Alienazione Parentale tra rifiuto, responsabilità e senso di colpa

di Alessia Mirabelli

L’alienazione parentale prevede un rifiuto netto e immotivato del figlio nei confronti di un genitore. Tale rifiuto deve essere non solo psicologico, ma anche fisico. Ragion per cui non si può prescindere da un contesto di separazione quando si parla di AP perché, la sola presenza fisica di entrambi i genitori nel quotidiano del figlio, fa si che quest’ultimo non possa rifiutare di vedere o di stare con uno di essi, semplicemente, perché vive con essi. In questi casi è possibile, invece, poter riscontrare delle dinamiche conflittuali tra figlio e genitori che potrebbero (e dovrebbero) essere affrontate, ad esempio, attraverso un sostegno psicologico in cui elaborare e ristrutturare il significato del conflitto, sviluppando delle strategie utili per riuscire a comunicare direttamente sul disagio da lui provato in quel determinato momento di vita.

Questo non vuol dire che in un contesto di separazione ci si trovi automaticamente in condizioni di alienazione parentale. Un rapporto conflittuale tra un figlio e un genitore, in separazione dall’altro, potrebbe presentarsi anche in situazioni di scontri e litigi continui tra i due laddove non vi è, però, un rifiuto categorico del genitore. In questi casi, la soluzione potrebbe essere, ad esempio, un riequilibrio dei tempi di frequentazione in modo da dare la possibilità al figlio di rafforzare il legame con entrambi i genitori in egual modo.

Diversa è la situazione in cui, in presenza di un contenzioso civile, un figlio inizia a rifiutare categoricamente ogni contatto fisico di un genitore a causa dei comportamenti devianti dell’altro.
Per rendere possibile tale fenomeno è necessario che il figlio sia piccolo o quantomeno che, all’epoca della separazione, fosse abbastanza piccolo da non riuscire a sottrarsi dalle continue mistificazioni attuate dal genitore dominante a seguito delle quali inizia a ridefinire negativamente il significato di qualsiasi comportamento dell’altro genitore che qualunque cosa fa, finisce per sbagliare agli occhi del figlio.

Situazione complessa in cui ognuno dei componenti della famiglia coinvolta contribuisce, direttamente e indirettamente, a render possibile lo sviluppo di AP.
A tal proposito, riflettere sull’importanza del significato del contributo offerto da ogni membro familiare, significa concedere a tutti la possibilità di modificare la gravosa situazione creatasi.
In che senso?

Molti genitori rifiutati ritengono che riconoscere le proprie responsabilità voglia dire, necessariamente, prendersi la colpa di ciò che è accaduto. Comprendere in che modo e con quali comportamenti si è contribuito a rendere possibile il rifiuto del proprio bambino significa, invece, riacquisire il potere per riuscire a modificare la situazione, calandosi nei panni del proprio figlio al fine di comprendere dove si è sbagliato e in che modo poter cambiare per riconquistare la sua fiducia al di là dei comportamenti ostativi dell’altro genitore.
In questo senso, riconoscere le proprie responsabilità significa riqualificarsi agli occhi del proprio bambino, rIacquisendo fiducia e consapevolezza delle proprie risorse.




Sondaggio sulla Riforma dell’affido condiviso nelle piazze italiane

Domenica 5 maggio nelle città italiane sarà possibile partecipare al sondaggio promosso da MdM – Mantenimento Diretto, Movimento per l’Uguaglianza Genitoriale, in collaborazione con altre associazioni, sulla riforma dell’affido condiviso.

Nelle città italiane in elenco saranno somministrati 5000 questionari.
«Lo spirito dell’iniziativa – spiega il professor Amedeo Paolucci, presidente e fondatore del Movimento –  è  quello di raccogliere dati relativi alla comune “percezione” sull’attuale stato dell’affido condiviso».

Il sondaggio verrà somministrato in forma anonima. L’obiettivo è inviduare come sono percepiti e vissuti i diritti dei figli dopo la separazione, i tempi spesi con i figli dai padri e dalle madri, il mantenimento, com’è e come dovrebbe essere.

«In questi ultimi mesi – dichiara il presidente di Mdm – molto si discute sul disegno di legge che vuole riformare la normativa vigente in tema di affidamento condiviso.
La nostra sigla è attiva nel supportare tale progetto di legge, ma ritiene che sia indispensabile un cambio di cultura, una maturazione di tutta la società, sul tema della cogenitorialità dopo la separazione. Per fare ciò è indispensabile un approccio anche scientifico all’argomento, al fine di meglio comprendere il comune sentire per il raggiungimento dello scopo primario: il benessere dei nostri figli».

Elenco delle sedi di somministrazione del sondaggio:

Avellino: corso Vittorio Emanuele antistante villa comunale Dalle 09.00 alle 14.00 * Avezzano (AQ): Centro Commerciale Ipercoop “I Marsi” Via Tiburtina Valeria, km 112,215, 67051 dalle ore 10.00 alle 18.00 * Brescia: In collaborazione con “Padri Separati Brescia” – piazza Arnaldo dalle 10.30 alle 19.00 * Bologna: Giardini Margherita dalle 15.00 alle 21.00 * Cagliari: via Roma dalle 09.00 alle 13.00 – piazza Ravot dalle 15.00 alle 19.00 * Catania: Lungomare Ognina (CT) dalle ore 10.00 alle 20.00 In collaborazione con l’associazione “Pater Familias” e “Gesef” * Galatina (LE): piazza Dante Alighieri dalle 10.00 alle 18.00 * Grosseto: piazza del mercato angolo pizzeria Pappagone dalle 10.00 alle 19.00 * Imperia: loc. ARMA DI TAGGIA IPERCOOP Conad Dalle ore 10.00 alle 18.00 * Lanciano (CH) : Centro Commerciale Lanciano La Fontana Via Santo Spirito, 119, 66034 dalle ore 10.00 alle 18.00 * Messina: piazza Cairoli dalle 10.00 alle 18.00 in collaborazione con l’associazione “genitori per sempre” * Milano: Piazza S.Babila dalle 10.00 alle 19.00 In collaborazione con l’Associazione “Padri Separati Lombardia ONLUS” * Napoli: via Scarlatti dalle 10.00 alle 19.00 * Oristano: piazza Roma nr 4-5 di fronte Bnl dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 15.00 alle 18.00 * Padova: piazza Garibaldi inizio via San Fermo dalle 10.00 alle 18.00 * Parma: via Mazzini dalle 10.00 alle 18.00 * Pesaro: Galleria dei Fonditori (PU) dentro il centro commerciale ipercoop “Miralfiore” dalle ore 10.00 alle 19.00 * Pistoia: via Cino da Pistoia dalle 10.00 alle 19.00 * Potenza: piazza Mario Pagano dalle 10.00 alle 18.00 * Roma: dalle 10:00 alle 18:00, Villa Ada entrata via Salaria * Siracusa: largo XXV Luglio dalle 10.00 alle 19.00 * Taranto: piazza Maria Immacolata dalle 10.00 alle 19.00 * Torino: via Garibaldi di fronte p.zza Castello dalle 10.00 alle 18.00 * Trento: piazza fiera Dalle 10.00 alle 18.00 * Treviso: piazza indipendenza Dalle 09.00 alle 16.00 * Vibo Valentia: dalle 15:00 alle 18:00 – P.zza Municipio angolo C.so Vittorio Emanuele III * ZANE’ (Vicenza): via Alessandro Manzoni 119 dalle ore 10.00 alle ore 17.00




Secondo Congresso Nazionale MdM: liberare la famiglia separata dai pregiudizi e dalle discriminazioni di genere

Il 6 aprile 2019, a Roma, nella prestigiosa sede di Palazzo Falletti, in via Panisperna, in un momento storico particolarmente significativo e delicato per la Riforma del diritto di famiglia e dell’affido condiviso, si sono svolti il Meeting associativo e il Secondo Congresso Nazionale MdM, Associazione Mantenimento Diretto, Movimento per l’Uguaglianza Genitoriale.
Al mattino il meeting è stato dedicato al confronto sulla vita associativa e sulle proposte progettuali. Il Congresso Nazionale ha visto un’eccezionale partecipazione. Oltre 110 persone accreditate presenti in sala. Una diretta streaming sul gruppo e sulla pagina Facebook di MdM ha permesso di seguire i lavori anche a chi non è riuscito a recarsi presso la sede congressuale. I relatori, massimi esponenti del dibattito in corso nel nostro Paese sul tema della Riforma si sono succeduti in tre sessioni così organizzate: una sessione legale, una sessione scientifica e una sessione socio culturale. I saluti introduttivi sono stati indirizzati a tutti i partecipanti dal Prof. Amedeo Paolucci, docente di filosofia, Presidente Associazione MdM e dall’Avv. Salvatore Dimartino, Vicepresidente Associazione MdM. La sessione legale, a cura dell’Avv. Francesco Tesoro ha visto gli interventi del Dott. Carlo Macale sul tema ”Il pedagogista al servizio della promozione del benessere, una figura professionale per la valorizzazione della bigenitorialità”, del Prof. Arturo Maniaci, con un intervento dal titolo “Legge versus giurisprudenza in materia familiare” e del Prof. Marino Maglietta, “il terzo modo, trasversale, per emendare la legge 54/2006”. La sessione scientifica a cura del Dott. Matteo Bernini è stata svolta grazie agli interventi del Prof. Giovanni Camerini, “Shared custody e benessere del fanciullo, evidenze della letteratura internazionale” e la Prof.ssa Laura Volpini: “Parental alienation, assessment e proposte operative nella consulenza tecnica d’ufficio”. Infine, la sessione socio culturale, a cura della Dott.ssa Paola Grandinetti, ha potuto avvalersi degli interventi dell’avv. Marcello Adriano Mazzola, “alienazione genitoriale e strumenti di tutela” e del Dott. Alessandro Placidi, “Affido condiviso, tra passato, presente e futuro”. I saluti finali sono stati affidati al Prof. Amedeo Paolucci: “La Società Civile chiede di liberare la famiglia separata dai pregiudizi e dalle discriminazioni di genere che oggi la imprigionano, nella consapevolezza che il benessere dei fanciulli deriva dalla libera frequentazione di mamma e papà e cioè dalla massima libertà possibile di accedere alle loro cure che nella famiglia separata coincide esattamente con i tempi paritari. La libertà di frequentare il padre deve avere l’unico limite lì dove inizia la libertà di frequentare la madre.”
È intervenuto, nel corso dei lavori del congresso, anche il Senatore Simone Pillon, primo firmatario del ddl 735 sulla riforma dell’affido condiviso che ha recato la sua testimonianza in merito all’andamento della discussione sulla redazione di un testo di legge unificato riguardante la materia. “La settimana prossima – ha dichiarato Pillon – inizierà la discussione generale dei DDL presso la Commissione giustizia del Senato e noi annunceremo alle opposizione la volontà di aprire il dibattito affinché la legge sia il più possibile equilibrata e condivisa, fermo restando i principi di base su cui la proposta si fonda. Martedì chiederò alle opposizioni di collaborare con noi per realizzare il testo migliore possibile.”

 




Riforma dell’affido condiviso: intervista a Alessandra Principe, Presidente Gesef Italia

di Mario Masi

Nel corso degli ultimi 25 anni il numero di separazioni e divorzi è costantemente aumentato. La mutata propensione alla rottura giuridico-formale dell’unione coniugale è attestata dalla variazione nel tempo dei tassi di separazione e di divorzio. Questa evoluzione nei rapporti non ha trovato però le giuste risposte nella normativa. Da anni si moltiplicano le proposte di riforma fino ad arrivare alle attuale, il DDL 735, proposto dal Senatore Simone Pillon e oggetto di un acceso dibattito fuori e dentro il Parlamento.

Ne parliamo con l’Avvocato Alessandra Principe, Presidente di Gesef Italia, istituzione storica del mondo dell’associazionismoe Responsabile Regionale per il Lazio del Dipartimento Bigenitorialità Separazioni e Affido Minori della Lega/Salvini Premier.

Perché a 12 anni dalla legge n.54 in materia di separazione dei genitori e affidamento condiviso dei figli viene chiesta da più parti una revisione della stessa? Cosa non ha funzionato?

La legge n.54 del 2006 ha introdotto un cambiamento culturale forse troppo forte per i giudici e coloro che amministrano la giustizia e credo che sia stata proprio la resistenza al cambiamento ad aver determinato la disapplicazione del principio stabilito dalla legge sull’affido condiviso.

Il principio ispiratore della norma, così come intesa dal legislatore, è stato, infatti, negli anni disapplicato dal Tribunale e per questo motivo si è sentita la necessità di intervenire nuovamente.

Nei tribunali doveva essere applicata la legge che prevedeva l’affidamento paritetico (rectius diritti ed obblighi in capo ai genitori separati e/o divorziati) dei figli invece si è creata dal 2006 in poi una elaborazione giurisprudenziale che ha creato la c.d. figura del genitore collocatario a dispetto di ciò che è prescritto nella legge che nulla dice su tale figura.

E’ chiaro che dal 2006 la volontà del legislatore è stata totalmente disattesa a discapito dei diritti dei figli minori il cui desiderio rimane sempre quello di avere comunque una mamma ed un papà, seppur separati.

Quali sono i capisaldi del DDl 735 proposto dal Senatore Pillon?

E’ bene precisare che attualmente le audizioni presso la Commissione Giustizia del Senato per la riforma dell’affido condiviso a cui la GESEF ha partecipato sono terminate e che ora attendiamo la creazione del c.d. testo unico, sul quale poi si incentrerà il dibattito vero e proprio.

Detto questo, il DDL verte su quattro criteri fondamentali per una reale e concreta applicazione dell’affido condiviso: a) mediazione obbligatoria in caso di figli minori; b) pariteticità di obblighi e diritti tra i genitori – condivisione di obblighi responsabilità; c) mantenimento diretto quale logica conseguenza dell’applicazione dei tempi paritetici; d) contrasto alla alienazione genitoriale prevedendo sanzioni per chi calunnia altro genitore al fine di arginare il fenomeno della denuncia strumentale.

Lo scopo del DDL è quello di azzerare il conflitto tra i coniugi e relegare al tribunale una competenza residuale. Le coppie che hanno raggiunto un accordo su come regolamentare la loro separazione e/o divorzio, infatti, non devono “passare” dal mediatore familiare.

Alcuni movimenti femministi sono insorti perché, a loro parere, questa riforma non contempla i casi di violenza verso l’ex coniuge, costringendo lo stesso ad affrontare una mediazione non desiderata.

Con il DDL non sono in discussione tematiche sulla violenza nei confronti dell’ex coniuge uomo o donna che sia e non comprendo quale sia il nesso di tali “rivendicazioni” con l’oggetto del ddl.  Cosa c’entrano i c.d. “diritti delle donne” che il movimento delle femministe sostiene con il diritto del figlio minore a mantenere un rapporto stabile e paritario con entrambi i genitori una volta separati e considero strumentali e fuori luogo alcune “uscite” sul punto. Abbiamo assistito a dissacranti manifestazioni, che di etico avevano ben poco, in cui si è contestato il DDL con slogan inappropriati e superati tra gli altri quelli “sulla autonoma gestione del proprio corpo” (sic!). Il confronto può essere costruttivo, il disegno di legge è perfettibile, ma le posizioni assunte dalle “femministe” in alcuni contesti oltre a non essere condivisibili rappresentano il rigurgito  di ideologie ormai  morte e sepolte. Come già detto i genitori, la mamma ed il papà hanno gli stessi diritti e doveri sui figli minori e lo scopo della riforma è proprio quello di tutelare il diritto del bambino a mantenere un rapporto stabile con entrambi i genitori in caso si separazione e/o divorzio eccezion fatta, ovviamente, per tutti quei casi in cui ci siano episodi di violenza che giustifichino l’allontanamento di uno dei genitori.

Altra notizia che sta procurando inquietudine è quella che il coniuge più debole economicamente perderebbe qualsiasi sostegno economico anche nel caso di minor reddito, può confermarlo?

Il DDL non interviene sul diritto del coniuge economicamente più debole a vedersi riconosciuto un assegno di mantenimento dal coniuge che percepisce redditi superiori. Per quel che riguarda il mantenimento diretto nei confronti dei figli il criterio da applicare non è fisso al 50% tra i genitori ma viene parametrato su base proporzionale e ciò significa, semplicemente, che il genitore che guadagna di più pagherà di più.

Qual è la posizione della Gesef al riguardo?

La Gesef (Genitori separati dai figli) è una associazione costituita nel 1994 ora Fondazione Europea che da sempre fornisce assistenza e supporto sia legale che psicologico ai genitori separati / divorziati; si è sempre battuta per la tutela del diritto dei figli di mantenere un rapporto – affettivo educativo con entrambi i genitori in caso di separazione e/o divorzio.

Si occupa della tutela dei minori, di sottrazioni nazionali ed internazionali ad opera di uno dei due genitori e dei bambini allontanati dai genitori e internati negli istituti e case famiglia.

La Gesef sostiene la riforma sull’affido condiviso sin dalla prima ora ed ha ideato il termine Bigenitorialità inserito nella Legge n.54/06 ed è sua la paternità dello slogan “Ne mio Ne Tuo è nostro figlio!” per evidenziare la centralità del minore nel rapporto con i genitori.




Perchè spaventa la riforma dell’affido condiviso

di Teodora Tiziana Rizzo

Lo scenario che si apre a conclusione delle audizioni del DDL 735 Pillon è alquanto raccapricciante. Per poterlo analizzare serenamente è necessario spogliarci dalle appartenenze politiche, mettere da parte gli interessi professionali e personali. Siamo sicuri di averlo fatto? Tengo a precisare che anche io ritengo che alcuni aspetti giuridici vadano rivisti e rimodulati ma in questo il Senatore Pillon si è espresso in maniera responsabilmente collaborativa: è stato sempre disponibile ad apportare eventuali modifiche.

Ho una formazione umanistica. Non sono un avvocato, parlo sempre in merito all’attenzione rivolta all’istituto della Mediazione Familiare di cui ne ho sposato la professionalità da tanti anni. Il riconoscimento giuridico della figura professionale del Mediatore familiare è sulla scrivania del legislatore da tanti anni. Non è stata mai attenzionato. Tanti parlamentari di diverse appartenenze politiche hanno apparentemente mostrato una attenzione e un interesse quasi sempre finalizzato alle proprie campagne elettorali, elogiando le qualità dell’istituto della Mediazione Familiare senza, a questo punto mi sia consentito di esprimerlo, conoscerne davvero le potenzialità.

Mi fa specie che proprio chi ha sostenuto ciò ora si ritrova firmatario e artefice di ritiro immediato del DDL 735 con lettera di adesione. Tutto questo fa riflettere…Tutto questo ci fa comprendere che a scrivere belle parole siamo tutti bravi ma che a volere il bene delle persone e dei bambini siamo in pochi. Prevalgono gli interessi economici. Prevalgono i personalismi, le appartenenze politiche, prevalgono i generi.

Il Senatore Pillon, da bravo padre di famiglia, ha capito tutto, riconosco in lui un grande coraggio, un amore forte per le famiglie, le persone, i minori. La chiave di apertura di tutte le situazioni di disagio e di conflitto è una sola. E’ il riconoscimento giuridico della figura del Mediatore familiare e l’obbligatorieta del primo incontro informativo gratuito. Con questa chiave si apre non una porta ma si apre  un mondo. Le persone hanno l’opportunità di decidere in prima persona senza delegare ad un avvocato, che tutela solo una parte, o ancor peggio ad un giudice, quelle che saranno le volontà e gli accordi di vita delle persone non più da coppia coniugale ma da coppia genitoriale, nella soddisfazione massima di garantire un soddisfacimento dei bisogni di tutti i membri della famiglia con riguardo particolare all’interesse e ai bisogni  dei minori.

E’ la coppia stessa che decide i tempi, i compensi, i beni materiali e patrimoniali e in primis, il punto più importante, ha la possibilità di decidere in prima persona in merito ai bisogni dei propri figli i tempi e le modalità per poter vivere la loro quotidianità da figli di genitori separati. Ecco perché spaventa il DDL 735. Come faranno tanti professionisti a guadagnare se il 70 % delle persone non vivrà più un conflitto? Ecco perché si continuano a dare informazioni sbagliate, volutamente distorte. Tentano di creare confusione nelle persone perché  ne conoscono la potenza e il valore dell’istituto e fingono di non sapere. Ma in tanti fortunatamente non ci cascano più.
Quelle stesse persone commentano con fare dispiaciuto e ipocrita quando avviene un omicidio, quando un minore subisce la contesa dei genitori, quando un minore viene rapito dal genitore, viene allontanato dai nonni,dalle figure parentali di riferimento. Nello stesso tempo non perdono tempo ad  inviare  documenti per bloccare il DDL. Mi chedo se quelle donne che manifestano per il ritiro del DDL Pillon sono donne, sono madri. Mi chiedo se quegli uomini che manifestano contro il DDL 735 sono uomini, sono padri…….di cosa stiamo parlando ?
Mi fermo qui…




Figli come pacchi postali nelle separazioni?

di Marco Pingitore

Si usa tanto l’espressione “pacco postale” per esprimere lo sballottolamènto del figlio dalla casa di un genitore ad un altro: “i figli non sono pacchi postali“, si sente spesso dire. Per cui è preferibile un’abitazione prevalente, quella del genitore collocatario.

Facciamo qualche esempio di pacco postale.

NELLE FAMIGLIE NON SEPARATE

  • La bambina la mattina va a scuola, pranza dai nonni, il pomeriggio torna a casa, il tardo pomeriggio va a scuola di danza, la sera fa rientro a casa
  • Il bambino la mattina va a scuola, pranza a casa, il primo pomeriggio va a scuola di calcio, torna a casa per i compiti fino alla sera
  • La bambina la mattina va a scuola, torna a casa per un pranzo velocissimo, si reca a scuola di musica, torna a casa per i compiti, il tardo pomeriggio va a scuola di inglese, la sera torna a casa
  • Il bambino la mattina va a scuola, pranza a casa dei nonni presso cui trascorre tutto il pomeriggio, la sera fa rientro a casa

In questi casi, nessuno si sognerebbe di affermare “ma questi sono pacchi postali!”, anzi si tenderebbe ad affermare “che bambini impegnati” oppure (dipende dai punti di vista) “sono troppo impegnati”.

NELLE FAMIGLIE SEPARATE

  • La bambina la mattina va a scuola, pranza con il genitore X, il pomeriggio torna a casa del genitore Y, il tardo pomeriggio va a scuola di danza, la sera fa rientro a casa del genitore X o Y – E’ UN PACCO POSTALE
  • Il bambino la mattina va a scuola accompagnato dal genitore Y, pranza a casa del genitore Y, il primo pomeriggio va a scuola di calcio, va a casa del genitore X per i compiti fino alla sera – E’ UN PACCO POSTALE
  • La bambina la mattina va a scuola accompagnato dal genitore X, va a casa del genitore Y per un pranzo velocissimo, si reca a scuola di musica, torna a casa del genitore X per i compiti, il tardo pomeriggio va a scuola di inglese, la sera torna a casa del genitore X o Y – E’ UN PACCO POSTALE
  • Il bambino la mattina va a scuola, pranza a casa dei nonni presso cui trascorre tutto il pomeriggio, la sera fa rientro a casa del genitore Y – E’ UN PACCO POSTALE

Per ragionare su questi temi, sarebbe necessario partire da queste poche premesse:

  • il conflitto coniugale non rappresenta necessariamente e automaticamente un pregiudizio per il figlio: in caso contrario, dovremmo allontanare i figli dal 99% dei genitori non separati. Il conflitto coniugale è ovunque, in diverse forme.
  • il Tribunale non dovrebbe concentrarsi sull’eliminazione o sull’attenuazione del conflitto coniugale: non è il conflitto che arreca un pregiudizio al figlio. E’ una variabile aspecifica.
  • non sono gli spostamenti del figlio (da una parte ad un’altra o da una casa all’altra) che rappresentano automaticamente un grave pregiudizio per la salute del figlio. E’ una variabile aspecifica. Quante volte viene ascoltato il figlio per chiedergli se è d’accordo a stare un po’ con uno e un po’ con l’altro genitore? E quanti figli esprimono la volontà di voler rimanere presso la casa coniugale con un genitore coltivando l’intima speranza che l’altro genitore possa farvi rientro?
  • il concetto di pacco postale rappresenta un pregiudizio degli adulti nei confronti delle capacità di adattamento dei figli (da valutare caso per caso) o rappresenta effettivamente una volontà autentica dei figli di non volere essere sballottati a destra e sinistra?
  • la stragrande maggioranza dei figli, nei casi di separazione, vorrebbe continuare a frequentare mamma e papà o vorrebbe che mamma e papà non si lasciassero mai o tornassero insieme
  • non è il concetto di pacco postale a provocare un pregiudizio per il figlio, ma l’incertezza di non vedere mamma e papà allo stesso modo, la paura di perdere uno o entrambi i genitori dopo la separazione, il coinvolgimento del figlio nel processo giudiziario, l’angoscia di dover scegliere tra l’uno e l’altro
  • la separazione dei genitori crea necessariamente una spaccatura. E’ naturale che il figlio di genitori separati vivrà una famiglia divisa, se stesso diviso tra l’uno e l’altro genitore. Tuttavia, è come viene fatta vivere questa condizione che potrebbe arrecare un danno al figlio il quale avrebbe bisogno di informazioni e spiegazioni chiare (mamma e papà si sono separati e non torneranno più insieme), di regole precise e di non subire pressioni finalizzate a compiere una scelta tra un genitore e l’altro: “non chiedetemi con chi devo stare, perché vorrei stare con entrambi”



DDL 735: le banalità trionfanti in tema di separazioni

di Giovanni Battista Camerini

Il provincialismo culturale vigente in certi ambiti nel nostro Paese è disarmante. Come dimostra il dibattito in corso sui tempi di frequentazione dei figli nelle separazioni, pullulante di banalità trionfanti.
Il bambino spaccato a metà come una mela”: è lo stesso codice civile a sancire il diritto del figlio a mantenere rapporti equilibrati e continuativi con i due genitori dopo la separazione.
Il bambino pacco postale”: è ovvio e naturale che il figlio dopo la separazione abbia due case e faccia il pendolare tra esse.
Il bambino non è come un oggetto, bisogna privilegiare il suo interesse e non quello dei genitori”: tutti gli studi e le ricerche internazionali su decine di migliaia di casi dimostrano che i figli che suddividono il tempo in maniera paritetica tra i due genitori presentano indicatori di benessere superiori a quelli in custodia monogenitoriale.
Non esiste la bigenitorialita’ perfetta, non si può dividere un figlio metà e metà”: per shared custody a livello europeo non si intende 50 e 50 ma tempi di frequentazione non superiori a due terzi e non inferiori a un terzo con ciascun genitore.
Il bambino ha bisogno di stabilità e di avere la sua cameretta”: per un figlio non conta la stabilità muraria ma la stabilità delle relazioni affettive.
Le due mamme di Re Salomone”: nella Bibbia una delle due madri è una lestofante, nelle separazioni ci sono due genitori veri.
Niente è più difficile, come ci insegnano i penalisti, che dimostrare l’ovvio…


 
 



La mediazione familiare a tutela dei minori: intervista a Monica Gioscia

di Mario Masi

Il dibattito che sta seguendo al DDL 735, proposto dal Senatore Simone Pillon si sta concentrando in particolar modo sulla figura del mediatore familiare sugli aspetti psico-educativi della mediazione familiare a tutela della bigenitorialità. Ne parliamo con la dott.ssa Monica Gioscia, educatore professionale, mediatore familiare e counselor.

Di cosa di occupa il mediatore familiare?

Mi occupo di conflitti familiari, sostegno alla genitorialità e coppie in separazione già da tempo; mai come in questo periodo sociale percepisco però la necessità di utilizzare lo strumento della mediazione familiare nell’interesse delle persone come prevenzione della violenza e gestione alternativa del conflitto. Il conflitto nella coppia, è il terreno all’interno del quale si muove e si anima la nostra professione.

Come la mediazione aiuta i genitori?

Lo scopo della mediazione è consentire ai coniugi che hanno deciso di porre fine al loro matrimonio di raggiungere in prima persona degli “accordi di separazione” e di essere gli artefici della riorganizzazione familiare che andrà a regolare la loro vita futura e dei loro figli , seguendo  il concetto delle bigenitorialità partendo dal presupposto che la responsabilità genitoriale debba essere esercitata da entrambi i genitori .  Attualmente il nuovo disegno di Legge Pillon/735 sostiene e legittima i bisogni dei figli in separazione ad essere accompagnati da entrambi i genitori nella crescita, garantendo la bigenitorialità.

Come ne beneficiano i figli?

Noi mediatori abbiamo una grande responsabilità di tutela nei riguardi dei minori: ne assumiamo la rappresentanza, assumiamo il loro punto di vista, portiamo in primo piano i loro bisogni, cerchiamo di lavorare per la continuità degli affetti.

I bambini non soffrono la separazione in sé, ciò che li traumatizza è il conflitto, la violenza. L’effetto devastante sul bambino si verifica laddove esista un’alta conflittualità , dove è strumentalizzato, laddove il bambino subisce la perdita di uno dei due genitori o non riesce a comprendere ciò che sta accadendo. In mediazione troviamo un modo giusto ,a seconda dell’età del bambino per far parlare i genitori con i figli di quello che sta succedendo. Aiutiamo i genitori a rassicurarli che la separazione dei loro genitori non implicherà il sacrificio degli affetti, nè la rottura dei legami.

Come interviene il mediatore nel conflitto di coppia?

Individuando e agendo sulle “posizioni” e sui veri “bisogni” di una persona. In una coppia che litiga emergono subito le posizioni, il mediatore individua dietro la rigidità di un’idea (posizione) il bisogno di ognuno dei coniugi, il sentimento che procura quella rigidità, il malessere, le ferite. Lasciamo che la coppia litighi di fronte a noi per creare quel “raffreddamento emotivo” che ci darà la possibilità di aiutarli a leggerlo meglio e a gestirlo diversamente.

In questo modo, aiutiamo i genitori a rientrare nuovamente in contatto con la capacità della propria mente di pensare a quello che sta accadendo a loro e ai propri figli.

Quando si può dire che un incontro sta funzionando?

Quando l’incontro di mediazione si sta rivelando efficace si percepisce che le due menti della coppia “pensano insieme”, si allontanano dallo schema amico-nemico, e inizia ad emergere la consapevolezza del ruolo che ognuno di loro deve svolgere nella vicenda che riguarda il piano genitoriale.

Il lavoro sul conflitto è condizione necessaria e indispensabile in mediazione familiare. Due persone che stanno attraversando una crisi coniugale, sono arrabbiate, a volte si odiano e perdono di vista i bisogni dei figli, perché vivono una situazione di angoscia legata alla separazione, è consequenziale che resta loro difficile poter lavorare su un progetto educativo per i figli che porta a distinguere la relazione di coppia da quella genitoriale.

Come viene gestito il conflitto?

In mediazione dobbiamo fare in modo che il conflitto si esprima, emerga, che i sentimenti di rabbia si affievoliscano quasi come in una “camera di decompressione”, mi piace usare questa metafora, questo perché le coppie che hanno ancora sentimenti di rabbia inespressi strumentalizza e spesso ostacola o getta discredito sull’altra figura genitoriale. Da più parti si sta facendo strada l’idea che gli eccessi di azioni giuridiche contro l’altro genitore sia la manifestazione di un disagio relazionale di uno dei due genitori, che si esprime nell’incapacità di dialogare e coordinarsi con l’altro.  Il procedimento giuridico a mio avviso impedisce l’immediatezza e favorisce la cronicizzazione di situazioni non equilibrate. Ecco che la mediazione familiare diventa anche un forte strumento di prevenzione per evitare l’alienazione genitoriale, lavorare sulla coppia elaborando il conflitto e i sentimenti di rabbia facilita il raggiungimento dell’obiettivo iniziale quello di creare una sintonia tra gli ex partners sul piano genitoriale, non più una coppia coniugale ma una coppia genitoriale.

La mediazione familiare è un grande strumento di tutela per i minori nella misura in cui offre l’opportunità alla coppia di “ammorbidire il conflitto”, di sostenere il legame di mamma e papà in nome della bi-genitorialità, ripristinare la comunicazione, favorendo la creazione di rapporti e contatti duraturi e funzionali di entrambi i genitori con i figli.

Mediare una coppia in separazione non è cosa di poco conto, è come stare in un mare in tempesta dove i naviganti hanno perso i punti di riferimento, oltre a pensare che si lavora sul “non-amore”. Credo che la dimensione affettiva spesso, sia una spinta propulsiva insieme alla passione che determina una motivazione a gestire un cambiamento e a trovare soluzioni. Far rinascere una coppia di genitori in mediazione, al termine di una relazione coniugale, dà la possibilità di far riemergere quell’amore, in un’altra dimensione relazionale, l’amore per i propri figli che nonostante tutto non deve e non finirà mai.

 

 




L’interesse dei figli e la bigenitorialità: intervista a Anna Poli

Dopo ben dodici anni dalla legge n.54 (Disposizioni in materia di separazione dei genitori e affidamento condiviso dei figli), finalmente si volta pagina, il disegno di legge n. 735 proposto dal Senatore Simone Pillon (Norme in materia di affido condiviso, mantenimento diretto e garanzia di bigenitorialità) segna una importante rivoluzione introducendo la cultura della bigenitorialità.

Il dibattito sulla proposta di riforma ha via via assunto toni sempre più accesi fino a trasformarsi in una lotta di classe fra Maschi contro Femmine, nel presunto interesse dei figli.

Ne parliamo con Anna Poli, blogger di StakerSaraiTu, che è intervenuta più volte nel dibattito sui media.

La proposta Pillon sulle separazioni ha sollevato una discussione finita in una specie di lotta maschi contro femmine e per dar forza alle proprie posizioni viene tirato in ballo l’interesse del minore. Ma in cosa davvero consiste l’interesse di un bambino figlio di genitori separati?

L’interesse di un bambino figlio di genitori separati non differisce minimamente dall’interesse di un qualsiasi altro bambino con i genitori che stanno insieme. Semplicemente, su quale possa essere l’interesse del secondo non ci si interroga mai. Eppure la risposta è lì. Proviamo a riformulare la domanda: qual è l’interesse di un bambino figlio di due genitori che stanno insieme? Lei crede che a qualcuno verrebbe in mente di rispondere: “stare in una casa sola” o “che mamma e papà possano permettersi di mantenere il suo tenore di vita sempre uguale”? Certo che no. Nessuno si sentirebbe di dare a questi elementi grande rilevanza. Ci sono bambini che passano due o tre giornate a settimana a casa dei nonni per motivi organizzativi o che vi si fermano a dormire di regola, ma ci sono anche bambini che passano pomeriggi interi a cadenza regolare a casa di amici di famiglia nell’attesa che la mamma o il papà tornino dal lavoro. Qualcuno si sentirebbe di dire che questi bambini sono trattati come pacchi postali? E vi sono situazioni o momenti particolari in cui una famiglia può trovarsi a dover fronteggiare un’inaspettata condizione economica disagiata e a richiedere, per questo, uno sforzo a tutti i suoi componenti in termini di tolleranza e di abbassamento delle aspettative. Quante volte capita di dire frasi del tipo “le scarpe che ti ho comperato l’anno scorso, quest’anno non si possono comprare perché costano troppo”. Qualcuno si sentirebbe di dire che l’interesse del minore è avere le scarpe fighissime come l’anno precedente alla faccia delle reali possibilità familiari? Ecco, allora, la risposta è: l’interesse di qualsiasi bambino è avere due genitori che portino insieme i pesi che la vita inevitabilmente pone lungo ogni cammino, insieme così che non debba portarli lui, insieme così che lui non se ne trovi mai schiacciato. L’interesse del minore è, dunque, avere due genitori non separati, motivo per cui, in caso di separazione, l’interesse primario del minore non può essere fatto. Appurato ciò, occorrerà adoperarsi affinché venga fatto tutto il pensabile e il praticabile per avvicinarsi il più possibile a quell’interesse. E cioè, prima di qualsiasi altra cosa, garantire la bigenitorialità.

  • Altro termine inflazionato è quello di Bigenitorialità, che significato attribuisce a questo termine?

Bigenitorialità è un termine totalmente inutile, che è rimasto inutile fintanto che abbiamo fatto i genitori ed è diventato, invece, fondamentale da quando abbiamo smesso. Bigenitorialità è fare il genitore, non dovrebbe esserci nemmeno bisogno di specificarlo. Il genitore si fa in due. Il fatto che oggi ci siano genitori costretti a rivendicare la possibilità di esercitare il loro ruolo significa che, a livello educativo, abbiamo sbagliato qualcosa. Quello che davvero viene strumentalizzato è il significato che si dà a questa rivendicazione, quasi fosse una richiesta capricciosa, un privilegio, o (peggio!) un diritto. La bigenitorialità non è un diritto, né dell’adulto, né del bambino. La bigenitorialità è un dovere. E c’è una grossa differenza. Ora le spiego perché. Giocare al parco è un diritto di ogni bambino, ma se viene a piovere, al parco non si va e non succede nulla. Viceversa andare al lavoro (o a scuola) è un dovere, dunque se viene a piovere, ci si arma di stivali e ombrello e si parte. Il diritto è qualcosa che si può fare oppure no, il dovere è qualcosa che si fa e basta. Pensare la bigenitorialità come un diritto è un errore concettuale, ma soprattutto educativo. E questo perché, un po’ in generale, i doveri sembrano non esistere più. Eppure dovere è sinonimo di presa in carico, di responsabilità, di “mi occupo di te”. Sembra coincidere un po’ con l’interesse del minore, non le pare? Concludo dicendo che il problema della bigenitorialità non è conseguente il problema delle separazioni, bensì antecedente. Nelle situazioni altamente conflittuali, la bigenitorialità non c’è mai stata, nemmeno da coppia. Viceversa, nelle coppie che hanno fatto della bigenitorialità un valore fondante fin da subito, sono i genitori stessi a ridimensionare o addirittura a non innescare il conflitto in fase di separazione.

  • Perché proprio le femministe sono insorte contro questo disegno di legge che ha come obiettivo quello di tutelare meglio i figli?

Perché la parità è bella fintanto che è rivendicata; ottenuta ha tutto un altro sapore. Mi spiego: la lotta per la parità (dei diritti, neanche a dirlo, perché i doveri non li rivendica nessuno) ha consacrato il genere femminile come classe svantaggiata per eccellenza, oppressa, perseguitata. Il movimento femminista si è strutturato su questa rivendicazione e ha fatto del suo “essere vittima” un baluardo identitario, una bandiera: la donna è vittima in quanto donna. L’avere o meno subito una violenza non è rilevante, essa è vittima sia in atto che in potenza. Se si parte da questo presupposto, è facile capire perché di fronte a un disegno di legge che promuove l’indiscussa parità genitoriale, il discorso sia stato pilotato fuori rotta fino all’inevitabile schianto nel conflitto di genere. Il motivo è che si doveva ripristinare l’antico metro comodo per cui donna uguale svantaggiata, uomo uguale privilegiato. Peccato che nell’ambito dell’educativa familiare il ruolo indiscutibilmete dominante sia sempre stato quello della madre, dunque ad oggi è la categoria delle madri che deve cedere qualcosa in nome della parità genitoriale che, come abbiamo già detto, pare non essere così scontata come dovrebbe. La parità genitoriale si esplica (nel ddl 735) principalmente in termini di tempo, il che sarebbe niente, se non portasse con sé un ben più tragico spauracchio: il famigerato mantenimento diretto. E qui casca l’asino, perché il buon vecchio patriarcale, sessista, poco dignitoso, oppressivo, maschilista assegno di mantenimento, ecco, quello, “nell’interesse del minore”, le femministe avanguardiste proprio non lo vogliono mollare.

  • Ma è verosimile credere che tale proposta possa far aumentare i casi di femminicidio?

Ma ovviamente no! E sulla base di quale connessione, poi? Qualcuno ha detto: le donne d’ora in avanti avranno paura a denunciare una violenza perché questa potrebbe poi non essere dimostrata. Ma fosse vero! Perché l’intento è proprio quello di scoraggiare le false denunce, non quelle vere. La cosa ben più grave è che si sia costretti a questo. Personalmente, trovo che una denuncia intenzionalmente falsa sia un atto di una violenza inaudita che, quantomeno per onestà intellettuale, dovrebbe essere non solo scoraggiato, ma messo al bando e punito anche da tutte quelle associazioni sedicenti anti-violenza che purtroppo, in realtà, sono anti solo qualche tipo di violenza perpetrata contro qualche tipo di vittima. La falsa denuncia è un reato gravissimo, al momento totalmente impunito.

  • Come si spiega che non esiste un termine analogo a quello di femminicidio per le violenze sugli uomini?

Lei ha mai sentito parlare di “adolescenticidio”? No, però di infanticidio sì. Come mai, secondo lei, gli adolescenti non sono degni di avere un termine tutto loro che designi le loro morti violente? Perché le parole, nella comunicazione mediatica, sono strumentali, cioè devono servire a qualcosa. Nello specifico, a far aprire le bocche e storcere i nasi. Ora, se vogliamo caricare di dramma la morte che è la cosa più drammatica che ci sia come possiamo fare? Semplice, istituiamo i morti di serie A e quelli di serie B. Cioè i morti che fanno venire i brividi e gridare “al mostro!” e che ci servono per innescare paure e lotte e quelli su cui, invece, si può soprassedere, perché rientrano nelle cose che capitano , nel  “così è la vita”. Dunque se ad essere ucciso è un bambino di 3 anni è infanticidio, mentre se di anni ne ha 14 è omicidio; se ad essere uccisa è una donna è femminicidio, mentre se è un uomo è omicidio; se ad essere uccisa è una moglie è uxoricidio, ma se è un marito (chi indovina?) è omicidio. La serie A ha un nome suo, la serie B no. La serie A fa piangere, la serie B meno. Ma soprattutto, la serie A va sui giornali, la serie B al limite su qualche blog.

  • Ha avuto problemi per le sue posizioni sui temi trattati?

Sì, certo. Non a caso uso uno pseudonimo per firmare i miei articoli. Anna Poli è odiatissima dalle femministe. Potrei dire uno dei rari, rarissimi casi in cui una donna è odiata proprio in quanto donna, un odio di genere, insomma. Che a quanto pare è possibile anche quando è perpetrato dalle donne. Questo giusto per dare un’idea di cosa si può fare maneggiando il magico potere della strumentalizzazione delle parole.

foto: Andrea Messaggeri




Il ruolo del mediatore nel DDL Pillon: intervista a Lucia Distante

di Mario Masi

Il testo del Ddl PillonNorme in materia di affido condiviso, mantenimento diretto e garanzia di bigenitorialità” propone delle importanti novità rispetto alle precedente legge n. 54 del 2006. Una di queste è l’introduzione dell’obbligo di mediazione nel caso in cui i genitori del minore non trovino un accordo per evitare di finire a discuterne in tribunale. La figura e il ruolo del mediatore sono ben specificati nei primi quattro articoli della proposta di riforma.

Di questa importante novità ne parliamo con Lucia Distante, Avvocato e Mediatore Familiare. Specializzata in diritto di famiglia, coordinatore genitoriale e Mediatore Civile e Commerciale.

Chi è e qual è il compito del mediatore familiare?

Il mediatore familiare è un professionista esperto nella gestione dei conflitti in ambito familiare ed ha una formazione di base nei settori: giuridico, psicologico o sociale. La sua è una figura terza, neutrale, equidistante, empatica e non giudicante, che supporta la coppia di genitori che si stanno separando e li aiuta a raggiungere degli accordi in autonomia rispetto all’ambito giudiziario. Il suo compito fondamentale è quello di permettere alla coppia in separazione di riaprire i canali di comunicazione interrotti dal conflitto. La mediazione è un percorso di breve durata che si colloca in un momento molto delicato, nel quale le persone sono confuse e disorientate. Gli ex coniugi si trovano di fronte ad uno stravolgimento emotivo e pratico e si vedono costretti a dover proseguire per la propria strada come singoli individui (non più come coppia) ma con la responsabilità, e alcune, volte il “peso” di continuare ad essere dei genitori “sufficientemente” buoni. L’obiettivo fondamentale della mediazione familiare è quello di restituire alla coppia la propria responsabilità decisionale e genitoriale in uno spirito di corresponsabilità ed uguaglianza dei ruoli, in uno spazio protetto nel quale si potranno dire “quelle cose” che è difficile dirsi quando il conflitto è dirompente e accecante e impedisce alla coppia di genitori di vedere quali sono le soluzioni migliori per sé e per i propri figli.

Il ddl 735 proposto dal senatore Pillon prevede un ruolo importante del mediatore al fine di evitare lunghi contenziosi nelle separazioni, cosa ne pensa?

Penso che il ddl Pillon rappresenti una nuova e importante opportunità per le moltissime famiglie che si trovano ad affrontare la crisi separativa, in particolare con l’introduzione della figura del mediatore familiare.

Obiettivo del disegno di legge 735 è tutelare i figli di genitori separati garantendo loro il diritto di continuare ad aver l’affetto e la presenza effettiva di entrambi i genitori.

Il ruolo del mediatore sarà importante perché permetterà agli ex coniugi di affrontarsi/confrontarsi in un contesto riservato ed accogliente, quale quello mediativo, nel quale il conflitto non sarà alimentato ma depotenziato e perderà quella carica negativa e distruttiva che spesso si alimenta all’interno del iter giudiziario. Nella stanza di mediazione, il mediatore familiare potrà accompagnare le parti ed aiutarle a trovare, in tempi brevi, degli accordi di separazione che siano durevoli e mutualmente accettabili. Con il percorso di mediazione si offre ai figli la possibilità di vivere in un contesto familiare più sereno e di poter contare su dei genitori che, seppur separati o divorziati, siano un punto di riferimento e possano continuare ad occuparsi responsabilmente di loro.

C’e un pericolo di sovrapposione fra il ruolo dell’avvocato e quello del mediatore?

Ritengo di no in quanto i ruoli, le competenze ed il modus operandi dell’avvocato e del mediatore familiare sono differenti.

L’avvocato tutela i diritti del proprio cliente e lo rappresenta come parte processuale, inoltre gli fornisce dei pareri e consigli in ragione della propria competenza professionale. Il legale tutela i diritti del suo assistito e si sostituisce ad esso affinchè veda riconosciute le proprie istanze. L’avvocato opera su di un piano esclusivamente di natura giuridica. Al termine dell’iter giudiziario, il provvedimento di separazione emesso dal giudice sarà vincolante per le parti.

Il mediatore familiare non è l’avvocato dell’una o dell’altra parte, guida in modo imparziale la procedura mediativa, gestisce il conflitto nel rispetto di regole definite e non può dare pareri legali o fare diagnosi.  Il mediatore familiare si prende cura sia degli aspetti relazionali che degli aspetti economici delle persone che si rivolgono a lui e che hanno la possibilità di esprimere i propri bisogni pratici ed emotivi.

Il mediatore familiare è “equivicino” ai coniugi che si stanno separando e li affianca, senza interferire, affinchè possano elaborare in prima persona gli accordi che meglio rispondano ai bisogni di tutta famiglia e in particolare dei figli.

Gli accordi raggiunti congiuntamente non saranno giuridicamente vincolanti per la coppia che li ha sottoscritti. I coniugi potranno decidere se sottoporli all’ attenzione di un avvocato che presenterà un ricorso all’Autorità giudiziaria per ottenere l’omologa o darvi attuazione in modo autonomo. L’avvocato e il mediatore, come analizzato hanno modalità operative differenti, sono indipendenti ed autonomi ma sarebbe auspicabile una collaborazione in un’ottica multidisciplinare, in quanto sono ambiti d’azione nei quali operano sono complementari.

Ci può raccontare in breve, dalla sua esperienza personale, una storia significativa del ruolo del mediatore familiare?

Certo! Qualche tempo fa venne da me una coppia, non erano sposati, ma avevano un bellissimo bambino di tre anni. Laura e Giorgio (nomi di fantasia) si erano già rivolti ai rispettivi legali perché in disaccordo sull’assegno di mantenimento per il loro figlio. Uno degli avvocati mi aveva contattata, esortato dal magistrato che aveva consigliato un percorso di mediazione familiare.

La coppia arrivò a studio da me disincantata, convinti di affrontare una mera formalità e dichiarandomi da subito che non avevano nulla da dirsi. Ciò che mi colpì molto era il loro modo di interagire, anzi meglio di non comunicare. Parlavano solo a me e non si guardavano mai negli occhi. Si evitavano. Da subito mi resi conto che dietro l’interesse economico esplicitato si nascondevano dei bisogni diversi. Continuarono a venire a tutti gli appuntamenti. Inizialmente si insultarono (almeno comunicavano!), poi iniziarono a parlare e a dirsi cosa non aveva funzionato nella loro relazione e tutto il male che si erano fatti. Negli incontri successivi si sono capiti, perdonati ed accettati. Laura e Giorgio avevano trovato nella stanza di mediazione un luogo sicuro dove poter gridare il loro dolore per poter poi andare avanti liberi dai fardelli della rabbia e del dolore. Ritrovata la fiducia, accordarsi sull’assegno di mantenimento per il figlio è stata una scelta semplice e condivisa. All’ultimo incontro, dopo avere firmato l’accordo, ci siamo salutati. Laura e Giorgio sono andati via insieme. I loro volti erano completamente cambiati dalla prima volta che li avevo incontrati, erano più distesi e parlavano serenamente. Mi hanno salutata e con un sorriso (di sollievo) mi hanno detto che quel sorriso ritrovato avrebbe accompagnato la crescita del loro figlio, prima conteso.

*Avvocato e Mediatore familiare