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La foresta dei sogni, un film dalle grandi aspettative che non convince

Troppo. Troppo dramma, troppa inquietudine, troppo horror.
Eppure le aspettative erano tante. Nulla mancava all’appello (il regista pluripremiato e top attori quali il premio oscar Matthew McConaughey e Naomi Watts) per non immaginarselo come un grande film sul viaggio metaforico dell’anima che, muore per salvarsi, e migra oltreoceano alla ricerca del luogo perfetto per morire.
Un viaggio di sola andata, senza bagaglio, se non il proprio tormento appresso. Un biglietto per Aokigahara, ai piedi del monte Fuji, un luogo che, incredibile a dirsi, esiste davvero. Basta una banale ricerca su Google con le parole chiave “a perfect place to die” ed ecco sbucare la foresta dei suicidi, talmente tanti che vengono posizionati cartelli per indurre ripensamenti nel visitatore. Difficile uscirne vivi. Un ideale purgatorio per i giapponesi: luogo di riflessione e di salvezza per anime disperate. Come disperato è il protagonista Arthur Brennan, che con lo sguardo rivolto al vuoto emotivo della sua vita matrimoniale, decide di suicidarsi. O meglio di annientarsi per rinascere altrove. L’evento scatenante è la morte della moglie, una perfetta sconosciuta solo con cui litigare. Perché come spesso accade, dei nostri “cari” conosciamo dati o fatti, e non pensieri e gusti.
L’idea era buona, ma l’ultimo film diretto da Gus Vant Sant proprio non ce la fa a convincere: non solo Cannes che lo fischia, ma anche lo spettatore qualunque che magari si aspetterebbe una foresta buona da cui uscirne sollevato. Invece ne esce angosciato, a tal punto che quel breve spiraglio di luce, aperto sul finale, e che poteva dare un senso a tutto il film, risulta debolissimo a confronto dello strazio costante che impedisce ogni riflessione.
Un film spirituale? Si direbbe piuttosto pieno di spiriti. La narrazione inciampa in eccessive banalità, diventando lacrimosa, e sconfina in un grottesco, poco veritiero e molto cinematografico, che offusca il senso che il regista voleva di celebrazione della vita. In effetti Arthur trova nella foresta la possibilità di ricominciare , anche grazie all’incontro con un suo alter ego orientale, una guida spirituale che lo riporta alla vita. La figura più bella del film: Takumi. Un ruolo indefinito. Forse la voce della foresta, forse l’inconscio. O forse la moglie morta con cui dialoga, paradossalmente, solo ora: una volta che la distanza, imposta dalla morte, rende due persone più vicine e sincere di prima. E quindi meno sole.
Insomma Arthur parte per suicidarsi e poi si salva, ma c’è da sperare che a suicidarsi non sia stato, piuttosto, il regista.
di Daniela Rossi

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