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Trauma e psicosomatica

Ci sono sintomi che assorbono molto energie e sembrano sottrarsi a ogni tentativo di spiegazione e rapida cura . 

Dolori che ritornano, vertigini, sensazioni di soffocamento, disturbi gastrointestinali, tensioni muscolari, tremori, tachicardia, una stanchezza che non passa. La persona avverte qualcosa di concreto, talvolta persino invalidante, ma gli esami effettuati non restituiscono una spiegazione medica sufficiente o una strada di cura chiara.

È proprio qui che comincia la domanda : è possibile che una parte della sofferenza che avvertiamo nel corpo sia collegata a processi psicologici che non riusciamo a riconoscere, elaborare o persino immaginare?

Non perché il corpo custodisca necessariamente un segreto da decifrare, ma perché non tutto ciò che influenza il nostro organismo è immediatamente accessibile alla coscienza.

Crediamo che la ricerca della causa non può fermarsi alla contrapposizione tra ciò che è fisico e ciò che è mentale.

La domanda diventa allora più profonda: quali esperienze, condizioni emotive e meccanismi di risposta allo stress possono contribuire a trasformare una sofferenza psicologica in una sofferenza che si manifesta anche attraverso il corpo?

Per affrontarla, dobbiamo considerare almeno due dimensioni: il funzionamento del sistema nervoso e la storia individuale attraverso cui la persona ha imparato a reagire alla paura, al conflitto, all’insicurezza e alla frustrazione.

E quindi alla sofferenza e che, fino a quel momento, non è stata adeguatamente considerata!!

Non esiste un momento in cui siamo soltanto mente e un altro in cui siamo soltanto corpo. Pensiamo con un cervello, proviamo emozioni attraverso un organismo e reagiamo fisicamente a ciò che la nostra mente percepisce, ricorda o teme. Le emozioni sono fisiologia , passaggi di informazioni e reazioni che avvengono nel nostro corpo e sono mediate dal nostro cervello . La separazione tra mente e corpo è soprattutto una distinzione che facciamo noi per comprendere la realtà. L’organismo, invece, quella separazione non la conosce. Se mente e corpo non sono separabili, allora neppure un trauma può essere confinato alla mente. Un’esperienza traumatica non viene semplicemente ricordata: può diventare un modo di funzionare dell’intero organismo.

Cos’è il Principio dell’Infiammazione?

Immaginiamo di vivere per mesi o anni in una condizione di allarme: una relazione in cui non ci sentiamo al sicuro, un ambiente familiare nel quale dobbiamo reprimere continuamente ciò che proviamo, una situazione in cui siamo costretti a controllarci, adattarci o difenderci per evitare conseguenze dolorose.

Il nostro organismo non distingue tra un pericolo fisico immediato e una minaccia emotiva che si ripresenta ogni giorno: la risposta è la stessa. 

Quando percepiamo una minaccia, si attivano i sistemi biologici che preparano a reagire: aumentano la vigilanza, cambiano il battito cardiaco, si modifica la respirazione e vengono rilasciati ormoni come l’adrenalina e il cortisolo. È una risposta naturale, indispensabile per sopravvivere.

Il cervello interpreta ciò che accade, valuta quanto ci sentiamo al sicuro e comunica continuamente con il resto del corpo. Il nostro corpo si prepara ad “attacchi “ o risposte nel corpo che però rimangono silenzio e sommerse.

Il problema nasce quando questo stato di allarme diventa persistente e l’organismo fatica a ritrovare un equilibrio, a quel punto lo stato di attivazione si trasforma in infiammazione bassa, latente.

Che cosa c’entra l’infiammazione?

L’infiammazione è una risposta di difesa del nostro organismo. Quando ci feriamo o incontriamo un agente infettivo, il sistema immunitario si attiva per proteggerci e riparare i tessuti. È un meccanismo utile e necessario.

Ma questa risposta deve essere regolata con precisione: deve attivarsi quando serve e ridursi quando non è più necessaria.

La ricerca in un campo chiamato “Psiconeuroendocrinoimmunologia” studia proprio le connessioni tra cervello, sistema nervoso, ormoni e sistema immunitario. 

Sappiamo che lo stress psicologico prolungato può modificare il funzionamento di questi sistemi e, in alcune persone e circostanze.

Questo non significa che ogni persona sottoposta a stress sviluppi un’infiammazione, né che ogni sintomo fisico sia causato da essa. Significa, piuttosto, che le esperienze emotive possono avere conseguenze biologiche concrete, anche attraverso meccanismi che coinvolgono l’infiammazione.

Pensiamo a una persona che abbia trascorso l’infanzia in un ambiente imprevedibile, in cui non sapeva mai quando sarebbe stata umiliata, rimproverata o rifiutata.

Potrebbe diventare un’adulta sempre vigile, attenta ai cambiamenti d’umore degli altri, incapace di rilassarsi davvero. Anche quando il pericolo originario non è più presente, il suo organismo potrebbe continuare a reagire come se dovesse proteggersi.

Se questa condizione si prolunga, il sonno, la tensione muscolare, la percezione del dolore, la digestione e altri processi fisiologici possono risentirne. In alcuni casi possono essere coinvolti anche i meccanismi immunitari e infiammatori.

Il punto importante è che non dobbiamo immaginare l’infiammazione come un fuoco nascosto presente in ogni persona traumatizzata. È più corretto pensare a un organismo i cui sistemi di regolazione possono essere influenzati, nel tempo, da condizioni persistenti di stress.

E quando gli esami non mostrano nulla?

Qui entriamo nel cuore della psicosomatica.

Una persona può soffrire di dolori, disturbi intestinali, stanchezza, tensioni o altri sintomi anche quando gli esami non identificano una lesione o una malattia capace di spiegarli completamente.

Il dolore e gli altri sintomi corporei dipendono da sistemi complessi, nei quali interagiscono segnali provenienti dai tessuti, sistema nervoso, attenzione, emozioni, esperienze precedenti e condizioni ambientali. In alcuni disturbi funzionali, per esempio, può aumentare la sensibilità del sistema nervoso agli stimoli, senza che sia necessaria un’infiammazione 

Un aspetto particolarmente interessante, anche in relazione ai traumi infantili, è che le esperienze non influenzano soltanto il modo in cui interpretiamo il mondo. Possono incidere anche sulle modalità con cui impariamo a reagire allo stress, modellano il sistema nervoso autonomo ed il corpo stesso.

Ciò che abbiamo vissuto può influenzare la nostra soglia di allarme, il modo in cui percepiamo la sicurezza e la capacità di recuperare uno stato di calma dopo una minaccia. Queste risposte coinvolgono circuiti cerebrali, sistema nervoso autonomo, ormoni e sistema immunitario.

Da questa prospettiva, prendersi cura della sofferenza psicologica non significa ignorare il corpo per concentrarsi sulla mente. Significa riconoscere che i due sistemi comunicano continuamente e che la cura può richiedere attenzione a entrambi.

Il corpo non è un contenitore nel quale la mente deposita le proprie sofferenze. 

È un organismo che partecipa a ogni esperienza, interpreta le minacce e cerca continuamente di adattarsi. 

Quando lo stress diventa persistente, anche i sistemi che regolano il dolore, il sonno, gli ormoni e le difese immunitarie possono risentirne. 

Comprendere la psicosomatica significa proprio questo: smettere di contrapporre ciò che sentiamo a ciò che accade nel corpo.

Il processo terapeutico: se la sofferenza non è confinata alla sola mente ma si organizza come un funzionamento dell’intero organismo, il percorso di cura non può limitarsi alla sola parola o alla ricostruzione logica degli eventi.

Prendersi cura di un organismo bloccato in uno stato di allarme richiede un approccio che parli direttamente al sistema nervoso autonomo e alla sua memoria somatica.

Nessun sistema nervoso può uscire da una risposta di difesa (iper-vigilanza o congelamento) soltanto attraverso un comando cognitivo. La guarigione inizia quando l’organismo impara a rilevare indici concreti di sicurezza.

In terapia, la relazione non è solo il contenitore in cui si parla, ma un vero e proprio strumento neurobiologico: attraverso il tono della voce, lo sguardo e la sintonizzazione affettiva, la presenza del terapeuta si offre come un’ancora di co-regolazione. Questo contatto attiva i circuiti del sistema di ingaggio sociale (vagale ventrale), segnalando al cervello che la minaccia è passata e permettendo all’asse dello stress e alle risposte infiammatorie di abbassare la guardia.

Sintomi fisici, la stanchezza cronica o i picchi improvvisi d’ansia possono essere compresi come manifestazioni di “parti interne” che continuano a reinterpretare il presente con le lenti dell’ambiente in cui siamo cresciuti.

Riconoscere queste reazioni significa smettere di combattere il proprio corpo o di considerarlo difettoso. Attraverso il processo di disidentificazione e la cura interna, la persona impara a relazionarsi con le proprie strategie difensive con compassione e rispetto per il ruolo di protezione che hanno svolto, aiutandole gradualmente a riattualizzarsi nel presente.

Quando un’emozione profonda – a lungo trattenuta per proteggersi – può essere vissuta, condivisa e accolta nell’ambiente sicuro della stanza di terapia, l’organismo vive un’esperienza di reale riparazione neurobiologica.

di Marta Petrucci (psicologa e psicoterapeuta) e Alice Parri (psicologa e psicoterapeuta)

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