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Rita Pacilio. La parola, La ferita, La preghiera. Ritratto di una voce mistica contemporanea

Un’opera critica di rara densità interpretativa si affaccia nel panorama letterario: Rita Pacilio. La parola, La ferita, La preghiera – Ritratto di una voce mistica contemporanea (Arsenio Editore, 2026, pp. 112). A firmarla è Vincenzo Guarracino, figura di riferimento della saggistica e della poesia italiana, il cui percorso spazia dall’esegesi della lirica classica al profondo magistero leopardiano. Con questa monografia, lo studioso rivolge il suo sguardo rigoroso alla figura di Rita Pacilio, tratteggiandone la singolare caratura etica e spirituale.

Guarracino individua nel percorso della Pacilio una cifra mistica priva di compiaciuti autobiografismi, radicata piuttosto in una dimensione corale e universale. Al centro della riflessione vi è la capacità transfigurativa della voce poetica, che non si limita a raccontare il dolore, ma ne rovescia il valore simbolico. In questo orizzonte, l’atto del benedire si spoglia di ogni automatismo devozionale per farsi gesto radicale, forma di resistenza al cinismo e all’insensibilità contemporanei. Una prospettiva che trova piena maturazione nel poema La prima parola (finalista al Premio Letterario Camaiore – Francesco Belluomini 2026), dove la poetessa scrive:

 

«La benedizione è l’interpretazione
definitiva della vita
sembrano tremare gli affreschi
tra il chiaro e scuro:
ci vuole un angolo senza luna
per capire il senso».

 

Dall’Introduzione al volume

Nell’introduzione al volume, Guarracino chiarisce l’attitudine analitica ed esistenziale con cui si è accostato a questa produzione poetica, ponendo premesse teoriche imprescindibili per il lettore:

 

«La dimensione spirituale, per questo, non può essere trattata come un elemento accessorio. Pacilio non utilizza il sacro come repertorio simbolico, né lo relativizza per renderlo culturalmente accettabile. Lo assume. E nel farlo si espone. In un tempo che privilegia la distanza ironica, questa esposizione costituisce un rischio reale. La critica può reagire in due modi: o celebrando ingenuamente questa postura, o marginalizzandola come inattuale. Questo lavoro sceglie una terza via: prendere sul serio la sua serietà.

Ma prendere sul serio un’opera di questo tipo implica una conseguenza: non restarne fuori. La lettura, così, non è un atto neutro. È una forma di coinvolgimento. Nel corso di questo lavoro, più volte, si è presentata una alternativa netta: fermarsi all’analisi o lasciarsi interrogare. Non si è trattato di una scelta metodologica, ma di una necessità.

La presente monografia non pretende di chiudere l’opera di Rita Pacilio in una formula interpretativa definitiva. Propone, piuttosto, una mappa di tensioni: “orme e profezie” di una possibile linea di lettura, consapevole del fatto che ogni linea lascia fuori qualcosa. E che proprio in questo resto – in ciò che non si lascia completamente nominare – si gioca la forza dell’opera. Se c’è un presupposto, è il seguente: la poesia di Pacilio non chiede di essere spiegata, ma attraversata. E attraversarla significa accettare che qualcosa, alla fine, resti aperto.»

Attraverso questa rigorosa indagine, emerge con chiarezza la statura di Rita Pacilio nel panorama contemporaneo. La sua ricerca evoca inevitabilmente la lezione di grandi figure del pensiero e del misticismo del Novecento, a partire da Simone Weil: ritroviamo qui la medesima attitudine a non eludere la ferita, l’idea che la luce e la grazia non siano una fuga dalla realtà, ma l’atto estremo di sostare nel dolore per trasformarlo in attenzione suprema e condivisione.

Al tempo stesso, la poesia della Pacilio appare intimamente impregnata dello spirito francescano, riferimento essenziale e carissimo all’autrice. Da San Francesco eredita una spinta al “benedire” che flette l’esistenza verso l’umiltà, la fraternità radicale con la creatura e l’abbraccio del sacro nel quotidiano. Questa tensione si traduce in una densità del verso che richiama la lezione liturgica e la ricerca dell’ineffabile di Cristina Campo: la parola si fa rito, forma pura di attenzione, officio interiore che custodisce la bellezza e il mistero dell’invisibile. Estranea alle facili scorciatoie del disincanto, Pacilio restituisce alla poesia la sua funzione di presidio etico, guida spirituale e varco verso l’inedito, consegnandoci una delle esperienze liriche più necessarie e profonde della nostra letteratura.

Redazione Cultura

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