L’intramontabile moda del ‘coffee break’

di Annalisa Parente

Quanti di voi , almeno una volta nella loro vita, hanno corteggiato un sogno o un progetto davanti ad una tazza di caffè? Quanti di voi, almeno una volta al giorno, non hanno invitato collega, amico, partner (o sperato tale) a prenderne uno? Parliamo del caffè, bevanda ordinaria che non è consumata per dissetare, ma per svegliare la mente, per ‘preparare la bocca’ alla sigaretta,  mantenere la concentrazione e per incontrarsi. In Italia cominciò ad essere consumato  all’inizio del Seicento, poi in Francia fino a diffondersi in tutta Europa attraverso veri e propri centri di degustazione. Ma subito questa bevanda nera e amarognola cominciò ad assurgere a connotativo sociale: insieme al tabacco, contraddistingueva lo status benestante della borghesia europea emergente, soprattutto inglese, olandese e francese dove la bevanda diventava  un antidoto all’ozio e alla pigrizia provocate dall’alcool; in queste nazioni si sviluppò una vera e propria poetica sul  caffè,  destinata a divenire già nel Settecento una intramontabile moda.

Questa moda si avvaleva di un vero e proprio cerimoniale che prevedeva, in ambienti aristocratici, l’utilizzo di  vesti turche indossate per bere il caffè e servizi lussuosi di porcellana con cui esso era servito da un moretto; ma, elemento ancora più importante, era il luogo in cui questa bevanda, considerata una ‘panacea universale’, era consumata: la bottega del caffè o  il Caffè, considerato uno spazio di civiltà, un’isola di sana e raffinata socializzazione da contrapporsi alla turpitudine delle bettole popolari. In realtà, al di fuori dei salotti aristocratici, quasi sempre le botteghe del caffè  esteticamente non si differenziavano di gran lunga dalle taverne ove si consumavano fiumi di birra e vino; tuttavia, ciò che cambiava radicalmente era l’atmosfera sobria e tranquilla in cui questo rito aveva luogo, pregna di disquisizioni politiche, scientifiche, filosofiche  e letterarie. Tant’è che nel Settecento il Caffè inglese era considerato  una terza istituzione settecentesca, insieme al teatro e al salotto; con l’unica e determinante differenza  che nel Caffè poteva entrarci chiunque potesse pagarsi una consumazione. Ma cosa è rimasto dei vecchi  Caffè settecenteschi? Lo stile è cambiato, la componente fortemente erudita ed intellettuale è svanita con l’ andare dei secoli, ma quella magica associazione del caffè con la chiacchiera riesce a sopravvivere vittoriosa. Prendiamo un caffè? E’ la frase- tipo che introduce  un chiarimento,  una conoscenza, una pausa dalla concitata struttura del quotidiano.

E se si ha sempre meno tempo per fermarsi  ed indugiare, davanti ad una tazzina si corre anche il rischio di perdere una mezz’ora della propria giornata sedendo ad un tavolino e lasciandosi andare al vizio della conversazione. Il caffè, oggi come ieri, è un’occasione, un pretesto di socializzazione per quasi tutti :  anche se divide la popolazione nelle sue varie declinazioni di consumo (c’è chi lo beve  amaro, chi zuccherato, chi macchiato, chi corretto, chi lungo, chi all’americana), esso può considerarsi tuttavia uno dei pochi ‘vizi’ democratici che possiamo concederci: veloce, dietetico e soprattutto…economico!      Mi piace pensare che sia anche ‘artistico’ il momento di  siesta che il caffè comunemente rappresenta, in casa o in un qualsiasi bar di sorta: un esempio intramontabile è il dipinto di Pierre Auguste Renoir del 1879 Alla fine della colazione , in cui è rappresentato quel preciso istante che segue il consumo del caffè: due donne elegantemente abbigliate si abbandonano ad un sorriso compiaciuto davanti a due tazze raffinate, mentre l’uomo che le accompagna china su un lato il capo per accendere la sua sigaretta. Com’era  nel metafisico scenario del 1879, così è nella ressa verbale e temporale di oggi: una pausa e un sorriso si ritrovano nel  tintinnìo di una tazza che tocca il fondo del suo piattino.

 




Cento capolavori dello Städel Museum di Francoforte in scena a Roma

di Cinzia Colella

 

“Il fascino dell’Istituto Städel consiste in un’immensa energia concentrata in uno spazio ristretto. Vi è quasi tutto ciò che ha avuto origine dai grandi moti dell’animo dei popoli europei e tutto in opere di prim’ordine”. E’ il 1905 quando il direttore della Hamburger Kunsthalle Alfred Lichtwark fa visita al museo e rimane impressionato dalla bellezza delle opere esposte.

Dal 1 aprile fino al 17 luglio il Palazzo delle Esposizioni di Roma accoglie “100 capolavori dallo Städel Museum di Francoforte. Impressionismo, Espressionismo, Avanguardia”: una ricca selezione del celebre museo di Francoforte – una delle istituzioni culturali più antiche e ricche della Germania – fondato nel 1815 dal mercante e banchiere Johann Friederich Städel e che oggi custodisce più di centomila opere d’arte che documentano l’intero svolgimento dell’arte europea dal Rinascimento ai giorni nostri.

In linea con la vocazione prettamente modernista e contemporanea del Palazzo delle Esposizioni, il percorso storico-artistico messo in scena dal curatore Felix Kramer offre una panoramica che spazia dai Nazareni ai Romantici, dal Realismo all’Impressionismo, dal Simbolismo alle Avanguardie, seguendo una chiave critica che “intende portare il grande pubblico a familiarizzare con una prospettiva geografico-culturale dell’arte europea più ampia, variegata e sorprendente di quella cui ci ha abituato una visione univocamente franco-centrica della storia dell’arte europea tra fine XIX e inizio XX secolo”, dichiara il Presidente di Azienda Speciale Palaexpo, Emmanuele Francesco Maria Emanuele.

Articolata in sette scansioni stilistico–cronologiche distribuite nelle sette gallerie del palazzo espositivo le stanze raccolgono i cento capolavori dei maggiori esponenti della pittura tra XIX e il XX secolo, di casa nella monumentale sede sulla sponda opposta del Meno.

L’apertura del percorso è affidata al celebre ritratto di Goethe nella campagna romana, realizzato nel 1787 da Johann Henrich Wilhelm Tischbein e divenuto presto un’icona – tanto da essere ripreso da Andy Warhol in una serigrafia del 1982 -, simbolo della stagione del Grand Tour che sintetizza tutti gli elementi comuni al Neoclassicismo e al Romanticismo.

Attorno a Tischbein si snoda la sezione dedicata al classicismo europeo di primo Ottocento e a quei pittori, tra cui Pforr, Blechen e Koch, che trovarono in Italia fonte di ispirazione per le loro opere. Si passa quindi alla pittura realista francese della metà del XIX secolo, che vede esposti i paesaggi di Corot e Coubert, i ritratti luminosi di Renoir e la Parigi ricca delle pennellate corpose di Degas, e le suggestioni impressioniste di Monet, di Renoir e di Sisley.

Proseguendo si incontrano quei pittori che dall’impressionismo prendono le mosse, ma che da quella pittura risultano ormai lontani: van Gogh, i Nabis e i simbolisti che aprono il varco alle atmosfere oniriche, a volte stranianti di Bocklin, Moreau, Munch e Redon.

Si arriva all’Espressionismo tedesco, fiore all’occhiello della collezione dello Städel, che vanta capolavori del gruppo Die Brücke, nato a Dresda nel 1905. A Max Beckmann e alla sua potente pittura è dedicata un’intera sezione; la sua produzione, difficilmente riconducibile ad una o un’altra corrente artistica, fu fortemente influenzata dagli eventi storici che segnarono la sua esperienza e racconta  una Germania inedita, attraverso il filtro di una forte sensibilità.

Concludono la mostra i grandi pittori che inaugurano le avanguardie del Novecento: Max Ernst, Paul Klee e Pablo Picasso: un inno alla modernità, che conclude il percorso storico artistico della mostra e suggella la grande testimonianza che lo Stadel Museum dà all’Arte attraverso la sua ricca e multiforme collezione.

“E’ stata una collaborazione veramente straordinaria” ha dichiarato Felix Kraemer. “Le opere del museo non vengono solitamente prestate all’estero ma l’amore e la devozione per l’arte contemporanea ci ha spinto a cogliere questa occasione offerta dall’Italia – ha precisato Max Hollein, direttore dello Städel – Abbiamo ritenuto questa del Palazzo delle Esposizione una grande opportunità. Poter vedere la nostra collezione in un altro luogo è per noi una grande e significativa occasione”.

Per informazioni:

“100 capolavori dallo Städel Museum di Francoforte
Impressionismo, Espressionismo, Avanguardia”

Palazzo delle Esposizioni – Via Nazionale

1 aprile – 17 luglio 2011

Martedì, mercoledì, giovedì: 10.00 – 20.00
Venerdì, sabato: 10.00 – 22.30
Domenica: 10.00 – 20.00.
Lunedì: chiuso (tranne il 25 aprile quando il Palazzo sarà aperto dalle ore 10 alle ore 20).

www.palazzoesposizioni.it