Europunk a Roma: 35 anni di cultura visiva punk in una mostra

Di Valentino Salvatore


Chissà cosa ne avrebbe pensato Sid Vicious: il punk celebrato in un museo. Si apre infatti proprio a Roma, nella cornice rinascimentale di Villa Medici a Trinità dei Monti, l’esposizione Europunk. La cultura visiva punk in Europa (1976-1980).E’ la prima grande mostra di carattere internazionale, che illustra la produzione alternativa degli anni Settanta proveniente soprattutto daRegno Unito, Francia, Germania, Italia, Svizzera, Olanda. Che quindi non si ferma solo alla culla mediatica del punk, ma ne indaga le sue evoluzioni e le relative contaminazioni. Una raccolta con più di 550 oggetti, diversi dei quali inediti e rarissimi. Vestiti, poster,volantini, fanzine, disegni, collages, fumetti, copertine di dischi, filmati da collezioni sia private che pubbliche. Materiale raccolto da tutto il mondo per la gioia dei nostalgici non più giovani, ma anche dalle nuove leve che volessero riscoprire le radici del punk. Dal 21 gennaio fino al 20 marzo la sontuosa Accademia di Francia ospiterà una retrospettiva dedicata a quel movimento culturale nato ormai quasi quarant’anni fa e che rivoluzionò non solo la musica, ma l’espressione artistica e il costume in generale. Si comincia con la comparsata in tv dei Sex Pistols che suonano il loro cavallo di battaglia Anarchy in the UK durante la trasmissione So it goes di Anthony Wilson, in onda su Granada Television il 28 agosto del 1976. E si finisce con la prima apparizione televisiva dei crepuscolari Joy Division sulla BBC, nel 1979.

Tante le icone della cultura punk esposte, come il famoso volto della regina Elisabetta con occhi e bocca coperti dal nome Sex Pistols e il titolo dell’anthem God Save the Queen, firmato da Jamie Reid. La stessa artista anarchica e situazionista che ha partorito diverse copertine di dischi, volantini e manifesti per la stessa formazione musicale. Non mancano creazioni dello stilista Malcom McLaren, che formò dal nulla la band e fece da manager alla stessa. Senza dimenticare la sua sodale e collega, la stilista Viviane Westwood. Saranno inoltre presentati due progetti site specific di quattro artisti: Stéphane Dafflon, Francis Baudevin, Scott King e Philippe Decrauzat. Ma anche la sorpresa del collettivo francese Bazooka, autore di moltissime copertine di dischi, come quelle di Iggy Pop e Patti Smith. Un team di artisti rimasto anonimo per tanto tempo, composto da Olivia Clavel, Lulu Larsen, Loulou e Kiki Picasso, Bernard Vidal, Jean Rouzaud e Ti-5 Dur, che ha inciso profondamente nella formazione dell’estetica punk. Ma che ha raccolto soprattutto studenti dello stesso atelier della Scuola delle Belle Arti di Parigi. Un gruppo che ha lavorato insieme in modo «molto simile a quello di un gruppo musicale, anche se non ha mai realizzato né un disco né un concerto, serbando la propria energia per la creazione di immagini. Invece di suonare questo gruppo gioca con le immagini, in un quadro di produzione molto simile al fumetto», dichiara Éric de Chassey, curatore della mostra e direttore dell’Accademia Francese, con la collaborazione di Fabrice Stroun del Mamco di Ginevra, dove arriverà l’estate prossima, dall’8 giugno al 18 settembre.


Secondo il curatore «non ci può essere storia del punk che faccia a meno delle immagini». L’icona punk – provocatoria, dissacrante e colorata – crea un immaginario che coinvolge e sconvolge milioni di giovani. Il movimento «non è mai rientrato nel campo dell’arte, pur essendo una cosa diversa dall’industria culturale, si è persino rifiutato di essere arte», afferma de Chassey. Ma il punk ha dimostrato comunque «un’ambizione caratteristica dell’arte più alta, cioè cambiare la vita». La sua specificità è «cambiare il mondo» in senso rivoluzionario. Il punk infatti non può essere capito se ridotto unicamente alla dimensione musicale, trascurandone l’importanza nello scardinare i vecchi schemi dell’arte e nel rinnovare l’immaginario collettivo e il costume. Il tutto all’insegna della provocazione visiva che ha caratterizzato l’estetica del movimento punk. Non mancano i riferimenti politici, spesso contraddittori, come la sigla Bazooka sopra una falce e martello sulle pagine di Libération o la maglietta con lo slogan Only anarchists are pretty, indossata da Glen Matlock e uscita dalla bottega Seditionaries firmata dalla coppia McLaren-Westwood.

A corredare la retrospettiva, un catalogo inedito in tre lingue (italiano, inglese e francese) edito da Drago, che raccoglie centinaia di immagini e fac-simile di fanzine. Accompagnato inoltre da un saggio di Eric de Chassey e due scritti del giornalista Jerry Goossens e un altro di John Savage. Quest’ultumo già autore di England’s Dreaming, testo indispensabile per comprendere la ricchezza e l’influenza del movimento punk nel mondo. Uno spirito anarchico e visionario, quello del punk, che a quanto pare ancora non si è ancora spento e sa esprimere sempre la sua rabbia giovane. Anche se imbrigliato in un museo.




Time, Mark Zuckerberg è l’uomo dell’anno

La rivista Time dedica a Mark Zuckerberg la copertina, proclamandolo Person of the Year 2010

Di Valentino Salvatore

A sorpresa la rivista statunitense Time proclama uomo dell’anno Mark Elliot Zuckerberg, il fondatore di FaceBook, deludendo molti che si aspettavano in copertina il “sovversivo” Julian Assange. Colui che in pochi mesi ha sconvolto il mondo e creato non pochi grattacapi e imbarazzi diplomatici, rendendo pubblici centinaia di migliaia di documenti riservati, una vera e propria icona corsara dell’informazione libera contro i potentati politici ed economici. Ma già si levano critiche per la scelta del Time di ignorare il sondaggio  promosso tra gli internauti proprio dalla prestigiosa testata, che prevedeva di scegliere laPerson of the Year 2010 tra una rosa di 22 candidati.

Assange aveva  infatti conquistato più di 382mila preferenze, sorpassando di quasi 150mila voti il secondo in classifica, il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan. Il creatore del social network più famoso langue in decima posizione, con poco più di 18mila click. L’hanno sorpassato personaggi come la trasgressiva Lady Gaga, i comici Stephen Colbert e Jon Stewart, il conduttore tv Glenn Beck, il presidente degli USA Barack Obama, l’amministratore della Apple Steve Jobs, i minatori cileni rimasti per mesi intrappolati sottoterra e persino il simbolo del “disoccupato americano”. Ironia della sorte, un analogo sondaggio su FaceBook mischia le carte: in prima posizione Lady Gaga, che stavolta batte Assange a colpi di Mi piace: più di 65mila per lei, mentre il fondatore di Wikileaks si ferma sotto i 46mila.

Nonostante ciò la redazione del Time, cui spetta l’ultima parola, ha sceltoil Re Mida dei social network. Nella classifica definitiva del magazine, come runner-up seguono il movimento statunitense conservatore del Tea Party, il presidente afghano Hamid Karzai, quindi Julian Assange e i già citati minatori cileni. Due anni fa aveva vinto Barack Obama, da poco insediato alla Casa Bianca, e nel 2009 il capo della Federal Reserve, Ben Bernanke. A dispetto dei record, il ventiseienne prodigio la cui ascesa ha ispirato anche un film uscito di recente, The Social Network, non è il più giovane Man of the Year. Il primato va a Charles Lindberg, l’aviatore che in solitaria e senza scalo a soli 25 anni riuscì ad attraversare l’Atlantico in aereo, nel lontano 1927. Deve accontentarsi stavolta del secondo posto, a parimerito con la regina Elisabetta, immortalata sulla nota copertina nel 1952.

Zuckerberg si aggiudica quest’anno la prima posizione «per aver connesso più di mezzo miliardo di persone e aver mappato le relazioni sociali tra loro; per aver creato un nuovo sistema per scambiare informazioni», ma soprattutto «per aver cambiato il modo in cui tutti noi viviamo le nostre vite», si legge nel sommario del lungo servizio firmato da Lev Grossman dedicato al papà fi Facebook. Il direttore editoriale del Time, Richard Stengel, esalta Zuckerberg come «architetto della sua generazione». Aveva annunciato in anteprima la scelta durante il programma Today della NBC e si prodiga a motivarla sul suo giornale. «FaceBook è ora il terzo più grande paese del mondo e di certo ha più informazioni sui propri cittadini di quante ne abbiano i governi» e il suo creatore, «uno che ha abbandonato Harvard, ne è il capo di stato in maglietta».

Premiato quindi per aver rivoluzionato i rapporti tra gli individui, traslatati su di una piattaforma virtuale che connette ormai quasi 600 milioni di utenti. Dato che la promozione a furor di popolo di Assange sul sito non può passare inosservata, è d’obbligo il paragone con la mente di Wikileaks. Sono «due facce della stessa medaglia», che esprimono il desiderio di trasparenza, sebbene in modi diametralmente opposti. E forse si capisce il motivo della scelta a favore del ragazzotto del social network rispetto al fascinoso super-ricercato. Assange si lancia all’assalto dei governi e delle istituzioni, togliendo loro potere e credibilità con la diffusione di informazioni top secret. Zuckerberg invece offre ai singoli individui la possibilità di condividere notizie e dati personali, con l’intento di ampliarne il raggio delle relazioni. Mentre il primo vede un mondo pieno di «nemici reali e immaginari», per il secondo ci sono solo «amici potenziali». La privacy è un ferrovecchio per entrambi, ma per l’hacker australiano lo è in quanto diventa copertura per i sotterfugi dei potenti, mentre per il giovane miliardario è un «anacronismo culturale, un ostacolo ad una connessione aperta e più efficace tra le persone».

La palma di uomo dell’anno a Mark Zuckerberg sembra quindi all’insegna del politically correct. Si è scelta la versione più rassicurante dell’uso di internet, rispetto all’inquietante tempesta targata Wikileaks. Hanno pesato probabilmente le pesanti accuse rivolte ad Assange, non solo quelle per spionaggio, ma anche le denunce per reati sessuali in Svezia. Si deve riflettere anche sulle possibili ricadute politiche della scelta del Time: immaginatevi una copertina col beffardo Julian Assange, proprio ora che gli Usa stanno cercando in tutti i modi di incastrarlo. Sebbene escluso – almeno per quest’anno – dalla celebrativa copertina del Time, ad omaggiare Assange ci ha pensato la rivista Rolling Stone, ma al di là delle incoronazioni ufficiali  è  innegabile  che sia entrato a pieno titolo nel pantheon degli eroi anti-sistema che lottano per una informazione libera da gran parte dell’opinione pubblica digitale.

 Intanto FaceBook fattura più di un miliardo di dollari, continua a macinare utenti e si sta trasformando in una vera potenza economica grazie al marketing e alla pubblicità, tutto questo nonostante le velenose polemiche sui trascorsi del suo ideatore, riportate in auge grazie anche al film di David Fincher, e i dubbi sulle violazioni della privacy e sull’uso dei dati dei suoi iscritti.