Aria di “Rivoluzione sentimentale”. Intervista alla scrittrice Viola Ardone

“Questa mia generazione vuole nuovi valori/ E ho già sentito Aria di rivoluzione”, così cantava Franco Battiato nei primi anni settanta. Tutti hanno diritto ad una propria rivoluzione, al desiderio di realizzarla, anche Zelda, la bella ricercatrice universitaria di buona famiglia nata dalla penna inquieta di Viola Ardone. Scrittrice napoletana, classe 1974, laureata in lettere moderne, Ardone, una lunga esperienza come redattrice e autrice di testi scolastici, attualmente insegna italiano e latino al liceo scientifico. Dopo quattro anni dal suo esordio letterario con “La ricetta del cuore in subbuglio” (Salani), pubblica il suo secondo romanzo “Una rivoluzione sentimentale” (Salani). Zelda aspira a diventare scrittrice, ma poi finisce invece per diventare insegnante a Scogliano, nella desolata periferia napoletana. Due mondi apparentemente ostili e distanti cominciano a contaminarsi, nell’unico modo possibile, il coraggio di amare e di credere in sé stessi e nel cambiamento che possiamo portare nel mondo. Un desiderio necessario e imprescindibile tanto da divenire addirittura un personaggio, Donnie Tammaro.  Così Zelda che pensava di non aver nulla da insegnare accenderà nei suoi alunni quel desiderio, che li porterà a scegliere la loro piccola “rivoluzione” organizzando lo sciopero contro l’inceneritore che avvelena la loro terra. Prima o poi, se la desideri davvero, la rivoluzione arriva. E tutti hanno diritto ad una Rivoluzione.

Abbiamo rivolto all’autrice alcune domande sul suo ultimo romanzo.

Quando è nata la sua passione per la scrittura e quali sono i suoi autori di riferimento?
“In principio era il verbo”, è scritto. Per me in principio era la parola stampata su carta, quell’oracolo misterioso e indecifrabile che da bambina mi incuriosiva e mi attraeva. Forse perché costituiva un elemento di separazione dal mondo dei grandi, una pellicola, quella della pagina scritta, che catturava la loro attenzione portandola lontano da me, facendo sparire il loro sguardo nell’angolo acuto formato dall’intersezione tra copertina e quarta. Ero gelosa dei libri! Volevo anche io, tutto per me, quello sguardo sognante, avido, commosso, interessato… È così, appena ho iniziato a leggere e a scrivere, ho deciso che avrei affrontato il “nemico” sul suo stesso terreno. Avrei scritto anche io un libro!
Scrissi quattro pagine, con caratteri incerti e tremolanti, disegnai la copertina e ci piazzai il mio nome sopra… È stato il mio “esordio”. Avevo sette anni. Un successo di pubblico e critica: mamma e papà apprezzarono molto lo sforzo!

Nel suo secondo romanzo “Una Rivoluzione Sentimentale” racconta la storia di una ricercatrice universitaria che, suo malgrado, si ritrova a fare l’insegnante di lettere in un liceo di provincia. Come è nata l’ispirazione di scrivere questo libro?
È una storia vera, anche se non la mia. È la storia di tantissimi colleghi che hanno seguito per anni la trafila del precariato universitario, hanno fatto ricerca, hanno tenuto corsi, hanno esaminato gli studenti, corretto tesi ai laureandi, scritto articoli che venivano pubblicati poi a nome dei “Professori” universitari con i quali collaboravano. Poi, dopo anni di lavoro, hanno scoperto che l’università non aveva posto per loro. Hanno scoperto che quello che credevano fosse il loro posto era in realtà il posto di qualcun altro: un parente, un amico, un figlio di un docente universitario, “predestinato” all’insegnamento. E, per fortuna, questi docenti rigettati dall’Università vengono accolti dalla scuola. Per fortuna della scuola, che si arricchisce di insegnanti colti e talentuosi, e per fortuna anche loro, perché insegnare è una professione meravigliosa e la scuola è un luogo magico ed emozionante, dove ogni giorno può accadere una piccola rivoluzione.

Quanto c’è di Viola Ardone nella protagonista Zelda Desiderato?
Il romanzo è ambientato nella scuola e io sono un’insegnante. Avevo bisogno che la protagonista non mi somigliasse per niente e che la scuola descritta fosse diversa da quella dove insegno io. Così mi sono ispirata a un personaggio che amo molto, Zelda Fitzgerald, la bellissima e complicata moglie di Scott Fitzgerald, lo scrittore del Grande Gatsby e di Tenera è la notte. Anche Zelda scriveva. Era una donna seducente e di grande intelligenza, ma allo stesso tempo anche dura e indecifrabile. È così che ho iniziato a fantasticare sul personaggio del mio romanzo… Poi, inevitabilmente, quando si scrive intensamente di qualcuno o qualcosa si finisce per scivolarci dentro. E, dentro Zelda, ci è scivolata anche un po’ di Viola.

“È più difficile imparare a fallire che a vincere. La scuola non deve essere un torneo ma una palestra. È questa la vera Rivoluzione”, può spiegarci cosa intende dire?
La scuola, ultimamente, soffre di ansia da prestazione. Le parole d’ordine sembrano essere diventate: “misurare”, “valutare”, “monitorare”. Schiacciare tutti gli alunni su un di un foglio di carta millimetrata e segnare tacche, mese dopo mese, anno dopo anno, fino ad ottenere un grafico dei risultati ottenuti, delle prestazioni fornite. La scuola vuole insegnare a vincere, a ottenere sempre di più, a saltare più in alto, a totalizzare più punti. Ma chi insegnerà a questi ragazzi a perdere, a fare i conti con i propri limiti, con il fallimento, che inevitabilmente, prima o poi, si insinua nelle nostre vite?

Donnie Tammaro è un compagno invisibile e alunno modello della V Q, che incarna quella voglia di rivoluzione e di cambiamento. Come nasce l’idea di questo personaggio?
Donnie Tammaro è il lusso dell’utopia, che la scuola deve continuare a concedersi. Perché non tutto quello che avviene tra le mura di una classe è quantificabile, relazionabile, descrivibile secondo i criteri della stretta logica. Questo alunno immaginario dal nome improbabile, Donnie Tammaro, un po’ da film americano, un po’ da provincia napoletana, si è intrufolato nella storia con una forza tutta sua e quasi senza chiedere il permesso all’autrice, fino a diventare il simbolo di ogni Rivoluzione, quelle possibili e quelle impossibili, quelle realizzabili e quelle che vivranno solo nel mondo della fantasia.

Riferendosi al sistema educativo, Oscar Wilde ha scritto: “Insegniamo alla gente a ricordare, non le insegniamo mai a crescere”. Qual è la sua opinione sull’attuale condizione dell’istituzione scolastica e sul ruolo che dovrebbe avere oggi un insegnante?
Mi piace immaginare la scuola come un sistema di vasi comunicanti in cui tutti donano e tutti ricevono qualcosa. Imparano gli alunni, imparano gli insegnanti. In questo complicatissimo e delicato sistema, i docenti sono come tubi che portano acqua: c’è chi ne porta di più, chi ne porta di meno. Ma qualcosa passa sempre. Come alunna, credo di aver imparato qualcosa da ogni insegnante che ho avuto, anche da quelli che non mi hanno insegnato niente. Crescere, dice bene Wilde, non significa ricordare, ma essere capaci di apprendere e di sapersi trovare i propri maestri.

di Anna Esposito

Viola Ardone, “Una rivoluzione sentimentale”, pagg. 250, Prezzo 14,90 €, Salani, 2016

 




“Roma che legge” approda a Monteverde per la Giornata Mondiale del libro

Dopo il successo di “Torino che legge” del 2015, questa splendida iniziativa promossa dal Forum del Libro, che nasce con l’obiettivo di diffondere una cultura della lettura, in collaborazione con Biblioteche di Roma, promosso in occasione della Giornata Mondiale del libro e del Diritto d’Autore, istituita dall’UNESCO il 23 aprile, approda anche a Roma. Per l’occasione, nella settimana dal 18 al 23 aprile, in alcune zone della Capitale, scuole, editori, librai, associazioni culturali e biblioteche comunali hanno dato vita a molteplici iniziative, cercando di coinvolgere i cittadini. Un’attenzione speciale è stata dedicata alla scuola, ventisei, infatti, sono stati gli istituti coinvolti.

A Monteverde, l’Istituto Comprensivo Largo Oriani, in particolar modo, ha risposto all’iniziativa in modo produttivo e concreto, coinvolgendo numerose classi della scuola dell’infanzia e della scuola primaria. L’intento, oltre a promuovere la lettura, è stato soprattutto fornire occasioni di scambio e di collaborazione tra i diversi soggetti che si occupano di libri sullo stesso territorio. Ben 18 tra associazioni, laboratori artistici, teatri ed esercizi commerciali, infatti, hanno offerto spazi e momenti dedicati a più di cinquecento bambini, che indossando una maglia bianca con la scritta autoprodotta “Roma che legge a Monteverde”, hanno letteralmente invaso il quartiere.

Gli alunni sono stati accompagnati dai loro insegnanti in veri e propri itinerari letterari ed hanno ascoltato storie e letture a tema ispirate dai luoghi che li hanno accolti. E’ stato per loro occasione di apertura e di conoscenza della realtà in cui sono immersi, attraverso mondi letterari e storie fantastiche, ma anche attraverso vissuti reali divenendone protagonisti attivi. Un’esperienza positiva e arricchente non solo per i bambini, una vera e propria festa della lettura. Per ora l’iniziativa si è conclusa, ma si aspetta con gioia l’edizione del prossimo anno che sarà di sicuro ancora più ricca e stimolante.

di Marina Capasso

 

 

 




La bimba prodigio di 80 anni

di Cristina Plevani

Non sono mai stata un’alunna modello, anzi. Bocciata due anni: prima superiore a giugno e terza superiore a 24070_382134648395_5184472_nsettembre. Ero la bimba prodigio che sarebbe andata a scuola fino a 80anni (questa frase detta dai miei mi tuona ancora nella testa).

Ero falsamente attenta, il cervello mi si divideva in due durante le lezioni: una parte ascoltava e l’altra andava su qualche nuvoletta a fantasticare.

Il primo quadrimestre era un optional: perchè studiare quando posso recuperare tutte le materie facendomi un culo quadro gli ultimi mesi di scuola?! Mia madre si vergognava come una ladra tutte le volte che andava ai colloqui generali. Io vedevo i sorci verdi quando tornavamo a casa. Si trasformava in Bruce Lee e via di cinquine, poi arrivava mio padre e iniziava il periodo di castighi: non guardi la tv, non esci di casa, non usi la bicicletta nuova.

C’è da dire che dopo la passata vescovale diventavo diligente, per un paio di mesi almeno. E il bello è che ero sempre rappresentante di classe. Nonostante tutto questo, a settembre ero sempre ben contenta di iniziare la scuola. Mentalmente partivo carica, gasata e con la voglia di fare. La mia incostanza cronica però prendeva il sopravvento. Questa voglia di iniziare m’è rimasta. Ogni anno mi viene voglia di riprendere in mano i libri. Ogni anno mi informo sulle varie facoltà. Ogni anno ho la voglia di sedermi ad un banco per seguire le lezioni.




Il profumo di Settembre

di Cristina Plevani

Ieri mentre guidavo ho incrociato un coppia di ragazzi, felpa, jeans e scarpe da ginnastica. Nulla di che. Non so perchè alla loro vista i miei pensieri sono andati nel passato. Un’associazione di idee legate all’abbigliamento, a settembre, alla scuola, alla domenica, alla settimana.cristina plevani

Eh si, a settembre, una volta, prima di riprendere la scuola c’era il rito di andare nei grandi magazzini a fare le compere per l’inverno: vestiario e scuola. E ci andavo con mamma e papà. Lui finanziava e lei decideva. Io osservavo e subivo inerme. Non avevo potere decisionale. Non potevo permettermi di dire: no, questo non mi piace non lo metto. Mutismo e rassegnazione. E poi pacchi convenienza di quaderni, biro, gomme, il tutto rigorosamente anonimo.

Ricordo ancora il profumo del nuovo. Si, profumava. Ora non ci fai caso perchè ogni due per tre hai qualcosa di nuovo. Una volta no. C’erano i periodi per il nuovo. Era bello. Lo trattavi bene.Infatti c’erano i vestiti per la festa,i  vestiti per la scuola e vestiti per stare in casa. C’erano anche le cose fatte in casa. Maglioni di lana fatti da mia mamma…e come mi piacevano. In un cassettone ne conservo uno, tutto colorato, di calda lana.

Peccato, abbiamo perso queste abitudini. Settembre. Per me settembre è questo. Il nuovo. Il nuovo anno scolastico allora.Il nuovo anno lavorativo ora. Devo solo cercare il suo profumo. L’ho perso.




La pagella è on line, la password in segreteria

Prodigi della tecnica moderna.  La pagella è on line, l’iscrizione è mode on, la scuola è cool, e il tutto è, come dicono all’Expo, very bello.

E’ la nuova scuola, quella che sta al passo coi tempi, che usa l’informatica con l’aria di chi, dopo una vita spesa ad arrivare, ha l’aria blasé di chi da sempre è stato dalla parte giusta della barricata, anche se il rischio dello smascheramento resta dietro l’angolo.

Un esempio per tutte è la pagella on line. Il rito cambia da scuola a scuola. In alcune, ad esempio, capita che la novità sia annunciata con una certa sufficienza, solo che a ritirare la password per la pagella informatica, i genitori ci devono andare di persona. Al massimo possono delegare, ma in piena formalità, con tanto di fotocopia del documento di uno dei genitori deleganti. Motivi di privacy e sicurezza, dicono, quasi fosse il PIN della carta di credito.registro_elettronico

In mancanza di altri delegati toccherà ai singoli genitori recarsi a scuola a ritirare la password e perdere così lo stesso tempo che avrebbero impiegato a firmare per avere la pagella ‘normale’. Ma in questo caso c’è l’addizionale della fortuna. Essì. Perché la consegna della chiave d’accesso al mondo informatico avviene nel giorno x, ma soprattutto nell’ora x.

Un’unica ora. Precisa.

Sicché bisogna esser fortunati e avere il figlio in seconda elementare per ritirare la password dalle otto alle nove; lo si è molto meno ad avere bambini in quarta, nel qual caso il ritiro è dalle undici a mezzogiorno.  Lavori? Fai filone. Hai la spesa da fare? La rimandi. Devi partire? Cambia programma. Hai la lezione di yoga-ceretta-parrucco? Non ne hai il diritto, figuriamoci parlarne.

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E quando infine giunge il momento dell’ambita consegna password, ci si accorge che il metodo di “sicurezza e tutela della privacy” è ben custodito in un foglietto ritagliato e chiuso con la spilletta, con su il cognome del bimbo, rigorosamente scritto a penna. Alla domanda: scusi, ma non le potevate mandare per mail queste password? La signora  interpellata risponde che lei è un’insegnante, e queste cose per la verità dovrebbe farle la segreteria.

Ecco qui, l’italianità. Una risposta nulla nel merito, ma perfetta per spostare la responsabilità ad altri, con quell’accenno di colpevolizzazione con chi è polemico e qui c’è gente che lavora.

Si insiste: si, d’accordo, ma non le potevate mandare per mail queste password?

L’insegnante- facente- funzioni- segreteria alza le spalle: “così hanno deciso”.

Ecco qui, il potere calato dall’alto. Indiscutibile. Che sia religione, mafia o ragion di Stato è il modo migliore per tombare qualsiasi discussione o accenno di contrasto.

Nel frattempo anche le altre mamme della classe hanno lo stesso problema. La password non funziona. Qualcuna chiama in segreteria, le danno una nuova password.  E la privacy? E la sicurezza? Ma allora bastava una telefonata? Ma la daranno la nuova password a chi non è riuscito a prendere quella sbagliata? Ma neppure un accenno sul sito della scuola?

E chi non ci ha pensato prima? E’ venerdì sera, la scuola ha già chiuso. Addio password, toccherà aspettare lunedì. Per fortuna motivi di privacy e sicurezza custodiranno in segreto i voti degli alunni.

Eppure questo era il modo per sentirsi avanti, ma così avanti che praticamente, non si sa come, ci si è ritrovati all’ultimo banco.

Lidia Monda




Ecco come distruggiamo la mente dei nostri bambini

Sono una pedagogista-docente e mi occupo di formazione oramai da diversi anni. Troppo spesso però vedo una situazione che non posso più tacere, anche se non è la prima volta che ne parlo.
Sono molto indignata per la facilità con cui i nostri bambini vengono giudicati e “torturati” psicologicamente. E non sto esagerando! Perché la tortura non è solo quella fisica, ma anche e ai nostri giorni soprattutto, quella psicologica.
Viviamo in una società molto superficiale, dove i tempi frenetici e la poca pazienza che abbiamo nei confronti dei nostri bambini e delle nostre bambine, ci spingono a conclusioni affrettate sulle loro potenzialità e capacità cognitive, purché ci sollevino dall’incombenza di seguirli negli studi.
Troppo spesso i genitori mi portano i loro figli emotivamente avviliti, psicologicamente affranti, demotivati e senza più la minima autostima di se stessi.bored-at-school
Arrivano da me dicendomi che il loro bambino o la loro bambina ha difficoltà nello studio; che piange perché non vuole studiare; che non vuole andare a scuola. Me li portano dicendomi che l’insegnante gli ha detto che sicuramente ha qualche problema cognitivo, e quando arrivano da me hanno già fatto percorsi con il logopedista e il più delle volte, il medico, gli ha certificato un ritardo nell’apprendimento.
Ma sapete una cosa? Nel 99% dei casi, il bambino o la bambina non ha niente, recuperando nel giro di un anno scolastico tutte le carenze!
Mi sono chiesta più volte se voi vi foste mai domandati come reagiscono i vostri figli a tutte queste chiacchiere non vere sulla loro capacità di apprendimento. Vi siete mai chiesti cosa provano? Come stanno? Cosa pensano di tutte quelle ricerche mediche e quelle esercitazioni alienanti, ai quali vengono sottoposti anche solo perché hanno una pessima scrittura? Vi siete mai chiesti guardando la calligrafia di un medico se anche lui fosse disgrafico?
Ve lo dico io cosa pensano i nostri figli! Pensano di essere inferiori, di essere diversi, stupidi, non capaci come i loro compagni di classe. E la loro psiche lentamente cambia e diventa brutta. Perdono la loro autostima, diventano tristi, paurosi e a scuola non rendono più, non si sentono capaci e si convincono di non riuscire negli studi; dentro di loro si domandano perché devono continuare a studiare; perché devono andare a scuola, a cosa serve… perché la scuola non brucia!
Io sono molto indignata! con insegnanti impreparati nella didattica che si sentono in diritto di diagnosticare senza averne la competenza.
Sono molto indignata! con la connivenza dei medici psichiatri che devono trovare necessariamente un’anomalia in un bambino che ha solo bisogno di essere rispettato nei suoi tempi di apprendimento, mentre la loro diagnosi è basata su statistiche (vi ricordo che Albert Einstein ha mostrato la sua genialità solo all’università, risultando terribilmente carente in tutti i precedenti corsi di studi, soprattutto in matematica; e nonostante oggi si dica che fosse dislessico, niente e nessuno allora, fortunatamente, gli ha impedito di credere in se stesso e di diventare ciò che tutti noi conosciamo). Vogliamo parlare dei logopedisti? Che uccidono il pensiero del bambino tediandolo con tanti esercizietti che allontanano sempre più il piccolo dalla scuola? E tutto questo pur di non ammettere che quel paziente non ha bisogno del loro aiuto, ma solo di una efficace didattica che loro ignorano completamente.
Ma è tutto un sistema di scarica barile: l’insegnante ai genitori, i genitori al medico, il medico al logopedista e il logopedista sul problema diagnosticato dal medico che purtroppo si può migliorare, ma non curare; e non c’è la cura semplicemente perché non c’è la malattia!
Ma sono indignata anche con voi genitori! Che non avete la pazienza di ascoltarli i vostri figli; che li imboccate come se fossero sempre piccoli, senza svezzarli nel rapporto e nella loro continua e costante crescita di competenze. E questo è un errore grave, molto grave, perché non permettete loro di crescere, di sviluppare indipendenza, di conquistarsi quel pezzettino di mondo a scuola, che solo a loro appartiene.  Non avete voglia di seguire e capire i cambiamenti che la scuola li costringe a sviluppare, non avete la voglia di capire che il vero problema potrebbe essere nel rapporto con voi, con la maestra o con i compagni di classe. Perché è così: quasi sempre il problema scolastico ha le sue profonde radici nel rapporto umano.
Allora non distruggiamo la mente e la vitalità dei nostri figli, abbiate il coraggio e l’umiltà di valutare il vostro rapporto, di considerare quello che la maestra ha con vostro figlio o vostra figlia, prima ancora di intraprendere un percorso diagnostico, che in quanto tale, nella mente del bambino, riporta sempre e comunque a una malattia e quindi a una diversità dai compagni di scuola. Ricordandovi inoltre che oggi, quella che viene comunemente definita dislessia, il più delle volte è un abuso di terminologia e medicalizzazione su bambini sanissimi per questione di business. Non confondiamo le difficoltà didattiche e di rapporto con la scusa della malattia, una malattia che nessuno ha organicamente riscontrato e che si basa solo su statistiche. Eviteremo così di crescere bambini insicuri, ribelli, aggressivi, svogliati, tristi, spaventati e senza autostima.

Dr. Tiziana Cristofari




Parte il progetto “noi con voi”. La buona scuola è al Liceo Azzarita di Roma

di Maria Rosaria De Simone

Roma. Giovedì  30 Ottobre è stato presentato presso il Liceo Scientifico Azzarita il progetto pilota “Noi con voi”, rivolto agli studenti e pensato per essere un valido aiuto e supporto allo studio. Alla riunione erano presenti i rappresentanti degli studenti, i genitori interessati e il Dirigente del suddetto liceo,  Livia Brienza, che ha fortemente voluto ed appoggiato il progetto. adolescenti

Vediamo in breve di cosa si tratta: un gruppo di docenti di decennale esperienza scolastica e di genitori ha creato una società e ha organizzato un team di insegnanti qualificati nelle varie discipline scolastiche, umanistiche e scientifiche, per venire incontro alle tante difficoltà che, in genere, gli studenti sperimentano nel passaggio dalle scuole Medie Inferiori alle scuole Medie Superiori, o nel corso di studi superiori.

Un problema di non poco conto, questo, nella scuola, che è motivo di preoccupazioni per le famiglie, per gli studenti stessi e per i docenti curriculari, e che può essere causa di sensazione di inadeguatezza e di un conseguente insuccesso scolastico.

Nel pomeriggio, dopo l’orario scolastico, nelle aule del liceo stesso, per alcune ore al giorno, gli studenti, in piccoli gruppi, saranno supportati nel lavoro personale dei compiti pomeridiani da  alcuni docenti preparati, che interverranno per comprendere quali siano le difficoltà, le carenze disciplinari pregresse per ciascun studente, che insegneranno un metodo di studio valido per portare a termine il lavoro da svolgere.

Non sarà offerto, dunque, un semplice doposcuola, ma una osservazione attenta da parte degli insegnanti per poter intervenire in maniera mirata sul problema. Ciò porterà gli studenti a riprendere fiducia nelle proprie potenzialità e capacità, a non lasciarsi abbattere di fronte alle prime emergenze, ma a trovare, attraverso un serio impegno e con un valido aiuto al fianco, la via d’uscita.

Il costo del corso è assai contenuto. Ci sarà anche la possibilità di utilizzare la struttura scolastica non solo il pomeriggio, ma volendo, durante le vacanze, nei mesi di Luglio e Settembre e nelle “settimane della cultura”.

Il Dirigente scolastico Livia Brienza, durante la presentazione del progetto e del Team di giovani insegnanti, racconta di aver voluto nella sua scuola il progetto per rispondere alle tante richieste dell’utenza. Ha avuto al suo fianco un corpo docenti curriculari illuminato, che ha appoggiato con forza l’iniziativa. La scuola rimarrà aperta il pomeriggio per consentire agli studenti che abitano fuori zona, a quelli che sono impegnati nello sport, a coloro che non sanno studiare e che non hanno un buon metodo, a quelli che non possono avere aiuto nello studio da parte dei genitori che sono impegnati per motivi di lavoro e a quelli che vogliono potenziare le proprie conoscenze. Avranno la possibilità di non perdere tempo prezioso e di farlo anzi fruttare grazie all’impegno condiviso. Il progetto inoltre ha una valenza educativa assai importante. Infatti, gli studenti che incontrano alcune difficoltà a relazionarsi, in un piccolo gruppo avranno maggiori possibilità di aggregazione per creare o rinsaldare rapporti di amicizia. Quest’ultimo aspetto non è di poco conto se consideriamo che la scuola è una agenzia educativa e un contenitore sociale fondamentale.

Insomma, in questa scuola italiana che fatica a trovare la sua vera identità esistono progetti e iniziative volte a formare una scuola d’eccellenza, una Buona Scuola, come si usa dire di questi tempi, dove i giovani possano imparare a riconoscere le proprie capacità e abilità, possano imparare le basi essenziali del vivere civile.

Un plauso dunque, a tutte quelle scuole che, come il Liceo Azzarita, desiderano essere al passo di un mondo in continua evoluzione e che offrono ogni opportunità possibile ai propri studenti perché possano sentirsi accolti e perché possano acquisire gli strumenti per poter seguire i propri sogni e progetti.

Per ulteriori informazioni visitate il sito www.noiconvoisrl.com  




Comincia autunno caldo nella scuola. A Milano tentano irruzione in Moody’s

Comincia l’autunno caldo della scuola. Studenti in piazza in tutta Italia, con 90  cortei contro il degrado della scuola: lo ricorda l’Unione degli  studenti in una nota, ribadendo i principali motivi della protesta. “Il  40 % delle scuole è privo di certificato di idoneità statica, il 47% dei  giovani è precario – si afferma nel comunicato – il 29% dei giovani è  disoccupato, il governo ha tagliato le risorse per le borse di studio  del 94,75%. Inoltre – aggiunge la nota – “siamo in piazza per ribadire  il nostro no ad una politica di continui tagli alla formazione, di  riforme calate dall’alto. A tutto ciò fin dallo scorso anno abbiamo  contrapposto non solo la forza dei nostri ‘no’, ma anche e soprattutto  la forza delle nostre proposte”. Proposte concrete, sottolineano,  pubblicate integralmente sul blog www.altrariforma.it. Oggi sarà  possibile seguire la mobilitazione nelle piazze con la diretta che  l’Unione degli Studenti e la Rete della Conoscenza metteranno in campo  minuto per minuto tramite facebook e twitter, oltre che sui rispettivi  siti.

TENTATA IRRUZIONE IN MOODY’S, TENSIONE SOTTO REGIONE LOMBARDIA – Gli studenti del Coordinamento dei collettivi hanno tentato di fare irruzione nella sede italiana dell’Agenzia di rating Moody’s, in corso di Porta Romana a Milano. Secchiate di vernice e uova hanno imbrattato l’ingresso degli uffici, e prima anche alcuni istituti di credito, mentre alcuni ragazzi hanno provato a entrare, venendo però bloccati nell’atrio. L’agenzia, protagonista dell’ennesimo ‘downgrading’ del giudizio sull’Italia, è diventata l’obiettivo di uno dei due tronconi del corteo studentesco milanese che si era diviso in precedenza.

Davanti alla sede della Regione Lombardia ci sono stati attimi di tensione, quando uno dei due tronconi del corteo studentesco di questa mattina a Milano, arrivato sotto al Pirellone, ha tentato di forzare un cordone di carabinieri in tenuta antisommossa che voleva impedire loro di bloccare l’incrocio stradale. I militari hanno reagito con alcuni colpi di manganello per fare desistere i manifestanti che spingevano con alcuni ‘scudi’ di polistirolo indossando caschetti da cantiere. La situazione è poi ritornata alla normalità.

ANCHE A ROMA MOMENTI DI TENSIONE – Almeno duemila studenti delle scuole superiori stanno manifestando a Roma per rivendicare i diritti della scuola pubblica contro la crisi. Momenti di tensione al corteo. Dopo aver deviato il percorso sul Lungotevere Ripa, i manifestanti sono giunti davanti a un cordone delle forze dell’ordine in tenuta antisommossa protetto da alcuni blindati. Gli studenti hanno le mani alzate e urlano ‘Corteo!’, decisi a proseguire per raggiungere, dicono, viale Trastevere e quindi il Ministero della Pubblica Istruzione. Gli studenti hanno lanciato petardi, fumogeni e inscenato blocchi stradali: prima di arrivare a Piazzale dei Partigiani, punto di partenza del corteo principale, hanno dato vita a minicortei bloccando il traffico cittadino. La manifestazione, inizialmente diretta verso il ministero della Pubblica istruzione a viale Trastevere, ha deviato sul Lungotevere di Ripa Grande. I manifestanti, alcuni a volto coperto, hanno acceso fumogeni ed esploso petardi intonando slogan come “tutti insieme facciamo paura”. (Ansa)




Ecologia del vivere: tutti a scuola, tranne il piccolo Wang

Di Stefania Taruffi

Negozi in pieno fermento, librerie prese d’assalto, il diario e la merenda sono pronti nello zaino e via, tutti a scuola. Oggi per quasi otto milioni di ragazzi, dopo tre mesi di vacanza c’è stata l’alzataccia e per molti, una nuova vita tutta da scoprire. Un impegno con se stessi e la propria crescita personale, un percorso obbligato che viene a formare gli uomini e le donne che domani saranno chiamati responsabilmente a occuparsi del paese, della famiglia, di se stessi. E’ un compito duro quello degli insegnanti: dal loro impegno, senso di responsabilità, dalla loro dedizione, dipende la formazione culturale, educativa e sociale dei giovani, coadiuvati da famiglie sempre più divise, spesso indifferenti, assenti, troppo prese dai propri problemi e impegni per dedicarsi ai propri figli.

Poi c’è anche qualche bambino che a scuola non ci può andare, come il piccolo Wang Gengxiang, perché un incidente l’ha reso inguardabile. La storia di Wang sta commuovendo il mondo perché il piccolo ha sei anni e una brutta storia alle spalle. Nel 2010 è rimasto gravemente ustionato sul volto e nella parte superiore del corpo, dalle fiamme scaturite da un mucchio di paglia.  Per proteggere la pelle ustionata dalle infezioni, deve indossare una maschera chirurgica che gli copre il volto, lasciando liberi solo occhi, naso e bocca. Il padre del piccolo, di comune accordo con le maestre, ha deciso che non andasse  a scuola per non turbare i compagni e per tutelarsi da pericolosi rischi d’infezione. Dovrà aspettare di essere guarito dalle ustioni e che il suo organismo diventi abbastanza forte da poter sopportare il delicato trapianto che gli restituirà parte della sua pelle.

Diamo sempre tutto per scontato e cerchiamo l’astuccio e lo zaino all’ultima moda per i nostri figli, per renderli felici. E’ comprensibile, ma forse dovremmo anche raccontare loro questa triste storia, fargli comprendere che non è mai tutto scontato, che a volte la vita riserva brutte sorprese a molti altri bambini. Che che da un giorno all’altro quella che era una vita ‘normale’, può tramutarsi per alcuni in un inferno di fuoco,  marchiandoli con ferite esteriori e interiori indelebili e negandogli una normalità.

Oggi il mio pensiero va proprio a lui, al piccolo Wang. Forse qualcuno gli insegnerà le nozioni scolastiche a casa, ma nessuno potrà mai restituirgli i momenti che ora gli sono negati: la giocosa interattività, gli amici con cui condividere le proprie giornate, le lotte, i sorrisi e i giochi spensierati che la vita riserva solo a queste meravigliose creature che sono i bambini. Tanti auguri Wang!




Invalsi: bufera sui test che ‘banalizzano’ la scuola

di Maria Rosaria De Simone

Da martedì 10 maggio fino a venerdì, oltre due milioni di studenti saranno impegnati invalsicon le prove Invalsi, test standardizzati a livello nazionale per rilevare il livello di apprendimento. Verranno somministrati nelle classi seconde e quinte elementari, nelle classi prime e terze medie e, da quest’anno, anche nelle classi seconde superiori. Alcune scuole già hanno fatto sapere che le prove Invalsi saranno valutate come un compito in classe e faranno media per il voto in pagella. Gli insegnanti di varie scuole, infatti, considerano il test un buon banco di prova per verificare il livello di preparazione generale da parte dei propri studenti. Ma non tutto il mondo della scuola la pensa allo stesso modo. Numerose sono le realtà scolastiche che hanno deciso di opporsi alla prova Invalsi, boicottandola e, quindi, non sottoponendo gli studenti ai test.

I test riguarderanno domande di matematica ed Italiano. La motivazione di tale opposizione alla verifica Invalsi, che passa anche attraverso il vaglio dei sindacati della scuola, è data dal fatto che molti operatori della scuola nutrono dubbi sull’efficacia dei questionari, ma anche dal timore che i dati delle prove diventino un database per una valutazione dei docenti, per poi poterli porre su un piano di diversità nei compensi. Riguardo quindi alla somministrazione dei test il mondo della scuola non è concorde. Moltissime scuole domani si allineeranno a quanto viene richiesto dal MInistero dell’Istruzione,  molte altre invece la boicotteranno. Il Ministero ha preso atto di quest’ultima scelta, ma sembra che non sia previsto l’invio di ispettori.

Come commentare tale notizia? Come comprendere quale sia la giusta strada da seguire? Bisogna partire da una premessa che è sotto gli occhi di tutti: nella scuola si stanno sempre più introducendo i test, in ogni singola disciplina. Il rischio di una scuola che si affidi troppo ai questionari esiste: gli studenti, dopo un percorso di studi, durato più anni rispetto alla media europea, si ritrovano a non saper più gestire una prova di verifica orale, che spesso è stata sostituita dalle verifiche scritte dei questionari.

I test di ammissione per le Università sono ormai una barriera da superare. E spesso, un ragazzo con una buon livello di cultura generale, desideroso per esempio di diventare medico si vede ostruire la strada da altri studenti più preparati di lui a livello generale. In questo modo, con i test universitari si rischia di non permettere ad un ragazzo in gamba, magari con potenzialità da grande chirurgo, di divenire medico. E magari gli studenti che lo hanno superato nei test, non possiedono  quello che fa di un medico un grande medico, ad esempio l’intuito e la manualità. I test hanno i loro limiti. E spesso le domande sono mal formulate.

Fatta questa premessa, che non è sicuramente a favore dell’uso dei questionari, va anche detto che, nelle scuole di ogni ordine e grado, i test Invalsi potrebbero essere utili alla scuola, per capire se il lavoro svolto con studenti funziona o se va ricalibrato, riaggiornato, rielaborato. E’ necessario anche per comprendere se la preparazione di base ha una linea comune su tutto il territorio italiano, un filo conduttore con tutte le altre scuole, se quello che si insegna, cioè, è ciò che davvero serve allo studente per il suo percorso formativo. Fatto salvo il principio che le prove Invalsi non dovrebbero assolutamente essere la maniera per catalogare le scuole di serie A e le scuole di serie B, i professori di serie A ed i professori di serie B.

Aspettiamo di sapere cosa succederà nelle varie scuole ed il giudizio di alunni e professori riguardo la difficoltà delle prove.