare l’annuncio davanti alle telecamere, ha assicurato che la sua non è una guerra “contro l’islam”, ma contro il terrorismo internazionale che usa come giustificazione la religione. Nonostante la premessa, un elemento rischia di incrinare la faticosa via della riconciliazione col mondo arabo e musulmano. Un particolare che potrebbe apparire trascurabile dal punto di vista occidentale, ma che già fa emergere la suscettibilità di quella cultura che sembra così distante e tradizionalista. Tutto ruota intorno al corpo di Osama Bin Laden. Quel corpo a lungo cercato, per anni braccato, visibile in maniera fugace solo nei filmati mentre promette vendetta e inneggia al terrore. Una volta ucciso, la salma dello sceicco sarebbe stata caricata in segreto su una portaerei statunitense. Quindi, rispettando il rituale funebre islamico con la recitazione di alcuni passi del Corano, sarebbe stato gettato in mare avvolto in un sudario e appesantito, per sparire sul fondo. In un punto imprecisato nel nord del Mare Arabico, per impedire che venisse recuperato e che diventasse magari oggetto di un vero e proprio culto. Il pericolo, fanno sapere fonti Usa, è che un’eventuale tomba sarebbe diventata meta di pellegrinaggi e luogo fortemente simbolico, quasi sacrale, per gli integralisti islamici di mezzo mondo. D’altra parte, nessun paese della zona voleva prendersi la responsabilità di ospitare il luogo di seppellimento di Osama Bin Laden. Nè il Pakistan, nè l’Arabia Saudita, paese d’origine della sua famiglia.

Secondo i precetti islamici, il corpo di un fedele deve essere inumato entro poche ore dal decesso, al massimo una giornata. La salma va lavata completamente un numero dispari di volte, come pratica di purificazione simile a quella che precede la preghiera. Il lavacro deve essere svolto da musulmani, possibilmente parenti. Quindi il corpo deve essere avvolto in un numero dispari (tre per gli uomini) di sudari bianchi. Segue la preghiera del salat al-janaza, che anticipa la traslazione verso il luogo di sepoltura. Cosa molto importante: il seppellimento non permette riesumazioni e nemmeno l’utilizzo della bara; non è neanche ammessa la cremazione. Il corpo va quindi inumato nella nuda terra, coricato sul fianco e con la testa in direzione de La Mecca.

 

Diversi esponenti islamici di tutto il mondo criticano la scelta degli Usa di liberarsi del corpo di Osama Bin Laden in maniera giudicata così poco rispettosa della dottrina. Ad esempio, la prestigiosa università egiziana di Al-Azhar, centro dell’islam sunnita, fa sapere che questo atto è da considerarsi contrario ai precetti islamici e che la salma di Bin Laden andava seppellita in terra. Opinione condivisa da altri dotti islamici ed ulema, come gli esponenti della grande moschea di Parigi e il presidente della sezione italiana della Lega musulmana mondiale Mario Scialoja, i quali snocciolano le modalità precise per il corretto funerale dei musulmani. Anche l’imam della moschea di Napoli, Yasin Gentile, si è detto dello stesso parere, sostenendo che la sepoltura in mare è ammessa solo “quando ci si trova su una nave” e “servirebbe troppo tempo” per portare il cadavere sulla terraferma. Come è chiaro, non è affatto il caso dello sceicco saudita. Ma John Brennan, consigliere per la sicurezza interna del presidente Obama, ha ribadito che l’esercito Usa dispone di persone “che hanno potuto assicurare” un funerale islamicamente corretto persino al terrorista. La sepoltura in mare sarebbe stata quindi “in quel momento” la cosa “più appropriata”, ha aggiunto Brennan. Nonostante le precisazioni dell’establishment statunitense, tali giustificazioni possono apparire irritanti non solo per gli estremisti islamici, i quali avranno buon gioco ad accusare di ‘blasfemia’ l’Occidente, ma anche un buon numero di sinceri fedeli, anche moderati.

 

Paradossalmente, il rischio che le modalità dell’operazione facciano apparire Bin Laden un martire aumenta con l’emergere dei particolari, come quello che il capo di al Qaeda sarebbe stato freddato mentre era disarmato. Anche se nelle ultime ore la Cia si è affrettata a specificare che è stata opposta resistenza all’arresto e questo avrebbe reso inevitabile l’uccisione. Il frettoloso scaricamento del suo corpo in mare, voluto per farlo sparire al più presto, potrebbe dunque rivelarsi un boomerang. Come l’altro particolare che ha suscitato clamore nelle ore successive all’operazione, la conferma che ad incastrare Bin Laden siano state le dichiarazioni estorte al prigioniero Khalid Sheikh Mohammed, una delle menti dell’11 settembre, utilizzando il waterboarding (o annegamento simulato) una delle tecniche più dure utilizzate negli interrogatori contro i presunti terroristi, considerata a tutti gli effetti una efferata forma di tortura, condannata di recente in una campagna da Amnesty International. Lo stesso Cameron ha espresso disapprovazione e ha definito la pratica ingiustificabile.

Nel frattempo tutto il mondo aspetta la diffusione di foto che testimonino inconfutabilmente la morte di Bin Laden. Il capo della Cia, Leon Panetta, durante un’intervista rilasciata alla Nbc, ha dichiarato che le foto non sono state ancora diffuse perché “atroci”, ma sebbene non sia stata ancora presa una decisione sull’opportunità di mostrarle esisterebbe la volontà di renderne pubblica almeno una al fine di mettere a tacere ogni dubbio sulla veridicità dell’operazione.




Morte Osama Bin Laden: cosa cambia nella lotta al terrorismo?

di Paolo Cappellitime

Iniziamo dai fatti: Barack Obama, il Presidente della nazione che ha dato il via e guida dal 2001 la guerra contro il terrorismo appare in televisione per annunciare la riuscita di un blitz militare nella città di Abbottabad, a soli 75 chilometri dalla capitale Islamabad e che aveva un unico intento, ovvero uccidere (e non catturare vivo) lo sceicco del terrore. Un’emittente pachistana diffonde una foto di quello che sarebbe stato il volto del cadavere di Bin Laden, in cui si può osservare il volto tumefatto e sfigurato del capo di Al Qaeda. Poco dopo, la stessa emittente rivela che la foto di cui è entrata in possesso non è stata verificata e infatti sembrerebbe essere un clamoroso falso, una mal riuscita elaborazione grafica di precedenti foto circolate nel 2006, non tutte del terrorista. Sarebbero stati prelevati campioni di DNA dal corpo in questione, del quale la Casa Bianca non ha pubblicato alcuna foto. Il cadavere, secondo fonti americane che dalla stampa non è possibile identificare, sarebbe stato già sepolto in mare con rito islamico. Negli Stati Uniti la notizia è stata accolta molto bene e ha portato una considerevole quantità di americani in strada per festeggiamenti con bandiere a stelle e strisce e ubriacature varie. Qualcuno ha rimproverato a questo popolo un sentimento di vendetta e mi piace citare un giornalista sulla BBC, che in un servizio di ieri affermava: “Se non c’è la possibilità che il giudizio sia emesso da un tribunale al di sopra delle parti o se il giudice non ha la forza di emettere una sentenza, ovvero se lo stesso giudice è vicino agli assassini, rimane l’ultima possibilità: farsi giustizia da soli. Condannare la vendetta è giusto, ma solo se questa è ingiustificata o sproporzionata rispetto al male fatto. Nel caso della morte di Bin Laden non c’è sicuramente compensazione”.

Già citando gli aspetti pratici della vicenda, i condizionali abbondano. Ora tentiamo un’analisi. La Global War On Terror fu lanciata dagli Stati Uniti nel 2001 nell’ambito dell’Operazione Enduring Freedom. Allo sforzo militare aderì anche l’Italia e i nostri soldati calcano ancora oggi il territorio afghano. L’11 settembre del 2011 segnerà il decimo anno dall’attacco alle torri gemelle e poco dopo sarà lo stesso anniversario dell’inizio delle operazioni. In tutto questo tempo le forze della Coalizione hanno avuto un solo obiettivo, ovvero trovare Bin Laden, e per un solo motivo: tagliare la testa a una rete terroristica mondiale ispirata da sentimenti prevalentemente antiamericani, che finora avrebbe preso dal saudita le indicazioni utili a perpetrare atti terroristici. Ora, anche Forrest Gump capirebbe che prendere Bin Laden vivo rappresenta un obiettivo strategico, dal momento che rappresenta il cervello in grado di ideare, gestire e organizzare quanto è accaduto e accade. E’ pur vero, come più volte si è letto nelle analisi geopolitiche, che la responsabilità di concepire eventuali attacchi , di organizzarli e di portarli a termine viene affidata da sempre anche a cellule locali, che possono agire in autonomia e contare su indicazioni e istruzioni trasmesse a livello planetario attraverso una fitta rete di contatti e di siti promotori del fondamentalismo islamico via internet. Le conoscenze per costruire una bomba sono, oggi, assolutamente a portata di mano, come dimostrano non solo i casi di Unabomber in passato, ma anche i più recenti atti criminali ad opera di cellule pseudo terroristiche nostrane ispirate all’anarchismo combattente.

E quindi, in spregio a qualsiasi logica o strategia militare, una volta localizzato il capo di questa rete capillare, che teoricamente ha molto da raccontare, si organizza una missione il cui scopo era di “uccidere e non catturare” (sono parole di Obama), cioè non si pensa di prendere e sfruttare una fonte potenzialmente ricca d’informazioni riguardo a strutture, interazioni, geografie e collegamenti. Potrebbe essere una scelta militare, d’accordo e sulle implicazioni ci soffermeremo tra poco. Tutta l’operazione, quindi, mira a uccidere il capo dei terroristi per poi trasportarne la salma in mare aperto e organizzare una sepoltura in mare “secondo il rito islamico”, ma non senza prelevare un campione di DNA da confrontare con quello già in possesso degli americani. Lo stesso Obama ha confermato la morte al mondo dopo che due funzionari dell’Amministrazione gli avevano confermato che la compatibilità tra i campioni era del 99.9%, salvo omettere di dire dove e come fosse stato condotto il test. Ricapitoliamo: morte confermata, niente corpo e niente immagini del cadavere (l’unica che c’era, era un falso riconosciuto), niente interrogatori (i morti non parlano).

Alcuni sospetti terroristi sono già in custodia cautelare sotto numerose giurisdizioni, comprese quelle degli Stati Uniti. A nessuno di loro, al momento, è stato concesso lo status di prigionieri di guerra da parte delle autorità incaricate dell’applicazione della legge, status che peraltro è abbastanza difficile da conseguire, dovendo l’interessato essere un membro di un milizia volontaria, compresi i movimenti di resistenza organizzata e rispondere ai seguenti requisiti:

– essere comandato da una persona responsabile dei propri subordinati;
– avere o indossare un segno distintivo fisso e riconoscibile a distanza (ad esempio un’uniforme);
– imbracciare apertamente le armi;
– condurre le proprie operazioni in conformità alle consuetudini di guerra.

Un sospetto terrorista di al Qaeda soddisferebbe, seppure, solo il primo di questi. Inoltre, l’articolo 5 della terza Convenzione di Ginevra contempla, in un teatro di operazioni, la possibilità di assegnare lo status di prigioniero di guerra “fino al momento in cui lo status venga determinato da un tribunale competente”. E’ il caso, ad esempio, delle operazioni militari in Afghanistan, in cui al momento della cattura, lo status del singolo individuo può non essere immediatamente rilevabile. Tuttavia, assegnare erroneamente lo status di prigioniero di guerra potrebbe portare a situazioni a dir poco bizzarre. In particolare, ogni prigioniero di guerra che fosse un ministro di culto avrebbe diritto a svolgere liberamente la propria funzione. All’atto della cattura, quindi, basterebbe dichiararsi imam. Inoltre, un prigioniero di guerra è obbligato solo a fornire il suo cognome, nome, grado, data di nascita, unità di appartenenza e numero di matricola (o informazioni equivalenti) e non può essere forzato a rivelare altre informazioni. Il discorso in realtà è più ampio, ma quanto detto basta a inquadrare la questione.

Come se non bastasse e anche se non volessimo considerare tutte gli aspetti giuridici legati al diritto internazionale, rimane sempre la possibilità, o la necessità, da parte degli Stati Uniti di dover consegnare il terrorista catturato a un tribunale penale internazionale che, in caso di un attentato come quello dell’11 settembre, potrebbe incriminare i perpetratori o gli ideatori per genocidio. La giurisdizione diverrebbe quindi sovranazionale.

Non si vuole qui affermare che gli Stati Uniti vogliano far passare da morto un terrorista vivo, per poterne fare quello che vogliono. E’ certo, però, che le molte domande poste finora non trovano nessuna risposta logica. E veniamo alla domanda forse più cogente: e adesso? Vale a dire, cosa cambia nella guerra al terrorismo? Ci ritiriamo dall’Afghanistan?

L’Unione Europea, per bocca della portavoce Pia Ahrenkilde, ha già fatto sapere che non aumenterà la sicurezza presso le proprie istituzioni anche se ritiene che “la minaccia del terrorismo è diminuita a seguito della morte di Osama bin Laden”. Diverse nazioni occidentali, inclusi gli Stati Uniti e la Germania, hanno sottolineato la possibilità che l’organizzazione terroristica attui delle ritorsioni. L’inviato dell’Unione europea in Afghanistan, Vygaudas Usackas, ha detto che la morte dello sceicco potrebbe anche avere effetti diretti sullo sforzo bellico in Afghanistan, che fu avviato in proprio in risposta all’azione di al-Qaeda.

Il presidente del Parlamento europeo, tuttavia, si è unito all’opinione di molti leader occidentali, tra cui il Segretario di Stato americano Hillary Clinton, secondo cui , “nonostante il mondo possa oggi sentirsi più sicuro, la lotta contro il terrorismo è ben lungi dall’essere finita”. Ciò è ancor più vero se si considera il fatto che le guerre in Afghanistan e in Iraq, o la guerra diplomatica  con l’Iran, hanno un unico scopo: cambiare il volto geopolitico di una regione instabile e non certo esportare la democrazia.




Un fake la foto di Bin Laden morto

fake bin laden

La foto di Osama bin Laden morto, diffusa prima dalle televisioni pachistane e poi ripresa dai media di tutto il mondo si tratta di un fake, un fotomontaggio scoperto grazie alla rete. È un’immagine ripresa dal sito “unconfirmedsources”. Il nome del file è 20060923-torturedosama.jpg e risalirebbe al 23 settembre 2006.

(Fonte: peacereporter.net)




Ecclesiaste

di Dario Ripamontimorte bin laden

Morte di Bin Laden, il Vaticano ammonisce: «Di fronte alla morte di un uomo un cristiano non si rallegra mai».
Devono passare almeno sei anni.