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Vi presento un poeta: Beatrice Zerbini

Questa settimana Antonietta Gnerre ha scelto delle poesie di Beatrice Zerbini. Che cos'è la poesia? La posizione esatta di una parola, il segno di una ferita o di un sentiero, la percezione delle ore, del nostro tempo, sempre diverso e sempre uguale.

Sferza fino al rosso       Beatrice Zerbini
vivo, l’epilogo dei blu:
del cielo, del mare, degli occhi,
fa’ coltre, fa’ sonno, fa’
tu;

poi sbianca, depriva, smungi,
fai torpidi
i giardini dei circoli;

finiscici,
in fuga dai tendoni burrascosi;
chiudici
dentro alle vetrine dei bar,
a scampare il disastro di un metro;

prendi
i bambini da dietro
i cancelli di scuola,
lascia
che s’infanghino i garretti,
sporca, raffredda, zittisci.

Piovi, ingrigisci, sciogli
le foglie sotto alle suole;
strappa di venti per strada
il velo alle suore.

Ridi nel mosto,
mettici
i frutti nei piatti;

sii autunno, senza
vergogna, tripudio
di niente, preludio
al finire; per quanto
difetti
di gemme, sii
perfettamente autunno.

Qualcuno ti amerà pure,
senza che sbocci,
senza che splendi,
senza che inverdi,
senza tu dia,
ché tutto prendi;

lo avrai un fiorire tuo
che non ti vedo io,
la tua
stagione degli amori, in te,

come anche il morire dovrà pure
da qualche parte
cominciare.

—— Beatrice Zerbini

È il primo giorno di scuola;
annusa la gomma
intanto che non sai
ancora cosa cancellare;
profumano negli astucci
le matite che tuo padre
ti ha insegnato a temperare;
tutto è nuovo e ti sembra
più adulto il mondo:
anche se non lo dici, ti senti
più grande;
hai i capelli pettinati; la merenda
per metà già sbriciolata
che fra tre ore, forse,
non mangerai.
È bello il tuo zaino,
da fare a gara
con quello degli altri:
è lustro, magico, forse vola;
lo ricorderai fra vent’anni
e ad occhi chiusi
avrà l’afrore
dei citofoni di quando
si ritorna a casa,
all’una e un quarto,
all’amore sicuro e raccolto
che un giorno
cercherai di fuori.
I quaderni non hanno
ancora le orecchie,
sono lisci e sembrano
fatti apposta
per i tuoi errori.
È il primo giorno,
sui banchi freschi di fòrmica,
si stendono il verde e le mani sudate,
macchiate a strisce di cielo,
perché sono
troppo piccoli
i buchi dei tappi
dei pennarelli blu.
È un primo giorno e
ancora non lo sai.
Piange, oltre i cancelli,
di commozione e vita,
tua madre;
la vedrai da lontano,
ti lancerà con gli occhi un seme,
ma non lo annaffierai.
Ti fiorirà nel petto come un presagio,
quando lei sarà già vecchia
e tu soltanto un’anima
che un giorno imparò a leggere
sui libri, gli alfabeti,
nei silenzi, le poesie.

——Beatrice Zerbini

È un anno, un anno,
un altro anno
a finire;

è per sempre,
per adesso,
è lo stesso,
è ieri,
volato via,
è mai più.
È giorni,

è la mia
parola; contro
la tua.

È le sei e diciassette che mi suonano
di lato.

È sudore, è le mani crepate,
la brina sulle rose,
è l’incenso che mi cresce
nei vasi,
è l’incendio di un nuovo
ciclamino;
è il vino che ho brindato da sola;
è la tua
compagnia.

È gli altri, è io;
siamo noi:
cieli e nuvole, soli.

Sei tu? Proprio tu?
È la tosse,
è guarire,
è il ciclo
delle cose; la ruota
delle creature con le sciarpe
sintetiche sugli autobus;
è la fatica, è il cartellino
da timbrare.

È la gabbia,
è libertà,
è la noia di aspettare,
l’anticipo, il ritardo da scusare.

È grazie,
è perdono.

È l’amore che ti scaldo e
rincalzo,
perché sia pronto
quando vorrai
(se potrai),
l’anno – e tutti gli anni,
gli altri anni, nuovi anni –
a venire.

Poesie tratte
dal libro Mezze stagioni, edito da Anima Mundi.

Foto: Enrico Maria Bertani.

di Antonietta Gnerre Antonietta Gnerre

 

 

 

Beatrice Zerbini  Poesia

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