Se la Gioconda cela il volto del giovane amante di Leonardo Da Vinci

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Di Valentino Salvatore

La Gioconda, dipinto  assurto a simbolo dell’eterea e raffinata bellezza rinascimentale, potrebbe oggi svelare alcuni dei suoi misteri. Tante le teorie che si accavallano per cercare di scoprire l’arcano dietro quel sorriso enigmatico. Anche il Comitato nazionale per la valorizzazione dei beni storici, culturali e ambientali si è cimentato nell’impresa, con un contributo che risulterà apprezzabile a tutti appassionati. Ebbene uno degli interrogativi più dibattuti riguarda proprio la vera identità della donna leonardesca ritratta: chi è la Gioconda? E’ proprio la nobildonna Lisa Gherardini, la “monna Lisa” moglie di Francesco del Giocondo (da cui il nomignolo)? Leonardo da Vinci, durante il suo terzo soggiorno a Firenze, alloggiò in effetti nelle vicinanze di Palazzo Gondi, in abitazioni di un ramo dei Gherardini. Iniziò a dipingere il famoso quadro, che però terminò diversi anni dopo e portò con sé in Francia. Dove l’avrebbe poi venduto a re Francesco I per ben 4.000 ducati d’oro, con buona pace di chi vorrebbe di nuovo l’opera in Italia. Secondo Silvano Vinceti, presidente del comitato, Leonardo da Vinci si ispirò inizialmente alla nobile, ma terminò il quadro «ispirandosi al suo amante di sempre, Gian Giacomo Caprotti, detto il Salaì». L’idea invece che a fare da modello sia stato il Salaì è stata inizialmente sostenuta dallo scrittore Gianni Clerici nel suo Una notte con la Gioconda. Dove si prendeva in considerazione la somiglianza evidente della Gioconda e altre opere, come l’Angelo Incarnato e San Giovanni.

Gian Giacomo Caprotti, figlio di Pietro de OrenoCaterina Scotti, entrò come allievo nella bottega di Leonardo nel 1490,all’età di 10 anni. Ma forse fu anche amante di Leonardo, ben oltre l’intesa artistica. Non è più mistero d’altra parte l’omosessualità del geniale da Vinci. Di sicuro, nonostante il suo carattere spavaldo e irrequieto che gli valse il nomignolo di Salaì (dal “feroce” Saladino), Caprotti divenne fidatissimo compagno del maestro, aiutandolo nelle sue attività e seguendolo negli spostamenti, fino a recarsi in Francia con lui. Ne erediterà parte dei beni, soprattutto alcuni capolavori come la Gioconda stessa, San Giovanni Battista, Sant’Anna. Aveva già dipinto assieme a Leonardo, quello che pare un ambiguo divertissment: la Monna Vanna (o Gioconda nuda). Dipinto dal soggetto androgino che potrebbe essere l’indizio di una certa complicità tra i due e somiglia alla Gioconda “canonica”. «Il Salaì aveva rapporti ambigui con Leonardo», fa sapere Vinceti, «le sue sembianze sono molto femminili e riconducibili ad altri quadri del pittore che presentano tratti molto somiglianti a quelli della Gioconda».

Il Comitato, dopo attente analisi, avrebbe scovato il segreto negli occhi della Monna Lisa, una specie di firma. Nel suo occhio sinistro ci sarebbe una lettera, una S. Nell’altro invece una L. «La scelta da parte di Leonardo» di queste lettere, sostiene il presidente del comitato, «non sarebbe casuale, rinvia alle lettere L e S, allusione filosofica che ha ispirato il quadro: una armoniosa sintesi fra l’uomo e la donna». Si tratterebbe quindi della dedica del maestro sia al Salaì che a Lisa Gherardini. Uno dei soci del comitato e appassionato di Leonardo, Luigi Borgia, aveva messo la pulce nell’orecchio. Lo stesso Vinceti, volato a Parigi per osservare da vicino l’opera di Leonardo, scopre effettivamente qualcosa e annuncia: «è bastata una lente d’ingrandimento per capire che era tutto vero». Nonostante i dubbi di altri critici, tira dritto: «A parlare sono le immagini, peraltro scrupolosamente riprese da foto pubblicate dal museo del Louvre. Ora tutti potranno ricredersi».

Anche il ponte che si staglia discretto sulla sinistra del dipinto offre un altro enigma. Spiega Vinceti che «sotto uno degli archi del ponte è stato individuato il numero 72», cifra che «riveste molti significati legati alla tradizione ebraico-cabalistica, quella cristiana e quella dei templari, quella magica e quella naturalistica». Secondo la tradizione della cabala, il nome di Dio è composto proprio da 72 lettere, mentre i due numeri presi singolarmente potrebbero «rinviare all’Apocalisse di Giovanni, con precisi riferimenti alla fine del mondo e ai saggi, ai sapienti, agli eletti che saranno risparmiati». Non è chiaro quale sarebbe il ponte ritratto. Per la studiosa Cara Glori si tratta invece del ponte sul fiume Trebbia a Bobbio, località vicino Piacenza. Noto come “ponte del diavolo”, o “ponte gobbo”, fu costruito nel VII secolo dai monaci dell’abbazia di San Colombano. Fu distrutto proprio nel 1472 da un alluvione, quindi ricostruito: il riferimento all’anno sarebbe stato nascosto da Leonardo proprio negli archi. Secondo Glori, la Gioconda sarebbe piuttosto il ritratto di Bianca Giovanni Sforza. Ma per il comitato, rende noto Vinceti che smentisce la Glori, il ponte è quello di Buriano e si trova nelle campagne in provincia di Arezzo.

Tra i tanti studiosi ed esperti che si affannano intorno al misterioso quadro di Leonardo da Vinci non c’è accordo. Non solo, ci sono anche beghe sulla paternità della scoperta. Il pittore Luciano Buso rivendica il primato sulla scoperta, sancita addirittura da un atto notarile, e promette di rivelare la sua versione in un libro che si intitolerà Firme e date celate nei dipinti da Leonardo Da Vinci ai tempi nostri. I critici di professione e gli ambienti accademici sono però più freddi, soprattutto per il sensazionalismo con cui vengono diffuse certe notizie. Vittorio Sgarbi bolla il tutto come «assolute insensatezze», anzi le stronca come «forme di vampirismo: queste persone si attaccano ad un autore importante solo per far parlare di sé». Martin Kemp, un altro esperto di da Vinci, già professore in pensione della Oxford University, spiega che il quadro «è quasi certamente della nobildonna italiana Lisa del Giocondo, per quanto questo possa essere privo di romanticismo e di mistero». Dubbioso anche sui tentativi di identificare il panorama con un luogo preciso: «non trovo che la somiglianza con il ponte di Bobbio sia così stretta». «Ho grandi riserve su tutti i tentativi di trovare qualche oscuro significato nascosto nelle opere d’arte del Rinascimento», conclude, con buona pace di tutti gli appassionati di misteri su Leonardo da Vinci. Che cercano in ogni piega della monumentale opera del genio le tracce di segreti reconditi. E che di certo non si fermeranno di fronte alle obiezioni degli scettici, sedotti da quello sguardo misterioso.

Anna Esposito

Partenopea, agnostica, grafomane appassionata di politica e di buon vino. Non correggo il caffè. Direttore editoriale di Itali@Magazine.

2 Comments

  1. Ravecca Massimo
    27 agosto 2013

    Leonardo da Vinci, Michelangelo Buonarroti e Gesù avendo una intelligenza simile hanno avuto un volto simile verso il termine della vita, avvenuta ad età differenti. La Gioconda è un ritratto ideale, un gioco di prestigio, un’illusione ottica che rimanda al volto di Leonardo e a quello della Sindone. Cfr. Ebook . (amazon): Tre uomini un volto: Gesù, Leonardo e Michelangelo.

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