L’ossessione della compatibilità è l’ennesimo inganno commerciale applicato alle vite umane.
Abbiamo ridotto l’altro a un pezzo di ricambio, a un articolo di sartoria da provare in camerino: se stringe un po’ sui fianchi, se richiede un minimo di sforzo per adattarsi, lo si rimanda indietro.
Avanti il prossimo. Via ad un altro soggetto.
È la logica dell’algoritmo applicata ai sentimenti: cercare il “match” perfetto, l’incastro millimetrico che non disturbi la nostra quotidianità, che non crei attrito.
Ma l’assenza di attrito è la morte dell’evoluzione.
Il rapporto sentimentale sano è l’esatto opposto. Dovrebbe essere uno specchio urticante, lo strumento attraverso cui guardare il proprio abisso grazie alla presenza dell’altro, specialmente quando l’altro è il nostro l’opposto. È nel conflitto costruttivo, nella diversità che scardina le nostre certezze, che avviene la vera crescita personale. L’amore dovrebbe essere un lavoro di scavo, una zona di scontro e di trasformazione umana.
Invece, nell’era della società-troia che mercifica ogni cosa, abbiamo abolito la fatica del lavorare su noi stessi. Se l’altro non è una scarpa comoda fin dal primo giorno, si cambia modello. Non c’è evoluzione, non c’è profondità, solo un eterno scorrere di corpi intercambiabili, consumati e gettati via al primo accenno di noia o di difficoltà.
È una società senza via di ritorno, destinata ad essere maceria.
D’altronde, preferiamo la chimera del progresso e della crescita economica a quella umana. Il risultato è questa sfilata di vestiti uguali, pronti ad adornare le bare dell’omologazione mentre lasciano l’essere completamente nudo.
di Viola Campo

