L’emozione della parola: intervista a Salvatore Martino

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di Anna M. Corposanto

Salvatore Martino è un poeta. Nato in Sicilia nel 1940, è anche attore, regista e dal 2002 al 2010 ha condotto un laboratorio di scrittura creativa poetica presso l’Università Roma Tre. Ma è soprattutto un poeta. Dicono di lui: “è un poeta che conosce veramente la lingua italiana”, ma anche un “poeta di nitidezza cartesiana, aspro, saporoso”  come scrive il critico Donato di Stasi nella prefazione dell’ultimo libro di poesie “La metamorfosi del buio” (editore La Vita Felice) pubblicato nel 2012. Leggendo le sue opere, ciò che colpisce è soprattutto la sua attenzione lucida e appassionata alle vicende umane, all’uomo e alle sue relazioni, alla sua vita nel mondo. Abbiamo incontrato Salvatore Martino in un’accogliente casa, dove vive da molti anni, immerso nella natura e nel silenzio della campagna romana. Il nostro obiettivo era chiedergli innanzitutto se e come la poesia e i poeti possano avere un ruolo in questi nostri tempi.foto1

Dal suo punto di vista, cos’è oggi la poesia e come si è trasformata rispetto al passato?

Oggi la poesia non serve a niente, la mia vuole essere una provocazione quasi bruta. Innanzitutto per com’è confezionata: c’è una produzione sterminata, dove la qualità è immersa come in una palude. Sono pochi i poeti da prendere in considerazione. La poesia oggi non ha alcuna aderenza sociale, politica, economica, culturale e il motivo è semplice: la poesia dice la verità, ma la verità non è mai ben accettata dal potere, dagli uomini di potere. Per millenni invece è stata una guida per tutti: per i politici, gli studiosi, gli scienziati… Pensiamo a Dante o Petrarca, per fare solo due esempi. Oggi si pensa che i poeti abbiano poca importanza, una minima aderenza con la realtà, mentre invece bisognerebbe tenerli nella massima  considerazione da parte di chi guida le sorti della comunità, perché essi possiedono un occhio profondamente lucido sulle vicende umane del passato e soprattutto del tempo presente. E sono persino preveggenti. Ma ormai in Italia sembra non ci sia più spazio per la poesia. Pensi alle trasmissioni televisive, anche quelle che appaiono più “culturali”: mai viene chiamato, intervistato un poeta, nenche un grande poeta straniero.

Forse questo è dovuto al fatto che la cultura oggi ha perso il ruolo che aveva un tempo nelle nostre vite?

Oggi si dice che la cultura non crea profitto, eppure si pubblicano tanti libri di poesie, quasi un milione ogni anno.  Ciò sembrerebbe indicare che ci sia un’esigenza reale di mercato. Ma il problema è che nessuno li legge e, quindi, in questa straripante “fioritura” finisce con l’esserci solo autoreferenzialismo. La produzione di poesia è diventata di massa, ma non è di massa la lettura. Come accennavo prima, purtroppo oggi il ruolo del poeta è stato svuotato completamente, la sua funzione politica e sociale è stata smarrita. Eppure se guardo alla mia esperienza nelle scuole, o in generale con il pubblico, ho una chiave di lettura diversa.

Quale?

In quasi trent’anni che faccio concerti di poesia e musica in tutta Italia, un canone responsorio a due voci quella umana e quella strumentale, avverto chiaramente che il pubblico ha bisogno di soddisfare la sua sete di passionalità e di emozione, viene coinvolto dalle immagini, dal pensiero, che navigano sull’onda coinvolgente del verso.  Quando vado nelle scuole a parlare o a leggere poesia, mi accorgo di suscitare un interesse quasi insospettato negli studenti. Alcuni anni fa mi capitò di leggere nel Liceo Ricasoli di Grosseto poesie dei nostri classici (Dante, Petrarca, Cavalcanti, Tasso): una frase pronunciata da quei ragazzi  mi è rimasta profondamente impressa: “Non sapevamo di studiare cose così belle!” Ecco, nelle scuole, nelle università, oggi i giovani non si accostano ai poeti anche perché non c’è più amore in chi dovrebbe introdurli in questo mondo segreto e misterioso, dispensatore di conoscenza che è appunto il mondo della poesia.

Come si potrebbe cambiare questa situazione?

foto2Intanto prendiamo atto che nelle istituzioni, nelle scuole, nelle università non ci sono, o sono una esigua minoranza, le persone in grado di soddisfare il bisogno latente di poesia che c’è nei giovani. A ciò si aggiunge che la poesia che si produce oggi spesso è fatta di immagini che non suscitano emozioni. Manca di musica e di pensiero, ci si affida al verso libero, che è una trappola pericolosa, difficile da gestire. Si finisce per andare a capo, rimanendo invischiati nel dettato prosastico e, spesso, di cattiva prosa. Si scrivono versi non si fa poesia, che rimane uno dei fatti misteriosi dell’universo. E ci vuole studio, lavoro sul linguaggio, una ossessione maniacale per la parola, senza dimenticare la tradizione dalla quale siamo partoriti. Penso a quanto diceva Leopardi nel suo Zibaldone “Dobbiamo scrivere come gli antichi, ma con parole moderne”.

Cos’è ancora possibile fare oggi?

C’è bisogno di una sterzata, un cambiamento nelle istituzioni, nella politica per accostare le persone alla poesia e per divulgarla. E fare entrare i poeti nelle scuole, nelle università e negli eventi che divulgano cultura.

In concreto, cosa potrebbe fare un poeta?

Secondo me, tanto. Perché la poesia è concretezza, dice la verità e parla dei temi reali dell’esistenza, scava nel profondo, fa sì che l’individuo conquisti la padronanza di sé, abbia la nozione del proprio valore, delle proprie emozioni. E conquistando il proprio “io profondo” ci si avvicina all’Altro, al diverso da sé. E sappiamo quanto oggi sia importante riconoscere il “diverso” da noi in una società sempre più multietnica! Il lavoro del poeta poi ha una funzione maieutica, come la levatrice di socratica memoria: aiuta a conoscere se stessi e a conquistare il proprio posto nel mondo, riconoscendo e incontrando l’Altro, in una relazione paritaria. E inoltre allena a migliorare la comunicazione, a sintetizzare il discorso, a trovare le parole esatte per formularlo, a usare la lingua con una visione più ampia rispetto al “tripudio” dell’elettronica, peraltro necessario, dei messaggi cifrati che partono dai cellulari.

Quindi, un vero poeta potrebbe essere un valido coach, per tutti?

Perché no? Immagini quanto possa essere importante per un politico avere a disposizione un poeta come coach! Lo aiuterebbe a non avere paura della verità, a riconoscere le proprie emozioni e quelle altrui e, quindi, a imparare a diventare autentico, a costruire una comunicazione autentica, con le giuste parole e i suoi giusti significati. E come per lui, sarebbe possibile per tutti se finalmente la poesia entrasse, anzi ritornasse nella nostra vita quotidiana. A quel punto sarebbero possibili immagini come quella che ho visto in una foto che il grande poeta greco Ghiannis Ritsos mi mostrò nel 1985. Fu scattata nel giorno del suo 75esimo compleanno, ad Atene: in quell’immagine si vede lui che si sporge da una macchina scoperta e una folla incredibile di persone che lo salutano, lo circondano e cercano persino  di toccarlo. Ecco, quelle persone volevano fargli arrivare tutta la stima, la riconoscenza, l’affetto per essere il loro poeta, quel punto di riferimento, di emozione e consapevolezza e pensiero, quella luce che aiuta a vivere più consapevolmente la propria vita, ogni giorno. La voglio lasciare con un gesto quasi superbo di immodestia, con le parole conclusive del mio ultimo libro “La metamorfosi del buio”: Assurda misterica impietosa / s’arrampica ai pianeti / la poesia.

Salutiamo Salvatore Martino, ringraziandolo per averci svelato la straordinaria forza che potrebbero darci i veri poeti con la loro poesia, se li facessimo entrare davvero nelle nostre abitudini, nei nostri pensieri.

Redazione

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Tutto si integra nell’eterno ritorno: ciò lo sanno gli umoristi, i santi e gli innocenti. -Pier Paolo Pasolini

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