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Il Bambino Dotato e la Pedagogia Nera

Alice Miller (nota psicanalista controcorrente), una delle poche voci davvero competenti nell’ambito della Psicologia dello Sviluppo, ha definito la “Pedagogia Nera” come quell’insieme di pratiche educative basate su castighi, punizioni corporali, isolamento, abbandono affettivo, negligenza, deprivazione d’amore, autoritarismo a carico di un sano sviluppo del cervello del bambino. In sostanza, la “Pedagogia Nera” oggi è la cosiddetta Educazione che viene adoperata, di consueto, per domare i bambini. Si va dalla violenza espressa in modo rigido e severo a quella manifestata con lassismo e assenza delle figure di riferimento (Anarchia Educativa).

Tali pratiche si fondano su disprezzo, umiliazione e mortificazione del bambino. Sono strategie spacciate “per il bene del bambino”, ma in realtà create “contro il bambino” e “per il bene di quei genitori non in grado di essere veramente tali”.

Leggendo i tredici libri di Alice Miller ci si rende conto che una delle espressioni della “Pedagogia Nera” è il Bambino Dotato.

È il bravo bambino, quello saggio, calmo, quello che si comporta come un adulto in miniatura: è autonomo, non piange, né si bagna in tenera età, presenta comportamenti precoci per quello che riguarda l’indipendenza, l’alimentazione, la deambulazione eretta, il comportamento all’asilo, la responsabilità verso i fratelli più piccoli, è dotato di sensibilità e ricettività estreme e sa reprimere le sue reazioni emotive ai pesanti rifiuti che riceve.

È un bambino che risponde alle esigenze della madre e del padre, che si conforma alle loro aspettative, rinunciando così ai propri bisogni fondamentali, primo tra tutti quello di essere amato per quello che è.

Il suo Vero Se’ non può svilupparsi, perché non può essere esperito.

Sara’ un adulto con un’immagine di sé preconfezionata perché non avrà conto del suo Sentire più profondo, avendo tutti i sentimenti congelati. È un bambino disponibile, non ci sfugge come un tempo ci era sfuggita nostra madre/padre.

Soltanto se, come riporta Alice, facendosi adulto, sarà in grado di prendere sul serio i propri sentimenti, incominciando a rendersi conto di come in precedenza avesse trattato i propri bisogni, potrà realizzare che quella era stata la sua unica possibilità di sopravvivere: come meccanismo di difesa contro il dolore di non essere “visto” e ascoltato, questo bambino non poteva che scegliere la repressione di sentimenti considerati riprovevoli dall’ambiente esterno.

Il Bambino Dotato, potendo illuminare la propria coscienza in fase adulta, si sentirà alleggerito nel percepire in se stesso cose che fino a quel momento era abituato a soffocare.

La regola è: quanto più siamo in grado di fare esperienza dei sentimenti della prima infanzia, tanto più ci sentiremo sicuri, resilienti, coerenti, padroni di noi stessi e tanto più saremo capaci di avere relazioni appaganti. Vivere intensamente le emozioni è un’esperienza catartica anche per il corpo che si presenta contratto fin dall’infanzia.

Ne consegue che un bambino può vivere tali sentimenti solo se c’è un adulto che lo accetta, lo comprende e lo asseconda, altrimenti tenderà a non viverli affatto.

Il Bambino Dotato a cui si rifa’ l’autrice è, dunque, il figlio modello, l’orgoglio di mamma e papà. Quello che non grida, non fa capricci, non mette in imbarazzo i genitori. Quello educato a comportarsi sempre bene nei confronti degli adulti. È il bambino che costruirà una storia della propria infanzia del tutto ideale e illusoria: ricorderà di essere stato felice e di esser cresciuto in un ambiente idilliaco.

Questo pargolo saggio è in grado di sentire il minimo mutamento di emozione del genitore e si adegua; è quel figlio che percepisce “la catastrofe” ancor prima che si avveri, sapendo bene che nulla di quello che potrà fare cambierà le cose.

Il Bambino Dotato ha inclinazioni, passioni, talenti che non riescono ad uscire perché andrebbero contro i desideri dei genitori, da cui dipende. E, pur di non perdere il legame, sarebbe disposto a tutto. Anche a farsi molestare dal proprio “aguzzino”.

Questo bambino, che potrebbe apparire un figlio ideale, in realtà, secondo la teoria di Alice, è il risultato di sottili violenze psicologiche, subdole manipolazioni mentali, abusi di potere, atteggiamenti di derisione, umiliazione, oggettificazione e, più spesso di quanto si immagini, di una sorta di stupro del bambino, come quello attuato mediante l’indottrinamento (Pedagogia Nera) tanto diffuso fra coloro che mettono al mondo un figlio senza una consapevolezza emotiva di se stessi.

Le radici vitali del bambino vengono soffocate, qualcosa di simile è visibile nell’adulto tossicomane: “Individui che da bambini hanno dovuto reprimere, con pieno successo, sentimenti molto intensi, tentano spesso di recuperare mediante la droga o l’alcool, sia pure per breve tempo, la loro perduta intensità emotiva”.

ll bambino, che non ha potuto crearsi una struttura propria, dipende prima consciamente e poi inconsciamente dai genitori.

Non riesce così a separarsi da essi e, nell’età adulta, continuerà ad essere dipendente dalle conferme del partner, dei figli, costruendo semplicemente rapporti fusionali.

In pratica, Alice Miller denomina il Bambino Dotato come il bambino “perfetto” per gli adulti, ma assolutamente e drammaticamente “imperfetto” per se stesso, per il suo equilibrio, per la sua felicità più profonda; quel bambino che ha rinunciato alla sua infanzia per soddisfare non i propri bisogni di bambino, ma quelli dei genitori. In definitiva la triste condizione del bambino che fa da genitore al genitore.

Alice Miller mostra come la “grandiosità”, la depressione e il disprezzo siano conseguenze diverse di quello stesso dramma infantile, quello del Bambino Dotato.

La persona “grandiosa” è alla disperata ricerca dell’approvazione, dell’ammirazione altrui, ha bisogno di sentirsi apprezzata, di ottenere il riconoscimento. Questa ammirazione, così fragile, è il surrogato dell’amore: se non è possibile essere amati (e se non si è stati amati da piccoli dai propri genitori, chi potrà amarci?), è possibile però ottenere il consenso degli altri, farsi apprezzare per quello che si fa, per il potere che si gestisce, per le qualità che si mostrano.

La fragilità di questa soluzione consiste da un lato nella dipendenza che si stabilisce nei confronti di chi ammira, dall’altro nella difficoltà di mantenere nel tempo le qualità e le condizioni che suscitano ammirazione (l’invecchiamento, la malattia, i rovesci della fortuna, la perdita della ricchezza e del potere). In questi casi al crollo della “grandiosità” segue inevitabilmente la depressione, che della “grandiosità” non è che il rovescio.

La fase depressiva non è una conseguenza necessaria ed inevitabile della caduta della “grandiosità”, ma si instaura solo se il soggetto nega e reprime il proprio mondo emotivo, si sforza di non vivere la sofferenza, di far tacere le sensazioni più forti, ripetendo ciò che aveva fatto da bambino per adattarsi alle richieste dei genitori.

Se, invece, il dolore viene vissuto, accettato, riconosciuto, la persona ha accesso agli stati d’animo infantili che erano stati rimossi, torna all’origine della negazione, al momento in cui è stato instaurato il Falso Sé. È questa la via che consente di accedere ai sentimenti infantili e di liberarsi progressivamente dal Falso Sé, rinunciando alla ricerca spasmodica del riconoscimento.

di Marta Petrucci

[Psicologa e psicoterapeuta ad orientamento psicanalitico, psicosomatico e Milleriano. Individuale e di Gruppo. Esperta di Parent Training, mirato a sostenere la coppia genitoriale nella gestione del comportamento del bambino. Esperta di Trauma dello Sviluppo, PTSD-s e PTSD-c negli adulti. Da oltre sedici anni studia e divulga il modello terapeutico “milleriano” ovvero la “Terapia dello Smascheramento” basata sul dialogo con il “Bambino Interiore”, applicandolo all’attività clinica. Contatto: i12puntidialicemiller@gmail.com] 

BIBLIOGRAFIA:

“L’origine del male non è sconosciuta. Saggio su Alice Miller”, di M. Petrucci e N. Spina, edito Armando Curcio, 2025. – “Il dramma del bambino dotato. La ricerca del vero sé”, di A. Miller, edito Bollati-Boringhieri, 1996.

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