Negli ultimi anni il tema del trauma infantile è entrato sempre più al centro del dibattito psicologico e scientifico. Non si tratta soltanto di eventi estremi o di esperienze chiaramente violente: spesso il trauma prende forma in modi più sottili e silenziosi, all’interno delle relazioni quotidiane.
Ciò che accade nell’infanzia, soprattutto quando le emozioni non trovano accoglienza e comprensione, può lasciare tracce profonde nel modo in cui una persona percepisce se stessa, gli altri e il mondo.
Ma che cos’è davvero il trauma infantile? Quali segnali possono indicarne la presenza e in che modo queste esperienze influenzano lo sviluppo emotivo? Ne parliamo in questa intervista con Germana Verganti, psicologa, psicoterapeuta Milleriana, Analista transazionale
Quando si parla di trauma infantile si pensa spesso a eventi estremi. È davvero così?
Non necessariamente. Perché si produca un trauma nell’infanzia non serve per forza un evento eccezionale o drammatico. È sufficiente che un’esperienza venga vissuta dal bambino come soverchiante e solitaria, senza la possibilità di essere compresa e condivisa con un adulto affidabile. In altre parole, ciò che rende traumatica un’esperienza non è soltanto ciò che accade, ma il modo in cui il bambino rimane solo di fronte a quell’esperienza.
In che senso il trauma non coincide semplicemente con l’evento?
Come ha sottolineato lo psichiatra Bessel van der Kolk, il trauma non è definito soltanto dall’evento in sé, ma dall’effetto che quell’esperienza produce sul sistema nervoso. Il trauma è, in un certo senso, ciò che resta nel corpo quando la mente non è stata in grado di elaborare ciò che è accaduto.
Perché i bambini sono particolarmente vulnerabili a questo tipo di esperienze?
Perché, dal punto di vista neurobiologico, non possiedono ancora pienamente le competenze di autoregolazione emotiva. Un bambino dipende dall’adulto per dare senso alle proprie emozioni e per modularle. Se un’esperienza è troppo intensa, improvvisa, ripetuta oppure vissuta in solitudine emotiva, può assumere una valenza traumatica.
Quali situazioni possono generare un trauma nell’infanzia?
Il trauma può derivare da eventi acuti come maltrattamenti, grave trascuratezza o la perdita improvvisa di una figura di riferimento. Ma può nascere anche da condizioni relazionali croniche e meno visibili: umiliazioni ripetute, svalutazione sistematica, freddezza affettiva, imprevedibilità degli adulti, richieste di maturità precoce o mancanza di rispecchiamento emotivo. In questi casi non è tanto il singolo episodio a ferire, quanto la ripetizione nel tempo e l’assenza di un contesto che possa riparare quella ferita.
Come reagisce un bambino quando vive un’esperienza traumatica?
Poiché non può modificare l’ambiente né allontanarsene, il bambino sviluppa adattamenti di sopravvivenza. Può diventare ipervigile, estremamente compiacente o rigidamente autosufficiente. In altri casi può imparare a dissociarsi, riducendo il contatto con le proprie emozioni e sensazioni per non sentirne l’intensità.
Quali segnali possono indicare che un bambino sta vivendo una sofferenza traumatica?
A livello emotivo possono comparire reazioni sproporzionate rispetto agli stimoli: crisi intense di rabbia o panico per frustrazioni minime, pianto inconsolabile oppure, al contrario, un’apparente freddezza emotiva. Spesso si osservano oscillazioni rapide tra iperattivazione, agitazione, impulsività, ipervigilanza e momenti di spegnimento, con ritiro, apatia o sguardo assente. Questa alternanza riflette spesso un sistema nervoso che fatica a trovare un equilibrio.
E dal punto di vista comportamentale cosa si può osservare?
Possono comparire regressioni improvvise, come il ritorno a comportamenti già superati — per esempio enuresi o bisogno costante di contatto fisico — oppure difficoltà nel sonno. In altri casi emergono condotte oppositive marcate, aggressività non contestualizzata oppure, all’opposto, un compiacimento eccessivo verso l’adulto, come se il bambino fosse costantemente preoccupato di non deludere.
Anche il gioco può offrire indicazioni?
Sì. Il gioco è uno dei linguaggi principali dell’infanzia. Ripetizioni rigide di scene di pericolo, salvataggio o punizione possono indicare un tentativo di elaborazione simbolica di esperienze che non sono ancora state integrate.
Quanto conta la dimensione relazionale?
È centrale. Alcuni bambini sviluppano un attaccamento estremamente ansioso, con forte paura della separazione e bisogno continuo di rassicurazione. Altri, invece, appaiono evitanti: sembrano troppo autonomi per la loro età e cercano poco conforto anche quando stanno male. In entrambi i casi può emergere una difficoltà a percepire l’adulto come base sicura.
Il corpo può dare segnali di trauma?
Molto spesso sì. Disturbi persistenti del sonno, incubi ricorrenti, mal di pancia o mal di testa frequenti senza cause mediche evidenti, tensione muscolare costante, postura rigida o uno sguardo costantemente vigile possono indicare uno stato di attivazione cronica. Talvolta il bambino sembra sempre in allerta, come se stesse monitorando l’ambiente alla ricerca di segnali di minaccia.
Come distinguere questi segnali da normali difficoltà dell’infanzia?
È importante non trarre conclusioni affrettate. Singoli comportamenti possono avere molte spiegazioni e devono essere sempre contestualizzati nell’età evolutiva e nell’ambiente familiare e scolastico. Ciò che orienta verso un’ipotesi traumatica è soprattutto la persistenza dei segnali, la loro intensità e la difficoltà del bambino a tornare spontaneamente a uno stato di calma.
Che ruolo ha la presenza di un adulto disponibile?
Un indicatore fondamentale è la qualità della regolazione emotiva in presenza di un adulto. Un bambino non traumatizzato, anche se agitato, tende a calmarsi quando incontra un adulto sintonizzato. Se invece la co-regolazione fatica a produrre effetto, o il bambino sembra non fidarsi del conforto offerto, può esserci una ferita più profonda nel sistema di sicurezza.
Queste esperienze possono avere effetti anche nell’età adulta?
Sì. Gli adattamenti che permettono al bambino di sopravvivere emotivamente possono trasformarsi, con il tempo, in difficoltà relazionali o regolative. Una delle strategie più comuni è la minimizzazione di ciò che si è vissuto.
Perché accade questa minimizzazione?
La psicoanalista Alice Miller ha descritto come il bambino tenda a proteggere l’immagine dei genitori anche a costo di negare il proprio dolore. Riconoscere l’inadeguatezza di chi dovrebbe garantire sicurezza può essere psichicamente destabilizzante. Spesso è meno minaccioso pensare di essere stati “bambini troppo sensibili” che ammettere di non essere stati sufficientemente amati, compresi o protetti.
Quindi il trauma infantile riguarda anche ciò che non è accaduto?
Esattamente. Non riguarda solo ciò che è successo, ma anche ciò che è mancato: sintonizzazione, validazione emotiva, momenti in cui le emozioni potessero essere accolte e regolate insieme a un adulto. Quando queste condizioni mancano in modo significativo o prolungato, il bambino può interiorizzare un senso di insicurezza o di inadeguatezza che continuerà a influenzare la percezione di sé e delle relazioni anche molti anni dopo.
di Mario Masi

