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Quando i monumenti diventano simboli politici: la memoria europea tra rimozione e preservazione

Nell’aprile 2026, le autorità di Tomsk, in Siberia, hanno smantellato il Memorial Park to the Victims of Political Repression, rimuovendo anche la Stone of Grief, un monumento dedicato alle vittime delle repressioni politiche sovietiche. Il sito commemorava, tra gli altri, le vittime estoni, lettoni, lituane, polacche e calmucchie delle deportazioni e delle repressioni staliniane. La decisione ha suscitato proteste da parte di Polonia e Paesi baltici, per i quali la memoria dell’occupazione e della repressione sovietica continua a rappresentare una componente particolarmente importante della memoria nazionale. La vicenda di Tomsk non è però isolata. Negli ultimi mesi, in diverse parti d’Europa, il destino dei monumenti legati al passato sovietico è tornato al centro del dibattito pubblico. Non si tratta soltanto di decidere cosa conservare o cosa rimuovere: dietro queste decisioni emerge una questione più profonda. Chi decide come una società debba ricordare il proprio passato?

Quando un monumento diventa propaganda?

A fine luglio, nella città polacca di Pyrzyce, è stato rimosso un monumento dedicato ai soldati dell’Armata Rossa caduti durante la Seconda guerra mondiale. Le autorità polacche hanno motivato la decisione sostenendo che il monumento costituisse un elemento di propaganda sovietica. La rimozione si inserisce nel più ampio processo di de-sovietizzazione degli spazi pubblici polacchi, accelerato negli ultimi anni anche dalla guerra in Ucraina. Il caso polacco mostra però quanto sia difficile tracciare una linea netta tra memoria storica e simbolo politico. Un monumento può commemorare persone realmente morte durante una guerra e, allo stesso tempo, essere stato concepito per celebrare il sistema politico che le rappresentava. Rimuoverlo significa quindi cancellare la memoria del passato oppure rifiutare il significato politico che quel monumento ha assunto? La questione è resa ancora più complessa dalla presenza di accordi bilaterali che, in diversi Paesi europei, regolano la tutela delle tombe di guerra e dei luoghi commemorativi. Questi strumenti sono stati concepiti per garantire la conservazione e l’accessibilità dei luoghi della memoria, ma oggi si trovano a operare in un contesto profondamente cambiato, nel quale il significato di molti monumenti sovietici viene nuovamente discusso.

Preservare o reinterpretare?

La Germania offre una terza possibilità. A Berlino, il monumento sovietico di Treptower Park continua a commemorare i soldati dell’Armata Rossa caduti nella battaglia di Berlino. Il complesso è anche un luogo di sepoltura per migliaia di soldati sovietici. La sua presenza è però diventata oggetto di nuove discussioni dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Il problema non riguarda necessariamente la sua demolizione, ma il modo in cui il monumento debba essere interpretato oggi: come luogo di memoria della sconfitta del nazismo, come espressione della propaganda sovietica o, più recentemente, come simbolo che può essere utilizzato nella narrazione politica della Russia contemporanea? Il caso di Treptower Park suggerisce quindi una terza possibilità: non rimuovere necessariamente un monumento, ma contestualizzarlo e reinterpretarlo. I tre casi mostrano approcci diversi alla stessa questione: a Tomsk, un memoriale dedicato alle vittime della repressione viene smantellato; in Polonia, un monumento sovietico viene rimosso perché considerato uno strumento di propaganda; a Berlino, invece, si discute di come conservare un luogo della memoria separandolo dalle narrazioni politiche contemporanee. La domanda rimane quindi aperta: può un monumento essere contemporaneamente un luogo di memoria e un simbolo politico?

Una memoria europea, molte esperienze

Queste controversie mostrano anche quanto sia difficile parlare di una sola memoria europea. Per alcuni Paesi dell’Europa occidentale, la memoria del Novecento è stata a lungo costruita principalmente attorno al nazismo, alla Shoah, alla Resistenza e alla Seconda guerra mondiale. In Polonia e nei Paesi baltici, invece, il ricordo del XX secolo comprende anche l’occupazione sovietica, le deportazioni e le repressioni staliniane. Queste esperienze storiche differenti non possono essere semplicemente sovrapposte. Allo stesso tempo, non dovrebbero trasformarsi in una competizione tra memorie nazionali. È proprio qui che si trova una delle sfide della memoria europea: non creare una memoria unica, ma costruire uno spazio comune nel quale memorie differenti possano coesistere. L’Unione europea ha cercato di sostenere questo processo attraverso iniziative dedicate alla memoria delle vittime dei regimi totalitari e autoritari, alla ricerca storica e all’educazione. L’obiettivo non è necessariamente stabilire un’unica interpretazione del passato, ma favorire il riconoscimento delle diverse esperienze che hanno contribuito alla storia europea.

Perché il 23 agosto conta ancora

È in questo contesto che assume particolare significato il 23 agosto, Giornata europea della memoria delle vittime di tutti i regimi totalitari e autoritari, istituita nel 2008. La scelta della data non è casuale. Il 23 agosto 1939 venne firmato il patto Molotov-Ribbentrop tra la Germania nazista e l’Unione Sovietica, accompagnato da un protocollo segreto che divideva parte dell’Europa orientale in sfere di influenza tedesca e sovietica. La giornata nasce quindi dalla necessità di ricordare le vittime delle deportazioni, delle persecuzioni e degli stermini di massa, ma anche di riflettere sulle conseguenze che i regimi totalitari e autoritari hanno lasciato nelle società europee. A distanza di decenni, il significato di questa commemorazione rimane attuale proprio perché la memoria non appartiene soltanto al passato. I monumenti che vengono rimossi, conservati o reinterpretati raccontano anche il modo in cui le società contemporanee guardano alla propria storia. Forse, quindi, la sfida europea non consiste nel trovare un unico modo di ricordare, ma nel preservare la possibilità stessa di ricordare, anche quando le memorie sono diverse e talvolta conflittuali. Perché ricordare non significa necessariamente essere d’accordo su ciò che deve essere ricordato e su come farlo. Significa riconoscere che quelle esperienze fanno parte della storia e che comprendere il passato rimane indispensabile per costruire il futuro.

di Martina Masi

Foto di Patricio Hurtado da Pixabay

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