Intervista a Pippo Corigliano: tra i “miti” e i misteri dell’Opus Dei

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Pippo Corigliano, Direttore Ufficio Informazioni della Prelatura dell'Opus Dei in Italia

Di Cinzia Colella

Un piccolo portone che ha ancora i segni della notte brava trascorsa nella vicina Capo dei Fiori, un citofono con tante etichette ed una interminabile con su scritto: “Ufficio Informazioni della Prelatura dell’Opus Dei”. Suono. Mi apre un simpatico ragazzotto dai tratti orientali in completo scuro che mi accompagna all’ascensore: “Terzo piano, anche io sta andando su, ma preferisco fare le scale”. Una volta premuto il tasto corrispondente al “tre” – e l’ho intuito che fosse quello, vista l’usura del bottone – capisco perché. E’ stato il viaggio in ascensore più lungo mai fatto. Mi sono tornate alla mente le pagine più angoscianti e concitate de “Il Codice da Vinci”. Quello spazio stretto e lento mi ha fatto passare tutto l’entusiasmo di pochi minuti prima. Chi mi aspetterà una volta su? Il monaco albino ancora sanguinante con cilicio avvinghiato sulle gambe? O – peggio – non ci arriverò mai, perché l’ascensore si bloccherà di colpo e piomberà nel vuoto alla stessa velocità generata dal Large Hadron Collider di Ginevra polverizzandosi.
Finalmente arrivo e dopo aver leggermente forzato la porta per uscire, faccio ancora alcuni scalini fino ad una porta che tradisce di molto le mie aspettative. Ha l’aspetto di essere tutto tranne che l’ingresso di un ufficio di rappresentanza dell’Opera. Entro e la cordialità dei padroni di casa mi fa accomodare in un salottino di cortesia, in attesa che arrivi lui, l’ingegnere: Giuseppe Corigliano, Direttore Ufficio Informazioni della Prelatura dell’Opus Dei in Italia.
Accetto un bicchiere d’acqua – sempre con il sospetto che dentro possano esserci delle tracce di cromo esavalente – e inizio a guardarmi attorno. Nell’immaginario comune l’Opus Dei è una sorta di società segreta, magari legata alla massoneria, che si è arricchita grazie a donazioni, a estorsioni, a traffici illeciti non si sa bene di cosa, e che sia in grado di manipolare e gestire costantemente gli affari importanti dell’umanità intera. Ebbene, l’ambiente spoglio di quel modesto ufficio potrebbe tranquillamente assomigliare a quello di uno studio di consulenza non per anime disperse, ma per giovani in cerca di un’occupazione.
Aspetto qualche minuto ed arriva l’atteso ingegnere in un elegante abito scuro ed un sorriso rassicurante. Più tardi mi rivelerà che spesso gli attribuiscono un’aura di infondata potenza, acuita ancor più dalla solennità di quell’anello che indossa sull’anulare sinistro: un ricordo del bisnonno che rappresenta il suo sigillo di fedeltà all’Opus Dei.
Espletate le formalità, mi accompagna orgoglioso a fare un piccolo tour degli uffici facendo soffermare la mia attenzione sui quadri che arredano le pareti. Non hanno temi religiosi, ma infondono comunque una serenità inaspettata. Torniamo nel suo studio e ci accomodiamo nel salottino accanto alla sua scrivania. Iniziamo così a ripercorrere la sua vita all’interno dell’Opus Dei, così come l’ha raccontata nel suo ultimo libro Un lavoro soprannaturale. La mia vita nell’Opus Dei (Mondadori Editore; Collana Ingrandimenti, 129 pagine, prezzo di copertina 17,50 €).
Pippo – così come ama farsi chiamare, per distinguersi dal ruolo ufficiale di Giuseppe – “è un napoletano condotto da Josemaría Escrivá all’amicizia con Dio e che ha impostato la sua vita da questo punto di vista, senza dimenticare la professione di ingegnere navale”. La scoperta avviene per caso durante un sabato pomeriggio del gennaio del 1959, all’età di 17 anni,  quando  Fabrizio, un suo amico, lo invita ad andare ad ascoltare un prete che parla agli universitari, piuttosto che passare il pomeriggio al cinema a guardare un film con Anita Eckberg. L’incontro con Dio avviene il primo settembre del 1960 dopo aver letto “Cammino”, il libro scritto dal fondatore dell’Opera, monsignor Escrivà.  Un incontro forte che gli fa abbandonare il suo sogno da ragazzo: “Una EmmeGi verde, una cabrio che andava di moda, con la ruota di scorta sul retro piena di raggi metallici. Nel sedile posteriore doveva esserci una borsa del tennis, e accanto una bionda, non importava chi fosse”, come racconta nel libro. E invece poi “questo incontro ha dato per prima cosa spessore ai miei progetti professionali, alla base dei quali c’è l’idea del ‘per servire, servire’, cioè essere validi professionalmente e poi alla mia vita interiore. La vita con Dio è una gran risorsa, anche perché ti fa innalzare di quota, malgrado la proprio condizione umana che è sempre tale. Ma la dimestichezza con il Signore, ti rende signore”.

Cosa ricorda con maggiore affetto di lui?   
Il calore, il trascinamento dell’amore.
Nel Suo libro scrive: “Se i cristiani normali fossero tutti buoni cristiani, non ci sarebbe bisogno dell’Opus Dei”. Cosa significa?
Questo è il fascino dell’Opera. In un certo senso è come trovare una bomba atomica. In fondo cos’è la bomba atomica? E’ la capacità di far sprigionare all’atomo l’energia che ha dentro di sé. Allora trovare il valore della vita quotidiana è, in un certo senso, far scoprire l’energia che c’è; le occasioni di vivere d’amore ogni giorno, come in un avventura. Se tutti i cristiani già scoprissero questo – così come avevano scoperto i primi cristiani – non ci sarebbe davvero bisogno dell’Opera. Se uno vede gli atti degli apostoli, colpiscono due cose: la prima che si sentissero essi stessi Chiesa e poi che essendo tutti ebrei – un popolo noto per non sprecare i soldi inutilmente – fossero così toccati che molti di loro cedettero tutto quello che avevano. Questo vuol dire un’adesione al cristianesimo forte, un sentimento profondo. Ecco, l’Opera ha proprio come modello i primi cristiani. Un altro esempio che faccio è Giovanni Paolo II che non è solo un modello di papa, di sacerdote, di vescovo, ma è un modello di uomo vero. Infatti da subito c’è stata un’affinità elettiva con l’Opera. Formare uomini come Giovanni Paolo II, naturalmente con l’aiuto di Dio, perché poi chi forma veramente è proprio lui.
Il Padre fondatore aveva definito l’Opera come “un’organizzazione disorganizzata”, mentre nell’opinione comune è un’organizzazione potente. Quale la verità?
L’Opera non è altro che un colpo sulla spalla da parte di Dio che ti chiede se vuoi essere un buon cristiano e ha bisogno di un minimo di organizzazione perché il suo messaggio rimanga tale. Perciò l’organizzazione è ridotta ala minimo, ma la vera azione dell’Opera è nella creatività del singolo. Un altro discorso sono gli equivoci sull’ Opera,  dovuti alla cultura dominante e al pregiudizio anticattolico. Ci sono dei presupposti proprio culturali: finché i cattolici si occupano degli ultimi, dei malati, dei moribondi allora sono tollerabili, però l’idea che ci sia un’istituzione che faccia un apostolato all’interno della società, questa è intollerabile a priori.
Tanti sono stati i giornalisti con cui è venuto in contatto e coi quali racconta di aver avuto sinceri rapporti di amicizia (uno su tutti è stato Indro Montanelli).  Com’è iniziato il Suo apostolato dell’opinione pubblica?
Con una giacca di renna al Corriere della Sera, come scrivo nel libro. In realtà non ho fatto altro che prendere lo spirito di Escrivà e metterlo in queste questioni, capire che le tecniche non servono a molto se poi non c’è un rapporto umano.
E le relazioni, la comunicazione, rivestono un ruolo fondamentale all’interno dell’Opera, soprattutto quando si trova a dover giustificare delle questioni controverse, come la sepoltura di Enrico de Pedis (detto Renatino, boss dell’organizzazione criminale della Banda della Magliana. Il suo nome è legato anche alla vicenda di Emanuela Orlandi, la ragazza di cittadinanza vaticana scomparsa nel 1983, il cui caso è stato spesso messo in relazione con il caso Calvi  e i rapporti tra Vaticano e Banco Ambrosiano) nella Basilica di Sant’Apollinare, struttura di proprietà dell’Opus Dei, o dei rapporti con il Sudamerica e gli appoggi vaticani ai dittatori sanguinari in Cile e Argentina.                                                                                                                                                                “E’ semplicissimo – risponde sul caso de Pedis – non lo so e non mi interessa, perché noi non c’entriamo per niente. Sant’Apollinare è di proprietà del Vaticano e l’Opus Dei lo ha affittato, ed è stato messo lì dai precedenti affittuari. Per quello che riguarda i rapporti segreti con il Sudamerica – prosegue Corigliano – sono spesso cose inventate. Se c’era una persona che amava l’aria libera e non i sotterfugi era Escrivà. Nemmeno gli piaceva che uno gli dicesse ‘questo è un segreto’, non ha mai voluto la segretezza nell’Opus Dei. Questo è un altro mito.
“L’Opera non fa pane, fa lievito” cerca di inoculare la consapevolezza di sé nel rapporto di amicizia con Dio, un rapporto quotidiano basato anche sulla “preghiera silenziosa in cui si dà del tu con Dio”. Di cosa parla con Dio?
Il fatto di essere piccoli – come chiedeva Gesù – facilita questo dialogo, perché il piccolo non ha nessuna forma di pudore: tutto ciò che gli succede è importante. Questa familiarità è molto importante, oltre al fatto del chiedere attraverso la preghiera che è una vera forza. E la risposta io la avverto quasi fisicamente e maggiormente nella confessione. Per quanto uno possa dargli un valore psicologico, questo dialogo aperto, ti mette in una condizione di familiarità con Dio.
San Josemarìa diceva che “basta dare uno sguardo all’armadio di una persona per capire lo stato della sua vita interiore”. Com’è il Suo, di armadio?
C’è una certa impostazione di ordine e un certo disordine. Nelle cose umane, la perfezione divina non esiste.
Che ricordo ha del 17 maggio 1992, giorno della beatificazione del Padre?
E’ stata molto emozionante. Non è tipico dell’Opera fare delle adunate, per cui per la prima volta c’è stato questo aspetto della collettività. Però l’immagine più forte si riferisce alla canonizzazione, nel 2002. Ero con Minoli e la Merlino sul sagrato e dopo la comunione ero in un attimo di raccoglimento fino a quando mi è stato fatto notare che c’erano tanti questi ombrelli bianchi che accompagnavano l’eucarestia come segno di rispetto. E poiché Escrivà ci teneva tantissimo all’eucarestia, al fatto di  trattare Dio con dignità, in quel momento mi è quasi sembrato una giustizia storica nei suoi confronti dopo tante incomprensioni.
Se avesse la possibilità di passare una giornata con un personaggio storico, con chi preferirebbe farlo?
A parte i Santi e Josémaria, sono incerto tra due persone: Indro Montanelli ed Ettore Bernabei.
Se dovesse ricordare o descrivere con una parola Escrivà cosa direbbe?
Escrivà era un uomo che sapeva amare.

Indro Montanelli?
Montanelli era penetrante con una capacità di analisi e di sintesi eccezionali oltre ad essere un signore.

Leonardo Mondadori?
Una persona gentile.

Ettore Bernabei?
E’ un modello esemplare, perché sa tenere i piedi ben saldi per terra ma con il cuore in cielo.

Enzo Biagi?
Un professionista.

Giovanni Paolo II?
Un grande.

Benedetto XVI?
Un fanciullo sapiente.

Dan Brown?
Indefinibile.

Robert Langdon?
Insignificante.

E Berlusconi?
Berlusconi è un simpatico.

Che rapporto ha con la politica?
Francamente distaccato. Anche perché penso che in questo momento il futuro della politica è nella formazione di giovani. La politica attuale è talmente deludente.

Cosa la rende felice?
L’Amore.

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

4 Comments

  1. Federico
    13 ottobre 2010

    Complimenti, bella intervista.

  2. Augusto
    6 settembre 2011

    Simpatica l’intervista. Solo una precisazione: quel simpatico ragazzotto dai tratti orientali non ha usato l’ascensore non per la lentezza dell’apparecchio, ma per i seguenti motivi:

    1) fare un pò di esercizio fisico;
    2) offrire una mortificazione;
    3) evitare di chiudersi nella cabina con una donna nell’eventualità che questo si blocchi.

  3. Dario
    8 aprile 2012

    Mai lette tante falsità in una sola intervista! E’ assurdo come questo tale, l’ingegnere, si arrampichi sugli specchi per giustificare l’abominio umano e psicologico, ma anche teologico, che è l’Opus Dei. Sono i peggiori affaristi, lavorano nell’ombra, sono scaltri, predicano bene e razzolano malissimo.
    Sono il demonio, hanno in pugno il Vaticano, e la loro forza non è la fede, ma il Dio Denaro. Credono ancora di darla a bere alla gente? Con internet, la libera informazione, la circolazione di idee (cosa che loro aborriscono), sono destinati a cadere. E’ solo questione di tempo, ma cadranno. Si affannano ad accaparrare ricchezze, schiavizzare poveri ingenui, ma la loro caduta è vicina: il mondo va avanti, loro vanno indietro. Il mondo li travolgerà, questa è la grande fortuna.

  4. terry
    11 febbraio 2013

    solo oggi leggo questa simpatica intervista a Pippo Corigliano che ho avuto modo di incontrare più di una volta e ritrovo la sua genuinità e freschezza .Al povero signor Dario che ha commentato l’intervista auguro di tutto cuore che si liberi da tutti quei preconcetti che lo attanagliano e lo allontanano dalla verità ! Certo, siamo liberi di pensare come vogliamo…ma se quello è il suo metro… vale la pena che cerchi di rettificarlo per non diventare un serbatoio di veleno !! Come ? Affidandosi a fonti ben informate ( ce ne sono tante ) e non male informate ( purtroppo pullulano … ma lasciano il tempo che trovano…)

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